venerdì 22 marzo 2013

Le spese dei gruppi consiliari della Provincia di Verona

Di seguito pubblico i resoconti, dal 2009 al 2012, di come i gruppi consiliari della Provincia di Verona hanno impegnato le somme che l'ente mette loro a disposizione ogni anno, circa 40 mila euro, da dividere in base al numero degli eletti nel gruppo. Ovviamente non c'è nessun obbligo di esaurirli tutti ogni anno: i fondi non utilizzati, come prevede la legge, tornerebbero nella disponibilità della Provincia.




domenica 17 marzo 2013

E se Libera non esistesse?


Ieri a Firenze 150 mila persone ci hanno preso per mano, ci hanno abbracciati, ci hanno ricordato che il dolore non è solo nostro, che tenerlo per noi non può essere una scelta perché il ricordo di una vittima innocente della mafia è un patrimonio per tutti. Ci hanno proposto di condividerlo, di parlarne per combatterlo. Ci hanno “scortato” per le vie di Firenze, protetti dai lunghissimi cordoni umani dei scout. Eravamo lì, oltre 500 familiari delle oltre 900 vittime innocenti della mafia. Eravamo lì con le nostre facce, con i nostri corpi a dire alla camorra, alla ‘ndrangheta, alla Sacra Corona Unita e a Cosa Nostra che abbiamo vinto noi, che la violenza ha generato una resistenza che, prima o poi, li travolgerà.
Non sono mai stato un buonista. Certe volte sono stato in disaccordo con Libera per alcune cose dette e per altre non dette, per alcune cose fatte e per altre non fatte. Poi mi sono avvicinato alla famiglia più numerosa d’Italia e ho iniziato a partecipare alle giornate della Memoria e dell’Impegno. Ho iniziato a guardare quelle madri, quei padri, quei fratelli, quei mariti, quelle mogli di persone innocenti strappate alla vita dalla violenza mafiosa e ho iniziato a chiedermi: ma se non ci fosse Libera, se Libera non esistesse, tutte queste persone oggi dove sarebbero? Sarebbero mai riuscite ad iniziare un percorso di elaborazione, di condivisione del dolore? Sarebbero mai uscite dal buio e dal silenzio dell’“in fondo se la sono cercata” che sibilano compiaciuti i “paesani” della vittima? Senza Libera oggi tutti noi dove saremmo?
Non serve molta immaginazione. Saremmo, molto semplicemente, soli. Ognuno per se e nessuno per tutti. Saremmo, molto semplicemente, soli e non avremmo nemmeno una legge, sottoscritta da un milione di italiani, che prevede l’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività. Saremmo soli a consumarci lentamente, a spegnerci, a cercare dubbie sponde per raccontare all’Italia che i morti non sono tutti uguali, che le vittime innocenti non possono essere accomunate a quelle di mafia. La memoria dei nostri parenti sarebbe destinata all’oblio una volta esaurita la breve durata di una vita terrena.
Per queste ragioni, ma ce ne sarebbero almeno cento, devo dire grazie a Libera e a tutti i suoi volontari, a don Luigi Ciotti e ai suoi collaboratori, a tutti quelli che ci permettono di vivere una vita migliore, una vita votata all’impegno, alla testimonianza, al riscatto. Ho visto persone, come mia mamma, tornare a vivere. Ne ho viste altre riuscire a parlare del proprio marito dopo trent’anni di silenzio e di lacrime. Ma dire grazie non basta. Bisogna sporcarsi le mani, darsi da fare, mettercela tutta. E dunque, Libera e Liberi, scusate il ritardo.

I tre Borsellino e il 19 luglio del 1992


Il gracchiare del mio vecchio fax, che di fogli ne sputa assai pochi, mi annuncia l’arrivo di ciò che aspettavo da parecchie settimane. Qualcosa sta per uscire dalla fessura impolverata e sporca di toner.
“In data odierna è stato prelevato ed esaminato il giornale da lei indicato ai fini dell’estrazione dell’articolo da lei richiesto”.
È il fax che aspettavo. Mi arriva dalla biblioteca di Agrigento. Dopo il primo foglio, che scivola per terra, lentamente esce la seconda pagina. Intravedo il titolo e le foto sgranate.
L’articolo è del 19 luglio del 1992, pubblicato dal giornale La Sicilia e firmato dal giornalista Franco Castaldo, oggi direttore del periodico Grandangolo.
Ad un primo sguardo mi chiedo cosa diamine mi abbiano spedito da Agrigento: il titolo, infatti, parla di alcune minacce ad un magistrato. Non era quello che cercavo. E invece, leggendo il testo, capisco.
Destinataria delle minacce di stampo mafioso era stata una giovane pubblico ministero faentina, Morena Plazzi. Il giornalista, riferendo delle intimidazioni, per la prima volta rendeva nota una notizia fino ad allora coperta dal più stretto riserbo: la Plazzi stava raccogliendo le dichiarazioni di un parente di Paolo Borsellino, l’imprenditore ucciso circa tre mesi prima, il 21 aprile del 1992. “Un’inchiesta delicatissima che potrebbe portare da un momento all’altro a clamorosi risultati” scriveva il giornalista. E quel parente non poteva che essere mio nonno, Giuseppe Borsellino. Mancavano, infatti, solo le generalità, ma sarebbero state superflue. Da quando le rotative avevano sfornato le copie calde, il ruolo di mio nonno nelle indagini era divenuto di pubblico dominio.
È il 19 luglio del 1992. Immagino il caos e la paura che regnava a casa mia dopo che la collaborazione di mio nonno era stata svelata. Non nel mondo mafioso, certo: grazie anche ad un cancelliere corrotto, i boss sapevano sin dal principio del contributo di mio nonno alle indagini della Plazzi.
È il 19 luglio del 1992. Alle 16.55 Paolo Borsellino salterà in aria in via D’Amelio e con lui Emanuela LoiWalter Eddie CosinaAgostino CatalanoClaudio Traina e Vincenzo Li Muli. Morena Plazzi in quelle ore si trova in compagnia dei giornalisti Franco Viviano e Alessandra Ziniti. Ha sentito il giudice Borsellino solo due giorni prima. Avranno parlato di quelle minacce, delle risultanze delle indagini. I tre partono subito verso il fumo e la polvere del cratere palermitano.
È il 19 luglio del 1992. Due Borsellino erano già morti; per il terzo era appena stata resa nota una sentenza capitale, forse emessa molto tempo prima. Da quell’articolo, infatti, mio nonno capì che nessuno avrebbe più potuto salvarlo.
Molte coincidenze, tanti intrecci, storie che si sfiorano e poi fuggono, omonimie che confondono e stordiscono. Tanti tasselli che pian piano riemergono e restituiscono un puzzle di memoria e di memorie che noi, fino all’ultimo dei nostri giorni, tuteleremo dall’oblio e dai veleni.

lunedì 4 marzo 2013

Lo stragista La Barbera a Verona, tra rally e appalti




Articolo pubblicato sull'edizione cartacea del Fatto Quotidiano del 24 febbraio.

Una Lancia Delta Hf Integrale. Fu la regina dei rally l'auto che il 23 maggio del 1992 affiancò, dalla strada parallela, il corteo di Fiat Croma blindate che dall'aeroporto di Punta Raisi muoveva verso Palermo.

Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, insieme all'agente Giuseppe Costanza, erano sull'auto in mezzo. Sull'apripista gli agenti Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro. In coda Angelo Corbo, Gaspare Cervello e Paolo Capuzza.

Su quella Delta, con gli occhi fissi sul tachimetro, c'era invece l'allora sconosciuto (e incensurato) Gioacchino La Barbera. Doveva rilevare la velocità di marcia del corteo e comunicarla a Giovanni Brusca che così avrebbe premuto il pulsante del trasmettitore al momento giusto.

Quell'auto di morte dal 31 maggio al 2 giugno del 1991 era regolarmente iscritta alla XIV edizione della gara veronese di velocità in salita Caprino-Spiazzi. E guardando l'elenco ormai ingiallito dei partenti, recuperato per Il Fatto Quotidiano dall'Aci di Verona, un brivido percorre tutta la schiena: il pilota del “bolide” era proprio “La Barbera Gioacchino. Ordine di partenza n. 90, numero di gara 337”.

Una storia fino ad oggi inedita, di cui esiste però un testimone d'eccezione che all'epoca era solo un bambino affascinato dal mondo delle corse. Enrico Gastaldelli quel pilota lo ricorda bene: “Cercava un assetto sportivo per la sua Lancia e mio padre era noto come preparatore nell'ambiente veronese”.

Fu allora che la frequentazione con quel siciliano e con i suoi accompagnatori si intensificò e coinvolse anche la famiglia del meccanico. La sua Delta grigia in breve venne allestita con i sistemi di sicurezza e con le componenti racing.

“Iniziammo a vederci con una certa continuità anche a casa, a Cavaion Veronese. In officina la Delta prendeva una forma sempre più “corsaiola”, mentre a casa ci si abbandonava ai piaceri della cucina di mia madre. Io e mio fratello, che all'epoca avevamo dieci e sette anni, andavamo sempre in auto con La Barbera. Ci attirava soprattutto il suo enorme telefono cellulare portatile: non ne avevamo mai visto uno” ricorda Enrico che oggi ha 31 anni, è sposato con Laura e suona nel suo gruppo, i “LAMbdA”.

Un tipo particolare La Barbera: “Ricordo di averlo incontrato subito dopo il suo pentimento – ci racconta oggi il pubblico ministero della Dda di Palermo Nino Di Matteo –. Aveva questo fare da uomo vissuto, che certamente destava attenzione, non era certo un 'pedi 'ncritati', come con spregio venivano definiti i corleonesi”. E anche i ricordi di Enrico coincidono: “Era molto galante, si presentava ogni volta con un omaggio floreale o con dei cioccolatini, sempre con camicie ben stirate. Parlava pochissimo, con educazione e signorilità, e se uscivamo a cena offriva sempre lui”.

In quel periodo La Barbera viveva a Nogara, dove lavorava ad alcuni appalti. Tanto che aveva iniziato a portare all'officina Gastaldelli anche i mezzi di lavoro. “Tutti i conti – ci spiega oggi Enrico – venivano regolarmente pagati, sovente con con assegni compilati dai suoi accompagnatori; lui si limitava a firmarli con una penna d'oro”.

Tra le carte dell'Aci manca l'ordine di arrivo della sua categoria, ma a quanto ricordano gli organizzatori egli non andò poi così male. Poi, nell'autunno del 1991, la Lancia Delta venne riadattata all'uso stradale e le componenti racing furono vendute.

“Le visite si diradarono e ad un certo punto scomparve. Mio padre cercò invano di rintracciarlo ma non sapemmo più nulla di Gioacchino La Barbera fino a quando...”. Il racconto di Enrico si interrompe.

Il boss, dopo l'esperienza in terra veronese, tornerà a Palermo, stringerà i suoi rapporti con la famiglia di Altofonte e parteciperà alla strage di Capaci con un ruolo di primissimo piano. Rimarrà un fantasma fino a quando verrà intercettato nel covo via Ughetti, insieme ad Antonino Gioè: “Ddocu... a Capaci.... unni ci fici l’attentatuni”. Lì, a Capaci, dove gli feci l'“attentatuni”. Verrà arrestato, deciderà si saltare il fosso e pentirsi e verrà condannato a 14 anni di reclusione. E a Verona non tornerà mai più.

Lo stragista La Barbera a Verona