lunedì 18 febbraio 2013

Così Ayala finì davanti ad un giudice


Il 22 aprile 2013 sarà un giorno importante. A due anni dalla querela sporta da Salvatore BorsellinoGiuseppe Ayala, "l'amico di Giovanni e Paolo", come si definisce a pagamento durante i suoi spettacoli, dovrà rispondere, davanti a un giudice, per aver dato del "malato mentale" e del "caso umano" a Salvatore Borsellino, paragonandolo infine a Caino, l'assassino di Abele. Salvatore aveva avuto come unica macchia non l'aver ucciso suo fratello Paolo bensì l'aver posto ad Ayala delle semplici domande. Queste domandeE il pm del Maxi-processo, anziché rispondere, aveva preferito dargli del pazzo.

Il 22 aprile io sarò accanto al mio amico Salvatore e spero di non essere il solo. Perché l'Agenda Rossa è sparita in un batti-ribatti tra lo stesso attore teatrale e il carabinieri Giovanni Arcangioli. Che non sia questa la volta buona in cui Ayala rilasci una e una sola dichiarazione vera dopo aver cambiato versione una mezza dozzina di volte.

Di seguito la citazione a giudizio.

Decreto di citazione diretta a giudizio
- art. 552 c.p.p. -

Il pubblico ministero

visti gli atti del procedimento penale indicato in epigrafe, iscritto il 16 marzo 2011 nei confronti di Ayala Giuseppe, nato a Caltanissetta il 18/05/1945, elettivamente domiciliato presso lo studio del difensore di fiducia, Avv. Madia Titta, del Foro di Roma, con studio in Roma, via dei Colli della Farnesiana n. 144. Difensori di fiducia: Avv. Madia Titta del Foro di Roma, con studio in Roma, via Dei Colli della Farnesina n.144 ed Avv. Palazzo Fabio Marzio, del Foro di Milano, con studio in Milano, Corso Venezia n. 61.

Imputato

del delitto previsto e punito dell'art. 995 commi 1°, 2° e 3° comma c.p., per aver leso la reputazione di Borsellino Salvatore, rendendo una video-intervista a Giulia Sarti del "Movimento 5 Stelle", in occasione di uno spettacolo teatrale tratto da un libro dello stesso Giuseppe Ayala, nel corso della quale, riferendosi a Borsellino Salvatore, affermava che trattavasi "palesemente di un caso umano" e che le domande pubblicamente rivoltegli dallo stesso con riferimento alla strage di via D'Amelio, e segnatamente concernenti un incontro al Viminale che Paolo Borsellino avrebbe avuto con l'allora Ministro dell'Interno e con riguardo alla c.d. "sparizione della agenda rossa", supporto cartaceo sul quale Paolo Borsellino annotava gli avvenimenti di maggiore importanza, in particolare dopo la strage di Capaci, erano "farneticazioni di una persona che non sta bene" ovvero che Salvatore Borsellino sarebbe affetto da "problemi di sanità mentale" e che "quelle di Salvatore Borsellino non sono domande… sono farneticazioni… me ne assumo la responsabilità… di una persona che non sta probabilmente bene… e non sono il solo che lo dice…", aggiungendo poi che "anche Abele aveva un fratello", accostando in tal modo la persona di Salvatore Borsellino a quella di "Caino".

L'udienza è fissata davanti al Tribunale di Milano, Sezione penale 2a, in composizione monocratica per il giorno 22 aprile 2012, ore 9,30 nell'aula 2bis, piano 3° in Milano, via Freguglia n.1

venerdì 15 febbraio 2013

Imprenditori suicidi


Per scrivere un libro sui suicidi in Italia bisogna essere abbastanza folli da avere molto coraggio. Quando entri in una redazione giornalistica è una delle prime cose che ti dicono: "Di suicidi non scriviamo, a meno che non sia qualcuno famoso. Altrimenti c'è il rischio emulazione". Scriverci un libro vuol dire rischiare la censura mediatica e quella morale.

Samanta Di Persio è una tosta scrittrice aquilana che ha deciso di provarci, di raccontare il male di vivere che ha colpito decine e decine di imprenditori negli ultimi anni spingendoli fino al gesto estremo. Così ha scritto "Imprenditori suicidi" (Adagio, 2012), in cui ha raccontato i morti che non ce l'hanno fatta e i vivi che ancora resistono, malgrado lo strozzinaggio delle banche e delle miopi agenzie di riscossione che hanno l'umanità di una macchinetta del caffè.

Chi scrive vive in una terra, il Veneto, che negli anni '70-80 ha esportato nel mondo il proprio modello di imprenditoria, operosa, solidale, “casalinga”: qui gli imprenditori non conoscevano le banche, i prestiti erano un circolo virtuoso interpersonale, quando c'era bisogno in una delle aziende del comprensorio ci si dava una mano e si lavorava anche nei festivi per consegnare in tempo la merce. Per questo riesco ad immaginare bene il piccolo e medio imprenditore che, piuttosto che licenziare chi da trent'anni gli sta a fianco, preferisce farla finita, morire con dignità senza dover sostenere lo sguardo di chi ha, suo malgrado, tradito.

Samanta ha avuto la capacità di alternare il ricordo di chi non c'è più con la forza di chi ancora lotta, come la donna ristoratrice che Equitalia ha rovinato perché faceva troppi caffè non collegati ai pasti (quindi, in linea teorica, per forze di cosa non fatturava tutti i pranzi e cene); come gli imprenditori aquilani che ancora aspettano di poter ripartire; come i giovani laureati e specializzati senza prospettiva alcuna.

“Imprenditori suicidi” è la testimonianza diretta dei protagonisti che resistono al suicidio "suggerito", a cui Samanta Di Persio lascia la parola, defilandosi e porgendo il microfono.
Uomini e donne abbandonati anche dalla politica: un imprenditore in crisi non è un imprenditore di successo, quindi non riflette gli ideali del centro destra italiano; men che meno l'epidemia di suicidi imprenditoriali può diventare un tema per il centrosinistra, che per antonomasia sta con gli operai (e con le banche). Poi che l'imprenditore sia un operaio a tutti gli effetti non è contemplato. E poi, infine, i suicidi deprimono l'elettorato.

Così, in un vulnus politico-sociale, l'imprenditore lascia un biglietto, va nella sua azienda, con cura prepara il cappio e ci butta dentro la testa, i debiti, l'umiliazione di aver fallito. Anzi, di essere "stato fallito".

Di suicidi istigati si deve parlare. Chi ha spinto gli imprenditori italiani a darsi la morte ha un nome, ha una denominazione sociale. La colpa non è certo di Equitalia e delle persone che ci lavorano, ma di chi ha concepito una macchina mortale e kafkiana che non lascia scampo agli onesti in difficoltà, secondo il concetto malato che qualcosa di male devi per forza aver fatto, anche se non lo sai.

Leggetelo questo libro. Non farlo sarebbe girarsi dall'altra parte, che, tutto sommato, non è molto meglio di questa.