venerdì 15 febbraio 2013

Imprenditori suicidi


Per scrivere un libro sui suicidi in Italia bisogna essere abbastanza folli da avere molto coraggio. Quando entri in una redazione giornalistica è una delle prime cose che ti dicono: "Di suicidi non scriviamo, a meno che non sia qualcuno famoso. Altrimenti c'è il rischio emulazione". Scriverci un libro vuol dire rischiare la censura mediatica e quella morale.

Samanta Di Persio è una tosta scrittrice aquilana che ha deciso di provarci, di raccontare il male di vivere che ha colpito decine e decine di imprenditori negli ultimi anni spingendoli fino al gesto estremo. Così ha scritto "Imprenditori suicidi" (Adagio, 2012), in cui ha raccontato i morti che non ce l'hanno fatta e i vivi che ancora resistono, malgrado lo strozzinaggio delle banche e delle miopi agenzie di riscossione che hanno l'umanità di una macchinetta del caffè.

Chi scrive vive in una terra, il Veneto, che negli anni '70-80 ha esportato nel mondo il proprio modello di imprenditoria, operosa, solidale, “casalinga”: qui gli imprenditori non conoscevano le banche, i prestiti erano un circolo virtuoso interpersonale, quando c'era bisogno in una delle aziende del comprensorio ci si dava una mano e si lavorava anche nei festivi per consegnare in tempo la merce. Per questo riesco ad immaginare bene il piccolo e medio imprenditore che, piuttosto che licenziare chi da trent'anni gli sta a fianco, preferisce farla finita, morire con dignità senza dover sostenere lo sguardo di chi ha, suo malgrado, tradito.

Samanta ha avuto la capacità di alternare il ricordo di chi non c'è più con la forza di chi ancora lotta, come la donna ristoratrice che Equitalia ha rovinato perché faceva troppi caffè non collegati ai pasti (quindi, in linea teorica, per forze di cosa non fatturava tutti i pranzi e cene); come gli imprenditori aquilani che ancora aspettano di poter ripartire; come i giovani laureati e specializzati senza prospettiva alcuna.

“Imprenditori suicidi” è la testimonianza diretta dei protagonisti che resistono al suicidio "suggerito", a cui Samanta Di Persio lascia la parola, defilandosi e porgendo il microfono.
Uomini e donne abbandonati anche dalla politica: un imprenditore in crisi non è un imprenditore di successo, quindi non riflette gli ideali del centro destra italiano; men che meno l'epidemia di suicidi imprenditoriali può diventare un tema per il centrosinistra, che per antonomasia sta con gli operai (e con le banche). Poi che l'imprenditore sia un operaio a tutti gli effetti non è contemplato. E poi, infine, i suicidi deprimono l'elettorato.

Così, in un vulnus politico-sociale, l'imprenditore lascia un biglietto, va nella sua azienda, con cura prepara il cappio e ci butta dentro la testa, i debiti, l'umiliazione di aver fallito. Anzi, di essere "stato fallito".

Di suicidi istigati si deve parlare. Chi ha spinto gli imprenditori italiani a darsi la morte ha un nome, ha una denominazione sociale. La colpa non è certo di Equitalia e delle persone che ci lavorano, ma di chi ha concepito una macchina mortale e kafkiana che non lascia scampo agli onesti in difficoltà, secondo il concetto malato che qualcosa di male devi per forza aver fatto, anche se non lo sai.

Leggetelo questo libro. Non farlo sarebbe girarsi dall'altra parte, che, tutto sommato, non è molto meglio di questa.

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