giovedì 28 giugno 2012

Io e Bors, Fnac di Verona

A questa foto non serve aggiungere nulla. Qui è racchiuso il nostro libro, la nostra amicizia, la nostra vita.
 


Foto di Antonella Anti

lunedì 25 giugno 2012

I corpi di Paolo e Giovanni

Capaci Via D'Amelio 1992/2012. Cronaca per immagini delle stragi che hanno condizionato la Storia del nostro Paese è un album fotografico con interventi importanti tra i quali quello dell'ex pm di Caltanissetta Luca Tescaroli e di uno degli agenti di scorta sopravvissuti alla strage di Capaci, Gaspare Cervello. È un libro quadrato, abbastanza sottile, sì, un album, come quelli delle mostre, delle esposizioni. Qui però non ci sono opere d'arte, ma molte delle immagini utilizzate dalla Procura di Caltanissetta per le indagini sulle stragi. Foto e fotogrammi inediti, mai visti, violenti, crudi, diretti e senza la necessità di didascalie lunghe e struggenti. Le immagini non hanno bisogno di essere accompagnate, camminano sulle proprie gambe e fuggono di fronte alle interpretazioni parziali.

Ma non voglio parlarvi delle immagini che in questo libro ci sono, ma delle due foto che avreste potuto vedere e che invece non troverete. Due tra le tante, due inquadrature che, alla fine, in questo album di memoria e di lotta non sono rientrate, a torto o a ragione. Sono le immagini dei cadaveri di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le immagini chiare e nitide restituite da un obiettivo assolutamente freddo e impassibile che si è trovato di fronte i corpi ricomposti e senza vita dei due giudici antimafia.

Quelle foto Franco Viviano e Alessandra Ziniti, i due cronisti di Repubblica che hanno curato la raccolta (il cui ricavato andrà interamente ai familiari degli agenti di scorta vittime delle stragi), le avevano in mano da tempo, le osservavano, le giravano e rigiravano ponendosi sempre lo stesso interrogativo: vanno pubblicate?
Un interrogativo che hanno condiviso con altri, con magistrati, forze dell'ordine, giornalisti e lo stesso editore, per essere certi di fare la cosa giusta. E alla fine hanno deciso che no, quelle due foto non sarebbero finite nella loro raccolta. 
 
Io non so bene cosa di preciso abbia influito sulle scelte di quel “gruppo di lavoro”, posso dire quel che penso io. Da una parte, senza dubbio, quelle foto andavano pubblicate. Andavano mostrate per una semplice ragione: la gente, vedendo i volti sorridenti di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, riesce ancora a credere che siano vivi, che la mafia non li abbia ammazzati a 57 giorni l'uno dall'altro con due stragi sporche e vigliacche. Che la mafia non li abbia travolti con la propria violenza, magari su sollecitazione istituzionale. Falcone e Borsellino ormai sono un'icona in quella loro foto complice e allegra. Però sono morti. Però sono stati ammazzati. E le foto dei loro umanissimi cadaveri forse avrebbero scatenato la reazione definitiva della società civile proprio nei giorni in cui continuano ad emergere particolari nuovi sulla trattativa indegna tra lo Stato e la mafia e sui tentativi di seppellire le indagini su quest'ultima. Quelle foto avrebbero reso idea di cosa davvero è successo e a cui ancora non ci rassegniamo. 
 
D'altra parte però c'è il lato umano, prima di ogni altro quello dei familiari dei due giudici. Un lato sacro, inviolabile ed inaccessibile. Alcuni di essi non hanno mai visto il corpo del proprio caro. Sarebbe stato giusto, in qualche modo, costringerli a “vedere”, ad assistere inermi alla pubblicazione di quelle foto? No, forse no. Una reazione popolare forse non può valere più del cuore di quelle persone che hanno già pagato un prezzo altissimo.

In ogni caso quelle foto ci sono e sono in un cassetto. Forse un giorno saranno proprio quei familiari a chiedere di tirarle fuori, a chiedere che vengano regalate agli italiani perché, finalmente, si rendano davvero conto di quello che è Stato. Allora, e forse solo allora, sarà giusto pubblicarle.

sabato 23 giugno 2012

Prime reazioni dei lettori

Messaggio via Facebook di G, una cara e giovane resistente.

Non sono particolarmente avvezza ai complimenti. Nè a riceverli, nè tanto meno a porgerli. Quindi, quel che ti sto per dire, tientelo stretto perchè non credo capiterà più. Ieri mattina, quando mi sono svegliata all'alba per studiare diritto civile, non ho potuto fare a meno di vedere che sul tavolo, in cucina, c'era IL libro che tanto attendevo. Ho cominciato a leggere velocemente il prologo, poi però mi sono detta che sarebbe stato un peccato non continuare a deliziarmi con le parole tue e di Bors. Così, in meno di 4 ore ho dato fondo a tutto ciò che c'era scritto, e ne sono rimasta estremamente entusiasta. Leggevo e rileggevo, e piangevo (devo avere pure macchiato una pagina col rimmel). Quelle pagine mi hanno davvero commossa, mi hanno fatta incazzare brutalmente e mi hanno strappato un sorriso. Hai fatto un lavoro meraviglioso. Anzi, avete fatto un lavoro meraviglioso. Encomiabile. Siete grandi. I migliori. Vi voglio bene. 

G

mercoledì 13 giugno 2012

La toga di Paolo


Non ricordo il giorno, né il mese. Forse l'anno, 2008 o 2009. Ero a Palermo insieme a Salvatore Borsellino e avevamo deciso insieme di andare a trovare suo nipote, Manfredi, il figlio di Paolo. In quegli anni Manfredi dirigeva il commissariato “Zisa” di Palermo. Attraversammo quella bolgia infernale che è Palermo nelle ore di punta (magicamente, dopo le 20, sembra un'altra città) e arrivammo in questo quartiere ("Zisa" deriva dall'arabo “al-'Azīza”, ovvero "la splendida", “l'eccelsa”) che ospita il celebre castello normanno. Avevo conosciuto Manfredi solo tramite una corrispondenza risalente ad anni prima, innescata da una mia lettera piena di sfiducia e disillusione: “Forse tra poveri illusi, io e lei ancora possiamo capirci. Perché ancora tutti e due crediamo in una giustizia che ancora non è matura, che ancora fa distinzioni e che ancora assicura impunità agli amici di coloro che hanno le mani sporche del suo e del mio sangue. Suo padre lottava per il bene di un'isola ed è stato ucciso. I miei morti lottavano per il bene proprio e per quello della propria famiglia. E sono stati uccisi”. Avevo 20 anni quando avevo preso carta e penna per contattarlo e di lui si sapeva ancora poco, erano noti solo la volontà ferrea di non apparire e il suo stile discreto che condivideva con gli altri membri della famiglia.

In auto, mentre raggiungevamo il commissariato, ogni metro in meno dalla nostra destinazione aumentava di un'unità la mia irrequietezza. Ero agitato, turbato, ma sentivo il bisogno di conoscere Manfredi.

Un vecchio ispettore, di quelli che sanno vita, morte e miracoli di quei vicoli e di quei rioni, ci accompagnò alla sua stanza. Ci venne incontro un ragazzo, un ragazzino direi, non molto alto, con il fisico asciutto di chi ama lo sport. Aveva il viso di suo padre, gli stessi tratti, la stessa espressione; gli anni lo avrebbero avvicinato sempre di più a quell'immagine che ormai è un'icona mondiale.

Ci salutammo con calore e mentre ci stavamo accomodando sulle sedie davanti alla sua scrivania mi cadde l'occhio su un anonimo attaccapanni di legno scuro alle sue spalle, di quelli verticali con la struttura massiccia. Ad esso era appesa una toga di un nero spento, visibilmente usata, consumata dal tempo, con una cordoniera argentata anch'essa usurata e spelacchiata. In alto, appoggiato in cima all'attaccapanni, c'era anche il copricapo tipico dei magistrati che con la toga avrà condiviso anche l'età. Li osservai per qualche minuto perdendomi quel che Salvatore e il nipote stavano dicendosi. Manfredi, notando la mia totale assenza, mi disse che erano di suo padre.

Non riuscivo a smettere di fissare quegli oggetti, come se cercassi di memorizzarli e custodirli per sempre nella mia memoria. Poi cercai di inserirmi nella loro discussione, ma non riuscivo nemmeno a parlare perché mi sentivo spossato, quasi senza forze. La sensazione è quella che si ha quando accidentalmente si inalano ammoniaca o porcherie simili. Chiesi di potermi sedere sul divanetto nella stanza perché temevo di perdere conoscenza da un momento all'altro. Forse era un calo di pressione, di zuccheri. Bevvi qualche sorso d'acqua ma la cosa non migliorò. Non so se mi aveva tradito la tensione e l'emozione per aver conosciuto Manfredi o l'essere stato a pochi metri da quella toga, la stessa che il giudice indossava al funerale di Giovanni Falcone, la stessa che sulla spalla aveva “portato” la bara del suo collega e amico. Una sorte di sindrome di Stendhal non di fronte ad un'opera d'arte ma verso un simbolo, un qualcosa che era appartenuto ad un uomo che noi giovani siciliani consideravamo un padre, uno zio.

Non ho idea di cosa mi stesse accadendo, so solo che dopo qualche minuto chiesi a Salvatore di andare via perché avevo bisogno di tornare a casa il più presto possibile, stavo sempre peggio. Salutai Manfredi con molto imbarazzo e in modo sbrigativo e tornammo in quel caos di strade, auto, clacson e urla e, incredibilmente, iniziai a stare meglio.

Sono passati molti anni e qualche giorno fa mi è tornato in mente questo episodio. Tra un mese saranno passati 20 anni dal 19 luglio del 1992. Dal giorno in cui quel ragazzo ha perso suo padre, che per lui era semplicemente e prima di tutto un padre. È a quella toga e a quel cappello che penso ogni volta che sono giù, che mi mancano le motivazioni e il pessimismo mi corteggia.