lunedì 30 luglio 2012

Novellara, la tangenziale della mafia


Pubblicato sul blog del Fatto Quotidiano

Venerdì scorso sono stato ospite del NoveTeatro di Novellara, una bella cittadina in provincia di Reggio Emilia. Con Salvatore Borsellino in video conferenza abbiamo presentato il nostro libro e, successivamente, abbiamo parlato delle infiltrazioni mafiose nel Nord Italia, in particolare in Emilia Romagna. Con il mio solito codazzo di carte e sentenze, ho raccontato la storia della Tangenziale di Novellara, un caso da manuale della lotta tra il bene e il male, tra la mafia e l'antimafia, in cui, per adesso, la spuntiamo noi. Ve la ripropongo.

Iniziative Ambientali Srl è una società costituita da Sabar Spa, Enia Spa ed Unieco Scrl, grosse realtà imprenditoriali che in questa Srl si sono unite per la gestione dei rifiuti e lo smaltimento di materiali di scarto non più riutilizzabili. A fronte della gestione della discarica di Novellara tra il 2003 e il 2008, la Iniziative Ambientali si era impegnata a realizzare il terzo stralcio della tangenziale ricadente nel comune reggiano come opera di compensazione: avrebbe costruito, precisamente, il tratto che va dalla rotatoria S.P. nr. 42 all'intersezione con l'allacciante Cartoccio.

Nel 2009 la gara d'appalto viene vinta dalla Bacchi Spa di Boretto (RE), ditta che opera in quasi regime di monopolio da quattro generazioni nell'estrazione delle sabbie del Po. Bacchi vince offrendo un ribasso pari al 10,208 per cento sull'importo a base di gara.

A questo punto Iniziative Ambientali, come da procedura, scrive alla Prefettura di Reggio Emilia per avere l'informazione antimafia liberatoria nei confronti della ditta vincitrice; la documentazione viene inizialmente rilasciata senza alcun problema.

A seguito di un successivo accesso ispettivo, strumento previsto nel Pacchetto Sicurezza del 2010, Dia, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza acquisiscono nuovi elementi che la portano la Prefettura, il 5 aprile 2011, a revocare il via libera e ad emettere un'interdittiva antimafia per la “sussistenza del pericolo di infiltrazioni mafiose”. Il provvedimento è devastante perché indica chiaramente che la potente Bacchi è condizionata dalla mafia, nella ridente Emilia e non a Corleone.

Nel Palazzo del Governo di corso Garibaldi dal primo settembre 2009 c'è l'agrigentina Antonella De Miro, che a Reggio Emilia ha la fama di essere un “Prefetto di ferro”, anche per la gavetta tra i fatti di mafia ad Agrigento. È arrivata a Reggio dopo la nomina nel 2006 come componente della Commissione per la gestione straordinaria del Comune di Castellammare del Golfo (TP), sciolto per infiltrazione mafiosa, e la guida della Prefettura di Benevento.

A seguito degli approfondimenti ordinati dalla De Miro, sulla Bacchi Spa emergono gravi criticità che denotano la vicinanza della ditta emiliana ad ambienti mafiosi. La prima “criticità” si chiama Floro Vito Giuliano. Nel cantiere che stava realizzando lo stralcio della Tangenziale, Giuliano trascorreva le sue giornate come operaio, un po' più uguale degli altri: egli è infatti “cognato di Mattace Domenico presidente CDA della Tre Emme Costruzioni, detenuto per il delitto di usura e ritenuto organico alla famiglia di ndrangheta operativa in Cutro” si legge nell'interdittiva. Il Gip presso il Tribunale di Reggio Emilia lo aveva autorizzato a recarsi in cantiere, assunto proprio dalla Tre Emme. Una maestranza di cui il cantiere non poteva certamente fare a meno e la cui essenzialità ha convinto anche il Gip. 

Poi ci sono le risultanze dell'indagine “Caronte” e “Pastoia” (prende il nome dal braccio destro di Bernardo Provenzano, Ciccio Pastoia, arrestato a Castelfranco Emilia e suicidatosi nel carcere di Modena): nella prima alcune ditte controllate da organizzazioni malavitose, in particolare cosa nostra e 'ndrangheta, avrebbero "costretto" la Bacchi ad affidare loro subappalti nell'ambito dei cantieri ferroviari per l'Alta Velocità in Emilia Romagna; nella seconda indagine era emerso invece che la Bacchi Spa aveva affidato alcuni subappalti all'impresa C.G.A. Costruzioni Srl, ritenuta “rientrante a pieno titolo nell'orbita di Cosa nostra” scriveva la De Miro. Il titolare della CGA, Alfano Vincenzo, nativo di Villabate e residente a Monteprandone (AP), era stato condannato il 2 luglio 2009 della Corte d'Appello di Palermo per delitto associativo mafioso per avere messo a totale disposizione della famiglia mafiosa di Villabate (legata a Bernardo Provenzano, tanto da curarne la latitanza) le proprie società operanti nel settore delle costruzioni, al fine di acquisire appalti pubblici e di reinvestimento di ingenti somme di danaro di provenienza illecita. 

A questi elementi si aggiunge che nell'assegnazione dei subappalti alle ditte riconducibili ai Mattace, la Bacchi avrebbe eluso la legge antimafia. Quelle ditte, infatti, non avevano mai ottenuto la certificazione antimafia dalla Prefettura: entrambe sono state riconosciute a rischio di infiltrazione mafiosa e per questo sono state raggiunte da provvedimento interdittivo in data 4 maggio 2011, emesso dalla Prefettura di Parma e poi dichiarato legittimo con sentenza dal Tar Parma. Per aggirare l'ostacolo (l'autorizzazione antimafia è necessaria solo per subappalti di importo superiore ai 155 mila euro) la Bacchi aveva diviso in due il subappalto: 50 mila euro di lavori al Consorzio M2 (di Gennaro Mattace) e 130 mila euro alla Tre Emme (di Domenico Mattace). I Mattace sono figli di Francesco ritenuto dalle forze dell'ordine contiguo alla famiglia mafiosa di Grande Aracri.

Ricevuto il provvedimento dalla Prefettura, il 7 aprile Iniziative Ambientali Srl dispone la sospensione dell'aggiudicazione dei lavori e l'efficacia del contratto di appalto. Stesso provvedimento adotta la Provincia di Reggio Emilia, che nel 2008 aveva appaltato i lavori di “ordinaria e straordinaria manutenzione delle strade provinciali del Reparto Nord” ad un'associazione temporanea di imprese, di cui capogruppo era la Turchi Cesare Srl e componente la Bacchi Spa.

Quest'ultima presenta subito ricorso al Tar contro la decisione e nel luglio del 2011 il Tribunale amministrativo dà ragione all'impresa perché le conclusioni della Prefettura sarebbero “imperniate su circostanze non correttamente conosciute e rappresentate, interpretate in modo parziale e fuorviante, irrilevanti ai fini della valutazione 'prognostica' di pericolosità”.

A questo punto, vista la determinazione della De Miro, tutti attendono che la Prefettura presenti ricorso al Consiglio di Stato, e invece ecco la sorpresa: nell'agosto del 2011 l'Ufficio territoriale del Governo prepara una nuova interdittiva di 89 pagine, al netto degli allegati, accogliendo in pieno le richieste del Tar. La Iniziative Ambientali e la Provincia fermano nuovamente Bacchi Spa. Il nervosismo sale, le amministrazioni comunali e provinciali sono spazientite da questa partita a ping pong ma ufficialmente esprimono sostegno al Prefetto. In realtà temono danni all'economia, ritardi nei lavori, ulteriori spese per le esangui casse pubbliche. La tensione è palpabile.

Per i legali della Bacchi la nuova interdittiva sarebbe una fotocopia della prima tranne alcune “marginali e irrilevanti integrazioni” dicono. Per questo presentano un nuovo ricorso al Tar. Nell'aprile 2012 però il Tribunale amministrativo regionale dà ragione al Prefetto De Miro, ridimensionando anche la bocciatura precedente. “Risulta evidente come la Prefettura si sia attenuta pedissequamente alle indicazioni fornite dalla Sezione in sentenza tant'è che lo stesso Collegio giudicante che ha ritenuto inadeguata la precedente interdittiva del 5 aprile 2011, ha viceversa ritenuto, sebbene in sede del sommario esame tipico della fase cautelare, complessivamente plausibili le conclusioni cui è giunta la Prefettura in riedizione del potere, configurando gli elementi acquisiti al procedimento e le valutazioni operate dall'Amministrazione un quadro indiziario tale da rivelare la sussistenza del pericolo che i comportamenti e le scelte dell'impresa rappresentino un veicolo di infiltrazione delle organizzazioni criminali negli appalti pubblici”.

Questa volta il lavoro della Prefettura è inattaccabile da ogni punto di vista: “Si tratta di un quadro indiziario articolato e complesso, fatto di rapporti familiari che si intrecciano con rapporti societari e di affari esposto con compiutezza e specificità di riferimenti e di collegamenti in massima parte assenti nella precedente informativa del 5 aprile 2011, che mal si presta alla minuziosa ed analitica parcellizzazione alla quale vorrebbe sottoporlo la difesa di parte ricorrente al fine di sostenere come ogni singolo punto, preso a sé stante, non rivesta specifici connotati di pericolosità. È vero invece il contrario” sentenzia il Tar. I legali della Bacchi per il Tribunale amministrativo non sono riusciti a fornire alcuna “argomentazione idonea a smentire nel complesso il grave quadro indiziario risultante dall'informativa da cui emerge come la Bacchi Spa si sia radicata negli anni sul territorio emiliano, inserendosi nel settore degli appalti pubblici e intrattenendo rapporti commerciali e di affari con imprese gestite prevalentemente da calabresi e siciliani colpiti da provvedimenti penali e contigui, se non diretti esponenti, della malavita organizzata”.

Nel nuovo provvedimento la Prefettura aveva presentato delle novità che forniscono la prova inequivocabile della vicinanza della Bacchi ad ambienti e personaggi in odor di mafia e, soprattutto, la continuità di tali rapporti: “- i contratti di trasporto con la ditta Fenoaltea Aurelio e l'affitto dell'abitazione di Bacchi Lorenzo allo stesso Fenoaltea, noto pregiudicato autorizzato dal Gip di Palermo a vivere a Boretto (…); - la vendita di materiali a Mattace Marisella di Cutro nell'anno 2003, in rapporti familiari con noti malavitosi; - il subappalto dei lavori di realizzazione della strada provinciale 467 Pedemontana, nel Comune di Sassuolo, alla dittaBaraldi Spa, colpita da interdittiva antimafia emessa dal Prefetto di Modena il 6 giugno 2011; - l'apertura di un procedimento penale a carico dei legali rappresentanti della Bacchi Spa, della Tre Emme Costruzioni Srl e del Consorzio Edile M2 per la contravvenzione di cui all'art. 21 della L. 646/1982 (che punisce chi dà lavori in subappalto o a cottimo senza le necessarie autorizzazioni, Ndr); - la comunicazione dei Carabinieri di Bergamo dell'11 ottobre 2002, contenente notizia di reato a carico di Bacchi Aladino e Soncini Franca, unitamente a Baraldi Claudio per associazione a delinquere e turbata libertà degli incanti (gli indagati verranno poi assolti, Ndr)” spiega il Tar.

A nulla serve l'ultima disperata accusa della Bacchi Spa al lavoro della Prefettura, definito “espressione di una cultura del mero sospetto”: per il Tribunale amministrativo “anche l'insieme dei rapporti di amicizia e interpersonali tra i componenti della famiglia Bacchi e noti malavitosi vicini alla 'ndrangheta trasferitisi al Nord, denota una trama di rapporti squisitamente elettivi, dunque non occasionati dalle inevitabili contiguità derivanti dalla conterraneità o dalla convivenza sullo stesso territorio, bensì scelti consapevolmente”. Per queste ragioni il Tar respinge il ricorso della Bacchi, confermando in toto l'impianto dell'interdittiva prefettizia.

A Novellara  ho chiuso il mio intervento dicendo che l'economia non viene prima della legalità. Perché quando ciò accade si tratta di un'economia malata, per pochi, tossica per gli altri. Spesso cerchiamo un giudice a Berlino, a volte basta un Prefetto a Reggio Emilia.

venerdì 27 luglio 2012

D'Ambrosio ucciso da Travaglio & Co.

Immagino che alla notizia della prematura dipartita del consigliere giuridico del Quirinale, Loris D'Ambrosio, i complottisti d'Italia abbiano decretato che l'anello mancante tra Napolitano e Mancino sia sparito al momento giusto, prima che potesse parlare, prima che potesse difendersi, prima che potesse essere “dimesso”. Sono teorie sempre affascinanti.

Quel che mi preme oggi è ricordare che il dispositivo dell'art. 69 del Codice di Procedura Penale prevede che un processo si estingua se risulta la morte dell'imputato, in ogni stato e grado del procedimento. Quello che il Codice invece non cita è l'estinzione delle responsabilità morali, degli errori, degli sbagli. Se muori, per la legge non diventi vergine e puro, ma semplicemente rimani quel che eri. Che tu fossi indagato, imputato o intercettato.

Invece, come era ampiamente prevedibile, alla notizia del decesso dell'uomo che suggeriva a Mancino di mettersi d'accordo con Martelli per evitare l'incriminazione (dicendo di riportare il consiglio ricevuto dell'Intangibile oracolo), molti hanno beatificato il defunto e puntato il dito sulla procura di Palermo e sul Fatto Quotidiano, veri killer morali del D'Ambrosio: "Insieme con l'angoscia per la perdita gravissima che la Presidenza della Repubblica e la magistratura italiana subiscono, atroce è il mio rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all'amministrazione della giustizia del nostro Paese" ha detto sobriamente Napolitano. Oltre è andata Ubiqua Santanchè, che dalle spiagge di Marina di Pietrasanta, da Twitter ha estivamente sentenziato: "I pm hanno fatto un altro morto: D'Ambrosio. Fermiamoli". Ricordarle che per le stesse accuse a Caselli nel 1998 Vittorio Sgarbi è stato condannato in primo e secondo grado per diffamazione aggravata (salvato dalla prescrizione) sarebbe come anticiparle la querela che partirà da Palermo; preferisco godermi lo spettacolo. Citazione merita anche il noto cardiologo Maurizio Gasparri, che certifica come "Questo drammatico evento dovrebbe essere per tutti motivo di profonda riflessione. È difficile considerare questa scomparsa non condizionata dai recenti eventi", tralasciando il fatto che D'Ambrosio era malato da tempo. A sorpresa chiude la lunga carrellata (che abbrevio per noia) il pm di Milano Ilda Boccassini, che fa presente come "D'Ambrosio ha salvato l'integrità della magistratura eppure è stato oggetto nelle ultime settimane di attacchi ingiusti e violenti". Perché ingiusti e perché violenti non è dato sapere, ma tant'è.

L'assoluzione mortis causa non fa onore a chi la invoca e tantomeno a Loris D'Ambrosio, magistrato esperto e rispettato che in passato aveva collaborato anche con Giovanni Falcone. Appaiono evidenti, infatti, gli errori di metodo e di valutazione commessi dall'esperto consigliere giuridico, forse schiacciato dall'insostenibile peso di Nicola Mancino; errori che a tratti apparivano come vere istigazioni a delinquere (specie quando suggeriva, come dicevamo, di concordare una versione di comodo al di fuori del processo). Ora la sua morte non può cancellare quelle imbarazzanti telefonate con Nicola “Minuti Gratis” Mancino, né, a maggior ragione, le responsabilità del Capo dello Stato che non ha censurato D'Ambrosio, non gli ha chiesto la rettifica di quanto detto a suo nome a Mancino e non gli ha imposto le dimissioni.

Serviva solo silenzio, per rispettare una vita che finisce, che è sempre un lutto. E invece, ancora una volta, a perdere l'occasione di stare zitto è stato lui, l'uomo che sussurrava agli indagati. L'imparziale, il terzo, il garante della Costituzione. Ma sarà mica preoccupato di dire le stesse cose che dicono la Santanché e Gasparri?

mercoledì 25 luglio 2012

Ciao ciao Pd

Ero stato invitato alla Festa Nazionale del Partito Democratico ad Abano Terme per presentare il mio ultimo libro, "Fino all'ultimo giorno della mia vita". L'organizzatrice aspettava il via libera da Roma prima di darmi conferma, ma era un "dettaglio" mi ha detto. Più sentita. La loro è una questione di stile, oltre che morale. Forse è meglio così: con Cuffaro non ho mai avuto molto in comune.

lunedì 23 luglio 2012

Intervista a Fahrenheit (RaiRadioTre)

Intervista a Rainews

                                   

"Il film nero" di Mancuso e Placella

Giovanni Mancuso è un musicista raffinatissimo, un genio del bene, uno che ha pensato che con la musica si può fare antimafia. Con l'aiuto dell'infaticabile Gianluigi Placella ha prodotto questo radio-documentario musicale con le voci di Salvatore Borsellino, Benny Calasanzio Borsellino, Letizia Battaglia, Giulio Cavalli, Antonino Di Matteo, Antonio Ingroia, Giuseppe Lo Bianco, Petra Reski, Piero Ricca, Giovanbattista Tona. Per quanto mi riguarda è assolutamente geniale.

venerdì 20 luglio 2012

Caro Ingroia, che quell'anno duri 365 giorni

Pubblicato sul blog del Fatto Quotidiano

Alla fine se ne va. Da qualche settimana alcuni amici bene informati mi avevano avvertito che il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, aveva deciso di accettare l’offerta dell’Onu di guidare l'unità di investigazioni e analisi criminale contro l'impunità in Guatemala. E io non avevo avuto nemmeno il coraggio di chiamarlo per chiederlo direttamente a lui. Avevo paura della sua risposta. Oggi l’ho letta sui giornali, e non è stato meglio.

A settembre Ingroia ha confermato che lascerà Palermo, per un anno dice. Anche se temo che quell’anno in realtà sia un modo per convincere noi e se stesso che prima o poi tornerà.

In queste ore è un fiorire di gruppi sui social network per chiedere al procuratore aggiunto di rinunciare, di non lasciare Palermo, di non lasciare l’inchiesta sulla Trattativa proprio adesso, soprattutto di non lasciare solo Nino Di Matteo e gli altri sostituti.

Io in questo momento non me la sento di chiedere ad Ingroia qualcosa. So bene cosa abbia dovuto subire in questi anni, da ogni parte. Attacchi violenti ed espliciti dalla politica, dal Csm, e anche da alcuni colleghi magistrati. Ultimo della collezione il “pazzo” che gli ha tributatoMarcello Dell’Utri, uno degli uomini qualitativamente peggiori di questa nazione, un indegno seriale.

Non so se bisognerebbe insistere, non so se bisognerebbe chiedergli di rimanere, o piuttosto lasciare che trascorra quest’ultimo mese in tranquillità. Certo fa male, e molto. Per una volta però noi abbiamo fatto fino in fondo in nostro dovere. Non gli abbiamo mai fatto mancare, nemmeno per un solo momento, il nostro affetto e il nostro appoggio. Lo abbiamo fatto moralmente ma anche di persona. Non possiamo rimproverarci nulla, non potevamo fare di più, non potevamo fare di più.

Spero soltanto che ora chi invece non ha mai fatto nulla per proteggerlo dalle bombe mediatiche, taccia. Spero che tacciano i partiti politici che gli hanno fatto più danni di Berlusconi e del Pdl, con poche eccezioni tra cui l’Idv e i piccoli partiti della sinistra. Spero che taccia il Csm, che lo ha ammonito per essersi definito “partigiano della Costituzione”. Spero che taccia il procuratore nazionale antimafia Grasso, che lo ha accusato non una mapiù volte di fare troppa “politica”.

Per ora rimarrò in silenzio ad assorbire un colpo duro e inatteso anche se temuto. Mi mancherà certamente incontrare Ingroia agli incontri, ai convegni, in tribunale. Mi mancherà il suo “e quindi, e quindi…” quando qualcuno gli raccontava qualcosa e lui cercava distrattamente di capire mentre armeggiava con il suo Ipad. Ecco, forse qualcosa possiamo chiedergliela: la promessa che quell’anno duri davvero 365 giorni.

mercoledì 18 luglio 2012

A settembre il libro su Ultimo

Credo sia giusto dirlo in questi giorni e in questo clima: a settembre con Aliberti uscirà la mia inchiesta sul Capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio, colui che arrestò Totò Riina, dando il via alla fase 2 della Trattativa. Un libro con documenti inediti, alcuni davvero eccezionali, per far luce sui punti oscuri della carriera di un uomo che la tv ha trasformato in eroe.

martedì 17 luglio 2012

Per Napolitano il problema è Palermo


Pubblicato sul blog del Fatto Quotidiano
“Alla determinazione di sollevare il confitto il Presidente Napolitano è pervenuto ritenendo ‘dovere del Presidente della Repubblica’, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi, ‘evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce’”.
In questa losca ed equivoca vicenda, a dare più fastidio forse è proprio la considerazione che Napolitano e il suo clan hanno degli italiani. Ok, in parte hanno ragione, abbiamo dato prova di credere a tante balle, ma qui si esagera notevolmente. Delle frasi contenute nel comunicato stampa diffuso dal Quirinale, Conflitto Napolitano ne avrà capite al massimo un paio. Non gliene frega nulla, infatti, di preservare Costituzione e immunità per i posteri dai taliban palermitani; la prova è nel pezzo pubblicato oggi su Repubblica dall’ottimo Giuseppe Caporale, che evidentemente ha disobbedito all’ordine del confidente di Dio, Eugenio Scalfari, riportando una notizia che la dice lunga sulla buona fede di Giorgio.
A quanto scrive Caporale, infatti, non è la prima volta che una Procura della Repubblica ascolta le telefonate dell’Intangibile. Lo aveva già fatto nel 2009 anche la Procura di Firenze, nell’inchiesta sul G8 alla Maddalena: “Le intercettazioni di Napolitano tuttora sono contenute in un cd rom che non è stato mai formalmente sbobinato, ma che è comunque a disposizione delle parti” scrive il giornalista. A chiamare l’indagato Bertolaso era stato proprio lui, il presidente della Repubblica, all’indomani del sisma d’Abruzzo. Napolitano chiedeva notizie sulle vittime e organizzava la sua visita in loco. Nonostante non fossero, evidentemente, rilevanti ai fini dell’inchiesta, ancora oggi quei nastri non sono stati distrutti.
Dunque Napolitano era perfettamente a conoscenza, già dalle chiusura dell’indagine sul G8 alla Maddalena, che esistevano delle intercettazioni dove uno degli interlocutori era lui stesso. Questo è certo perché i nastri sono non in una cassaforte, ma già in possesso delle parti. Ma, in questo caso, il Presidentissimo non pensò minimamente di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta e chiedere la distruzione di nastri e procura, nonostante le condizioni fossero identiche: era stata intercettata un’utenza intestata a Bertolaso e, senza poterlo prevedere, la polizia giudiziaria si trovò ad ascoltare anche l’anziano comunista.
Perché, dunque, l’emergenza democratica è scoppiata solo oggi, nei confronti degli “abusi” della Procura di Palermo? Forse perché con il fu capo della Protezione Civile il Nostrissimo parlava nobilmente di vittime, si preoccupava per la tragedia del sisma e prometteva al massaggiato Bertolaso di raggiungere quanto prima le popolazioni colpite? Forse perché invece con Mancino parlava di tutt’altro? Forse perché proprio così innocenti non sono quei discorsi scambiati tra i due vecchi amici? D’altronde lo stesso pm Di Matteo ha fatto presente che quelle conversazioni potrebbero essere utili per altre indagini o procedimenti, senza aggiungere altro.
Dunque il problema non è l’intercettazione in sé, ma quella in te. Il problema è Palermo, il problema è, inequivocabilmente, quel che il Napolitano ha detto a Mancino.
Un altro presidente, onde evitare ombre e dubbi, avrebbe detto: “Fatele ascoltare”. Napolitano, invece, è andato oltre: “Fatele sparire”. Ma solo quelle di Palermo. 

Trattativa Stato-mafia, scontro finale per i pm sotto tiro


Pubblicato sul blog del Fatto Quotidiano
In effetti sarebbe stato stupido e banale che, a pochi giorni dal 19 luglio 2012, il ventesimo anniversario dell’omicidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta, la strage di Via d’Amelio venisse ricordata in modo degno, convinto e compatto da società civile, politica e istituzioni. Perché mai tributare alla memoria del giudice e dei suoi ragazzi tale rispetto? Se ne può decisamente fare a meno suvvia, sono passati vent’anni.
È da qualche settimana, infatti, che un comitato che sembra sorto ad hoc si prepara a suonarle di santa ragione ai pm che a Palermo stanno cercando di dimostrare che il procuratore Borsellino fu ammazzato perché era rimasto l’unico ad opporsi alla sporca trattativa tra lo Stato e la mafiaavviata dal Ros, e stanno cercando di capire altresì chi fu (o furono) gli uomini dello Stato che lo tradirono e lo lasciarono morire. Quei pm, con in testa l’aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Nino Di Matteo, sono ormai arrivati alla fine di quella che fino a qualche mese fa sembrava un’impresa impossibile, ovvero fare luce su fatti accaduti vent’anni fa e che coinvolgono alcuni “intoccabili” pezzi dello Stato. Ormai manca solo un ultimo, decisivo passo verso la verità.
E, proprio perché la verità sembra dietro l’angolo, mai come ora, con tempismo sospetto, sono partiti all’assalto alcuni habitué del giornalismo pavido ma anche alcuni insospettabili:
Pierluigi Battista. Il cosiddetto giornalista del Corsera, in un video degno dei promo di Alfonso Luigi Marra, analizzava le risposte e le singole parole di Antonio Ingroia in un’intervista rilasciata a Belpietro. Uno spettacolo non adatto ai minori in cui il Pigi Borioso cercava di dimostrare che Ingroia manipola la comunicazione, che si inventa nuovi stili giornalistici, che parla troppo, che non è, in sostanza, un buon magistrato. E questo detto da uno che non si orienta nella cronaca giudiziaria nemmeno con la bussola.
Enrico Deaglio. In un’intervista al Fatto Quotidiano Tv, mentre promuove il suo libro su Borsellino, invoca addirittura l’intervento del Csm su Nino Di Matteo perché non potrebbe egli indagare sulla trattativa visto che era pm a Caltanissetta quando Scarantino depistava le indagini su Via D’Amelio. Come gli hanno fatto notare Lorenzo Baldo e Anna Petrozzi di Antimafiaduemila, “Di Matteo, all’inizio della carriera, entra nel processo cosiddetto “Borsellino bis” a dibattimento già avviato e affianca il pm Anna Maria Palma nelle fasi conclusive. Quindi non partecipa a nessuna indagine e quale giovanissimo magistrato non si sarà nemmeno sognato di mettere in discussione l’impostazione data dai suoi colleghi più esperti e dal fior fiore degli investigatori antimafia come Arnaldo La Barbera. È suo invece il processo cosiddetto “Borsellino ter”, il troncone dedicato all’accertamento delle responsabilità interne ed esterne a Cosa Nostra, lo istruisce e lo porta fino alle richieste di condanna all’ergastolo per tutta la cupola mafiosa e le ottiene fino in Cassazione”.
Eugenio Scalfari. In uno degli stanchi e logoranti editoriali della domenica, il canuto decano dei giornalisti italiani, che nei suoi ultimi libri parla direttamente con Dio, ringalluzzito dall’intervista bucolica rilasciatagli dal presidente della Repubblica, denuncia le irregolarità dei pm di Palermo che avrebbero dovuto immediatamente sospendere l’ascolto e distruggere i nastro delle intercettazioni tra Mancino e il Presidentissimo. Una castroneria degna di un Capezzone qualunque a cui il procuratore di Palermo, Messineo, ha risposto con una pernacchia dal tono istituzionale: “Nell’ordinamento attuale nessuna norma prescrive o anche soltanto autorizza l’immediata cessazione dell’ascolto e della registrazione quando, nel corso di una intercettazione telefonica legittimamente autorizzata, venga casualmente ascoltata una conversazione fra il soggetto sottoposto ad intercettazione ed altra persona nei cui confronti non poteva essere disposta alcuna intercettazione”. Risulta evidente come sia inevitabile che Scalfari continui a dedicarsi alle conversazioni extrasensoriali piuttosto che all’operato dei pm di Palermo.
Ma questi attacchi concentrici ai magistrati, alla luce degli ultimi fatti, erano solo schermaglie, intimidazioni giornalistiche, avvertimenti. Il peso massimo si è mosso oggi. Dopo un settennato di dormiveglia, dopo aver firmato le peggiori porcherie targate Berlusconi, l’intangibile Giorgio Napolitano ha deciso, in modo certamente implicito, di accogliere le richieste del suo stalker Nicola Mancino, colui che gli chiedeva un giorno sì e l’altro anche di intervenire a piè pari nel processo in corso a Palermo che lo stava inguaiando. A quanto si legge in un sacro comunicato quirinalizio, “Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha oggi affidato all’Avvocato Generale dello Stato l’incarico di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione da sollevare dinanzi alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo per le decisioni che questa ha assunto su intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato; decisioni che il Presidente ha considerato, anche se riferite a intercettazioni indirette, lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione”.
Detto tra noi, è partito lo scontro finale, con tanto di balle andanti, ma andiamo con ordine:
- Mai nessuno ha intercettato il presidente della Repubblica: questo è semplicemente falso e chi lo dice mente spudoratamente. È stato intercettato Nicola Mancino, coinvolto nell’inchiesta di Palermo e poi indagato per falsa testimonianza, che non risulta coperto da alcuna immunità, se non quella “amichevole” offertatagli da alcuni amici al Colle. Se Napolitano parlava con lo smemorato di Montefalcione, peraltro, probabilmente, di indagini in corso, sono problemi (gravi o meno gravi) suoi e non certo della polizia giudiziaria o dei pm.
- Le conversazioni che fanno tremare Napolitano non sono state depositate agli atti, e lo stesso pm Di Matteo ha detto che in questo procedimento sono irrilevanti, ma che non è certo lui che può decidere se distruggerle o meno. Purtroppo, se ne faccia una ragione il Nostrissimo, è il gip che decide.
A far saltare sulla sedia Napolitano però, a mio parere, sono state le altre parole di Di Matteo, sempre riferite alle intercettazioni in questione: “Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare, saranno utilizzate in altri procedimenti”; è la possibilità che quegli amorevoli dialoghi non vengano annientati e che siano tenuti in cassaforte a terrorizzare l’Intangibile. Quelle parole, e questo è un ordine, non devono mai essere lette dagli italiani. 
Per questa ragione l’Improvviso Ridestato prova la carta del conflitto di attribuzione, sapendo benissimo che è irricevibile perché non c’è stata nessuna violazione della sua “intangibilità”, del suo scudo spaziale. E lo fa oggi, il 16 luglio, a tre giorni dall’anniversario di Via d’Amelio. Senza vergogna, senza timore. E senza timore bisogna reagire, partendo da quella via di Palermo, da quel budello d’asfalto dove ci troveremo tutti il 19 luglio. Perché lui, il peso massimo, può far molti danni, molto più di quel dilettante di Priapo che avevamo temuto fino ad oggi.
P.s. Ho appena parlato con Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. È senza parole, indignato e incredulo. Si chiede con quale coraggio Napolitano abbia invocato il conflitto di attribuzione e proprio in questi giorni: “È l’impudenza del potere, Napolitano vuole intimidire i pm e fare pressione su Messineo. Altro che impeachment, qui bisogna agire in fretta perché è semplicemente un golpe. È Napolitano che sta sconfinando nel potere giudiziario, che vuole azzoppare l’intera inchiesta. Si deve dimettere, e forse teme quelle intercettazioni perché così irrilevanti non sono”.

giovedì 5 luglio 2012

Trattativa e pallone, Mancino come Di Vaio



Ieri a Bologna si è chiusa una parte dell'inchiesta relativa alle truffe sull'uso dei tagliandi riservati ai disabili e ai residenti nel centro storico emiliano. Nello stralcio ormai defunto erano coinvolti alcuni giocatori del Bologna Calcio, con in testa il glorioso ex capitano, Marco Di Vaio, unitamente a mogli, fidanzate e conviventi. Secondo l'accusa (la stessa che ha poi chiesto l'archiviazione per tutta l'allegra banda), Di Vaio e compagni riuscivano a farsi annullare le contravvenzioni dichiarando che in quel frangente avevano a bordo una donna disabile, dipendente del Bologna. Il solo Di Vaio, per esempio, era riuscito a farsi annullare ben 59 contravvenzioni di 84,4 euro ciascuna.

I calciatori sono stati tutti archiviati perché, scrive il gip Alberto Ziroldi accogliendo la richiesta di del procuratore aggiunto Valter Giovannini, “Nel nostro Paese i 'moderni gladiatori' e cioè i calciatori vivono in una sorta di bolla immateriale che, salvo rare eccezioni, li mantiene avulsi dal quotidiano, al limite dell'incapacità di badare agli affari correnti di natura burocratica, che affaticano invece ogni persona che non pratica, ad alti livelli, l'arte pedatoria”.

In sostanza si è sentenziata l'inettitudine dei calciatori e la loro incapacità di intendere. Hanno così troppe cose da fare che possono inavvertitamente mentire, dichiarare il falso, abusare di un diritto che spetta alle persone diversamente abili, con la certezza di non commettere reati. Perché, semplicemente, non se ne rendono conto. La legge infatti non ammette ignoranza ma chiude un occhio sull'inettitudine.

Come un fulmine prende corpo nella mia mente il parallelo tra l'avulso Di Vaio e lo smemorato di Montefalcione, al secolo Nicola Mancino. I difensori dell'ex ministro inguaiato dalle indagini sulla trattativa Stato-mafia, che con i minuti gratis verso tutti ha chiamato in suo soccorso tutti i poteri costituzionali, potrebbero sposare la tesi dei colleghi che con notevole coraggio hanno difeso il capitano del Bologna, l'anima pia che quando non tira calci ad una sfera trasporta persone disabili in giro per Bologna: se sei un very important person, se sei un calciatore o un ministro appena nominato, mica puoi avere tutto sotto controllo, sei un po', come dire, avulso. E le stesse telefonate di Mancino al suo padre confessore, Loris D'Ambrosio, lo confermano:


Se qualcuno ha fatto qualcosa poteva anche dire io debbo avere tutte le garanzie”. Come dire, se qualcosa ho fatto, l'ho fatto perché ero avulso, ero in una bolla immateriale. E poi, nella stessa conversazione, continua: “Va bene, ma anche per la storia del Paese ma… ma che razza di Paese è… se tratta con le Brigate rosse… le Br… se non tratta con Brigate rosse fa morire uno statista. Tratta con la mafia e fa morire vittime innocenti . Non so… io anche da questo punto di vista vedo che insomma… o (non leggibile) o tuteliamo lo Stato oppure tanto se qualcuno ha fatto qualcosa poteva anche dire mai io debbo avere tutte le garanzie, anche per quanto riguarda la rilevanza statuale delle cose che sto facendo”. Un uomo, una bolla.


Niente da eccepire, un ex ministro totalmente avulso, un moderno gladiatore. Se avesse qualche anno in meno prenderebbe il posto dell'altro avulso pedatorio: Mancino capitano, mio capitano.

mercoledì 4 luglio 2012

Salvatore, il Borsellino decerebrato


Stefano Menichini è uno di quei direttori di quei giornali che vendono pochissimo ma hanno sempre voce in capitolo in dibattiti e talk-show, senza che nessuno ce ne spieghi il motivo. Un Sansonetti insomma. Dirige “Europa”, un ogm sopravvissuto alla decomposizione della Margherita, un giornale (evidente pseudonimo di gusto letterario) che vende circa mille copie al giorno e che nell'ultimo anno ha ricevuto 3.527.208 euro come finanziamento pubblico. Potreste dirigerlo anche voi un giornale a queste condizioni, anche se un giornale non sapete farlo. Di queste mille copie non sappiamo quante ne vengano effettivamente lette, perché, a quanto emerge nell'inchiesta che riguarda il ladro-tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, con i soldi del partito disciolto nel Pd il tesoriere ne acquistava delle copie per far lievitare le vendite. Immaginiamo che ovviamente Menichini fosse all'oscuro di tutto.

Menichini è uno di quei giovincelli scapigliati che su Twitter giocano a fare gli intellettuali contro corrente con i suoi pari livello, tipo Giuliano Ferrara; dei Cecco Angiolieri che si incontrato nei salotti virtuali per sfogare invidie e frustrazioni senza nemmeno dover pagare l'onorario allo psicologo. Il 22 giugno scorso, complice il caldo e la necessità di salire sul podio delle velleità, contendendo il gradino più alto a Riotta e affini, ne ha sparata una così grossa e volgare che ha stracciato, nell'incredulità generale, l'agguerrita concorrenza: linkando la richiesta di impeachment a Napolitano avanzata da Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso in via D'Amelio, il direttore del foglietto che la Margherita vende e che la Margherita compra, commenta: “Di questa famiglia (riferendosi inequivocabilmente ai Borsellino) l'unico col sale in zucca l'hanno ucciso”.

Ora, i familiari delle vittime di mafia non godono e non devono godere certo di “intangibilità”, ci mancherebbe. Ma in questo caso cosa avrebbe fatto di male Borsellino Salvatore? O meglio, cos'altro poteva dire il fratello del giudice ammazzato appena in tempo per continuare la trattativa tra Stato e mafia? Cosa doveva fare di fronte a telefonate imbarazzanti in cui un consigliere giuridico del Quirinale garantisce ad uno di quelli chiamati in causa nelle indagini, Nicola Mancino, che il Presidente della Repubblica si sta interessando e che ha la sua situazione a cuore? A cuore non certo per favorire le indagini, ma per salvare l'ex ministro dalle indagini, tentando addirittura di intercedere presso il procuratore nazionale antimafia, il procuratore di Palermo Messineo e l'ex procuratore generale della Corte di Cassazione Esposito.

Be', semplice; per rimanere nelle grazie di Menichini e degli altri scapigliati, doveva tacere, perché Napolitano è il Presidente, perché Napolitano non si tocca e Borsellino Paolo si fotta. Doveva tacere per "ragion di Stato", come hanno fatto tacere il fratello, Paolo, l'unico con il sale in zucca.

E questo, miei cari, dirige un giornale. O quel che ne resta e che continuano a chiamare così.