giovedì 29 marzo 2012

Salvatore Borsellino e quel libro che s'ha da fare (e si farà)


Sin da quando l'ho conosciuto era sempre stato il mio sogno, inconfessabile, sapendo che se glielo avessi detto mi avrebbe riempito di insulti bonari e preso in giro a vita. Scrivere un libro con il mio migliore amico, Salvatore Borsellino, faceva parte della lista delle dieci cose da fare prima di passare all'altro mondo. Non avevo idea di quando lo avrei fatto e se fossi riuscito a convincere una delle persone più testarde che popolano questa disgraziata nazione.

Poi, senza molta convinzione, incontrando Francesco Aliberti gli proposi l'idea: cosa ne dici se facciamo un libro su Salvatore? Francesco abbandonò il suo abituale self control e in un paio d'ore aveva già in mente titolo, copertina, interni e forse pure il codice Isbn. Ma sapeva anche lui che sarebbe stata dura convincere il “vecchio Borsa”.

Non sapevo nemmeno come chiederglielo. Io e lui ci siamo sempre detti tutto, ci siamo voluti bene, ci siamo mandati a quel paese, abbiamo pianto e abbiamo gioito. Abbiamo girato praticamente tutte le province della penisola, siamo sempre stati un po' come Mike e Fiorello. E ora, improvvisamente, mi mancavano le parole. Una sera ho scavato alla ricerca di coraggio e gli ho chiesto di chiamarmi dopo il lavoro.

Quando suonò il telefono gli dissi tutto d'un fiato, senza lasciargli il tempo di parlare. «Voglio scrivere un libro, lo voglio scrivere con te e su di te, so che hai sempre detto di no a grandi giornalisti e grandi case editrici, ma io sono Benny, e se te lo chiedo vuol dire che lo voglio profondamente». Lui prese qualche secondo e mi disse: «Vediamo, a te non dico subito di no». Poco male, poco male.

Da quel giorno fu un susseguirsi di sms, telefonate e pressioni morali, con tanto di ricatti incrociati. Fino a quando, un giorno, mi decido a prendere la situazione in mano: «Lunedì vengo a Milano, ti propongo il progetto, e solo allora mi dirai cosa ne pensi, prima non puoi, non hai idea di quello che voglio fare». «Ok, ho davvero poco tempo da dedicarti, però vieni in ufficio e parliamone». Quella sera, poi, lui andò a Servizio Pubblico di Michele Santoro. Lo vedevo in tv, vedevo in tv il mio amico e sussurravo: «Quel libro lo faremo, perché le tue parole devono rimanere, perché non devono essere solo passato e presente, ma anche e soprattutto futuro».

Parto per Milano agguerrito ma pieno di timori. “Se dicesse che non se la sente?”, “se non si fidasse fino in fondo di me?”, “se capisse di non averne voglia?”. Salvatore viene a prendermi alla fermata della metro. Salgo in macchina, lo guardo, e capisco non solo che il libro si farà, ma che ha intenzione di aprirsi come mai aveva fatto prima forse con nessuno.
Andiamo nel suo ufficio. È assurdo, dopo tanti anni di amicizia affiatata e solidissima è la prima volta che entro nei locali delle sue aziende. La cerco e la vedo subito. Appesa al muro troneggia la foto classica di Paolo e Giovanni, dei due amici protesi l'un l'altro in un gesto di grande complicità.

Iniziamo a parlare, gli spiego il progetto, gli illustro i capitoli. Si sofferma su uno in particolare. Inizia a parlare, io rimango in silenzio. Doveva essere un incontro di pianificazione ma le sue parole non riescono a rispettare orari e patti pregressi. Si apre, tanto. Mi turbo, profondamente. Ho sentito i suoi racconti centinaia di volte. Ma ora è lì, di fronte a me, sta parlando solo per me.

Fingo di essere sereno e tranquillo e lo interrompo: «Dovevamo solo parlare del progetto, non voglio rubarti altro tempo. Allora è sì?». Lui mi guarda, cerca di essere serio e severo. Poi quel sorriso annidato in fondo si libera dai lacci e prende il largo: «Sei un disgraziato, sapevi che non potevo dirti di no. Ma ti avverto, sarò meticoloso, preciso e intransigente». Lo abbraccio e torno a Verona. Non dovrò sognarlo quel libro, dovrò solo scriverlo, dovrò ascoltarlo, fargli domande, e scriverlo.

Qualche giorno fa poi ho firmato il contratto. Le solite carte, i soliti punti. C'era Francesco Aliberti, c'era Miriam Zanetti, l'amministratore delegato. Se in quel momento al mondo c'era qualcuno più felice di me erano loro due. Cercheremo, io e la casa editrice, di fare i salti mortali per essere al Salone del Libro di Torino. Se non ci riusciremo, ci saremo certamente per il 19 luglio.

Lascio Reggio Emilia in treno, e mentre dal mio finestrino tutto intorno sembra gioire di quei momenti, mentre il ragazzo accanto a me sussurra qualcosa al suo coniglio nano nel trasportino, e la ragazza di fronte legge qualcosa sui misteri di Fatima, scrivo un sms: «Caro Borsa, ho firmato il contratto per il nostro libro. Non ti chiamo perché mi commuoverei e sembrerei stupido. A domani».

lunedì 26 marzo 2012

Intervista a Generazione Zero


Il suo nuovo libro si chiama “Mafia s.p.a.” e parla degli affari che le mafie mettono su, del grande giro di denaro che amministrano. La mafia con i piccioli. Benny è un tipo che ha avuto già a che fare con storie di montagne di merda, le ha vissute sulle sua pelle, ce lo dice con chiarezza. Statelo a sentire.
Che cosa sono le mafie?
Le mafie sono un consorzio di imprese che fatturano 140 miliardi di euro l’anno. Certo, lo fanno con la violenza e con il sopruso, ma nessuno si indigna quando uno dei dirigenti di questo consorzio sbarca in parlamento o assume incarichi pubblici. Dunque a tutti gli effetti sono l’insieme di imprese più florido tra quelle italiane. È etico? No. È morale? No, è semplicemente un dato economico. Spero che qualcuno di questi legislatori tecnici ci faccia caso.
Perché scrivere un libro sui guadagni delle mafie?
Perché credo che prima di parlare di Riina, di Provenzano, di Messina Denaro dobbiamo, necessariamente, conoscere il vero volto delle mafie che dovrebbe preoccuparci. Ed è quello economico, quello che inquina la nostra economia, quello che causa la disoccupazione e il fallimento delle aziende pulite. Tutti dovrebbero conoscere questi numeri. Altrimenti alle mafie farà sempre comodo dirottare la rabbia dei cittadini sulle tasse e sulla politica.
Le mafie guadagnano tanto. Tu riesci a guadagnare qualcosa dalla tua attività? Che cosa ne pensi dello stato di precarietà di tanti giornalisti antimafia?
L’antimafia non deve essere un sostentamento. Io faccio il giornalista (non iscritto all’ordine), lo scrittore e l’editor per una casa editrice. Il problema della precarietà non è dei giornalisti che si occupano di mafia ma di tutti i cronisti, soprattutto giovani. I precari sono quelli che consentono ad un giornale di avere le notizie e di andare in edicola. Io non sono iscritto ad alcun ordine, non ho tutele giudiziarie e questo mi spinge ad essere il più preciso possibile perché so che nessun ordine mi difenderà.
Schizzi in giro per l’Italia per promuovere questo libro. Hai trovato reazioni differenti a seconda del pubblico?
In realtà giro l’Italia ormai da 5 anni, credo di aver visitato quasi ogni provincia del nostro Paese. Prima raccontavo solo la storia di mio nonno e di mio zio (Giuseppe e Paolo Borsellino, vittime innocenti della mafia), poi ho iniziato a scrivere libri e dunque vado in giro anche per promuoverli. I miei lettori e dunque coloro che vengono alle presentazioni sono persone profondamente responsabili, che si sentono chiamate all’impegno civile. Io non ho fan, ho vicino persone normali che vogliono fare qualcosa di buono contro le mafie. Io cerco di fornire i mezzi culturali, per quel che posso. Dal Nord al Sud la reazione non cambia: quando parli di soldi rubati e poi spieghi che basterebbe sequestrare financo la biancheria intima alle mafie per vivere tutti meglio, le persone comuni si incazzano profondamente. E questo è un buon segno.
Le mafie sono la causa del ritardo del Meridione?
Il ritardo del Meridione è una delle cause dell’attecchimento delle mafie. Non tollero i vittimisti. Se non ti va bene questa situazione impara a recriminare i tuoi diritti, alza la testa e combatti le mafie, non aspettare i Falcone, i Borsellino. Alzati, esci di casa e lotta per i tuoi diritti. E non lamentarti, per favore.
In che modo le mafie incrementano o aiutano l’economia?
Le mafie ammazzano l’economia come hanno fatto con tante vite umane. Se io immetto 140 miliardi di euro sporchi di sangue, ogni anno, nell’economia legale, annullo la concorrenza di chiunque. In questi anni di crisi le mafie hanno fatto fortune; dispongono infatti di capitali liquidi che possono far fronte a qualsiasi investimento. Rilevano aziende in dissesto, prestano soldi a usura, stravincono le gare d’appalto. La crisi per loro è stata una manna dal cielo.
Che cosa ne pensi della Stidda?
È un’organizzazione di non mi sono mai occupato, dunque preferisco non dire fesserie.

La globalizzazione ha aiutato lo sviluppo globale delle organizzazioni malavitose?

No no, le mafie erano globalizzate quando ancora questo fenomeno non aveva un nome. I traffici di droga tra Sicilia e America risalgono agli anni 40. Pizza Connection, l’operazione antidroga tra la Sicilia e gli Stati Uniti guidata da Giovanni Falcone, è del 1979. Oggi la ‘ndrangheta importa cocaina direttamente dai narcos colombiani, senza intermediari, e sviluppa le sue attività nel Nord America, in Canada, nei paesi africani. La mafia, come al solito, ha anticipato i tempi.
Che differenza c’è tra delinquenza e mafia?
Che i delinquenti non fanno politica.

A che punto siamo con l’utilizzo dei beni sequestrati?

Punto 0. Troppi tempi burocratici, troppe tappe. Un bene in disuso è un bene morto, da buttare. Se si assegnassero i beni immediatamente dopo la condanna definitiva di un mafioso forse ci sarebbero speranze. Ancora meglio se, per i reati di mafia, i beni andassero in “pre-assegnazione” dopo il primo grado di giudizio. Se poi vieni assolto torni in possesso di un bene ancora funzionale e in buone condizioni. Libera in questo senso fa un lavoro eccezionale.
Sequestrando i capitali mafiosi riusciremmo a risolvere i problemi economici del nostro Stato?
Gran parte. Basterebbe rafforzare l’economia della giustizia e delle forze dell’ordine. E i risultati arriverebbero. Pensa che se Mafia Spa pagasse le tasse sulle aziende ogni anno entrerebbero in cassa circa 25 miliardi, pari ad una manovra finanziaria. O combattiamo le mafie o chiediamo gentilmente che contribuiscano alla nostra economia. Prima o poi qualche brillante politico farà questa proposta, ne sono certo.

Le mafie sono il lato sporco della classe dirigente? E’ il sistema in sé a produrle o sono un’anomalia curabile?

Il sistema a volte vive grazie alle mafie. Esse garantiscono elezioni, appalti, finanziamenti europei. Imprenditori e politici senza scrupoli non ci pensano due volte ad allearsi con il più forte. Però non sarà per sempre così. Io ci proverò fino all’ultimo giorno a rovinare gli affari a questa impresa della morte.
Intervista di Giulio Pitroso

Giovedì 29 marzo a Garda


venerdì 23 marzo 2012

Lampedusa "Porta d'Europa" sul Fatto Quotidiano di oggi.


Non è Corleone, non è Casal di Principe, né San Luca. Il più grande cimitero delle mafie si trova più vicino all'Africa che alle coste italiane. Lampedusa è la perla nel Canale di Sicilia sul cui fondo giacciono i corpi di uomini e donne in fuga da guerre, carestie e povertà; circa 6000 corpi che non avranno mai un nome né una degna sepoltura. Per questo Libera ha scelto di celebrare lì la XVII Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo di tutte le vittime di mafia. Mille i nomi degli innocenti eliminati dalle cosche, a cui si sono aggiunti quelli (conosciuti) dei migranti, pronunciati uno per uno.
“La ripresa degli sbarchi dei migranti sull'Isola di questi giorni – sottolinea Umberto Di Maggio coordinatore regionale di Libera in Sicilia – ci obbliga ad una riflessione ancora più approfondita sul tema dei diritti e dell'impegno civile contro le mafie internazionali. Lampedusa non deve essere lasciata sola”.
Oltre a Don Ciotti, presidente di Libera, sull'isola c'era Paolo Beni, presidente di Arci, Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente e Vittorio Teresi, procuratore aggiunto della Dda di Palermo, che da anni si occupa dei reati legati all'immigrazione.

mercoledì 21 marzo 2012

Mafia Spa: il bisogno di indignados antimafiosi


Intervista rilasciata a Paparazzinews
Benny Calasanzio, classe 1985, già cronista dell’Arena di Verona, ora collaboratore del Fatto Quotidiano e di molte altre testate on line, è uno scrittore impegnato nella lotta contro la mafia, e ha pubblicato, lo scorso ottobre, per Editori Internazionali Riuniti, il volume “Mafia Spa”.
Partiamo dalla copertina del libro: l’immagine della giustizia a testa in giù…
Si, è un’immagine forte che abbiamo scelto insieme al grafico. Credo che rappresenti in pieno l’attuale situazione italiana ed europea. Pippo Fava, giornalista ucciso da cosa nostra, diceva: «I veri mafiosi stanno nelle banche, stanno in parlamento». Purtroppo aveva ragione 30 anni fa e ha ragione ancora oggi, e il caso Nicola Cosentino, il parlamentare ritenuto dagli inquirenti braccio politico del sanguinario clan camorrista dei casalesi, salvato dal parlamento dal mandato di cattura, è proprio un esempio che va tutto al contrario. Però non è colpa di una giustizia ingiusta. Sono gli altri poteri costituzionali che cercano di capovolgerla.
Nel tuo libro paragoni la mafia ad un’ impresa: puoi darci alcuni dati del fatturato di questa grande azienda criminale?
Non un’impresa ma la “Impresa” per antonomasia. Centotrentotto miliardi di euro l’anno il giro d’affari del 2010, 33 miliardi di euro i costi sostenuti dalla “azienda”, per un utile d’esercizio di 104 miliardi. La seconda azienda che tenta di tenere il passo delle mafie è Assicurazioni Generali, con un giro d’affari di “soli” 120 miliardi di euro l’anno e 84 mila dipendenti. Mafia Spa, di dipendenti, ne ha 20 mila, se si considerano i soli affiliati delle quattro mafie (cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita). In Sicilia, per esempio, c’è un mafioso ogni 903 abitanti. Zero perdite, bilanci in attivo e nessuna necessità di licenziare. Grazie alla crisi, poi, le banche hanno chiuso i rubinetti del credito. Gli imprenditori, avendo necessità di denaro per rilanciarsi, si sono rivolti agli usurai, che raramente non hanno legami con la criminalità organizzata. Come può andare in crisi un’azienda della morte che ha una disponibilità illimitata di denaro, immobili e potere?
In quali settori operano principalmente le mafie e come sono radicate nel territorio?
In realtà forse sarebbe più semplice raccontare i pochi settori in cui non operano. Gli interessi delle mafie sono persino nell’agricoltura, infatti io parlo di “agromafie”. E poi negli ambiti classici, quali il ciclo del cemento, dei rifiuti, della finanza, del riciclaggio di denaro sporco e della droga. Sul territorio, oltre agli affiliati, possono contare sulla fedeltà di decine di centinaia di “infedeli”, ovvero di colletti bianchi che tradiscono lo Stato, le aziende, le istituzioni a cui dovrebbero essere fedeli e si schierano con le mafie. Talvolta costoro sono persino cancellieri delle procure, o stretti collaboratori dei magistrati, come nel caso del maresciallo Pippo Ciuro, braccio destro del pm antimafia Antonio Ingroia, anche lui passato con il nemico.
Da quali studi e ricerche nascono i dati che hai fornito nel libro?
Ho avuto la fortuna di avere alcuni documenti inediti o di recentissima diffusione, come l’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia, il rapporto di Sos Impresa, quello di Legambiente. Tutto ciò grazie a persone che lottano ogni giorno contro la mafia e non hanno problemi di copyright o di primogenitura. Sono riuscito a restituire una panoramica aggiornata e completa di ogni affare in ogni parte d’Italia delle mafie.
Chi ha curato la prefazione di Mafia spa?
La prefazione è la pietra preziosa di questo lavoro che mi è costato un anno di studio e di scrittura. La firma del pm Antonio Ingroia come sigillo della bontà di questo lavoro mi ha commosso.
Ti va di ricordare alcuni nomi delle vittime della mafia?
Ne voglio ricordare solo due, per non fare un torto alla memoria delle altre 500. Giuseppe e Paolo Borsellino (omonimo del giudice morto anche lui per mano della mafia), mio nonno e mio zio, piccoli imprenditori uccisi a Lucca Sicula (AG) nel 1992 per non aver ceduto alle pressioni mafiose. Il mio libro poi è dedicato proprio a tutte le vittime innocenti della mafia e ai loro familiari.
Cosa vorresti fomentassero nel lettore queste cifre raccapriccianti?
Vorrei che il mio libro fosse letto dai disoccupati, da quelli che non vedranno mai la pensione, da quelli che danno la colpa alla generica “politica”, o, peggio ancora, alla sorte. La fonte di tutti i mali è lì, davanti ai loro occhi, si chiama economia mafiosa, che annienta ogni loro possibilità, che inquina l’economia pulita, che stritola la concorrenza. C’è bisogno di “indignados” antimafiosi.
Elisa Zanola

domenica 18 marzo 2012

Provenzano, un (altro) figlio fiero del padre



Il pubblico è immobile sulle poltrone. Sul palcoscenico sale, di prepotenza, Angelo Provenzano. No, non è omonimo. È lui, è il figlio di suo padre. Gli spettatori sono costretti ad ascoltare la lectio magistralis sulla dignità. Non condanna il padre, anzi, ne è fiero. La verità processuale, dice, è una cosa. La verità vera è un'altra. Già. Uno spettacolo imbarazzante e indegno. Mi alzo e, di prepotenza, tiro giù il sipario. Dimentico democrazia e buone maniere. Cambio la scenografia. L'onore dell'attenzione la merita un altro figlio di un altro padre. Ferdinando Domè è figlio di Giovanni Domè, custode del palazzo in cui il 10 dicembre 1969 andò in scena la strage di Viale Lazio, quando Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Damiano Caruso, Emanuele D'Agostino,Gaetano Grado sterminarono il boss Cavataio e i suoi uomini. Ammazzarono anche Giovanni Domè solo perché era lì, solo perché poteva essere un intralcio. Perché "poteva", non perché "era". Vi lascio alle sue parole, cariche di dignità e pudore. Prego, salga lei sul palco.


Oggi leggo, sul Fatto Quotidiano con molta tristezza ed indignazione, le parole del figlio di quella bestia quale è Bernardo Provenzano. Come è possibile andar fiero di un padre come il suo? Che ha sulla sua coscienza (dubito che ne abbia) centinai di morti? Persone assassinate, trucidate per il solo motivo di essersi messi contro il suo "credo" criminale. Magistrati, giornalisti, poliziotti, uomini e donne che con il loro lavoro si sono opposti al suo sistema criminale, alla sua sete di potere. Ma anche semplici cittadini, cittadini, che nulla hanno avuto a che fare con le sue losche attività, ma che sono morte solo perché si sono trovati lungo la sua strada. Mio padre era uno di questi, come lo era Attilio Manca morto, per averlo curato senza saperlo, e come molti altri. Solo pronunciare quel nome vuol dire morire. Povero figlio, che vita dura e di stenti è stata ed è la sua. Una latitanza di 43 anni vissuta come il padre. Peccato che non dice che è stata una latitanza d'oro, di aver potuto studiare, latitanza vissuta con i soldi di papà. Ma mi chiedo come ha fatto a non sentire la puzza della morte, in quel suo, anche se nascosto, benessere? Come fa a non vedere che quei soldi sono sporchi di sangue, sangue di poveri innocenti? Provi a chiedere, il signor Provenzano, come è cambiata la vita di tutti quei figli sorelle, padri e madri a cui quella sottospecie di uomo che lui chiama "padre", ha strappato la vita. Bel modo di essere fieri del proprio padre! Io credo che il "signor Provenzano" non sia degno di pronunciare i nomi dei giudici Falcone e Borsellino, perché, se come lui dice , Falcone e Borsellino sono stati immolati sull'altare della Patria, suo padre (la bestia) insieme a quelle nullità dei suoi scagnozzi sono la mano assassina! 
Adesso, povero figlio, chiede l'infermità mentale, dignità per il padre. Ma quando il paparino trucidava le sue povere vittime non era malato mentale il suo cervello funzionava perfettamente. Quando vigliaccamente uccideva mio padre con una fucilata alla schiena era lucidissimo. Quindi al signor Provenzano io consiglierei un po' di buon senso ed un po' di dignità, quella dignità che lui chiede per quella specie di padre che ha. Io personalmente non nutro vendetta, nessun sentimento, per me questi personaggi sono niente. Chiedo solo che questi personaggi paghino per tutto il male che hanno fatto e continuano a fare alla società, spero che marciscano in galera. Ma forse questa rimarrà solo una speranza viste le brutte nuvole all'orizzonte. Perdonate il mio sfogo. 

Ferdinando Domè

sabato 17 marzo 2012

Il “metodo” Notav e l'ingenuità delle vittime di mafia

Questa mattina, insieme ad altri 500 familiari delle vittime di mafia, eravamo in marcia verso il Porto antico di Genova. In silenzio, guardandoci negli occhi scambiandoci qualche sorriso. Quando la strada ha iniziato la discesa verso il mare, da un muro sulla destra alcuni giovani hanno acceso un fumogeno arancione e srotolato degli striscioni Notav. Uno di questi, imitando i caratteri di Libera, invitava a “Libera-rsi dello Stato”. Un altro canzonava la “vostra legalità”: "Luca Abbà quasi ucciso dalla vostra legalità". Vostra di chi? Nostra? I Notav, mi piace pensare solo “quei Notav”, invitavano a mandare all'aria lo Stato e le sue leggi, e invitava noi, poveri illusi colmi di dolore e ingenuità, ad abbandonare la nostra supposta “legalità”; bisognerebbe, per loro, andare oltre la legalità, per un bene più grande.

Questa mattina era il nostro giorno. Era la Giornata della memoria e dell'impegno che Libera ci dedica ogni anno. Questa gente ha reputato corretto intervenire, entrare di prepotenza nei nostri spazi, rompere per un momento quell'abbraccio che ci cingeva da ieri sera, e che per poche ore ci faceva sentire davvero una grande famiglia. Hanno deciso che anche loro dovevano avere il loro spazio, in una manifestazione dedicata alle vittime di mafia loro volevano esserci perché Tav=Mafia. Però Mafia=anche prepotenza. E però Mafia è uguale anche violazione delle leggi. Mafia è abbandono della legalità. E non a senso unico, perché anche quando si è palesemente dalla parte del giusto non ci si può permettere ogni cosa.

Mentre sul palco, poi, leggevano i nomi dei nostri familiari, in un angolo, quasi nascosto, c'era Giancarlo Caselli. Da solo. Ascoltava e basta. Credo che anche lui abbia visto quegli striscioni. Io ero in prima fila e lo guardavo. Caselli da qualche mese è diventato il peggio dell'umanità. È diventato amico dei mafiosi, amico degli stupratori del territorio, amico dei picchiatori in uniforme. Il giorno prima eroe, quello dopo traditore. È l'Italia, belezza. Perché ha fatto il proprio dovere, ha fatto il magistrato: così come lo faceva con i mafiosi lo ha fatto con i non mafiosi, è un obbligo previsto della sua professione. Ho pensato a quegli striscioni. Mi sono alzato, l'ho raggiunto e dopo averlo salutato gli ho detto: “Non serve dirle che noi stiamo con lei, vero? Non serve dire che ci fidiamo ciecamente del suo lavoro e la riconoscenza per noi non ha una data di scadenza, giusto? Questa gente sta facendo un danno di immagine alla loro stessa causa che forse riusciranno a comprendere solo tra una decina d'anni”. Lui era commosso. Chissà quante ne ha sentite, quante gliene hanno dette in questi giorni. Mi ha ringraziato di cuore, come se aspettasse quelle parole per essere certo di essere ancora sulla strada giusta. Lui è Caselli, certo, ha la pelle dura, ma è un uomo.

Una parte dei manifestanti Notav sta riuscendo a mettersi contro la gran parte degli italiani. Questo è un dato di fatto. Credono che portando la loro protesta in ogni dove, con ogni mezzo, senza alcun discrimine gli italiani si sveglieranno e li sosterranno. Sta riuscendo, quella che spero minoranza ma che sempre più si allarga, a far dimenticare quella porcheria chiamata Tav e sta indisponendo anche chi in val di Susa c'era e ora non vuole più tornarci. No, non sono questi i modi. E la bestialità della repressione militare non giustifica l'arroganza non violenta. Il rispetto che pretendete è lo stesso che ci dovete, almeno nel “nostro” giorno.

Io sono contro il Tav, ma non sono un Notav. Io credo che sia la più grande e pericolosa cazzata ipotizzabile, forse anche più del ponte sullo Stretto. Noi abbiamo chiesto un giorno all'anno per i nostri cari, per le nostre memorie. Hanno cercato di strumentalizzare anche quello. Hanno insultato lo Stato, la nostra “pretesa” legalità. Perché loro sì che fanno antimafia, noi, invece, sappiamo solo piangere. Loro hanno capito, noi, invece, no.

Stanno distruggendo un movimento, dei sogni, delle speranze. Stanno distruggendo un uomo che fino a poche ore prima stimavano e magari chiamavano alle conferenze e agli incontri. Alla fine forse il Tav lo faranno, e grazie a queste porcherie, convinceranno gli italiani che “avevano” ragione, che il Tav serviva e che i Notav erano solo esaltati contro lo Stato e contro il progresso. E la colpa, accidenti!, non sarà della mafia.

martedì 13 marzo 2012

Mafia al nord, la replica di Rossi al Fatto

Ecco la precisazione del presidente della Corte d'Appello di Venezia Vittorio Rossi al mio pezzo sul Fatto Quotidiano di domenica scorsa.
Ecco, di seguito, la mia replica:


Prendiamo atto della precisazione del presidente Rossi che ridà fiducia a chi ogni giorno fa la sua parte per informare i cittadini sul problema impellente delle infiltrazioni mafiose al Nord. Non era nostra intenzione mettere in dubbio la buona fede e la conoscenza del fenomeno da parte del presidente della Corte d'Appello e infatti ci siamo limitati a citare una sua frase ripresa anche da altri quotidiani, tra i quali “Il Gazzettino”. Frase che il dottor Rossi non ha comunque smentito e che poteva prestarsi a interpretazioni negative sulla valutazione del fenomeno e sull'attenzione della magistratura. Le sue parole chiariscono però nella sostanza. ben. cal.

domenica 11 marzo 2012

Sul Fatto Quotidiano dell'11 marzo 2012


Questo mio articolo, senza firma, è stato pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano.

Veneto. Solo 8 vittime su 60 saranno parte civile contro i Casalesi.

Su sessanta vittime di usura, estorsione e violenze di stampo mafioso, solo otto si costituiranno parte civile nell'ambito del processo. Se fossimo al Sud non farebbe notizia, se fossimo al Sud la notizia sarebbero gli otto coraggiosi che sfidano i boss in gabbia. Invece siamo in Veneto, dove anche il presidente vicario della Corte d'Appello di Venezia, Vittorio Rossi, lo scorso gennaio ha definito la presenza della mafia «esigua». «Il dato – aveva detto Rossi – sembra smentire la tesi di chi riferisce di penetrazioni delle mafie nel Veneto». 

E infatti il processo di cui parliamo è “solo” quello a carico di una delle costole del clan camorristico dei Casalesi, smantellata la scorsa primavera dalla Dia di Padova. Nella regione in cui l'unico problema della Lega al governo è il soggiorno di Salvuccio Riina, Mario Crisci, arrembante 34enne campano residente a Padova, tramite la “Aspide Srl”, aveva messo su un giro di usura con manovalanza locale: la società, ovviamente senza alcuna autorizzazione, prestava soldi alle aziende in crisi di liquidità e poi chiedeva interessi che toccavano il 180 per cento annuo. Chi non pagava in tempo si trovava catapultato in un vortice di terrore a base di minacce, percosse e pistole in bella vista. La “Aspide”, nata nel 2009 e con sede in Via Galileo Galilei 2/C a Selvazzano Dentro (PD), «ha per oggetto – si legge al punto 4 dello statuto societario – le seguenti attività: gestione centralizzata e ottimizzazione dei servizi integrati di controllo, di vigilanza e sicurezza per conto terzi». In più era specializzata in recupero crediti e non ha esitato, per esempio, a picchiare un imprenditore del padovano con la stessa stampella sulla quale si reggeva, sotto lo sguardo impietrito degli suoi operai.

All'udienza preliminare dello scorso 9 marzo del processo che prende il nome dalla “finanziaria” legata ai Casalesi, che ha fruttato illeciti per quattro milioni di euro, ci saranno dunque ben 23 imputati (su 27 rinviati a giudizio) che hanno optato per il rito abbreviato: la mole di prove raccolte nell'inchiesta guidata dal pm della Dda di Venezia Roberto Terzo non lascia molto spazio a speranze giudiziarie per Crisci e compagni.

Ma a fare discutere però sono le 52 vittime del clan di stampo mafioso che a quel processo non si costituiranno parte civile. «Costituirsi parte civile contro i Casalesi non è facile nemmeno per noi – ha raccontato al Corriere del Veneto Roberta Pedrotti, legale di due albergatori trentini finiti nella rete dell'associazione mafiosa. C'è un fattore “paura” importante, concreto». 

Che si chiami omertà o terrore, l'altra assenza pesante è quella delle istituzioni: tra le parti civili, infatti, non ci sono i Comuni coinvolti, la Provincia di Padova o le associazioni di categoria. 

venerdì 9 marzo 2012

Un cognome in più, tanti amici in meno

Pubblicato su Cadoinpiedi

Benny Calasanzio Borsellino”. Avete idea di cosa accadrà, caro nonno e caro zio, ora che il ministero dell'Interno ha perfezionato l'aggiunta del vostro cognome, quello materno, al mio? Voi chiudete gli occhi per qualche giorno, e anche le orecchie se potete. Io ormai ci sono abituato. Ho conosciuto l'essere umano e la crudeltà non violenta di cui è capace. È una crudeltà banale, come il male. E dunque so già che assai pochi, solo quelli che un po' mi conoscono, comprenderanno fino in fondo la portata di questa mia scelta. Quella di avere sui miei documenti anche il vostro cognome, il cognome di Paolo e di Giuseppe Borsellino, due vittime innocenti della mafia, con cui ho la fortuna e il privilegio di condividere lo stesso sangue, quello che sporcato il terreno di Lucca Sicula il 21 aprile e il 17 dicembre del 1992. E lo sento nelle vene e nelle arterie che è speciale, che è prezioso, perché è profondamente intriso di dignità. Quella a cui non rinunciare mai, come mi avete insegnato.

La maggior parte invece, magari sottovoce, dirà che è una scelta di “marketing”: «Calasanzio Borsellino, parente del giudice?». «Ecco, arriva persino a millantare parentele celebri (come se essere parente del giudice Paolo fosse invidiabile, come se fosse solo onore, come se i suoi congiunti non abbiano perso larga parte della loro vita in quel 19 luglio, assieme al giudice e alla sua scorta)». Loro non sanno che ciò che mi rende orgoglioso non è quella domanda, ma il poter rispondere «No, non sono parente del giudice, ma di altri due Borsellino, padre e figlio, vittime innocenti della violenza mafiosa. E io sono loro nipote». Perché poi, la domanda successiva, è mirata a conoscere la vostra di storia.

No, loro, quelli che pensano senza pudore che siamo dei "privilegiati", quelli che dicono che facciamo “carriera” sui corpi dei nostri cari, se ne infischiano delle “ragioni”, o delle, diciamocelo pure, “giustificazioni” che siamo tenuti a dare per ogni frase, per ogni gesto e, talvolta, per ogni sorriso. Loro non sanno il percorso che c'è dietro alla condivisione pubblica del nostro dolore, loro non sanno che oltre che dovere civico, per noi è anche dovere “terapeutico”: è l'unico modo per tornare a ricordare, a parlare senza ingolfarsi di singhiozzi e di lacrime.

Loro, come mi è successo di sentire, vorrebbero averlo qualche parente ammazzato dalla mafia, perché ti dà appeal, ti dà credibilità. E del dolore, della sofferenza cronica, della mancanza costante di felicità, chi se ne fotte. 

Qualcuno me lo ha anche scritto, caro nonno e caro zio, sul mio blog. «Se i tuoi parenti si fossero chiamati Bianchi non lo avresti fatto». Se ci rimango male? Ormai no. Comprendo che chi non ha vissuto certe “cose” non può comprendere. Credono che si possa dire e fare quel che si vuole, che sulla memoria delle vittime di mafia si possa anche scherzare. «In fondo ormai sono passati 20 anni». Andateglielo a spiegare, voi, che per noi certe “cose” sono tabù, che non hanno nemmeno un nome, che la mafia, oltre al vostro affetto, c'ha tolto anche la parola, ci ha imposto una cupa pudicizia che ci impedisce di affrontare discorsi che vi riguardano. 

Mia madre sa delle mie sensazioni e dei miei sentimenti guardando i video dei miei interventi pubblici. E io dei suoi allo stesso modo. Ma per loro questo fa parte della fiction.
Ma loro cosa ne sanno? Per loro è e sarà sempre tutto finto. Le lacrime sono posticce, così come le testimonianze che portiamo in giro per l'Italia. Fiction.
«Benny Calasanzio Borsellino», lo so, sarà dura sopportare tutto quello che questa scelta comporterà, ma io voglio che la verità ultima sia per voi, che siate voi a custodire tutto ciò che sta dietro a questa scelta. È semplicemente la voglia di tenervi con me, di fissarvi sulla mia vita, di dire al mondo che io sono il nipote di due piccoli imprenditori che hanno messo in ginocchio la cosca mafiosa che voleva espropriarli della loro impresa. E che loro li hanno costretti al fuoco, alle armi, perché con l'intimidazione non avevano ottenuti il becco di un quattrino. Perché non avevano paura, che non è coraggio, né incoscienza, ma dignità.
Tutto qui. Mi basta, oltre alle spalle larghe, sapere che voi sareste con me, e, che in fondo, lo siete.

Vostro, Benny Calasanzio Borsellino.

martedì 6 marzo 2012

Perché Ferrandelli sarà il prossimo sindaco di Palermo




Pubblicato sul mio blog su Micromega

Alcuni movimenti, intellettuali o d’azione, una volta partiti sono inarrestabili. Annusi l’aria e capisci che sarà impossibile fermarli. Quando Luigi De Magistris (che a Palermo sosteneva Rita Borsellino) sbriciolò la corazzata di cristallo del Partito democratico, mandando in soffitta Morcone e compagnia cantante, immediatamente si ebbe la certezza che sarebbe diventato sindaco di Napoli. L’entusiasmo sprigionato dalla scelta popolare che era andata contro i partiti, anche contro l’Idv, non si sarebbe fermato alle primarie, sarebbe avanzato, avrebbe invaso le vie e le piazze e sarebbe entrato nel palazzo comunale.

Poche ora fa un ragazzo di 31 anni, Fabrizio Ferrandelli, bancario con addosso cuciti giacca, camicia e cravatta, ha messo in fila nomi degnissimi del centrosinistra palermitano e siciliano: Rita Borsellino, su cui non serve dire altro, Davide Faraone, pupillo del sindaco di Firenze Matteo Renzi e Antonella Monastra. Ferrandelli ha vinto le primarie del centrosinistra riuscendo a mettersi contro quasi tutti i partiti, a partire dal suo, l’Idv, tanto che Leoluca Orlando, ritiratosi dalla primarie per appoggiare la Borsellino, pare sia determinato a candidarsi con una sua lista contro Ferrandelli: «Quello che è successo a Palermo è molto grave. Si tratta di primarie inquinate, aspettiamo le verifiche» dice il portavoce nazionale di Idv. Solo che, nelle stesse ore, pare che Di Pietro, in una telefonata all’eurodeputata indipendente del suo partito, Sonia Alfano, le abbia comunicato che intende sostenere il giovane. Per Orlando digerire questo boccone dal sapore pestilenziale sarà impresa ardua e non è esclusa, per orgoglio ferito, una sua decisione clamorosa.

Ferrandelli si è costruito questo successo negli anni, manifestazione dopo manifestazione, consiglio comunale dopo consiglio comunale. È sempre stato “gente”, non solo in mezzo ad essa. È stato accusato di essere arrivista, arrogante, carrierista, assetato di potere, arrembante. Dagli stessi che chiedevano un ricambio politico e il potere in mano ai giovani. Li vogliono giovani e bravi, ma non intraprendenti e ambiziosi. Li vogliono giovani e bravi ma a casa loro, per poi lamentarsi che la politica è vecchia e che i giovani sono lontani da essa. È il gioco del mi “lamento perché mi lamento”.

Nell’aria di Palermo c’è profumo di Napoli, di impresa. I palermitani, qualsiasi sarà il candidato del centrodestra, vorranno vedere all’opera Ferrandelli, perché la componente romantica alberga dagli albori nell’animo dei siculi: un giovane dalla faccia pulita che, contro ogni pronostico, vince le primarie. È come l’inizio di un romanzo nazional-popolare, di un poema epico. Vediamo come va a finire. Difficilmente i palermitani spegneranno la tv prima della fine.

Il centrodestra, ora, dovrà proporre uno schema che non conosce. Come farà a pareggiare entusiasmo, freschezza, simpatia, tributo popolare? A Napoli Gianni Lettieri (Pdl) al primo turno aveva staccato tutti con un 38 e mezzo per cento, quasi dieci punti in più di De Magistris, che al secondo turno lo ha seppellito con un 65 per cento. L’entusiasmo non ha logica, purtroppo o per fortuna, e più cerchi di arginarlo o distrarlo, più ti travolge.

Per questo Ferrandelli è “naturalmente” avviato alla poltrona da primo cittadino. Perché ognuno di noi, in fondo, vuole vedere come va a finire. La curiosità, purtroppo o per fortuna, non ha logica.

lunedì 5 marzo 2012

Calasanzio Borsellino

Dopo tre anni di carte, firme e timbri, da oggi porto ufficialmente il cognome di mia madre, ma soprattutto di mio nonno e di mio zio: Calasanzio Borsellino. Mi sento completo e grato a loro per l'onore di essere sangue del loro sangue e di continuare la loro battaglia contro il sopruso e l'arroganza mafiosa. Se pensavano di aver eliminato la famiglia Borsellino, da oggi in giro ce n'è un altro.