lunedì 31 dicembre 2012

Direzione nazionale antimafia, ridate quel posto a Caselli


Dopo lo “spostamento” di ruolo di Pietro Grasso da procuratore nazionale antimafia a candidato del Partito Democratico alle prossime elezioni politiche (“il Pd è la mia casa”, e gente come Vladimiro Crisafulli il suo coinquilino), si è aperta la corsa alla successione del magistrato palermitano che era stato giudice a latere nel maxiprocesso a cosa nostra istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E si fanno già i primi nomi: dai più affascinanti ma che francamente hanno poche possibilità, come Ilda Boccassini e Roberto Scarpinato, a quelli più probabili, come Franco Roberti e Roberto Alfonso.
Durante la conferenza stampa in cui ha annunciato la sua candidaturaAntonio Ingroia ha provato a ristabilire una verità troppo spesso dimenticata: nel 2005, dopo la fine dell’incarico di Pier Luigi Vigna, il magistrato destinato a ricoprire la funzione di procuratore nazionale antimafia, a parere di molti, era Giancarlo Caselli. Il decreto legge del 20 novembre 1991, convertito il 20 gennaio successivo, all’art. 6 prevedeva infatti che “alla Direzione è preposto un magistrato avente qualifica non inferiore a quella di magistrato di Cassazione (Caselli lo era dal 1991, Nda), scelto tra coloro che hanno svolto anche non continuativamente, per un periodo non inferiore a dieci anni, funzioni di pubblico ministero o giudice istruttore, sulla base di specifiche attitudini, capacità organizzative ed esperienze nella trattazione di procedimenti relativi alla criminalità organizzata. L’anzianità nel ruolo può essere valutata solo ove risultino equivalenti i requisiti professionali”.
Dal 15 gennaio del 1993, giorno dell’arresto di Totò Riina, fino al 1999 Caselli era stato procuratore capo a Palermo dando il via ad un’irripetibile stagione interrotta proprio dall’arrivo di Pietro Grasso, considerato, anche da molti magistrati di quella procura, un “normalizzatore”.
Ma il provvidenziale governo Berlusconi, grazie all’emendamento firmato dall’ex An Luigi Bobbio presentato nell’ambito della controriforma dell’ordinamento giudiziario, cancellò per sempre la possibilità che il canuto magistrato piemontese sedesse su quella poltrona. L’emendamento indicava infatti come tetto massimo per l’assegnazione degli incarichi direttivi l’età di 66 anni ed escludeva coloro che non potevano garantire quattro anni di presenza prima dell’età pensionabile. Mancava solo che ci fosse scritto che erano esclusi dalla “gara” tutti quelli che avevano un cognome che iniziasse con “C” e finisse con “aselli”. Anche se sembra (ed effettivamente era) una legge contra personam, che doveva far pagare a Caselli le sue indagini sui rapporti mafia politica, in testa il processo Andreotti, Piero Grasso accettò l’incarico senza fare una piega. Mors tua vita mea.
Nessuna sorpresa, dunque, quando nel maggio scorso, a pochi giorni dal ventesimo anniversario della strage di Capaci, Grasso fece la memorabile e blasfema dichiarazione: “darei un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia”. E per forza (Italia): senza Silvio e gli altri sventurati il buon Grasso mai sarebbe riuscito a diventare procuratore nazionale, sovrastato per esperienza, coraggio e carisma dal buon Caselli.
Per queste ragioni, dopo lo scippo del 2005, sarebbe giusto e soprattutto necessario, vista la carriera e le capacità unanimemente riconosciute a Giancarlo Caselli, che quel posto venga oggi assegnato, o meglio, ridato a lui.

giovedì 20 dicembre 2012

Chi sta uccidendo Provenzano


Immagino che, alla luce delle ultime notizie sulle condizioni di salute di Bernardo Provenzano, molti degli uomini e delle donne che si occupano o semplicemente hanno a cuore i diritti dei detenuti, siano abbastanza indignati per il fatto che un povero vecchio, indipendentemente dal fatto che sia uno dei boss mafiosi più sanguinari, stia per morire chiuso in una cella, malato e in totale isolamento.
Io ho lavorato per un anno in un carcere del Veneto: tenevo, insieme ad un valido cronista, un corso di giornalismo in una delle sezioni più difficili, quella dei “sex offenders”. E lì ho conosciuto proprio quegli uomini e quelle donne: so che sono motivati da uno spirito di grande umanità. Per questo immagino il loro stato d’animo nell’assistere a questi ultimi accadimenti e in parte li capisco.
È bene precisare a loro, e a tutti noi, che i responsabili di tutto quello che sta accadendo a Bernardo Provenzano non sono i magistrati di sorveglianza, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, i direttori delle carceri e giù a scendere. Anche se può sembrare assurdo per il comune sentire, le condizioni fisiche di Provenzano sono state, fino a prima dell’ultima caduta, compatibili con il regime di detenzione carceraria: quando egli infatti ha necessitato di maggiore assistenza sanitaria, è stato trasferito in ospedale per poi fare ritorno, una volta “guarito”, in galera. Così è sempre stato in questi anni.
Chi lo sta uccidendo dunque non sono gli uomini e le leggi dello Stato, ma le persone a lui molto vicine, quelle che hanno convinto il vecchio boss a tenere la bocca chiusa proprio quando era in procinto di collaborare con la giustizia, come dimostrato negli incontri avuti con i parlamentari Sonia Alfano e Beppe Lumia. Alla proposta di pentirsi, avanzata dai due politici che da sempre si occupano di mafia, il padrino (dimostrando perfetta lucidità) avrebbe risposto “Sì, ma i miei figli non devono andare al macello”. E dopo che Alfano e Lumia gli avrebbero offerto rassicurazioni in termini di “serietà dei magistrati”, Provenzano avrebbe concluso: “Fatemici parlare (con i figli, Ndr), e poi sarà la volontà di Dio”.
Se avesse collaborato, stando alla legge sui benefici concessi ai collaboratori di giustizia, certamente avrebbe lasciato quantomeno il 41 bis e avrebbe potuto finire la sua vita in modo dignitoso, magari accanto ai familiari: possibilità che egli non ha mai lasciato ai parenti delle sue vittime.
E invece no. Qualcuno lo ha convinto a stare zitto, a rimanere in galera, a costo di spaccarsi la testa in una delle sue quotidiane cadute. Qualcuno lo ha pregato di tacere, di morire come un cane senza dar fastidio. Probabilmente glielo hanno chiesto come atto di estremo amore.
Chiedo a suo figlio Angelo, così indignato per le condizioni di detenzione del padre, se pensa che così l’”onore” della famiglia sia salvo. Io, che pur figlio di mafioso non sono, avrei lottato con le unghie e con i denti per far uscire mio padre dall’inferno del 41 bis, lo avrei convinto a rinunciare alla sua idiota omertàNon sarei andato in tv a farfugliare velate minacce e ad usare un vocabolario di stampo mafioso ormai vetusto, ma sarei andato da lui a chiedergli di tornare da noi, in qualunque modo.
Non so quanto vivrà Provenzano. Non so dove morirà. Nessuno gli negherà il trattamento sanitario e detentivo adeguato alle sue condizioni, perché i diritti sono e devono essere uguali per tutti, anche per chi non ha mai rispettato quelli degli altri. Ma se fosse mio padre a me non basterebbe. Forse c’è ancora tempo, forse, se un briciolo di affetto familiare in quel contesto è mai esistito, potrebbe emergere ora, alla vigilia di questo Natale che per loro, falsi cattolici rinnegati dalla Chiesa, ha un significato ancestrale.
Collaborare per avere un fine vita meno amaro e meno solo non è un ricatto, è una possibilità.

mercoledì 19 dicembre 2012

Ma io sto con Ingroia-uomo (prima di tutto)


Nelle ultime vicende che hanno riguardato l'ex procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, oggi capo dell'Unità di investigazione della Commissione internazionale contro l'impunità in Guatemala, Antonio Ingroia, ovvero quelle legate all'ormai prossima discesa nell'agone politico, a fare da protagonista è un dibattito tra chi appoggia la sua scelta e chi, invece, spera che ci ripensi, torni dal Guatemala e rientri a Palermo a fare la punta di diamante della procura. Un dibattito che, a parte le idiozie dei soliti pasdaran, è stato corretto e soprattutto utile. 

Tra coloro che hanno chiesto ad Ingroia di rimanere a fare il magistrato ci sono amici non certo tacciabili di pregiudizialità, come Antonio Padellaro ("meglio magistrato che candidato") e Peter Gomez, ma anche chi lo ha sempre stimato incondizionatamente, come Giovanna Maggiani Chelli e alcune facce storiche del movimento di Salvatore Borsellino, le Agende Rosse. Ignorare o deridere queste opinioni sarebbe un grave errore.

Nessuno di loro ha infatti accusato Ingroia di essere un furbastro, un saltoquaglista. Le motivazioni sono tutte condivisibili: accettando una candidatura politica, qualunque essa sia, Ingroia sarebbe subito accusato di aver fatto alcune delle inchieste di cui è stato titolare solo per acquisire la notorietà che gli consente ora di avere un certo seguito mediatico. Tradirebbe la terzietà (morale e giudiziaria) e darebbe adito ai vagheggiamenti di gente come Dell'Utri.

Io la penso diversamente. Credo che nella vita di un uomo ci siano varie fasi. E che una volta ritenuta esaurita una di esse, per tanti motivi, intrinsechi ed estrinsechi, si debba cambiare se si vuole rimanere vivi dentro. Certo, ci sono uomini, mi direte, che invece vivono tutta una vita in una fase, riconoscendosi pienamente in essa; non esiste, credo, una via migliore o più etica di un'altra. Antonio Ingroia dal 1987 ha addosso una toga che non si è mai tolto, nemmeno quando, prima ancora del suo maestro Paolo Borsellino, era diventato egli stesso obiettivo di Cosa nostra, che per mandare un messaggio alla procura di Marsala, prima di alzare il tiro avrebbe voluto uccidere un allievo di Borsellino. Quella toga l'ha tenuta addosso, cucita sulla pelle, nel maggio del 1992 così come dopo il luglio dello stesso anno. Fino ad oggi. In mezzo ci sono stati successi giudiziari ma anche delusioni e amarezze, culminate nel "mascalzone" che gli ha rivolto in diretta televisiva un tipo abbastanza discutibile come l'ex ministro Calogero Mannino, oggi indagato nell'ambito della trattativa Stato-mafia.

Ingroia in questi anni si è prestato a fare da parafulmine a tutta la Dda di Palermo, riuscendo ad essere unico obiettivo degli strali della politica e dei procedimenti disciplinari del Csm, garantendo così un ampio spazio di manovra ai suoi sostituti.

Poi però ti guardi indietro e dal 1987 sono passati 25 anni e se sulle spalle, insieme alla toga, di anni nei hai 53, pensi che forse è arrivato il momento di cambiare, che di vita ne hai una e che la vuoi vivere fino in fondo per non avere alcun rimpianto. Comprendi che hai dato tutto quello che potevi alla Giustizia, compresa la tua sicurezza e quella dei tuoi cari, che hanno vissuto un quarto di secolo tra sirene e armi spianate. E che ora tocca ad altri, che grazie al tuo impegno e alla tua autorevolezza hai contribuito a formare una classe di pm all'altezza di processare, finalmente, lo Stato.

Il 15 dicembre scorso, nell'ambito della commemorazione dell'omicidio di mio nonno, l'imprenditore Giuseppe Borsellinodon Luigi Ciotti ha detto una frase che mi ha fatto molto riflettere e che mi ha fatto pensare ad Ingroia: "Noi lottiamo ogni giorno e lo faremo per sempre. Ma se a Roma non cambieranno le leggi, se non ne faranno di nuove e di più efficaci, non riusciremo mai a debellare le mafie".

Credo che questa sia la ragione principale che ha spinto Antonio Ingroia all'essere da un passo da una candidatura alle prossime elezioni politiche. Avrebbe potuto candidarsi (e probabilmente essere comodamente eletto) alle ultime regionali siciliane e alle amministrative di Palermo. Glielo avevano chiesto in tanti, ma lui, con gentilezza, aveva rifiutato. Ha scelto una strada difficilissima, in un movimento appena nato. Se coraggio o incoscienza deve deciderlo ognuno di noi, ma di certo io ci vedo tanta umanità e tanta voglia di sognare, ancora, a 53 anni.

Per queste ragioni io sto con Ingroia-uomo, dopo essere stato a fianco all'Ingroia-magistrato. Se diventerà Ingroia-politico, sarà solo una questione di "campo di battaglia"; Ingroia, infatti, c'è sempre, è il suo territorio che cambia. La mia stima in lui prescinde dal suo ruolo; forse è questo, in ultimo, che la stima vera dovrebbe essere. 

martedì 18 dicembre 2012

Le Agende Rosse saranno sempre una in più


Vorrei condividere con voi l’intervento che ho tenuto in Piazza Farnese il 15 dicembre scorso, nel corso della manifestazione “Noi sappiamo” a fianco delle Agende Rosse e di Salvatore Borsellino e a sostegno della procura di Palermo.
Buon pomeriggio a tutti.
Mi chiamo Benny Calasanzio Borsellino, ho 27 anni e non ho mai parlato a telefono con Nicola Mancino.
Il 28 gennaio del 2009 lo ricordo bene perché io non c’ero. Avevo una febbre equina e cercavo in ogni modo di seguire in streaming la manifestazione “Io so”, anche quella, come questa, organizzata in fretta e furia dai soliti pazzi. Allora, come oggi, Piazza Farnese era stata invasa da tante persone semi-congelate che avevano sfidato il freddo glaciale per testimoniare che il popolo del 1992 non era morto, che le coscienze non si erano tutte addormentate, che noi c’eravamo ancora.
Sono passati circa 4 anni e se mi volto indietro stento a credere a tutto quello che è stato fatto. Le iniziative delle Agende Rosse, che non sono di Salvatore Borsellino, di Sonia Alfano o di Benny Calasanzio ma sono donne e uomini splendidamente autonomi e indipendenti, sono tantissime e tutte coronate da bellissime risposte popolari. Una su tutte: aver liberato definitivamente via d’Ameliodall’occupazione abusiva di persone indegne che, come dice il mio amico Salvatore, ogni anno andavano ad assicurarsi che Paolo Borsellino fosse davvero morto. E cosa c’è di sbagliato allora nel considerare le Agende Rosse un movimento di liberazione nazionale? Non sono forse tutte loro partigiane dellaCostituzione? Quello che abbiamo fatto in via D’Amelio abbiamo intenzione di farlo in tutta Italia, ovvero riprenderci i nostri luoghi della memoria e cacciare gli invasori.
Quello che sto per dire può sembrare folle: credo che senza Salvatore Borsellino e le Agende Rosse il processo che oggi è in fase di udienza preliminare a Palermo, quello sulla Trattativa, non sarebbe mai potuto partire. Senza questo contesto mai Antonio IngroiaNino Di MatteoLia SavaFrancesco Del Bene e gli altri sarebbero riusciti a portare alla sbarra gli indegni protagonisti del patto Stato-mafia: alla sbarra, uno accanto all’altro, mafiosi ed ex ministri, sperando che sia la prima volta che si vedono. È bello oggi poter dire che Leonardo Sciascia non le aveva azzeccate tutte e si era sbagliato due volte: la prima quando aveva dato del professionista dell’antimafia a Paolo Borsellino e la seconda quando aveva detto che lo Stato non avrebbe mai processato se stesso: oggi questi magistrati stanno cercando di farlo e la reazione delle istituzioni italiane è unita e compatta: vanno fermati a ogni costo.
E quando questi, a fronte degli attacchi quotidiani e crescenti, si voltano cercando il loro sindacato,l’Anm li rassicura con una sonora pernacchia. Quella categoria, quel sindacato a cui questi magistrati hanno salvato la faccia in moltissime occasioni. Quegli stessi magistrati che ora stanno volgendo lo sguardo verso altre porcherie compiute dal Ros dei Carabinieri, come la fino ad oggi sconosciuta mancata cattura del boss catanese Nitto Santapaola a Terme Vigliatore. Questa insieme alla mancata cattura di Provenzano nel 1995 e alla mancata perquisizione del covo di Riina. Tutte occasioni mancate, tutti coitus interruptus.
Rispetto alla sentenza della Consulta non c’è molto da dire: sarebbe stato un traguardo che la Corte quanto meno leggesse le memorie della procura, ma onestamente non ci credo molto: mai, quella Corte, avrebbe potuto dire, in seguito all’arrogante prova di forza di Napolitano, che nessuna legge era stata violata, che nessuno aveva intercettato Napolitano e che nessuno, tranne un Gip, poteva autorizzare la distruzione di quei nastri. E vi dico di più: a me non frega nulla di sapere cosa ci fosse in quelle telefonate tra l’indagato Mancino e il suo tele-amico Giorgio Napolitano. L’essersi opposto strenuamente non alla pubblicazione, attenzione, ma alla semplice conservazione nell’assoluta segretezza di quelle conversazioni, per me è già una risposta e in ogni caso non potrebbe certo danneggiare la mia stima in Napolitano: io darei la mia vita per la mia Repubblica oggi stesso e su questo palco, e nessuno può venirmi a dire che disistimare Napolitano equivalga ad infangare il mio Paese. Nessuno.
In questi anni e grazie a questa sentenza che non è politica, sbaglia Ingroia, ma è fisiologica, dettata da incontinenza istituzionale, le Agende Rosse sono riuscite a fare qualcosa di semplicemente impensabile: hanno fatto sentire gli italiani tutti familiari di vittime innocenti della mafia. Questa è una cosa bellissima. Tutti voi oggi qui vi sentite orfani e non solo di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, ma mi piace pensare anche di Beppe Alfano, di Attilio Manca, di Giuseppe e Paolo Borsellino. Sentite che qualcosa vi è stato strappato dal cuore e negli occhi avete la rabbia che solo chi ha pagato la lotta alla mafia con il sangue può avere.
E come non considerare quei magistrati che citavo prima anche loro familiari delle vittime innocenti della mafia: alcuni di loro hanno fatto appena in tempo a vincere il concorso e conoscere i loro padri professionali che pochi giorni dopo li hanno dovuti seppellire.
Non sorprendiamoci per quello che sta accadendo, in fondo avevano già avvisato Luigi de Magistris: “Guai al magistrato che pensa di avere una missione e perde di vista che il controllo di legalità è un mestiere”. Caro Di Matteo, sbagliate, dovreste svolgere questo mestiere come altri, come se foste impiegati alla motorizzazione civile; alle 17 tutti a casa e si chiude bottega. I professionisti delle professioni non possono capire che per loro e per noi è una laica missione, per noi cercare di sapere chi è stato a lasciare il filo della ghigliottina su Paolo Borsellino è una ragione di vita perché da quella menzogna dipende tutto il resto. Noi non possiamo essere figli della menzogna. Ce l’hanno fatta conPortella della Ginestra, con l’Italicus, con Brescia, non ci riusciranno con Via d’Amelio.
Qui siamo tutti orfani qui e mi sento a casa. A voi non devo dire quanto è difficile sopravvivere, a voi non devo dire nulla. Siamo la stessa cosa, abbiamo gli stessi sogni e non lasceremo a un branco di pavidi vigliacchi distruggere quello che in questi anni abbiamo creato.
Un iscritto all’albo dei giornalisti, un “quaraquaquà”, uno di quelli che a Palermo chiamiamo “cosa inutile”, aveva definito Salvatore Borsellino come “professione fratello”: Salvatore oltre a fare il fratello per biologia e per missione, per tutti noi è stato un padre, uno zio, un nonno. Ha saputo colmare il vuoto che avevamo dentro ed è per questo che noi gli staremo a fianco fino all’ultimo giorno della nostra vita.
La nostra non è una minaccia ma una promessa a Napolitano, a Mancino e a tutti gli altri che abitualmente si telefonano: prima di far saltare il processo sulla Trattativa dovrete far saltare noi, uno ad uno perché altrimenti non avrete concluso niente, perché noi ci saremo sempre e saremo sempre uno in più di voi, con la nostra agendina in mano vi faremo “ca…. sotto”, come abbiamo fatto in questi anni, con le casalinghe del terrore, con le maestre del terrore. Non ci fate paura, né Mancino con la scorta, né Napolitano con l’esercito, perché in un mondo ideale, che nessuno, come ci ha insegnato Rita Atria, ci impedisce di immaginare, la verità ha sempre travolto menzogne, menzogneri e ruffiani.
Noi oggi siamo qui perché qui è il nostro posto e non ce ne andremo mai, gli unici che devono sparire da questa nazione sono i bugiardi, e i bugiardi sono in ogni posto, e se questi sono anche al Quirinale non è colpa nostra, gli indegni non siamo noi che lo raccontiamo ma è chi in quel palazzo dovrebbe lottare con le unghie e con i denti per la verità e per la giustizia e invece si sta facendo i ca..i suoi.

sabato 8 dicembre 2012

"Capitano Ultimo" a Palermo

Presentazione a Palermo del mio ultimo libro, "Capitano Ultimo. Il vero volto dell'uomo che arrestò Totò Riina" edito da Aliberti. Con me ne parleranno il presidente della Commissione Antimafia Europea on. Sonia Alfano, il procuratore aggiunto di Caltanissetta dott. Domenico Gozzo.

venerdì 7 dicembre 2012

Il Fatto Quotidiano su Santapaola

Il Ros sapeva senza ombra di dubbio dove fosse Nitto Santapaola. Ma non lo arrestò. Lo prese la Polizia, un mese dopo, lontano da Messina.


martedì 4 dicembre 2012

Ora si parla di mancata cattura di Santapaola


Sono felice che la procura di Palermo si stia concentrando su ciò che ho scritto qualche mese fa in "Capitano Ultimo". Dunque non ero pazzo a quanto pare. 

STATO-MAFIA: PROCURA DEPOSITA NUOVI DOCUMENTI 
INDAGINE SI ALLARGA A MANCATA CATTURA BOSS SANTAPAOLA

(ANSA) - PALERMO, 4 DIC - Cinque faldoni di nuovi documenti sono stati depositati agli atti dell'udienza preliminare del procedimento sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo. Lo ha annunciato il pm Nino Di Matteo, oggi, in udienza. Tra le carte finite al gup anche alcune intercettazioni fatte ad aprile del 1993 dai carabinieri del Ros che proverebbero che i militari erano sulle tracce del boss Nitto Santapaola, all'epoca latitante. Gli inquirenti avrebbero captato conversazioni tra due mafiosi che parlavano di un incontro recente col capomafia catanese ricercato e in un caso avrebbero ascoltato anche la voce dello stesso padrino che, però, sarebbe stato arrestato solo un mese dopo, il 18 maggio, dalla polizia. Santapaola si sarebbe nascosto a Barcellona Pozzo di Gotto e nella stessa zona, ad aprile, si sarebbero trovati l'ex ufficiale Giuseppe De Donno, tra gli imputati del procedimento sulla trattativa, e l'allora capitano Sergio de Caprio, l'uomo che arrestò Totò Riina. Dopo la mancata cattura di Provenzano nel 1995, contestata all'ex generale del Ros Mario Mori, "concessione", secondo i pm, fatta al boss proprio in nome della trattativa in corso, anche il mancato arresto di Santapaola entra nell'inchiesta che vede coinvolti 12 tra capimafia, ex ufficiali del Ros, ex ministri e politici. Tra i documenti depositati anche gli interrogatorio di un ex pm di Barcellona Pozzo di Gotto, Olindo Canali, i riscontri alle dichiarazioni del capomafia Rosario Cattafi che parla di un tentativo dell'ex numero due del Dap Francesco Di Maggio di contattare Santapaola per fare cessare le stragi mafiose e riscontri alle dichiarazioni del pentito Gaetano Grado.(ANSA).

sabato 1 dicembre 2012

Umberto Veronesi: aboliamo l'ergastolo


In questi giorni Umberto Scibile Veronesi, già presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare ("Senza nucleare l’Italia è un Paese morto"), dopo il piccolo inconveniente di Fukushima e in vista della chiusura invernale di alcune bocciofile all'aperto, ha deciso di intraprendere la sua nuova battaglia: abolire l'ergastolo, "espressione di una giustizia vendicativa e non rieducativa, in piena contraddizione con l’articolo 27 della Costituzione italiana". "La scienza ha definitivamente dimostrato che esiste un rinnovamento delle cellule cerebrali, e di conseguenza esiste la possibilità di una ristrutturazione intellettuale della persona". "Riteniamo dunque  l’abolizione dell’ergastolo un importante atto di civiltà".

Con le dita sulle tempie e gli occhi stretti provo a immagine le cellule cerebrali made in Corleone di Totò Riina che si "rinnovano", e mi chiedo perché, nel corso della ristrutturazione intellettuale del boss, egli non abbia mai sentito la necessità di pentirsi, di parlare con i magistrati, se è vero che cambiare, per Veronesi, è un fatto biologico. Una teoria che ha dunque fallito anche con Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Nitto Santapaola e altre decine e decine di boss tutti all'ergastolo. Se l'ergastolo venisse abolito, come auspica il lungi-minare, il legislatore non potrebbe certo scrivere "tranne questo, codesto e quello". E dunque, anche e soprattutto per gli irriducibili, si aprirebbero le porte dei penitenziari.

Probabilmente l'esperienza e l'interesse di Veronesi rispetto al sistema neurologico degli ergastolani e dei boss ha anche una componente affettiva e deriva dalla sua conoscenza diretta con il boss-gangster Angelo Epaminonda, tenuto a battesimo, agli albori della sua carriera criminale, nientedimeno che da Francis Turatello. Lo raccontano gli autori del libro Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti (Melampo editore) (qui una mia recensione). Il libro di Portanova, Rossi e Stefanoni, che racconta la scalata delle mafie fino ad Duomo, cita anche un gustoso episodio che vede protagonista il gangster e il celebre oncologo che lo va a trovare quando "il Tebano", soprannome di Epaminonda, è ricoverato a Milano:

Una volta, ricoverato all’Istituto dei tumori di Milano per un melanoma al piede, riceve la visita del padre dell’oncologia italiana, Umberto Veronesi. Ecco, nel racconto di Epaminonda, la dinamica dell’episodio. Il Tebano, allarmato dalla presenza del medico, esclama: “Sto così male?”, e Veronesi: “Si calmi Epaminonda. Volevo solo darle il benvenuto. Un amico mi ha parlato di lei”. “E chi è questo signore?”. “Uno che era ospite del suo stesso collegio. Proprio ieri ho ricevuto posta da San Vittore”. Veronesi si riferisce a un “professore” che Epaminonda ha conosciuto durante l’ultimo periodo di detenzione. I giorni seguenti, le visite del medico al ricoverato si intensificano e appaiono sempre più sdolcinate: “Allora, come va il nostro malato?”. Fino a quando, una mattina, Veronesi sputerebbe il rospo: “Vorrei parlare del nostro amico comune. Ho saputo che se la passa piuttosto male. Vorrei che gli desse una mano”. Ed Epaminonda non si tira indietro: “Le garantisco che d’ora in poi sarà trattato come un pascià”. Detto fatto. Con il risultato di diventare, a sua volta, il paziente più coccolato del reparto.

Questa sera in Friuli