martedì 24 dicembre 2013

Questa sensazione di immobilità

Mi manca la voglia, mi manca finanche il desiderio. Certo, anche il tempo, ma credo sia secondario. So che i magistrati di Palermo Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi sono su una graticola, che per il primo sarebbe già arrivato il tritolo a Palermo. Eppure rimango fermo. Come sprofondato in una poltrona, con le gambe immobili. Penso che dovrei fare qualcosa, ma non la faccio. Penso che dovrei tornare a scrivere, “ma a che serve?” mi chiedo, ma soprattutto, a chi interessa? “Davvero credi di essere così utile o così importante?” mi chiede il tipo nella mia testa, e so che se lo chiede anche qualcuno che ora legge queste riflessioni. Tornare a parlare agli studenti delle scuole, ai bambini, alle associazioni che in questi 12 anni ho visitato settimanalmente. Dovrei. Dovrei?

La prima volta che scelsi di combattere una personalissima guerra contro cosa nostra (nel mio piccolo universo, sia ben chiaro, non rendiamoci ridicoli e cerchiamo di essere consci del nostro piccolo spazio nel mondo) avrò avuto 16 o 17 anni. Quel giorno, a sorpresa, salii su un palco accanto a Rita Borsellino e raccontai quello che ricordavo del 1992. Del mio 1992. Da allora ho dedicato tutto il mio tempo ad una estenuante rincorsa verso la giustizia, verso la verità, sulla vicenda della mia famiglia ma anche sulle macrostorie italiane. A volte ho anche dimenticato di vivere. Grazie o per colpa di ciò ho bruciato molte possibilità, una parte del mio futuro. Ma chi se ne fotte.

Ho avuto il privilegio di conoscere gli uomini e le donne migliori di questo Paese. Ho avuto l’onore di essere tirato dentro ad un esercito che voleva combattere e sconfiggere la mafia e il malaffare. Io, ragazzino di provincia, accanto a giudici, scrittori, politici. I loro nomi da piccolo li leggevo sui libri, sui giornali o li vedevo trasfigurati in tv. E ora ero lì, ero uno di loro. Ogni volta che aggiungevo il numero di uno di loro nella rubrica o mi arrivava un loro sms stentavo a crederci.

Volevo usare la mia penna per far male alla mafia. Per un po’ sono riuscito sui quotidiani. Ho scritto un po’ ovunque, anche sul Corriere della Sera (pensate un po’), grazie a Carlo Vulpio. E poi per moltissimi altri giornali. Sono diventato collaboratore della migliore realtà editoriale italiana degli ultimi dieci anni. Ho fatto molti casini che poco si addicono ad un cronista per bene: candidature politiche, scelte sbagliate, uscite scomposte. E le ho pagate, passando alla cassa, in prima persona, questo dovrebbero ammetterlo anche quelli a cui faccio venire il bruciore di stomaco. Quelli che… “ma lui non è un giornalista iscritto all’albo” pensando che ciò per me sia un problema maggiore che ricordare il giorno giusto della raccolta porta a porta. Per fortuna alcuni editori come Aliberti, Editori Riuniti, Adagio e Melampo hanno mandato nelle librerie italiane i miei scritti, le mie idee, le mie proposte. E quasi certamente con i libri continuerò a raccontare delle storie. Credo sia sintomatico, però, che il mio ultimo lavoro sia un racconto breve.

Oggi lavoro in una radio sportiva, la radio ufficiale di una società di calcio di serie A, con un ruolo invidiabile. Ho voluto questo lavoro, pur sapendo che mi avrebbe allontanato da tutto quello che fino ad oggi avevo fatto. Perché? Non sono uno psicoterapeuta, non sono la persona adatta a rispondere. Forse volevo misurarmi in un campo in cui la mia storia e il mio cognome contassero zero. Forse era l’unico modo di dimostrare che valgo, al di là di tutto. Mi sono presentato e sono stato preso per le mie qualità. Stop. E sono felice. Alcuni no. Quando dico quello che faccio mi guardano come dire “ma quando tornerai ad occuparti di mafia” o, peggio, evitano di chiedermi del mio lavoro. Se uno ha un neo orribile sul naso non gliene parli ma continui a guardarlo.

Credo sentissi un clima di morte, un’aria pesante, vedevo nero, una sorta di depressione latente. Avevo bisogno di vita, di cose magari “leggere”, ma profondamente vive. Mentre scrivo penso alla potenza vitale di uno stadio, ai cori che sovrastano ogni cosa, alla bellezza tecnica di alcune giocate, alla gioia dei giocatori dopo le segnature. Pensa te. Dalla inchieste su mafia e politica, su Riina e Provenzano, sul Capitano Ultimo e su Mori, a ventidue uomini sudati che corrono da una parte all’altra di un rettangolo appresso ad un pallone. Ho sempre amato il calcio, forse proprio perché lo contrapponevo ai cadaveri, alla morte. E ora è il mio lavoro. Sono nato nel 1985, l’anno dello Scudetto del Verona. Poi dici destino…

Chissà se a parte i libri tornerò mai a fare qualcosa, a mettere il mio corpo in prima fila, a raccontare la storia della mia famiglia. So che per mio nonno e per mio zio ho fatto molto, non sono un ingenuo modesto. Il fatto che ora mia madre abbia ricominciato da dove aveva lasciato, ad agire nella società civile per continuare il racconto delle loro vite eroiche, mi consola.

Forse bisogna fermarsi a volte, piuttosto che ingannare tutti, ma, soprattutto, piuttosto che ingannare se stessi.

Buon Natale a tutti voi, e buon 2014. Il calcio non è male, davvero.

mercoledì 20 novembre 2013

"Polaroid" è ora acquistabile!

Cari amici, sono davvero felice di annunciarvi la pubblicazione del mio primo racconto breve con Adagio eBook. Lascio per un momento la sicurezza documentale delle inchieste per avventurarmi nel sentiero del racconto. Spero possiate aiutarmi nella diffusione di questo titolo a cui tengo molto, alla fine è il mio primogenito narrativo, piccolo anche nel prezzo: 99 centesimi. Aspetto come sempre il vostro giudizio! Cliccate qui per acquistarlo.

lunedì 18 novembre 2013

Polaroid. Un racconto di mafia e di occhiali



“Gli occhiali...”.
“Cosa?”.
“Nulla...”.
“No, davvero, mi dica, perché ha indicato la foto di mio figlio? Lo ha fatto in modo istintivo, come se avesse riconosciuto qualcuno, o qualcosa”.
“Non so dottore, non credo sia importante, è un vecchio ricordo che mi è appena tornato alla memoria...”

Un racconto emozionante. La storia di un bambino e dei suoi occhiali. Una tragedia familiare. Tra pochi giorni su Amazon: http://www.adagioebook.it/

domenica 8 settembre 2013

Nel bagno di Felice Maniero



Caro Felice Maniero, lo ricordi il bagno di casa tua? Si, sono qui. Questo specchio ha visto la tua faccia sorridente per anni dopo i crimini peggiori. Ora non la rivedrà mai più. Alla fine si vince noi.

sabato 7 settembre 2013

La barca di Paolo Borsellino


Vedere il mio amico Salvatore Borsellino al timone della barca che era stata di suo fratello Paolo mi ha provocato un’emozione indescrivibile. Ricordo ancora l’intervista a Mondello per il nostro libro (Fino all’ultimo giorno della mia vita) in cui mi parlava della piccola imbarcazione:
“Dopo aver firmato l’acquisto della casa, avevo subito chiamato Luigi Furitano, un cugino di Agnese che in questo periodo mi si è avvicinato e ciò mi ha fatto molto piacere, per chiedergli di aiutarmi a trovare una lancitedda, la piccola barca di legno, a remi, utilizzata dai pescatori a cui avrei potuto attaccare il mio piccolo motore da 20 cavalli.
Lui, senza che io ne sapessi nulla, ne ha parlato con Manfredi, che quando ha saputo della casa a Mondello, del mio ritorno, mi ha chiamato e mi ha detto che avrebbe affidato a me la barchetta di vetroresina di suo padre, la barca da cui Paolo fece quell’ultimo bagno il 19 luglio del 1992 a Villagrazia di Carini prima di andare a morire in via D’Amelio. La barca era tirata a secco a Cefalù non so da quanti anni, Manfredi l’aveva fatta rimettere a nuovo ma non l’aveva mai adoperata.
Ora me l’affiderà; essa non è solo la barca con cui, lentamente, solcherò il mio mare per rivederlo tutto, ma è la barca di Paolo, e per me anche questo è uno di quei segnali che per me stanno rappresentando qualcosa di incredibile, che fanno vacillare la mia mente scientifica. Giustifico ciò pensando che tutto è comunque spiegabile, ma che, semplicemente, è al di là della scienza attualmente conosciuta.
Io credo che queste cose, questi segni ci siano, che vadano al di là della religione o della fede 175 che io purtroppo ho perso, sono “cose” che fanno sì che le persone morte continuino a vivere in qualche dimensione e ci possano lanciare dei segnali. Altrimenti non mi spiego come mio nipote Manfredi mi sia stato così vicino in questi ultimi mesi, in questi ultimi giorni; lui mi sta dando segnali che sono certo arrivare direttamente da Paolo, che ci sia Paolo dietro a tutto ciò, dietro alla casa, dietro alla barca, lo stesso Paolo che mi chiedeva sempre «ma perché non torni?» e io ogni volta gli rispondevo «ma perché devo tornare?» Allora non capivo, ora sì: c’è un tempo per ogni cosa".

martedì 13 agosto 2013

#RadioMafiopoli 7° Puntata: “In Italia ci sono morti di serie A e di serie B”



Nuova puntata di #RadioMafiopoli, una trasmissione ideata e condotta da Giulio Cavalli e con la partecipazione di Wilditaly.net.
Questa settimana Giulio Cavalli ricorda i morti di serie B uccisi dalla mafia intervistando Benny Calasanzio Borsellino, ragazzo solo omonimo del giudice, ma nipote di due operai uccisi da Cosa Nostra. Il nostro Giampaolo, con la rubrica #CacciaAlLatitante, si occupa di uno stronzetto di nome Mario Riccio, classe 1992, ma già detentore di altissime cariche all’interno della Camorra.

Il Fatto Quotidiano su "Chi sta ammazzando Provenzano"


Verona, gli affari immobiliari del vice di Tosi

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano
Se a Verona dici “Vito Giacino”, dici “Flavio Tosi”. Il vicesindaco, avvocato, classe 1972, è infatti colui di cui l’imperatore leghista si fida di più nonché il suo probabile successore sulla poltrona più importante. Una fedeltà sigillata dall’addio al Pdl, dove era uno dei big regionali, per seguire Flavio nella trionfale avventura civica alla riconquista del palazzo comunale. Dalla scorsa amministrazione ha in mano alcune deleghe chiave della giunta: pianificazione urbanistica, edilizia privata ed edilizia economica popolare. Giacino è l’uomo forte dell’amministrazione che ha dato il via libera a molte opere pubbliche, tra cui la sistemazione del Ponte San Francesco per quasi 3 milioni, realizzate dallaSo.ve.co Spa, holding imprenditoriale che dovrebbe realizzare, con altre imprese, anche il maxi-traforo delle Torricelle, osteggiato dalle associazioni veronesi.
Giacino e sua moglie, Alessandra Lodi, classe ‘79 e avvocato anch’ella, devono fidarsi molto della So.ve.co. Alessandra ha acquistato il 3 agosto 2011 da una ditta della costellazione aziendale, la Chievo 2000 Srl, una piccola unità immobiliare (foglio 124 particella 37 sub 65) in via Isonzo n. 11, che ha poi fatto confluire nel mega-attico al sesto piano in uno dei più quotati quartieri di Verona, Borgo Trento. Il 30 aprile 2010 la signora Lodi in Giacino ha presentato una denuncia di inizio attività per interventi edilizi (variante al progetto, demolizione e ricostruzione della copertura) proprio per quell’appartamento, comunicando che i lavori sarebbero stati coordinati dal progettista Alessandro Dalle Molle.
E, da qui in poi, le carte depositate in Comune raccontano un lungo rapporto lavorativo: il 2 luglio 2010 e il 9 settembre 2010 Alessandra Lodi presenta due Dia per gli ampliamenti e le ristrutturazioni permesse dal Piano Casa e per un impianto fotovoltaico; e il 12 novembre una variante in corso d’opera essenziale. L’8 giugno 2011 è la volta di una segnalazione certificata di inizio attività per altri lavori di ristrutturazione edilizia cosiddetta “leggera”. Il 23 novembre 2011, infine, altra Scia per un altro intervento di ristrutturazione edilizia. A realizzare tutti i lavori in via Isonzo 11 è sempre So.ve.co, la stessa impresa che vince le gare d’appalto e realizza i lavori del comune viceamministrato dal marito.
Dal punto di vista etico è opportuno che un amministratore pubblico di primo livello acquisti beni e servizi da uno dei maggiori beneficiari di appalti pubblici della città? L’abbiamo chiesto direttamente a Vito Giacino: “Per l’acquisto dell’unità, si trattava davvero di una parte insignificante, anche economicamente, e a essere sincero non sapevo nemmeno che la Chievo fosse partecipata dalla So.ve.co. Per le ristrutturazioni invece si trattava di lavori molto complessi e delicati, e ci siamo affidati all’azienda più rinomata e che ci ha fatto un buon prezzo, sempre di mercato ovviamente. Per puro scrupolo – aggiunge il vicesindaco – il 24 febbraio 2012 ho consegnato al segretario comunale tutta la documentazione, comprese le fatture dei lavori e dell’acquisto. Mai avuto a che fare con So.ve.co. durante il mio mandato”.
Sul totale dei lavori Giacino ha preferito non divulgare cifre che definisce “strettamente personali”, ma lefatture che ci ha mostrato velocemente si aggirano sul milione di euro. Un’altra grana per il vice di Tosi è una lettera anonima inviata a tutti i capigruppo del Consiglio comunale e che alcuni di questi hanno girato alla Procura di Verona e che si trova dunque agli atti. Il “corvo” accusa Giacino di “obbligare” le imprese che vogliono lavorare nel settore urbanistico ed edilizio ad affidare consulenze alla moglie.
Un’ombra il corvo la getta anche sul famoso attico di via Isonzo 11: “La progettazione è stata affidata ad alcuni professionisti, ing. Dalle Molle (commissione edilizia), ing. Casagrande (marito della dirigente Salerno e tecnico Soveco Costruzioni”.

venerdì 12 luglio 2013

venerdì 21 giugno 2013

"Chi sta ammazzando Provenzano?"

Cari amici questa è la cover dell'ebook che ho scritto per Adagio Editore e che uscirà tra qualche giorno su Amazon con il titolo "Chi sta ammazzando Provenzano?". All'interno ci saranno interviste esclusive e documenti inediti sui misteri che avvolgono la sorte dell'ultimo padrino.

domenica 2 giugno 2013

Strage di Capaci: cara Tina, chiedi scusa alla Sicilia

Ho aspettato esattamente otto giorni prima di scrivere questo pezzo. Ho imparato a frenare i miei istinti, a riflettere, a raffreddarmi prima di agire. Poi, se le sensazioni permangono, allora vuol dire che non si trattava di irrazionalità e che posso sedermi alla scrivania.

Siamo stanchi della retorica antimafia che non viene mai seguita dai fatti. Noi vogliamo fare memoria, vogliamo ricordare chi ha perso la vita per lo Stato e a Palermo la memoria non interessa più a nessuno”.

È con queste parole che Tina Martinez, moglie dell’agente della Polizia di Stato Antonio Montinaro, ha ricordato suo marito, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani e Rocco Dicillo lo scorso 23 maggio, 21° anniversario della strage di Capaci. La signora Montinaro ha deciso che avrebbe ricordato la strage lontano dalla Sicilia, in Veneto, in provincia di Verona, a due passi da casa mia, e ha portato con sé quello che rimane dell’auto su cui viaggiava suo marito.

Io non sono tra quelli che pensano che chi ha perso qualcuno, chi ha pagato in prima persona la lotta alla mafia, abbia la libertà di dire tutto. Anzi, credo il contrario. Sono convinto che le nostre parole abbiano un peso specifico maggiore di quelle degli altri. Che le nostre parole debbano essere prima di tutto responsabili e degne, non solo per noi ma per i nostri cari, di cui abbiamo l’onere (ma soprattutto l’onore) della memoria. Per questa ragione Tina Montinaro dovrebbe chiedere scusa alla città di Palermo, ai palermitani, alla Sicilia. Perché quello che ha detto è un falso storico, un’accusa infamante in un momento in cui per la prima volta, a Palermo, lo Stato sta processando se stesso, un momento in cui società civile e magistratura sono protratte nel massimo sforzo per dare giustizia anche a lei e ai suoi due figli.

Già, lo dico io che sono uno scappato, che dalla Sicilia sono andato via senza più farvi ritorno, che ho dentro una rabbia di gran lunga superiore all’amore per la mia terra. Lo dico io che più volte ho aspramente criticato, a volte a torto altre a ragione, le realtà antimafia siciliane. Ma che mai ho esitato, con la stessa onestà ma con forza maggiore, ad esaltare quel lavoro costante ed essenziale che proprio esse portano avanti ogni giorno, che piova o che ci sia il sole, che si alzino con il piede destro o con quello sinistro. Loro, a differenza mia e di altri, ci sono sempre, non scappano né portano Capaci fuori dalla Sicilia.
Lo dico io perché sono un neutrale, un apolide, uno senza origini. Che da lontano ho visto cambiare Palermo e la Sicilia grazie a quelle persone che per Tina Montinaro semplicemente non esistono. Ho visto giovani capaci di dire che chi paga il pizzo è senza dignità, uomini e donne che hanno accompagnato noi familiari in un lungo percorso di elaborazione e di “messa in comune” dei nostri ricordi. Ho visto uomini e donne rischiare la propria vita e la propria tranquillità per cambiare quella regione che io ho abbandonato così com’era. A Palermo la memoria interessa eccome, a Palermo forse non si fa abbastanza, ma quel che si fa viene fatto con il cuore, con la testa e con l’anima.

E ora che ho visto posso anche dire. Dire che Antonio Montinaro è una delle vittime innocenti della mafia più ricordate e più ammirate. Posso dire che in ogni manifestazione antimafia il suo nome risuona forte e chiaro. Posso dire che grazie alle sue stesse parole, alla sua statura umana e professionale, Antonio Montinaro è diventato esempio del coraggio e dell’abnegazione della Polizia di Stato. Che grazie al ricordo composto e sobrio di suo fratello Brizio, Antonio gira l’Italia e convince tanti giovani ad arruolarsi. Nessuno ha dimenticato l’agente Montinaro, e le sue parole, incise su un nastro, restituiscono la giusta misura di quel che era: un uomo cosciente dei rischi che correva ma innamorato dello Stato. Antonio Montinaro non appartiene solo alla sua famiglia, ma è l’orgoglio di una nazione. Non può avere un copyright.

Se non lo farà lei, Tina Montinaro, chiederò io scusa a Libera, ad Addio Pizzo, all’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, al Centro Impastato, alla Fondazione Falcone e a tutte le altre realtà che a Palermo combattono ogni giorno contro la mafia e che, in un giorno sacro come il 23 maggio, si sono sentite insultate e umiliate. A quelle realtà a cui la memoria interessa eccome. Scusate perché troppo volte per far rumore si dice che tutto fa schifo e che tutto va male, perché dire così fa impazzire i giornalisti e crea la notizia. Scusate perché sono certo che senza di voi questa regione, la Sicilia, sarebbe una terra peggiore. Scusate perché proprio noi familiari non dovremmo mai distruggere, ma solo costruire. Nel vostro lavoro non c’è retorica, ci sono solo i fatti. Grazie per quello che fate per una regione che forse grazie al vostro lavoro tornerò a considerare “mia”.

lunedì 20 maggio 2013

Libera a fianco della famiglia Borsellino

Dal sito di Libera

La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino, padre e figlio, di Lucca Sicula, piccolo centro collinare di poco più di duemila anime, è la storia di tante vittime di mafia. 

Sono gli anni '80, Giuseppe è un uomo di cinquant'anni, cresciuto a pane e lavoro in una famiglia modesta, Paolo, il figlio poco più che vent'enne segue le orme del padre. I due si occupano di movimento terra e a metà degli anni 80, decidono di acquistare un piccolo impianto usato di calcestruzzo. Da quel momento entrano nel mirino di Cosa nostra. 

Minacce, richieste di soldi, atti intimidatori. I Borsellino non cedono agli appetiti mafiosi. A distanza di otto mesi vengono ammazzati in due agguati. Lo scorso 21 aprile 2013 sono trascorsi 21 anni dal primo barbaro omicidio di Paolo. Entrambi vengono riconosciute vittime innocenti della mafia. 

Nel 2001 la Prefettura di Agrigento ha revocato il riconoscimento di vittima innocente della mafia a Paolo Borsellino in seguito alla dichiarazione di un collaboratore di giustizia le cui parole vengono considerate assolutamente inattendibili con sentenza del 26 luglio 2003 della Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05. 

Oggi il ricordo di Paolo e Giuseppe Borsellino è affidato al nipote, Benny Calasanzio che sta lottando per mantenere viva la loro memoria e ridare dignità al loro sacrificio. Come Libera chiediamo che si faccia piena luce sulla vicenda e che si scriva la verità per un giusto e doveroso riconoscimento ai familiari delle vittime. 

Abbiamo bisogno che i semi di giustizia continuino a crescere ogni giorno nel nostro paese. E che non venga mai dimenticato che è l'impegno quotidiano di tutti il modo migliore per ricordare chi, spesso nella completa solitudine, ha scelto di dire "no" alla mafie.

lunedì 6 maggio 2013

Su Rai Radio 2

Il mio intervento del 4 maggio 2013 al programma di Michele Cucuzza e Chiara Giallonardo su Rai Radio 2, Radio Days sulle ultime vicende legate alla storia di mio nonno e mio zio. Si parla anche del mio ultimo libro, Capitano Ultimo.

domenica 21 aprile 2013

Paolo Borsellino 21 aprile 1992 - 21 aprile 2013

Foto tratta da Dedicato alle vittime delle mafia

Paolo Borsellino ha vinto

Un colpo di fucile non può fermare le idee di libertà di un ragazzo di 32 anni. Quel colpo di fucile ha trasformato mio zio, Paolo Borsellino, da piccolo imprenditore di provincia siciliana in un esempio per tutti quei giovani che oggi, 21 anni dopo, conoscono la sua storia, una storia di vittoria di cui oggi ricorre l'anniversario. Oggi è la sua festa, il dolore è stato cancellato dall'orgoglio di essere suoi cari. Stateci accanto nella battaglia per il suo ri-riconoscimento come vittima innocente della mafia. Non lasciateci soli.

sabato 20 aprile 2013

Mafia: 21 anni fa l’omicidio dell’imprenditore Paolo Borsellino. S. Alfano: “Gli sia restituito il riconoscimento di vittima innocente”

PALERMO, 20 APR – “Paolo Borsellino era un giovane imprenditore che Cosa Nostra uccise, a soli 32 anni, il 21 aprile del 1992, a Lucca Sicula (Ag). Un uomo che ha sacrificato la propria vita per non scendere a compromessi con la criminalità. Una storia struggente, quella della famiglia Borsellino. Pochi mesi dopo la morte di Paolo, il padre Giuseppe venne ucciso perché come lui non aveva abbassato la testa di fronte all’arroganza mafiosa e aveva fatto i nomi degli assassini del figlio. A questi piccoli grandi eroi di tutti i giorni, troppo spesso dimenticati, va il pensiero e il rispetto di tutte le persone oneste, che si battono per l’affermazione della legalità”.

Sonia Alfano (Presidente della Commissione Antimafia Europea e dell’Associazione Nazionale familiari vittime di mafia) ricorda l’impreditore Paolo Borsellino, vittima innocente della mafia, nel giorno del 21° anniversario della sua uccisione.

“Dopo tanti anni – spiega Sonia Alfano – non solo per Paolo Borsellino non è stata fatta giustizia, ma nel 2001 gli è stato persino revocato il riconoscimento di vittima innocente della mafia, in virtù delle dichiarazioni di un falso collaboratore di giustizia. Un collaboratore le cui rivelazioni sono state dichiarate del tutto inattendibili con sentenza della Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza della Suprema Corte di Cassazione. Oltre alla lotta contro la mafia, i familiari delle vittime sono costretti a portare avanti anche quella contro la burocrazia. La famiglia di Paolo Borsellino, infatti – racconta Sonia Alfano – ha proposto ricorso contro questa evidente ingiustizia: un’iniziativa che appoggio e sostengo con tutte le mie forze. Oggi, nel giorno del ricordo, mi stringo ancora una volta alla famiglia Borsellino e, in particolare, al nipote Benny, cui mi legano da molto tempo le stesse battaglie per la legalità”.

mercoledì 10 aprile 2013

Mafia, riabilitare le vittime innocenti


Ci eravamo rassegnati, noi familiari di Giuseppe e Paolo Borsellinogli imprenditori di Lucca Sicula uccisi da cosa nostra nel 1992 a causa della loro schiena dritta, a restituire loro l’onore della memoria al di fuori dalla aule di giustizia, che dopo un ventennio ci avevano dato solo il killer di mio nonno Giuseppe, Emanuele Radosta; niente mandanti e niente di niente rispetto all’omicidio di mio zio Paolo, dalla cui morte il prossimo 21 aprile saranno trascorsi 21 anni. Avremmo rimediato noi parlando con la gente, raccontando all’Italia intera chi erano questi due uomini guidati non dal coraggio ma dalla dignità. Ci eravamo rassegnati ad accettare, dopo le beffe processuali, anche la revoca del riconoscimento di vittima innocente della mafia a mio zio Paolo; nessuno dei miei familiari aveva la forza di combattere ancora, non contro la mafia, ma contro la cieca burocrazia. “Diamoci da fare per raccontare la verità in giro, sui giornali, in tv, sui libri” ci eravamo detti. 
Essere vittima innocente della mafia vuol dire che, alla luce di indagini approfondite, non risulta alcun legame con ambienti criminali. Che la vittima è innocente e cristallina, uccisa per la propria onestà o per sbaglio. E vittime innocenti della mafia, mio zio e mio nonno, lo erano stati riconosciuti immediatamente. Per tutti gli uffici essi erano morti per difendere con le unghie e con i denti la loro azienda di calcestruzzi dagli appetiti mafiosi.
Poi, nel 1998, la Prefettura di Agrigento comunica che la posizione di Paolo necessita di approfondimenti, e nel 2001 ad egli viene revocato il riconoscimento. La ragione è molto semplice: in seguito all’esame di un collaboratore di giustizia, Salvatore Inga, la Direzione distrettuale antimafia di Palermo (competente su Agrigento) si convince che mio zio Paolo sia stato ucciso perché poteva aver avuto un ruolo nell’assassinio di un boss di Villafranca Sicula, Stefano Radosta, che, secondo il pentito, pretendeva il pagamento di un debito risultato poi inesistente.

La DDA, celerissima nell’avvalorare le propalazioni del “prezioso” collaboratore, tralascia però di comunicare alla Prefettura che le dichiarazioni di Inga vengono considerate assolutamente inattendibili con sentenza del 26 luglio 2003 della Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05, che assolve Mario Davilla, Calogero Sala e Giuseppe Maurello dall’omicidio di mio nonno Giuseppe; tutti assolti proprio perché quanto dichiarato dal pentito non merita alcuna credibilità: “il giudizio di ‘intrinseca attendibilità’ sbrigativamente formulato dai primi giudici in ordine all’intero racconto di Inga, appare non tenere minimamente conto dell’effettivo contesto emerso dalle indagini svolte dagli inquirenti ancora prima della uccisione del Borsellino e di altre emergenze processuali di segno opposto” scrivono i giudici di Appello. Dunque mio zio rimane una vittima “non” innocente nonostante il suo accusatore sia stato sconfessato su tutta la linea e non esista nient’altro sul suo (cristallino) conto. Appare scontato come la ragione di tutta questa manovra mafiosa, che ha avuto Inga come suo strumento, fosse quella di cancellare il sacrificio fatto da due persone per bene, infangando la loro memoria.
Siamo rimasti in silenzio per otto anni. Nessuno di noi se la sentiva più di immergersi ancora una volta nelle carte per dimostrare la totale innocenza di mio zio Paolo. Ci eravamo, semplicemente, rassegnati. Fino ad oggi. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di ricominciare, abbiamo capito che la nostra battaglia non poteva finire così. Così dopo un lungo lavoro di studio delle sentenze, delle note della DDA e della Prefettura, abbiamo presentato pochi giorni fa un corposo ricorso contro quella che, stando proprio alle sentenze, è una colossale ingiustizia condita da superficialità nel momento in cui, venuta a galla la verità, nessuno si è preoccupato di riabilitare mio zio Paolo e presentare delle scuse ai suoi familiari. 
Noi familiari siamo colpevoli di aver fatto trascorrere otto lunghissimi anni prima di reagire. E di questo dobbiamo scusarci in primis con mio zio Paolo. Abbiamo lasciato che la sua memoria venisse infangata da un pataccaro vestito da collaboratore di giustizia. Ma eravamo, tutti noi, impegnati a sopravvivere a quanto era accaduto vent’anni prima.
Ora che abbiamo iniziato, non ci fermeremo più fino a quando mio zio non avrà quello che gli spetta, ovvero il riconoscimento di vittima innocente della mafia.

giovedì 4 aprile 2013

Se si arrabbia Di Matteo...


Diciamoci la verità: erano convinti, "gli amici romani di Matteo", che partito Ingroia per il Guatemala prima e per la Rivoluzione Civile poi, il processo sulla Trattativa Stato-mafia si sarebbe afflosciato come un soufflé sbagliato. Erano convinti, loro e gli altri amici degli amici, che quel processo "fondato su teoremi" si sarebbe schiantato contro un muro di cemento armato chiamato udienza preliminare. Erano convinti, insomma, che Ingroia se ne fosse andato proprio per evitare di partecipare al bagno di sangue mediatico (dopo quello, prospettato, giudiziario).

Purtroppo i "noti amici" non conoscevano bene gli altri. Avevano sottovalutato Vittorio TeresiFrancesco Del BeneLia Sava e il giovane Roberto Tartaglia. Ma soprattutto lui. Il "buono", il "temperato", il "timido". Pensavano che Nino Di Matteo non potesse sopportare mediaticamente (e psicologicamente) il ruolo di punta di diamante dell'accusa palermitana. Questo perché, molto probabilmente, ahi loro, non lo hanno mai visto nel suo habitat naturale, in Aula. Perché il Di Matteo magistrato che esercita la funzione della pubblica accusa fa paura. E tanta.

Credo, dunque, che lo scopo delle missive anonime che annunciano il ritorno allo stragismo, partendo proprio dal pm che indossò la toga nell'anno nero della Repubblica Italiana, sia tastare il polso al magistrato per "vedere di nascosto l'effetto che fa".  Pensavano, gli amici romani di Messina Denaro, che Nino Di Matteo il "buono" non avrebbe potuto continuare a lavorare serenamente sapendo che, così dicono, sarebbe già arrivato a Palermo il tritolo anche per lui. Che qualcuno conosce i suoi spostamenti meglio di lui.

Dicono quelli che lo hanno sentito al telefono, aspettandosi ingenuamente un uomo teso e messo all'angolo, di aver sentito Di Matteo carico e determinato come nei giorni migliori. Dicono che sia sereno perché "anche questo fa parte del lavoro che ha scelto di fare". O meglio, della missione che ha voluto intraprendere ormai vent'anni fa. Dicono che non ha paura perché l'affetto della gente sovrasta gli spifferi di qualcuno che, indipendentemente dalle motivazioni, tenta di creare paura e tensione, ben sapendo che le analogie con il 1992, in questo momento, sono parecchie.

Occhio però. Dicono che Di Matteo sia un buon marito, un buon padre. Che sia una persona con il cuore grande. Ed è vero. Ma Di Matteo non è un don Abbondio, manco un po'. Io l'ho visto mentre rappresentava lo Stato in un'Aula di giustizia. Ho visto un uomo con la toga che ha come unici vincoli le leggi italiane e la Costituzione. Un uomo che non si fermerebbe e non si fermerà mai perché "arrendersi" non è contemplato nel suo vocabolario e in quello dei suoi maestri; tantomeno "trattare". Quindi, agli "amici romani di Matteo" e ai grafomani anonimi, un consiglio spassionato: lasciate perdere, andate al mare. Di Matteo non è un Mannino qualunque

P.s. Do per scontato che procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, abbia già iniziato le pratiche per l'archiviazione del fumettistico procedimento disciplinare nei confronti di Di Matteo, accusato di avere violato i "doveri di diligenza e di riserbo", e il "diritto alla riservatezza" del Capo dello Stato, confermando in un'intervista l'esistenza delle conversazioni intercettate tra Mancino e Napolitano, svelate il giorno prima non da uno, ma da due giornali.

venerdì 22 marzo 2013

Le spese dei gruppi consiliari della Provincia di Verona

Di seguito pubblico i resoconti, dal 2009 al 2012, di come i gruppi consiliari della Provincia di Verona hanno impegnato le somme che l'ente mette loro a disposizione ogni anno, circa 40 mila euro, da dividere in base al numero degli eletti nel gruppo. Ovviamente non c'è nessun obbligo di esaurirli tutti ogni anno: i fondi non utilizzati, come prevede la legge, tornerebbero nella disponibilità della Provincia.




domenica 17 marzo 2013

E se Libera non esistesse?


Ieri a Firenze 150 mila persone ci hanno preso per mano, ci hanno abbracciati, ci hanno ricordato che il dolore non è solo nostro, che tenerlo per noi non può essere una scelta perché il ricordo di una vittima innocente della mafia è un patrimonio per tutti. Ci hanno proposto di condividerlo, di parlarne per combatterlo. Ci hanno “scortato” per le vie di Firenze, protetti dai lunghissimi cordoni umani dei scout. Eravamo lì, oltre 500 familiari delle oltre 900 vittime innocenti della mafia. Eravamo lì con le nostre facce, con i nostri corpi a dire alla camorra, alla ‘ndrangheta, alla Sacra Corona Unita e a Cosa Nostra che abbiamo vinto noi, che la violenza ha generato una resistenza che, prima o poi, li travolgerà.
Non sono mai stato un buonista. Certe volte sono stato in disaccordo con Libera per alcune cose dette e per altre non dette, per alcune cose fatte e per altre non fatte. Poi mi sono avvicinato alla famiglia più numerosa d’Italia e ho iniziato a partecipare alle giornate della Memoria e dell’Impegno. Ho iniziato a guardare quelle madri, quei padri, quei fratelli, quei mariti, quelle mogli di persone innocenti strappate alla vita dalla violenza mafiosa e ho iniziato a chiedermi: ma se non ci fosse Libera, se Libera non esistesse, tutte queste persone oggi dove sarebbero? Sarebbero mai riuscite ad iniziare un percorso di elaborazione, di condivisione del dolore? Sarebbero mai uscite dal buio e dal silenzio dell’“in fondo se la sono cercata” che sibilano compiaciuti i “paesani” della vittima? Senza Libera oggi tutti noi dove saremmo?
Non serve molta immaginazione. Saremmo, molto semplicemente, soli. Ognuno per se e nessuno per tutti. Saremmo, molto semplicemente, soli e non avremmo nemmeno una legge, sottoscritta da un milione di italiani, che prevede l’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività. Saremmo soli a consumarci lentamente, a spegnerci, a cercare dubbie sponde per raccontare all’Italia che i morti non sono tutti uguali, che le vittime innocenti non possono essere accomunate a quelle di mafia. La memoria dei nostri parenti sarebbe destinata all’oblio una volta esaurita la breve durata di una vita terrena.
Per queste ragioni, ma ce ne sarebbero almeno cento, devo dire grazie a Libera e a tutti i suoi volontari, a don Luigi Ciotti e ai suoi collaboratori, a tutti quelli che ci permettono di vivere una vita migliore, una vita votata all’impegno, alla testimonianza, al riscatto. Ho visto persone, come mia mamma, tornare a vivere. Ne ho viste altre riuscire a parlare del proprio marito dopo trent’anni di silenzio e di lacrime. Ma dire grazie non basta. Bisogna sporcarsi le mani, darsi da fare, mettercela tutta. E dunque, Libera e Liberi, scusate il ritardo.

I tre Borsellino e il 19 luglio del 1992


Il gracchiare del mio vecchio fax, che di fogli ne sputa assai pochi, mi annuncia l’arrivo di ciò che aspettavo da parecchie settimane. Qualcosa sta per uscire dalla fessura impolverata e sporca di toner.
“In data odierna è stato prelevato ed esaminato il giornale da lei indicato ai fini dell’estrazione dell’articolo da lei richiesto”.
È il fax che aspettavo. Mi arriva dalla biblioteca di Agrigento. Dopo il primo foglio, che scivola per terra, lentamente esce la seconda pagina. Intravedo il titolo e le foto sgranate.
L’articolo è del 19 luglio del 1992, pubblicato dal giornale La Sicilia e firmato dal giornalista Franco Castaldo, oggi direttore del periodico Grandangolo.
Ad un primo sguardo mi chiedo cosa diamine mi abbiano spedito da Agrigento: il titolo, infatti, parla di alcune minacce ad un magistrato. Non era quello che cercavo. E invece, leggendo il testo, capisco.
Destinataria delle minacce di stampo mafioso era stata una giovane pubblico ministero faentina, Morena Plazzi. Il giornalista, riferendo delle intimidazioni, per la prima volta rendeva nota una notizia fino ad allora coperta dal più stretto riserbo: la Plazzi stava raccogliendo le dichiarazioni di un parente di Paolo Borsellino, l’imprenditore ucciso circa tre mesi prima, il 21 aprile del 1992. “Un’inchiesta delicatissima che potrebbe portare da un momento all’altro a clamorosi risultati” scriveva il giornalista. E quel parente non poteva che essere mio nonno, Giuseppe Borsellino. Mancavano, infatti, solo le generalità, ma sarebbero state superflue. Da quando le rotative avevano sfornato le copie calde, il ruolo di mio nonno nelle indagini era divenuto di pubblico dominio.
È il 19 luglio del 1992. Immagino il caos e la paura che regnava a casa mia dopo che la collaborazione di mio nonno era stata svelata. Non nel mondo mafioso, certo: grazie anche ad un cancelliere corrotto, i boss sapevano sin dal principio del contributo di mio nonno alle indagini della Plazzi.
È il 19 luglio del 1992. Alle 16.55 Paolo Borsellino salterà in aria in via D’Amelio e con lui Emanuela LoiWalter Eddie CosinaAgostino CatalanoClaudio Traina e Vincenzo Li Muli. Morena Plazzi in quelle ore si trova in compagnia dei giornalisti Franco Viviano e Alessandra Ziniti. Ha sentito il giudice Borsellino solo due giorni prima. Avranno parlato di quelle minacce, delle risultanze delle indagini. I tre partono subito verso il fumo e la polvere del cratere palermitano.
È il 19 luglio del 1992. Due Borsellino erano già morti; per il terzo era appena stata resa nota una sentenza capitale, forse emessa molto tempo prima. Da quell’articolo, infatti, mio nonno capì che nessuno avrebbe più potuto salvarlo.
Molte coincidenze, tanti intrecci, storie che si sfiorano e poi fuggono, omonimie che confondono e stordiscono. Tanti tasselli che pian piano riemergono e restituiscono un puzzle di memoria e di memorie che noi, fino all’ultimo dei nostri giorni, tuteleremo dall’oblio e dai veleni.

lunedì 4 marzo 2013

Lo stragista La Barbera a Verona, tra rally e appalti




Articolo pubblicato sull'edizione cartacea del Fatto Quotidiano del 24 febbraio.

Una Lancia Delta Hf Integrale. Fu la regina dei rally l'auto che il 23 maggio del 1992 affiancò, dalla strada parallela, il corteo di Fiat Croma blindate che dall'aeroporto di Punta Raisi muoveva verso Palermo.

Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, insieme all'agente Giuseppe Costanza, erano sull'auto in mezzo. Sull'apripista gli agenti Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro. In coda Angelo Corbo, Gaspare Cervello e Paolo Capuzza.

Su quella Delta, con gli occhi fissi sul tachimetro, c'era invece l'allora sconosciuto (e incensurato) Gioacchino La Barbera. Doveva rilevare la velocità di marcia del corteo e comunicarla a Giovanni Brusca che così avrebbe premuto il pulsante del trasmettitore al momento giusto.

Quell'auto di morte dal 31 maggio al 2 giugno del 1991 era regolarmente iscritta alla XIV edizione della gara veronese di velocità in salita Caprino-Spiazzi. E guardando l'elenco ormai ingiallito dei partenti, recuperato per Il Fatto Quotidiano dall'Aci di Verona, un brivido percorre tutta la schiena: il pilota del “bolide” era proprio “La Barbera Gioacchino. Ordine di partenza n. 90, numero di gara 337”.

Una storia fino ad oggi inedita, di cui esiste però un testimone d'eccezione che all'epoca era solo un bambino affascinato dal mondo delle corse. Enrico Gastaldelli quel pilota lo ricorda bene: “Cercava un assetto sportivo per la sua Lancia e mio padre era noto come preparatore nell'ambiente veronese”.

Fu allora che la frequentazione con quel siciliano e con i suoi accompagnatori si intensificò e coinvolse anche la famiglia del meccanico. La sua Delta grigia in breve venne allestita con i sistemi di sicurezza e con le componenti racing.

“Iniziammo a vederci con una certa continuità anche a casa, a Cavaion Veronese. In officina la Delta prendeva una forma sempre più “corsaiola”, mentre a casa ci si abbandonava ai piaceri della cucina di mia madre. Io e mio fratello, che all'epoca avevamo dieci e sette anni, andavamo sempre in auto con La Barbera. Ci attirava soprattutto il suo enorme telefono cellulare portatile: non ne avevamo mai visto uno” ricorda Enrico che oggi ha 31 anni, è sposato con Laura e suona nel suo gruppo, i “LAMbdA”.

Un tipo particolare La Barbera: “Ricordo di averlo incontrato subito dopo il suo pentimento – ci racconta oggi il pubblico ministero della Dda di Palermo Nino Di Matteo –. Aveva questo fare da uomo vissuto, che certamente destava attenzione, non era certo un 'pedi 'ncritati', come con spregio venivano definiti i corleonesi”. E anche i ricordi di Enrico coincidono: “Era molto galante, si presentava ogni volta con un omaggio floreale o con dei cioccolatini, sempre con camicie ben stirate. Parlava pochissimo, con educazione e signorilità, e se uscivamo a cena offriva sempre lui”.

In quel periodo La Barbera viveva a Nogara, dove lavorava ad alcuni appalti. Tanto che aveva iniziato a portare all'officina Gastaldelli anche i mezzi di lavoro. “Tutti i conti – ci spiega oggi Enrico – venivano regolarmente pagati, sovente con con assegni compilati dai suoi accompagnatori; lui si limitava a firmarli con una penna d'oro”.

Tra le carte dell'Aci manca l'ordine di arrivo della sua categoria, ma a quanto ricordano gli organizzatori egli non andò poi così male. Poi, nell'autunno del 1991, la Lancia Delta venne riadattata all'uso stradale e le componenti racing furono vendute.

“Le visite si diradarono e ad un certo punto scomparve. Mio padre cercò invano di rintracciarlo ma non sapemmo più nulla di Gioacchino La Barbera fino a quando...”. Il racconto di Enrico si interrompe.

Il boss, dopo l'esperienza in terra veronese, tornerà a Palermo, stringerà i suoi rapporti con la famiglia di Altofonte e parteciperà alla strage di Capaci con un ruolo di primissimo piano. Rimarrà un fantasma fino a quando verrà intercettato nel covo via Ughetti, insieme ad Antonino Gioè: “Ddocu... a Capaci.... unni ci fici l’attentatuni”. Lì, a Capaci, dove gli feci l'“attentatuni”. Verrà arrestato, deciderà si saltare il fosso e pentirsi e verrà condannato a 14 anni di reclusione. E a Verona non tornerà mai più.

Lo stragista La Barbera a Verona


lunedì 18 febbraio 2013

Così Ayala finì davanti ad un giudice


Il 22 aprile 2013 sarà un giorno importante. A due anni dalla querela sporta da Salvatore BorsellinoGiuseppe Ayala, "l'amico di Giovanni e Paolo", come si definisce a pagamento durante i suoi spettacoli, dovrà rispondere, davanti a un giudice, per aver dato del "malato mentale" e del "caso umano" a Salvatore Borsellino, paragonandolo infine a Caino, l'assassino di Abele. Salvatore aveva avuto come unica macchia non l'aver ucciso suo fratello Paolo bensì l'aver posto ad Ayala delle semplici domande. Queste domandeE il pm del Maxi-processo, anziché rispondere, aveva preferito dargli del pazzo.

Il 22 aprile io sarò accanto al mio amico Salvatore e spero di non essere il solo. Perché l'Agenda Rossa è sparita in un batti-ribatti tra lo stesso attore teatrale e il carabinieri Giovanni Arcangioli. Che non sia questa la volta buona in cui Ayala rilasci una e una sola dichiarazione vera dopo aver cambiato versione una mezza dozzina di volte.

Di seguito la citazione a giudizio.

Decreto di citazione diretta a giudizio
- art. 552 c.p.p. -

Il pubblico ministero

visti gli atti del procedimento penale indicato in epigrafe, iscritto il 16 marzo 2011 nei confronti di Ayala Giuseppe, nato a Caltanissetta il 18/05/1945, elettivamente domiciliato presso lo studio del difensore di fiducia, Avv. Madia Titta, del Foro di Roma, con studio in Roma, via dei Colli della Farnesiana n. 144. Difensori di fiducia: Avv. Madia Titta del Foro di Roma, con studio in Roma, via Dei Colli della Farnesina n.144 ed Avv. Palazzo Fabio Marzio, del Foro di Milano, con studio in Milano, Corso Venezia n. 61.

Imputato

del delitto previsto e punito dell'art. 995 commi 1°, 2° e 3° comma c.p., per aver leso la reputazione di Borsellino Salvatore, rendendo una video-intervista a Giulia Sarti del "Movimento 5 Stelle", in occasione di uno spettacolo teatrale tratto da un libro dello stesso Giuseppe Ayala, nel corso della quale, riferendosi a Borsellino Salvatore, affermava che trattavasi "palesemente di un caso umano" e che le domande pubblicamente rivoltegli dallo stesso con riferimento alla strage di via D'Amelio, e segnatamente concernenti un incontro al Viminale che Paolo Borsellino avrebbe avuto con l'allora Ministro dell'Interno e con riguardo alla c.d. "sparizione della agenda rossa", supporto cartaceo sul quale Paolo Borsellino annotava gli avvenimenti di maggiore importanza, in particolare dopo la strage di Capaci, erano "farneticazioni di una persona che non sta bene" ovvero che Salvatore Borsellino sarebbe affetto da "problemi di sanità mentale" e che "quelle di Salvatore Borsellino non sono domande… sono farneticazioni… me ne assumo la responsabilità… di una persona che non sta probabilmente bene… e non sono il solo che lo dice…", aggiungendo poi che "anche Abele aveva un fratello", accostando in tal modo la persona di Salvatore Borsellino a quella di "Caino".

L'udienza è fissata davanti al Tribunale di Milano, Sezione penale 2a, in composizione monocratica per il giorno 22 aprile 2012, ore 9,30 nell'aula 2bis, piano 3° in Milano, via Freguglia n.1