venerdì 21 settembre 2012

Fenomenologia di Massimo Gramellini


Ci si chiede a volte perché qualcuno abbia più successo di altri, magari a parità di prestigio, capacità e contenuti. Perché Massimo Gramellini abbia reso il suo spazio a Che tempo che fa uno dei più attesi e seguiti di tutta la trasmissione. Perché abbia convinto molti a comprare "La Stampa" solo per leggere la sua rubrica senza sfogliare oltre. Perché il suo ultimo libro "Fai bei sogni" veleggi verso le 600 mila copie vendute contrastato solo dalle "tre sfumature". La risposta è in quel libro, è nella sua rubrica su "La Stampa", è nello spazio televisivo di Fazio; la risposta, insomma, è Gramellini stesso. 

Egli è il perfetto esempio di "brava persona", di "buono", di un essere per bene, di quello che nelle fiabe, dopo tante sberle, alla fine vince. È un pezzo grosso del suo giornale, è ormai un volto noto televisivo ma non si vergogna di raccontarsi, di mettersi a nudo, di apparire sensibile e sognatore; Gramellini è quello che noi italiani non vogliamo più essere, è l'italiano che vorrei che gli italiani fossero: se si emoziona piange senza nascondersi, se si indigna diventa paonazzo e serra la mascella.

"Fai bei sogni" è la storia triste, ironica, dissacrante, commovente, scritta con maestria spadaccina, giocando con la bellezza delle parole, con le possibilità della nostra lingua, di un bambino che perde, insieme alla madre, l'opportunità di essere come gli altri, di essere completo e pronto alla vita.

Quel bambino ora è diventato uno degli italiani migliori, il leader dei "buoni". Tutti noi abbiamo perso qualcosa, qualsiasi cosa. Tutti noi abbiamo la possibilità di trarre dalle nostre perdite la possibilità di diventare migliori, riflessivi, sinceri, spontanei.

"Fai bei sogni" è il manifesto della vittoria dell'amore sul dolore, della passione sul cinismo, del sentimento sulla ragione: è, insomma, la vittoria della potenza vitale sulle pulsioni di morte che popolano le nostre auto agli incroci, le nostre città sporche e bastarde, le nostre anime avide e cattive che hanno perso la voglia e la capacità di emozionarsi senza prima controllare, sospettose, di non essere osservate.

È un sorriso e una lacrima. 

domenica 9 settembre 2012

Falcone e Borsellino marchiati Pdl



Senza vergogna e senza paura. Così il Popolo della Libertà di San Stino di Livenza, paesino di 13 mila anime tra San Donà di Piave e Portogruaro, ha ricordato il ventennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Tra gli ideatori dell’iniziativa il consigliere comunale Giuseppe Canali, ex assessore nella precedente amministrazione, eletto con la Lega e transumato nel Pdl, animatore dell’associazione politico-culturale “I Trecento” che si ispira alle gesta di Leonida e dei suoi uomini alle Termopili. Sotto ai visi di Falcone e Borsellino si leggono infatti due frasi attribuite a tal Paolo Grasso: “Darei a Berlusconi un premio per l’antimafia” e “Fondamentali le leggi introdotte dal suo governo“.
Ora, a parte che non esiste alcun Paolo Grasso che di professione faccia il procuratore nazionale antimafia (probabilmente avrà voluto indicare Pietro Grasso), ci si chiede se codesto Canali conosca quantomeno la genesi, la nascita e la crescita di Forza Italia prima e del Pdl dopo. Se abbia seguito la cronaca degli ultimi 20 anni, se abbia mai sentito parlare di Cosentino, di Dell’Utri e di una bizzarra vittima dei soprusi mafiosi, Silvio Berlusconi. Se sia a conoscenza che nel suo partito di provenienza, la Lega Nord, Berlusconi lo chiamavano affettuosamente “il mafioso di Arcore“. Se la risposta a una di queste domande è “sì” siamo di fronte a una deliberata offesa alla memoria dei due magistrati siciliani. Se è “no” attiveremo un corso di recupero per l’intraprendente Paolo Canali, pardon, Giuseppe, in modo che ad ottobre sia in pari con gli altri italiani che in questi anni sono stati attenti. In tal caso allo stato dell’arte la frase sul manifesto dovrebbe essere “20 anni e noi non abbiamo capito niente“.
La seconda osservazione è che, come si temeva, quella frase sciagurata di Pietro Grasso sui meriti del governo Berlusconi nella lotta alla mafia, pronunciata ai microfoni di Radio 24, ha generato mostri. E ora viene usata come motto, come slogan da quelli che credono davvero a questa balla supersonica.

Ignazio Cutrò, testimone usa e getta


I fatti sono semplici e sterili. Ignazio Cutrò, uno tra i testimoni di giustizia più importanti d'Italia e certamente tra i più protetti (oltre al suo dispositivo di scorta ne sono stati previsti altri tre, uno per ogni componente della sua famiglia), dopo anni di stenti, angherie e terrore, decide di regalare una vacanza alla sua famiglia in una struttura alberghiera in provincia di Crotone, proprio durante la settimana appena trascorsa. Giunto lì, molto semplicemente, viene lasciato senza scorta. Pubblico qui l'estratto cronologico della lettera che Cutrò ha scritto al Ministero dell'Interno e all'Arma, cancellando solo i nominativi delle persone coinvolte.
«Con congruo anticipo comunicavamo in dettaglio i nostri spostamenti presso la Compagnia dei carabinieri di Cammarata e giorno 01/09/2012 alle ore 6 circa parto unitamente alla mia famiglia, con il dispositivo predisposto dai militari con destinazione "Villaggio(omissis)" in (omissis) (Kr).

Giunti sul posto alle ore 15 circa l'appuntato (omissis), appartenente alla Compagnia dei carabinieri di Cammarata, contatta la centrale operativa dei carabinieri al 112 comunicando del nostro arrivo e gli viene riferito che si possono sganciare anche se non erano stati avvertiti del nostro arrivo. A questo punto, i militari che ci hanno accompagnato, vedendo che non giungeva nessuno sul posto, contattano ulteriormente il loro comandante nelle vesti del maresciallo (omissis) in servizio presso la stazione dei carabinieri di Bivona (Ag) ed una volta spiegata la situazione, soprattutto che non c'era nessun collega sul posto, chiedono come comportarsi. Il maresciallo riferisce che possono sganciarsi e fare ritorno in Sicilia. Loro, ovviamente, obbediscono.

Per le ore 15:16 ricevo una chiamata sulla mia utenza telefonica, da un interlocutore identificatosi come un appuntato dell'Arma di Crotone, il quale mi parlava di spostamenti, mi diceva che comunque ci saremmo visti lunedì e che non era previsto, da parte loro, alcun servizio a nostra protezione. 

Alle ore 17:31, constatando che ancora sul posto non era giunto alcun militare, ricevo una chiamata dal capitano (omissis) il quale mi informava della sua presenza nello stabile e mi chiedeva un incontro. Arriva con a seguito un brigadiere e un appuntato appartenenti alla stessa Arma. Sostiene che ci troviamo in un'area particolarmente delicata. Dice che effettivamente  è pericoloso e a questo punto chiedo come mai fino a quel momento non fosse presente alcun dispositivo di protezione. Chiarisce anche il fatto che non è sua competenza garantire la sicurezza all'interno dello stabile, ma di assicurarla solo negli spostamenti esterni.

Alle ore 20:40 circa ricevo una chiamata dallo stesso ufficiale dell'Arma, il quale mi comunica che a seguito di problemi relativi alla nostra sicurezza devono spostarci con urgenza. Io chiedo che prima esigo una debita spiegazione e che questa venga anche verbalizzata. Viste le condizioni di emergenza comunicate dal capitano durante la nostra conversazione, immaginavo che si sarebbero mobilitati immediatamente; invece solo dopo un'ora circa notiamo l'arrivo dell'autovettura militare radiomobile e il capitano ci riferisce che versiamo in una condizione di emergenza per la nostra sicurezza. Mi comunicava che la decisione era stata trasmessa dal Servizio Centrale di Protezione, per cui lo invitavo a darmi un contatto per poter interloquire direttamente con il funzionario da lui contattato. A seguito di altri enti allertati, contatto il (omissis), funzionario del Servizio Centrale di Protezione, il quale mi comunica della decisione presa ed ascolta la mia versione sui fatti. Da qual momento il funzionario sente che c'è qualcosa che non funziona ed una volta approfondita la situazione accaduta comunica ai militari che io e la mia famiglia potevamo rimanere nello stabile e, dice, verrà organizzato un adeguato dispositivo di protezione.

Vi comunico che ancora a questo momento, 02/09/2012 ore 13:07 (oggi è sabato, ultimo giorno di soggiorno in Calabria, e nulla è cambiato, ndr), all'interno dello stabile non è stato avvistato nessun militare a nostra protezione. Chiedo che sia fatta luce sui fatti e venga individuato il responsabile di tali eventi, in modo da poter avere dei chiarimenti ed eventualmente delle scuse da parte dei responsabili. Non voglio pensare che tutto ciò sia una conseguenza alle nostre lamentele sulle disfunzioni riscontrate».