martedì 24 dicembre 2013

Questa sensazione di immobilità

Mi manca la voglia, mi manca finanche il desiderio. Certo, anche il tempo, ma credo sia secondario. So che i magistrati di Palermo Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi sono su una graticola, che per il primo sarebbe già arrivato il tritolo a Palermo. Eppure rimango fermo. Come sprofondato in una poltrona, con le gambe immobili. Penso che dovrei fare qualcosa, ma non la faccio. Penso che dovrei tornare a scrivere, “ma a che serve?” mi chiedo, ma soprattutto, a chi interessa? “Davvero credi di essere così utile o così importante?” mi chiede il tipo nella mia testa, e so che se lo chiede anche qualcuno che ora legge queste riflessioni. Tornare a parlare agli studenti delle scuole, ai bambini, alle associazioni che in questi 12 anni ho visitato settimanalmente. Dovrei. Dovrei?

La prima volta che scelsi di combattere una personalissima guerra contro cosa nostra (nel mio piccolo universo, sia ben chiaro, non rendiamoci ridicoli e cerchiamo di essere consci del nostro piccolo spazio nel mondo) avrò avuto 16 o 17 anni. Quel giorno, a sorpresa, salii su un palco accanto a Rita Borsellino e raccontai quello che ricordavo del 1992. Del mio 1992. Da allora ho dedicato tutto il mio tempo ad una estenuante rincorsa verso la giustizia, verso la verità, sulla vicenda della mia famiglia ma anche sulle macrostorie italiane. A volte ho anche dimenticato di vivere. Grazie o per colpa di ciò ho bruciato molte possibilità, una parte del mio futuro. Ma chi se ne fotte.

Ho avuto il privilegio di conoscere gli uomini e le donne migliori di questo Paese. Ho avuto l’onore di essere tirato dentro ad un esercito che voleva combattere e sconfiggere la mafia e il malaffare. Io, ragazzino di provincia, accanto a giudici, scrittori, politici. I loro nomi da piccolo li leggevo sui libri, sui giornali o li vedevo trasfigurati in tv. E ora ero lì, ero uno di loro. Ogni volta che aggiungevo il numero di uno di loro nella rubrica o mi arrivava un loro sms stentavo a crederci.

Volevo usare la mia penna per far male alla mafia. Per un po’ sono riuscito sui quotidiani. Ho scritto un po’ ovunque, anche sul Corriere della Sera (pensate un po’), grazie a Carlo Vulpio. E poi per moltissimi altri giornali. Sono diventato collaboratore della migliore realtà editoriale italiana degli ultimi dieci anni. Ho fatto molti casini che poco si addicono ad un cronista per bene: candidature politiche, scelte sbagliate, uscite scomposte. E le ho pagate, passando alla cassa, in prima persona, questo dovrebbero ammetterlo anche quelli a cui faccio venire il bruciore di stomaco. Quelli che… “ma lui non è un giornalista iscritto all’albo” pensando che ciò per me sia un problema maggiore che ricordare il giorno giusto della raccolta porta a porta. Per fortuna alcuni editori come Aliberti, Editori Riuniti, Adagio e Melampo hanno mandato nelle librerie italiane i miei scritti, le mie idee, le mie proposte. E quasi certamente con i libri continuerò a raccontare delle storie. Credo sia sintomatico, però, che il mio ultimo lavoro sia un racconto breve.

Oggi lavoro in una radio sportiva, la radio ufficiale di una società di calcio di serie A, con un ruolo invidiabile. Ho voluto questo lavoro, pur sapendo che mi avrebbe allontanato da tutto quello che fino ad oggi avevo fatto. Perché? Non sono uno psicoterapeuta, non sono la persona adatta a rispondere. Forse volevo misurarmi in un campo in cui la mia storia e il mio cognome contassero zero. Forse era l’unico modo di dimostrare che valgo, al di là di tutto. Mi sono presentato e sono stato preso per le mie qualità. Stop. E sono felice. Alcuni no. Quando dico quello che faccio mi guardano come dire “ma quando tornerai ad occuparti di mafia” o, peggio, evitano di chiedermi del mio lavoro. Se uno ha un neo orribile sul naso non gliene parli ma continui a guardarlo.

Credo sentissi un clima di morte, un’aria pesante, vedevo nero, una sorta di depressione latente. Avevo bisogno di vita, di cose magari “leggere”, ma profondamente vive. Mentre scrivo penso alla potenza vitale di uno stadio, ai cori che sovrastano ogni cosa, alla bellezza tecnica di alcune giocate, alla gioia dei giocatori dopo le segnature. Pensa te. Dalla inchieste su mafia e politica, su Riina e Provenzano, sul Capitano Ultimo e su Mori, a ventidue uomini sudati che corrono da una parte all’altra di un rettangolo appresso ad un pallone. Ho sempre amato il calcio, forse proprio perché lo contrapponevo ai cadaveri, alla morte. E ora è il mio lavoro. Sono nato nel 1985, l’anno dello Scudetto del Verona. Poi dici destino…

Chissà se a parte i libri tornerò mai a fare qualcosa, a mettere il mio corpo in prima fila, a raccontare la storia della mia famiglia. So che per mio nonno e per mio zio ho fatto molto, non sono un ingenuo modesto. Il fatto che ora mia madre abbia ricominciato da dove aveva lasciato, ad agire nella società civile per continuare il racconto delle loro vite eroiche, mi consola.

Forse bisogna fermarsi a volte, piuttosto che ingannare tutti, ma, soprattutto, piuttosto che ingannare se stessi.

Buon Natale a tutti voi, e buon 2014. Il calcio non è male, davvero.