mercoledì 30 gennaio 2013

Antonio “Che” Borguevara



L'esemplare è riconoscibile nella fitta vegetazione per l'abbigliamento eccentrico tipicamente rivoluzionario: completi dai colori sgargianti, occhiali modello “blues brothers in regalo con il Cioè” dai colori psichedelici (si preferisce il bianco e il blu) e cravatte utilizzate da Mike Bongiorno in “Lascia o Raddoppia”. Tanto che alcuni militanti dell'Idv, a quanto si dice, lo chiamano il “Tamarro dei Valori”.

Lui, Antonio Borghesi, già deputato Idv, è uno dei rivoluzionari civili che si candiderà al Senato con la lista di Antonio Ingroia: numero 1 in Veneto e numero 2 in Emilia Romagna. Ha già sostituito i vestiti catarifrangenti con una sobria uniforme verdone e ha iniziato ad usare il basco con la stelletta. È già entrato nel personaggio, si fa chiamare “Che” e adotta uno strano accento argentino. Ai veneti e agli emiliano-romagnoli raccontiamo oggi per chi voteranno.

La coerenza non lo lascia mai in pace. Da strenuo oppositore dell'ingresso dei candidati indipendenti in Italia dei Valori, non aveva mai perso occasione per attaccare Sonia Alfano e Luigi de Magistris, ovvero alcuni di quelli che avevano consentito ad Idv di raggiungere l'8 per cento. Ora il "Che" è alleato con l'ex pm.

Alla notizia del rinvio a giudizio da parte del Tribunale di Salerno a carico di colui che oggi è sindaco di Napoli, Borghesi gli aveva chiesto subito le dimissioni da Idv: "per effetto dei tuoi attacchi – diceva il rivoluzionario a de Magistris – un nostro ex parlamentare, Americo Porfidia, solo indagato e non come te rinviato a giudizio, e per fatti privati (non inerenti un'attività pubblica) è stato costretto ad auto-sospendersi dal partito trasferendosi al gruppo misto". Il problema è che Porfidia era iscritto nel registro degli indagati per estorsione, pure aggravata dal favoreggiamento della camorra. Per Borguevara era la stessa cosa.

E sì che di giustizia e garantismo dovrebbe intendersene, proprio lui che, nell'autunno del 1997, mentre era Presidente della Provincia di Verona, era stato iscritto nel registro degli indagati per abuso d'ufficio e turbativa d'asta riguardo alla vendita di un'azienda agricola di proprietà della “Fondazione Barbieri”. La sua posizione verrà archiviata nella primavera del 1998.

Poi, quando Sonia Alfano scende in campo per difendere il suo compagno di battaglia, Borghesi, da tipico rivoluzionario gentiluomo, si occupa anche di lei: “reca a me una offesa paragonabile a quella che lei potrebbe provare se qualcuno le dicesse che sta sfruttando la morte di suo padre”. In pratica le dice che fa carriera sul corpo del padre sfigurato dalla mafia ma non glielo dice, lasciando senza parole la figlia del giornalista ucciso dalla mafia: “nemmeno i miei più acerrimi nemici politici hanno mai trovato il coraggio di usare contro di me un’arma così subdola come quella dell'insinuazione, che in sé non ha nemmeno il coraggio dell'insulto esplicito. Per fortuna ho imparato ormai da tempo ad ignorare tutte le cattiverie che vengono diffuse su mio padre e alla mercificazione che farei della sua memoria. Il mio dolore ho imparato a tenerlo per me e non lo auguro nemmeno a chi si permette di dire cose simili”. Altra stoffa, altre origini.

Come tutti i rivoluzionari argentini che si rispettino, la sua militanza politica Borghesi la inizia nel partito più lontano possibile da Antonio Ingroia, ovvero, rullo di tamburi, la Lega Nord. Nel 1995, come dicevamo, era stato eletto Presidente della Provincia di Verona in una coalizione con Lega Nord, Partito Popolare, Verdi e Patto Segni. A quel punto aderisce alla Lega, un partito già allora dichiaratamente razzista e xenofobo: "partito dal quale me ne sono andato nel novembre 1998 non condividendone le scelte secessioniste". Tutto il resto evidentemente lo condivideva. Ma lo smemorato rivoluzionario non ricorda che già nel 1989, dieci anni prima dalla sua furibonda fuoriuscita, Bossi sosteneva che “l'etnonazionalismo deve costituire un attacco al centralismo dello Stato” e che la secessione dall'Italia era una delle basi del folle progetto. Il vizietto verde gli deve essere rimasto tanto che si schiera con la Lega per il rilevamento delle impronte digitali ai bambini Rom: lo faccio per loro dice il Komandante. E, durante il primo esecutivo di Idv dopo le elezioni europee, il 15 giugno 2009, saluta gli eletti Alfano e de Magistris sottolineando una criticità in quel grande passo avanti elettorale che l'Idv aveva fatto: "Su sette eletti al Parlamento europeo, ben cinque sono del Sud". "Stupita – ricorda la Alfano – replicai chiedendomi se fosse un esecutivo dell'Idv o una convention della Lega".

Ma come tutti i rivoluzionari argentini che si rispettino, anche Borghesi, nella sua Verona, gode di un grande seguito. Alle ultime amministrative si era candidato alle primarie del centrosinistra. Su tre candidati, lui era arrivato terzo. Perché terzo? Ovvio, perché non c'era il quarto. Votano 4.912 veronesi (4.890 voti validi). Vince Michele Bertucco con 2.824 preferenze (57,75 per cento). Poi l'indipendente Mario Allegri con 1.698 voti (34,72 per cento) e infine il nostro "Che", che, con alle spalle l'intero apparato Idv, totalizza 368 roboanti voti, ovvero un miserrimo 7,53 per cento. E, come tutti gli statisti, accetta la sconfitta: "si è trattato non di primarie, ma di semplice consultazione tra gli iscritti e i militanti". Ovvero: hanno votato in pochi quindi non vale. La palla è mia e decido io.

E ora il leghista pentito ma non troppo è pronto per fare la Rivoluzione Civile. Come potrà mai non essere un successo?

sabato 19 gennaio 2013

Revoca scorta, Vella sul Fatto Quotidiano


Al pm antimafia non serve la scorta


E così, senza clamore, seppellita dalla campagna elettorale e dalla spolverata berlusconiana alla sedia di Marco Travaglio, la notizia che un magistrato antimafia rimanga, da un giorno all’altro, senza lo straccio di una protezione, viene dimenticata in lavastoviglie, chiusa al sicuro tra i piatti sporchi.
Il pm Salvatore Vella è l’uomo dello Stato che negli ultimi anni ha spalancato le finestre nella provincia di Agrigento, riuscendo a decapitare i mandamenti provinciali e facendo irrompere, in una parte di Sicilia soffocata da cosa nostra, un freschissimo profumo di libertà. Dall’8 gennaio scorso a Vella è stato revocato ogni tipo di protezione, dall’auto blindata ai carabinieri che lo proteggevano h24. Per il ministero dell’Interno e per la Prefettura il rischio per lui è cessato.
E allora voglio spiegarvi di chi stiamo parlando.
Vella è uno che alla mafia non deve stare proprio simpatico. È stato titolare del procedimento “Scacco Matto”(associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione ed altro) relativo ad una quarantina di appartenenti ai mandamenti mafiosi dell’intera parte occidentale della provincia di Agrigento: con quell’operazione ha pensionato 34 presunti appartenenti alle famiglie mafiose dei mandamenti del Belìce, di Lucca Sicula e di Ribera, con sequestri di beni per milioni di euro. Scacco Matto si è concluso con decine di condanne dinanzi al Gup di Palermo il 18 febbraio del 2010, e dinanzi al tribunale di Sciacca il 10 febbraio 2011 (rimane pendente in Cassazione).
Altro procedimento che gli ha attirato addosso, come lo scirocco sulla pelle, le attenzioni di cosa nostra, è stato “Face Off”, l’operazione di polizia e il successivo processo che ha portato alla sbarra la famiglia mafiosa di Bivona (Ag), gli ormai celebri Panepinto, che da vittime di mafia si erano trasformati in aguzzini. L’11 gennaio 2011 il procedimento si è concluso con la condanna di tutti i membri della famiglia mafiosa di Bivona (anche per questo rimane pendente il ricorso in Cassazione). Questo successo è stato possibile grazie al contributo fondamentale dato alle indagini da parte del testimone di giustizia Ignazio Cutrò, che in Vella ha trovato quello Stato che da anni cercava invano.
Per questi procedimenti (e per altri ancora), in questi anni al giovane pm non sono mancati minacce e avvertimenti, di cui ormai, in una cartellina, conservo una discreta cronologia:
19 maggio 2009: Vella, a quel tempo in servizio presso la procura della Repubblica di Palermo, dopo aver partecipato ad un’udienza di un procedimento per mafia, parte a bordo della sua blindata insieme alla sua scorta da Sciacca in direzione Palermo, dove viveva all’epoca. Sulla statale che collega le due città l’auto, che viaggiava a velocità sostenuta e con lampeggiante e sirena accesi, viene affiancata e superata a forte velocità da una Bmw nera che, dopo qualche chilometro, rallenta e si lascia superare, per poi rimanere all’inseguimento del magistrato ad oltre 170 chilometri orari, fino alle porte di Palermo. Dai successivi controlli si scopre che l’auto era intestata ad un pregiudicato di Ribera, città retta dalla famiglia mafiosa dei Capizzi, duramente colpita nel procedimento Scacco Matto, e che i due a bordo non avevano alcun impegno o appuntamento a Palermo. Morale dell’inseguimento: i due a bordo sono stati indagati e condannati per la folle corsa.
23 dicembre 2009: Durante una delle dure e tese udienze di “Face Off” l’imputato principale, Luigi Panepinto, considerato il capo della consorteria mafiosa, dalla gabbia lo guarda negli occhi e gli dice: “Non si preoccupi che la ruota gira e prima o poi arriva per tutti”. Inoltre, in alcune conversazioni intercettate, i Panepinto definivano il pm come “il bastardo di Sciacca”, rivelando di aver individuato esattamente la zona dove il magistrato viveva insieme alla sua famiglia.
Il 4 marzo del 2011, infine, il “coup de théâtre”: mentre si trovava a Bivona (Ag) come relatore, al termine del convegno trova sopra i suoi documenti, lasciati incustoditi per una decina di minuti sul banco dei relatori, una missiva anonima con sopra riportato il modello dell’autovettura blindata in uso e l’esatto numero di targa, con l’aggiunta di una frase: “boom”.
Come potevano lasciare la scorta ad un magistrato così poco esposto? Sarebbe stato uno spreco di risorse in effetti. Anche perché magari, se proprio gli devono mettere una bomba sotto l’auto, che sia la sua anziché quella blindata del ministero. Si chiama “Bombing Review“.

sabato 12 gennaio 2013

"Caro papà..." vent'anni dopo. Pasquale Borsellino

Questo è l'intervento di mio zio, Pasquale Borsellino, al 20° anniversario dall'omicidio di mio nonno Giuseppe e di mio zio Paolo Borsellino. È una lettera bellissima in cui per la prima volta esprime quello che per vent'anni si è tenuto dentro e che lo stava lentamente uccidendo. Mi piace pensare che sia un ritorno alla vita, alla lotta per la memoria della nostra famiglia.

venerdì 4 gennaio 2013

Perché Ingroia sfonderà


E dunque, considerando un sondaggio per quello che è, ovvero un sondaggio, la lista Rivoluzione Civile e il suo portabandiera, Antonio Ingroia, sono passati da uno 0,5 per cento nelle intenzioni di voto, rilevato daSwg a metà dicembre, al tondo 5 per cento di Piepoli diffuso in questi giorni. E con tutti i guanti felpati del caso, qualche riflessione si può già fare.

Quattro sono gli aspetti fondamentali che mi fanno pensare che questo 5 per cento sia solo il primo gradino di una scalata che può portare Rivoluzione Civile laddove nessuno può immaginare.

 1) Boom a tempo record. Non ho ricordi di altre formazioni politiche che a pochi giorni dalla nascita abbiano sfondato l'ipotetico muro del 5 per cento. Molti ancora non sanno nemmeno che Ingroia abbia accettato e che sia candidato. Con una campagna elettorale condotta con intelligenza è fisiologico che quella percentuale possa tranquillamente raddoppiare, visti anche i cali di altri schieramenti.

 2) Il profeta Mastella. Quando l'ex pm Luigi de Magistris lasciò il comodo scranno a Bruxelles dichiarando di voler fare il sindaco di Napoli, sfidando sia Pd che Pdl, il coro di pernacchie politiche fu unanime.Clemente Mastella, un vecchio esemplare politico che i più giovani non ricorderanno già più, si spinse a dire: “Se Luigi de Magistris va al ballottaggio mi suicido, ma non ci arriverà, non si è mai visto un magistrato che arriva a fare il sindaco di una grande città”. De Magistris è riuscito in un'impresa titanica parlando una lingua comune, dialogando ma non sottostando ai partiti e chiedendo l'aiuto di migliaia di giovani che sono arrivati a Napoli anche dal Nord Italia per sostenerlo. Se Ingroia è il leader della formazione, de Magistris è il padre nobile; entrambi non soffrono di primadonnite e insieme stanno lavorando molto bene. Non riesco a vedere nubi all'orizzonte.

 3) I "dissuasori per affetto". Già alla firma del manifesto “Io ci sto era nell'aria che Antonio Ingroia avrebbe accettato le molte richieste di scendere/salire/spostarsi in campo da parte dei movimenti e dello stesso sindaco di Napoli. E immediatamente si sono moltiplicati gli appelli che gli chiedevano, invece, di non farlo, di rimanere in magistratura. Nel 99 per cento dei casi si trattava di persone per bene, di giovani, di uomini e donne impegnate sul quotidiano fronte antimafia. Voce migliore e più attendibile è stata quella di Nando Dalla Chiesa, un galantuomo amico di Ingroia, che con grande sofferenza ha spiegato perché l'ex pm abbia fatto una scelta sbagliata; Dalla Chiesa, nella sua intervista alla Stampa, si è fatto portavoce di tutte quelle persone, note e meno note, che più o meno apertamente speravano fino alla fine che Ingroia facesse un passo indietro, non perché "inadatto", ma per preservare il suo patrimonio professionale fatto di inchieste e indagini delicatissime che sarebbero potute risultare delegittimate da un impegno politico. Ma ora che l'ex pm palermitano ha ufficialmente accettato la candidatura, è difficile pensare che tutte quelle persone, che sono davvero tante e che gli riconoscevano integrità morale e capacità, ora che il dado è tratto alle urne scelgano di non sceglierlo. Che, avendo la possibilità di spedirlo in Parlamento per seminare panico e disperazione tra i vari Dell'Utri e Cosentino, scelgano altro. Suppongo che nella maggior parte dei casi, proprio in virtù della stima che nutrono nei confronti di Ingroia, gli accorderanno la propria fiducia e inviteranno altri a farlo: “non avresti dovuto, ma ormai che ci sei...”. Così penso che farà (senza conoscerlo bene) Nando Dalla Chiesa, e così penso faranno tutti gli altri che, quasi con affetto, gli chiedevano di finire il suo lavoro in Guatemala e poi tornare a Palermo.

 4) Movimento 5 Stelle. Prima di Rivoluzione Civile, per chi, come me, non avrebbe voluto rinunciare al voto, non ci sarebbero state molte scelte. Turandosi il naso per una gestione putiniana del dissenso, io stesso avrei votato per il M5S, non per Grillo: conosco la maggior parte dei candidati alla Camera e al Senato e per me erano e sono garanzia di serietà e, spero, di indipendenza. Oggi, invece, per chi crede che dall'estirpazione delle mafie dipenda gran parte della soluzione al problema socio-economico "Italia" e che la cultura (dagli asili alle università) in questo giochi un ruolo fondamentale, per chi chiede una politica coraggiosa e senza timori reverenziali nei confronti di banche e poteri forti, c'è un'altra possibilità. Non faccio il sondaggista e non so se il calo vertiginoso del M5S nei sondaggi sia da attribuire a questa nuova possibilità, ma di certo, almeno in un misero caso (il mio), mi viene offerta una proposta che mi appaga senza se e senza ma: si parla di scuola, di diritti, di economia, di lotta alla mafia e alla corruzione, non si butta fuori chi dissente, non si manda a quel paese nessuno. A questo scenario si aggiunge l'enorme popolo del non voto: se Ingroia li convincerà la storia potrebbe prendere un altro corso.

Queste personalissime riflessioni, partorite senza alcun criterio scientifico e figlie unicamente della mia logica, mi fanno sperare che quel 5 per cento possa diventare molto di più, consentendo di riempire i rami del Parlamento di persone che riflettano le battaglie e gli ideali di chi, avendo perso ciò che di più caro aveva a causa della violenza mafiosa, spera ora di restituire quello schiaffo a cosa nostra tramite Antonio Ingroia.

A Barcellona Pozzo di Gotto per Beppe Alfano