L'esemplare
è riconoscibile nella fitta vegetazione per l'abbigliamento
eccentrico tipicamente rivoluzionario: completi dai colori
sgargianti, occhiali modello “blues brothers in regalo con il Cioè”
dai colori psichedelici (si preferisce il bianco e il blu) e cravatte
utilizzate da Mike Bongiorno in “Lascia o Raddoppia”. Tanto che
alcuni militanti dell'Idv, a quanto si dice, lo chiamano il “Tamarro
dei Valori”.
Lui,
Antonio Borghesi, già deputato Idv, è uno dei rivoluzionari civili che si candiderà
al Senato con la lista di Antonio Ingroia: numero 1 in Veneto e
numero 2 in Emilia Romagna. Ha già sostituito i vestiti catarifrangenti con
una sobria uniforme verdone e ha iniziato ad usare il basco con la
stelletta. È già entrato nel personaggio, si fa chiamare “Che”
e adotta uno strano accento argentino. Ai veneti e agli emiliano-romagnoli raccontiamo oggi per chi voteranno.
La
coerenza non lo lascia mai in pace. Da strenuo oppositore dell'ingresso dei
candidati indipendenti in Italia dei Valori, non aveva mai perso
occasione per attaccare Sonia Alfano e Luigi de Magistris, ovvero alcuni di
quelli che avevano consentito ad Idv di raggiungere l'8 per cento.
Ora il "Che" è alleato con l'ex pm.
Alla
notizia del rinvio a giudizio da parte del Tribunale di Salerno a
carico di colui che oggi è sindaco di Napoli, Borghesi gli aveva
chiesto subito le dimissioni da Idv: "per effetto dei tuoi attacchi
– diceva il rivoluzionario a de Magistris – un nostro ex
parlamentare, Americo Porfidia, solo indagato e non come te rinviato
a giudizio, e per fatti privati (non inerenti un'attività pubblica)
è stato costretto ad auto-sospendersi dal partito trasferendosi al
gruppo misto". Il problema è che Porfidia era iscritto nel
registro degli indagati per estorsione, pure aggravata dal
favoreggiamento della camorra. Per Borguevara era la stessa cosa.
E
sì che di giustizia e garantismo dovrebbe intendersene, proprio lui che,
nell'autunno del 1997, mentre era Presidente della Provincia di
Verona, era stato iscritto nel registro degli indagati per abuso
d'ufficio e turbativa d'asta riguardo alla vendita di un'azienda
agricola di proprietà della “Fondazione Barbieri”. La sua
posizione verrà archiviata nella primavera del 1998.
Poi,
quando Sonia Alfano scende in campo per difendere il suo compagno di
battaglia, Borghesi, da tipico rivoluzionario gentiluomo, si occupa
anche di lei: “reca a me una offesa paragonabile a quella che lei
potrebbe provare se qualcuno le dicesse che sta sfruttando la morte
di suo padre”. In pratica le dice che fa carriera sul corpo del
padre sfigurato dalla mafia ma non glielo dice, lasciando senza
parole la figlia del giornalista ucciso dalla mafia: “nemmeno i
miei più acerrimi nemici politici hanno mai trovato il coraggio di
usare contro di me un’arma così subdola come quella
dell'insinuazione, che in sé non ha nemmeno il coraggio dell'insulto
esplicito. Per fortuna ho imparato ormai da tempo ad ignorare tutte
le cattiverie che vengono diffuse su mio padre e alla mercificazione
che farei della sua memoria. Il mio dolore ho imparato a tenerlo per
me e non lo auguro nemmeno a chi si permette di dire cose simili”.
Altra stoffa, altre origini.
Come
tutti i rivoluzionari argentini che si rispettino, la sua militanza politica Borghesi la inizia
nel partito più lontano possibile da Antonio Ingroia, ovvero, rullo
di tamburi, la Lega Nord. Nel 1995, come dicevamo, era stato eletto
Presidente della Provincia di Verona in una coalizione con Lega Nord,
Partito Popolare, Verdi e Patto Segni. A quel punto aderisce alla
Lega, un partito già allora dichiaratamente razzista e
xenofobo: "partito dal quale me ne sono andato nel novembre 1998
non condividendone le scelte secessioniste". Tutto il resto evidentemente lo
condivideva. Ma lo smemorato rivoluzionario non ricorda che già nel
1989, dieci anni prima dalla sua furibonda fuoriuscita, Bossi sosteneva che “l'etnonazionalismo
deve costituire un attacco al centralismo dello Stato” e che la
secessione dall'Italia era una delle basi del folle progetto. Il
vizietto verde gli deve essere rimasto tanto che si schiera con la
Lega per il rilevamento delle impronte digitali ai bambini Rom: lo
faccio per loro dice il Komandante. E,
durante il primo esecutivo di Idv dopo le elezioni europee, il 15
giugno 2009, saluta gli eletti Alfano e de Magistris sottolineando
una criticità in quel grande passo avanti elettorale che l'Idv aveva fatto: "Su
sette eletti al Parlamento europeo, ben cinque sono del Sud". "Stupita – ricorda la Alfano – replicai chiedendomi se fosse un
esecutivo dell'Idv o una convention della Lega".
Ma
come tutti i rivoluzionari argentini che si rispettino, anche Borghesi, nella sua Verona, gode di
un grande seguito. Alle ultime amministrative si era candidato alle
primarie del centrosinistra. Su tre candidati, lui era arrivato terzo.
Perché terzo? Ovvio, perché non c'era il quarto. Votano 4.912
veronesi (4.890 voti validi). Vince Michele Bertucco con 2.824
preferenze (57,75 per cento). Poi l'indipendente Mario Allegri con 1.698 voti (34,72 per cento) e infine
il nostro "Che", che, con alle spalle l'intero apparato Idv, totalizza 368 roboanti voti, ovvero un miserrimo 7,53 per cento. E,
come tutti gli statisti, accetta la sconfitta: "si è trattato non
di primarie, ma di semplice consultazione tra gli iscritti e i
militanti". Ovvero: hanno votato in pochi quindi non vale. La palla è mia e decido io.
E
ora il leghista pentito ma non troppo è pronto per fare la Rivoluzione Civile.
Come potrà mai non essere un successo?



