sabato 19 gennaio 2013

Al pm antimafia non serve la scorta


E così, senza clamore, seppellita dalla campagna elettorale e dalla spolverata berlusconiana alla sedia di Marco Travaglio, la notizia che un magistrato antimafia rimanga, da un giorno all’altro, senza lo straccio di una protezione, viene dimenticata in lavastoviglie, chiusa al sicuro tra i piatti sporchi.
Il pm Salvatore Vella è l’uomo dello Stato che negli ultimi anni ha spalancato le finestre nella provincia di Agrigento, riuscendo a decapitare i mandamenti provinciali e facendo irrompere, in una parte di Sicilia soffocata da cosa nostra, un freschissimo profumo di libertà. Dall’8 gennaio scorso a Vella è stato revocato ogni tipo di protezione, dall’auto blindata ai carabinieri che lo proteggevano h24. Per il ministero dell’Interno e per la Prefettura il rischio per lui è cessato.
E allora voglio spiegarvi di chi stiamo parlando.
Vella è uno che alla mafia non deve stare proprio simpatico. È stato titolare del procedimento “Scacco Matto”(associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione ed altro) relativo ad una quarantina di appartenenti ai mandamenti mafiosi dell’intera parte occidentale della provincia di Agrigento: con quell’operazione ha pensionato 34 presunti appartenenti alle famiglie mafiose dei mandamenti del Belìce, di Lucca Sicula e di Ribera, con sequestri di beni per milioni di euro. Scacco Matto si è concluso con decine di condanne dinanzi al Gup di Palermo il 18 febbraio del 2010, e dinanzi al tribunale di Sciacca il 10 febbraio 2011 (rimane pendente in Cassazione).
Altro procedimento che gli ha attirato addosso, come lo scirocco sulla pelle, le attenzioni di cosa nostra, è stato “Face Off”, l’operazione di polizia e il successivo processo che ha portato alla sbarra la famiglia mafiosa di Bivona (Ag), gli ormai celebri Panepinto, che da vittime di mafia si erano trasformati in aguzzini. L’11 gennaio 2011 il procedimento si è concluso con la condanna di tutti i membri della famiglia mafiosa di Bivona (anche per questo rimane pendente il ricorso in Cassazione). Questo successo è stato possibile grazie al contributo fondamentale dato alle indagini da parte del testimone di giustizia Ignazio Cutrò, che in Vella ha trovato quello Stato che da anni cercava invano.
Per questi procedimenti (e per altri ancora), in questi anni al giovane pm non sono mancati minacce e avvertimenti, di cui ormai, in una cartellina, conservo una discreta cronologia:
19 maggio 2009: Vella, a quel tempo in servizio presso la procura della Repubblica di Palermo, dopo aver partecipato ad un’udienza di un procedimento per mafia, parte a bordo della sua blindata insieme alla sua scorta da Sciacca in direzione Palermo, dove viveva all’epoca. Sulla statale che collega le due città l’auto, che viaggiava a velocità sostenuta e con lampeggiante e sirena accesi, viene affiancata e superata a forte velocità da una Bmw nera che, dopo qualche chilometro, rallenta e si lascia superare, per poi rimanere all’inseguimento del magistrato ad oltre 170 chilometri orari, fino alle porte di Palermo. Dai successivi controlli si scopre che l’auto era intestata ad un pregiudicato di Ribera, città retta dalla famiglia mafiosa dei Capizzi, duramente colpita nel procedimento Scacco Matto, e che i due a bordo non avevano alcun impegno o appuntamento a Palermo. Morale dell’inseguimento: i due a bordo sono stati indagati e condannati per la folle corsa.
23 dicembre 2009: Durante una delle dure e tese udienze di “Face Off” l’imputato principale, Luigi Panepinto, considerato il capo della consorteria mafiosa, dalla gabbia lo guarda negli occhi e gli dice: “Non si preoccupi che la ruota gira e prima o poi arriva per tutti”. Inoltre, in alcune conversazioni intercettate, i Panepinto definivano il pm come “il bastardo di Sciacca”, rivelando di aver individuato esattamente la zona dove il magistrato viveva insieme alla sua famiglia.
Il 4 marzo del 2011, infine, il “coup de théâtre”: mentre si trovava a Bivona (Ag) come relatore, al termine del convegno trova sopra i suoi documenti, lasciati incustoditi per una decina di minuti sul banco dei relatori, una missiva anonima con sopra riportato il modello dell’autovettura blindata in uso e l’esatto numero di targa, con l’aggiunta di una frase: “boom”.
Come potevano lasciare la scorta ad un magistrato così poco esposto? Sarebbe stato uno spreco di risorse in effetti. Anche perché magari, se proprio gli devono mettere una bomba sotto l’auto, che sia la sua anziché quella blindata del ministero. Si chiama “Bombing Review“.

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