mercoledì 31 ottobre 2012

La casa di Attilio Manca



In questa bella casa di Viterbo il 12 febbraio del 2004 è stato ucciso il dottor Attilio Manca, reo di essere stato un urologo troppo bravo tanto da essere scelto per curare un misterioso anziano che poi si scoprirà essere Bernardo Provenzano. Ma nulla di ciò è sentenza. Per la Procura di Viterbo è morto per un mix di droghe e alcol. Ieri ho chiesto alla città di Viterbo di non mollare, di continuare a chiedere verità e giustizia per Attilio.

venerdì 26 ottobre 2012

"Capitano Ultimo", chi rimarrà deluso


Ebbene sì, ieri è arrivato in libreria il mio ultimo libro, “Capitano Ultimo. Il vero volto dell'uomo che arrestò Totò Riina” (Aliberti editore). Ma questo non è un post pubblicitario, anzi. Direi piuttosto che è una riflessione “anti-pubblicitaria”. Perché metto le mani avanti e vi svelo qualcosa: vi dico chi non rimarrà soddisfatto di un lavoro durato oltre un anno, visto e rivisto decine di volte e che si è avvalso di documenti esclusivi.

Malediranno di averlo acquistato tutti quelli che pensano che sia un libro contro il colonnello del nucleo ambientale dei carabinieri Sergio De Caprio, nome di battaglia ai tempi del Ros “Ultimo”.

Questi ultimi però non sono un'unica categoria, bensì due schieramenti tanto folti quanto contrapposti: ci sono gli estimatori del Capitano, una sorta di "setta religiosa" per cui anche solo parlare di De Caprio vuol dire insultarlo e diffamarlo, che passano il loro (molto) tempo libero minacciando querele a destra e manca, crocifiggendo Antonio Ingroia e mezza procura di Palermo e diffondendo il Verbo. Essi attendono questo libro come l'ennesimo carico di fango ispirato da Riina Salvatore e affidato alla penna di un infame in cerca di gloria.

E poi ci sono i detrattori di Ultimo, quelli che lo odiano e basta, quelli che lo considerano un mitomane pieno di sé, quelli a cui non interessa approfondire i fatti che sono accaduti in questi vent'anni; per loro Sergio De Caprio è "solo" l'uomo che non perquisì casa Riina dopo l'arresto del boss.

Gli uni e gli altri, ahimè, come dicevo, rimarranno delusi. Chi vorrà leggere il mio libro troverà infatti solo una storia. Che parte da Ultimo ma si dipana in tante vicende, fino a lambire la trattativa Stato-mafia. È un libro su Ultimo, su Mori, sulla Trattativa, sulla mafia e sull'antimafia, che porta alla luce, per la prima volta, responsabilità mai esplorate prima di cui Mori e De Caprio sono stati parafulmini.

Il libro, dopo tante polemiche (e insulti), ora c'è. E gli unici giudici siete voi. Potete amarlo, potete disprezzarlo. Ma prima leggetelo, non giudicate per partito preso, sarebbe un peccato.

giovedì 18 ottobre 2012

Testimoni di giustizia protetti dalle telecamere


Dovrebbero dirlo all'inizio. Quando un imprenditore minacciato o il testimone di un crimine decidono di aiutare gli investigatori nelle indagini per puro senso dello Stato: “Caro pentito, emh, testimone, sappi che una volta finiti i processi ti scaricheremo come un sacco di patate buono solo per gli gnocchi. E se ti lamenterai in pubblico rispetto alla sicurezza tua e dei tuoi familiari il decorso sarà ancora più veloce”.

Per questo era scontato che fosse solo una questione di tempo: da quando Ignazio Cutrò, uno dei più importanti testimoni di giustizia italiani, ha iniziato a“lamentarsi” per gli inefficaci sistemi di sicurezza allestiti intorno a lui, tutti si chiedevano: “quando arriverà la ritorsione dello Stato?”.

Ebbene essa, la vendetta, ha timbrato il cartellino stanotte, senza nemmeno attendere che l'opinione pubblica si fosse dimenticata delle vergogne ancora fresche e fumanti: sotto l'abitazione della famiglia Cutrò (quattro persone scortate, di cui una, Ignazio, con un terzo livello) dalle 00.04 di oggi non staziona più la camionetta dei carabinieri che in questi anni ha garantito la vigilanza fissa su uno tra gli obiettivi più sensibili della Sicilia. Dalle 00.04 di oggi la presenza dell'Arma sarà sostituita da alcune telecamere. Come nel Grande Fratello ma senza Alessia Marcuzzi.

In pratica funzionerà così: io, killer mafioso, entro nella proprietà di Cutrò e mi avvicino alla sua abitazione. Le telecamere mi inquadrano. Il carabiniere dietro al monitor, se non è in bagno (dopo accurati esami urodinamici verranno selezionati solo quelli con le vesciche migliori) mi vede e dà l'allarme.

Io, killer mafioso, nel frattempo entro in casa e faccio il mio lavoro. In quegli istanti parte la pattuglia dalla caserma di Bivona. Io, killer mafioso, con calma esco e torno a casa. Così “tempestivamente” i carabinieri si troveranno non a casa di Cutrò ma sulla scena di un crimine. È la nuova frontiera del reality, il mortality di Stato.

“Esagerato” diranno i responsabili di questa scelta, fatta per punire un testimone di giustizia che ha rotto le scatole con le sue lamentele. Esagerato un po' sì, perché in effetti il 24 agosto del 2011 le cose non erano andate esattamente così. Perché quella sera d'estate i carabinieri della vigilanza fissa (oggi sostituiti dai colleghi elettronici) avevano scoperto un uomo nascosto dietro ad uno dei mezzidell'impresa Cutrò, a pochi metri dalla porta di casa. All'alt dei militari l'uomo era scappato e, dopo un inseguimento, di lui si erano perse le tracce.

Se accadrà stanotte, domani notte o fra tre notti, il malintenzionato potrà fare con comodo. Un lavoro pulito e senza sbavature.

Ah, dimenticavo un piccolo dettaglio: tra poco usciranno di galera, per espiazione pena, i mafiosi che Ignazio ha fatto condannare ad oltre 50 anni di carcere, ovvero i fratelli Panepinto. Immagino che siano un tantino incazzati.

Ignazio, non te la prendere, il Grande Fratello è un gioco, e tu sei stato nominato.

lunedì 1 ottobre 2012

Se Belpietro pubblica la lettera dell'imprenditore vicino al clan


Appare scontato che il direttore di un giornale riceva centinaia di lettere ogni giorno e che, quando decide di pubblicarne qualcuna, non vada a controllare la fedina penale o i carichi pendenti del mittente. Ma molto spesso il linguaggio e il messaggio sono spie della paternità di chi ha vergato quelle parole: se a scriverti è un imprenditore che si lamenta per l'azione antimafia dello Stato, io qualche controllo lo farei. 


A scrivere la lettera in questione, pubblicata il 18 settembre scorso nello spazio "Filo diretto con Maurizio Belpietro" sul sito di Libero, è Gianluigi Sarcone, che si definisce uno tra i tanti "giovani imprenditori edili che viviamo nella rossissima Reggio Emilia, dove per noi è sempre stata dura di fronte allo strapotere del Pd e delle cooperative finanziatrici".

Ciò di cui Sarcone però non parla sono i suoi precedenti di polizia, come quello per associazione a delinquere di stampo mafioso, posizione poi archiviata. Il nostro mittente era stato arrestato nel 2004 per detenzione illegale di un'arma. Tutt'ora, negli ultimi provvedimenti della prefettura reggiana, Gianluigi Sarcone viene ancora ritenuto vicino al clan della 'ndrangheta Grande Aracri.

Molto più gravi i trascorsi del fratello Nicolino, arrestato con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso nell'ambito dell'operazione "Edilpiovra", un giro di estorsioni e false fatture per la cosca Grande Aracri: per gli inquirenti era lui il referente dell'organizzazione per Reggio Emilia. Il processo è in corso al tribunale di Reggio dopo che la Cassazione aveva annullato con rinvio le sentenze dei due precedenti gradi di giudizio.

Sarcone nella sua corrispondenza svela un particolare interessante: parlando di Berlusconi, il giovane imprenditore dice infatti che "Ci siamo sempre dati da fare per raccogliere voti sia a livello nazionale che a livello locale. Ma oggi siamo tutti vittime di leggi fatte proprio dalla persona che abbiamo spinto in alto, o che comunque abbiamo contribuito a spingere". L'obiettivo della lettera non è però parlare di politica, ma di mafia, e di come, a suo dire, le leggi dei governi Berlusconi abbiano penalizzato proprio loro che lo avevano sostenuto: "Qui a Reggio, stranamente, insieme alla crisi è arrivata anche la mafia! Da un anno circa a questa parte vediamo noti esponenti di cooperative, di partito, giornali di proprietà delle cooperative, Telereggio, proprietario di cooperative, che fanno convegni, lamentano una mafia che fermerebbe l'economia, che fa concorrenza sleale, che ricicla denaro".

Una tragedia greca insomma, poca sostanza. E pensare che fino a "poco tempo fa mai il meridionale ha avuto bisogno di andare a lavorare con il Comune, tutta quella burocrazia! Bastava telefonare al costruttore tizio o caio, e dire 'vedi che sono fermo' che il lavoro in un modo o nell'altro saltava fuori. I lavori ad assegnazione diretta da parte del Comune, la rotonda stradale ecc. O addirittura alcuni contributi regionali sull'edilizia non è mai stata di nostro interesse! E sempre stata una loro minestra, i contributi regionali sono sempre fatti che per accedere devi essere una cooperativa o comunque con meccanismi che per avere i requisiti è impossibile".

Poi Sarcone va al cuore del problema, ciò che lo fa arrabbiare parecchio: "A due passi da qua c'è l'antimafia di Bologna, loro stessi dicono di sapere che c'è la mafia... eppure non si degnano di fare una denuncia in procura. Il risultato di questa campagna d'odio è che hanno costretto e costringono la Prefettura a fare interdittive, a non rilasciare nullaosta, sono decine e decine le ditte meridionali che si vedono negare il certificato anti mafia con motivazioni assurde!". Ed ecco le motivazioni "assurde": "Fermo di polizia con un pregiudicato che magari è a Reggio Emilia da 30 anni e che ha commesso dei reati ma che nulla hanno a che fare con la mafia. E che anche fosse è cosa sua! Che centro io? Storie di evasioni fiscali vengono prese come usura, se si tratta di meridionali qualsiasi cosa è diventata mafia! Pazzesco".

Sarcone, a causa dell'accanimento dello Stato, pare avere problemi anche nei lavori del post terremoto: "Hanno incominciato il terrorismo psicologico nelle zone terremotate, se ti presenti e ti proponi come impresa per lavorare la gente è stata messa in guardia dal fatto che se poi il meridionale che ti ha rifatto la casa dovesse risultare essere mafioso ci si perdono i contributi dallo Stato per la ricostruzione". Una cosa davvero inconcepibile.

Sarcone è indignatissimo nella sua lettera a Belpietro: "Ma si può mandare a spasso una persona con 18 camion perché non ha più il certificato antimafia? E con quei motivi che negano il certificato antimafia! Essere mafiosi non dovrebbe essere così facile! Alcuni avvocati a cui ci siamo rivolti ci dicono che il fumus c'è, che è al limite dell'incostituzionalità in quanto il lavoro è un diritto! Ma che la volontà politica generale di questo momento è questa e che quindi bisogna aspettare".

Per carità, l'antimafia per Sarcone si deve pur fare: "È legittimo il dovere dello Stato attraverso le prefetture di allontanare la possibilità di infiltrazioni mafiose nelle istituzioni o negli appalti. [...] E non invece con dei prefetti che prendono informazioni di polizia, a volte su alcune interdittive c'erano riportati paro paro articoli di giornale. Stiamo assistendo a delle associazioni a delinquere creati non dai pregiudicati ma dalla stessa Prefettura, accorpa articoli giornalistici, oppure informazioni di PS".

La disserzione poi tocca la tipologia di reati o segnalazioni che porta all'interdittiva: "Aver venduto droga, usarla, o frequentare anche non frequentemente uno che la usa o la vende può far partire una segnalazione della polizia, che poi arrivava nelle mani della Prefettura e questa mi interdisce e mi rovina la ditta? E questo vale per tutti gli altri reati che non sono reati di mafia! Se uno ha commesso un omicidio, ha pagato ed è libero è un appestato? Ci devo stare alla larga? Se uno ha un parente in qualche modo equivoco, un fratello ecc. deve perdere la certificazione antimafia?". No, perché mai?

"Divertentissima" la chiosa ironica: "Un caro saluto. Un mafioso calabrese, quindi 'ndranghetista in quanto possidente di parecchie cazzuole e capo mafia in quanto posseggo anche un escavatore! Da queste parti possedere un escavatore è una cosa seria e pericolosa!". 

Se in Emilia gli uomini Pdl vanno a cena con sospetti mafiosi


Parliamo, ancora una volta, di Reggio nell'Emilia, non di Reggio di Calabria. Perché qualcuno potrebbe fare confusione, qualcuno di quelli che ancora sostiene che la mafia nella Rossa non c'è e che la Prefettura ha un accanimento terapeutico quando emette interdittive antimafia ai danni di povere aziende in odor di mafia colpevoli solo di subappalti a rischio o di avere qualche semplice pregiudicato per mafia tra gli operai. 

La vicenda della "cena" che tiene banco in questi giorni a Reggio è l'esempio della pretesa impunità e del volto bronzeo di coloro che sono ancora convinti di poter fare tutto alla luce del sole perché si sentono più forti delle istituzioni e dei loro uomini; un incontro trimalchionico che ricorda "La cena dei cretini", il film in cui un gruppo di ricchi amici organizzava cene in cui i partecipanti portavano uno "stupido" e di lui ridevano sadicamente: il 21 marzo i convitati di pietra erano lo Stato (e le sue interdittive piene di pregiudizi) e la stampa nemica.

La cena ad alta densità calabrese è proprio quella del primo giorno della scorsa primavera: nel ristorante"Antichi Sapori" di Pasquale Brescia (originario di Crotone) in una frazione di Reggio Emilia, Villa Gaida, si ritrovano una trentina di persone, tra cui Giuseppe Iaquinta, papà dell'ex attaccante di Juventus e Nazionale,Antonio Muto e Alfonso Paolini, tutti originari di Cutro. Con loro ci sono anche due uomini del Pdl: il consigliere provinciale Giuseppe Pagliani e il suo omologo comunale Rocco Gualtieri: due esponenti locali di punta del Titanic costruito da Berlusconi e al varo definito "inaffondabile".

Tra di loro però erano presenti alcuni eterei individui con banali precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso. Ecco i nomi: Alfonso DilettoNicolino e Gianluigi SarconeGiuseppe Sarcone Grande, tutti ritenuti dagli investigatori vicini al clan mafioso Grande Aracri. Poi c'era anche Gianni Floro Vito, fratello di Giuliano Floro Vito, in passato sottoposto ad arresti domiciliari in provincia di Reggio Emilia e sorvegliato speciale per fatti riconducibili all'associazione per delinquere finalizzata all'usura, già oggetto di segnalazioni all'Autorità giudiziaria per associazione per delinquere di tipo mafioso. Infine era dei "loro" anche Michele Colacino, imprenditor raggiunto da interdittive antimafia. Ma cosa ci facevano due politici del Pdl insieme ad alcuni sospetti mafiosi?

La cena, stando agli astanti, era stata organizzata per discutere soprattutto dell'"attacco" della stampa locale e nazionale alla libera imprenditoria reggio-emiliana e delle interdittive prefettizie che marchiavano a fuoco le imprese. Ingiustamente, of course.

Informata dalle forze dell'ordine dell'allegro convivium, la Prefettura di Reggio Emilia emette nei confronti di Brescia, Iaquinta ed altri personaggi un divieto di detenzione di armi ed esplosivi: in particolare Iaquinta era titolare del porto d'armi per difesa personale e poteva per questo girare armato. Per il Palazzo del Governo la loro vicinanza, anche saltuaria, a personaggi vicini alla 'ndrangheta, non consentiva di ritenerli "affidabili" e dunque di lasciarli "armati"; così li obbliga entro 30 giorni dalla notifica a consegnare tutto il materiale esplodente.

Iaquinta e Brescia fanno ricorso. E proprio nei ricorsi emerge come l'organizzatore dell'incontro sia stato il Pdl Pagliani. Nonostante si dica che l'incontro era stato promosso pubblicamente, fosse aperto a tutti e "auto-convocato", alcuni commensali si definiscono "invitati"; qualcuno dovrà averli, appunto, "invitati". Compresi coloro che sono gravati da precedenti di polizia. O erano degli imbucati? Questo ancora non è emerso.

Il ricorso dell'avvocato del papà del bomber Iaquinta è un trattato di sociologia antropologica: "Non si deve incorrere nell'errore di gravare in sé d'una stigmate sociale e di pericolosità tutt'una area geografica del suolo nazionale per il sol fatto che un individuo abbia la ventura di nascere, crescere e vivere entro di essa, e che entro di essa vengano ad incidere capillarmente fenomeni connessi ad un tessuto sociale venutosi strutturando secondo determinate modalità d'interazione". In sostanza errore ci fu, di tipo razzista per la precisione.

Il Tar però boccia il ricorso e dà ragione alla Prefettura: "Il provvedimento impugnato si fonda su valutazioni ampiamente discrezionali non sindacabili in questa sede se non in presenza di elementi suscettibili di palesare un distorto distorto esercizio del potere esercitato". E quegli elementi, ahiloro, non ci sono.