martedì 31 gennaio 2012

'Ndrangheta all'assalto del veronese

Pubblicato su Cadoinpiedi.it e sul mio blog su Micromega.

Partiamo da un dato di fatto certo e incontestabile. La mafia al Nord non esiste. Ancor meno in riva alle dolci e fiabesche acque lacustri del Garda. E poi lo ha detto qualche giorno fa anche il presidente vicario della Corte d'Appello di Venezia, Vittorio Rossi: la presenza della mafia in Veneto è «esigua». «Il dato - ha detto Rossi - sembra smentire la tesi di chi riferisce di penetrazioni delle mafie nel Veneto». Premessa (e rassicurazione di Rossi) d'obbligo per non disturbare la dormiente e soporifera classe politica veronese. Una politica distratta che usa non eseguire radiografie sul conto di chi finanzia per opere ed infrastrutture, e, anzi, querela chi ha il vizio del racconto (Chincarini dixit).

Nella lezione di oggi de La mafia al Nord non esiste parliamo del comune di Garda, gioiello a Nord Ovest del capoluogo, sulla costa veronese del lago da cui prende il nome. Il Comune,
guidato allora da Davide Bendinelli e guidato ora da Antonio Pasotti, nel 2009 si affida al Consorzio Primavera, e all'impresa ausiliaria, la Giada Srl, per la realizzazione dell'ecocentro comunale: un'area attrezzata per il conferimento e la differenziazione di alcune categorie di rifiuti. Il costo iniziale dell'appalto era di 480 mila euro, e il consorzio lo agguanta agevolmente con un ribasso del 14,630 per cento. La cifra però lievita gradualmente fino ai definitivi 722.600,00, più altri 250 mila per realizzare la strada di accesso: in pratica quasi un milione di euro a carico dei cittadini di Garda, che proprio non potevano più vivere senza l'ecocentro. Come si legge nella delibera della Giunta comunale n. 100 del 05.06.2009, «si affidava definitivamente l'esecuzione dei lavori di realizzazione della nuova Isola Ecologica - Ecocentro - in Loc. Risare, in Garda (VR), alla Ditta Consorzio Primavera - Via Amendola, n. 88 - 42046 Reggiolo (RE) - P.IVA: 02338370352, come da verbale di aggiudicazione dell'asta pubblica, redatto dalla Commissione di gara nei giorni 10.02.2009 e 11.02.2009 - approvato con determinazione del responsabile del Servizio Area Lavori Pubblici n. 53 del 16.02.2009 - da cui è risultata la miglior offerente».

Esattamente un anno dopo la vittoria dell'appalto, il Consorzio e Giada Srl perdono la certificazione antimafia, perché vengono colpiti dall'interdittiva emessa dal prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro. Il provvedimento, come specificato dalla normativa, è una «misura preventiva volta a colpire l'azione della criminalità organizzata impedendole di avere rapporti contrattuali con la pubblica amministrazione». Il 16 settembre 2011 il Consiglio di Stato ha respinto definitivamente i ricorsi presentati contro il provvedimento del prefetto da Francesco Todaro, legale rappresentante, e Raffaele Todaro, confermando la sentenza del Tar Emilia Romagna, sezione staccata di Parma, n. 115 del 21 aprile 2011, «concernente la revoca al subappalto di lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria su impianti ed edifici aziendali a seguito di interdittiva antimafia». Le motivazioni della sentenza del Consiglio di Stato, purtroppo per i "mafiaugualesud", raccontano i retroscena della decisione, e certificano che il Comune veronese di Garda ha affidato lavori per quasi un milione di euro ad un consorzio in odor di mafia. Già, direte voi, ma il provvedimento del prefetto è di un anno successivo all'appalto. Già, ma bastava cercare sul web notizie sui Todaro per capire che bisognava escluderli dalla gara, o magari fare uno squillo in prefettura.

Ripercorriamo le ragioni che hanno chiuso le porte degli appalti pubblici al Consorzio Primavera. In data 5 luglio 2010 la prefettura di Reggio Emilia con un informativa (prot. n. 935/AM/Area 1), afferma come «sussistente il pericolo di infiltrazioni mafiose tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi dell'attività del Consorzio Primavera», con conseguente sussistenza delle cause interdittive di cui all'art. 4 del d. lgs n. 490 del 1994, ovvero sospensione della certificazione antimafia.

Ma cosa c'entra la mafia con un gruppo di imprese reggiane colme di calabresi? Il Consiglio di Stato lo dice chiaramente, riferendosi ai partecipanti al Consorzio: «la ditta "Edilsesso S.a.s. di Floro Vito Selvino & C." era stata dichiarata fallita l'8 maggio 2010 e che ciò nonostante il socio accomandatario Floro Vito Selvino continuava ad avere un alto tenore di vita, utilizzando autovetture di lusso di grossa cilindrata; che il fratello Floro Vito Giuliano risultava sottoposto ad arresti domiciliari in Provincia di Reggio Emilia e sorvegliato speciale di P.S., per fatti riconducibili all'associazione per delinquere finalizzata all'usura, ed era stato già in passato oggetto di segnalazioni all'Autorità giudiziaria per associazione per delinquere di tipo mafioso, oltre ad essere stato segnalato per la frequentazione con il nipote del defunto boss di una cosca di Cutro operativa in Reggio Emilia (clan Dragone) e con altri soggetti in vario modo interessati da segnalazioni di polizia per reati in gran parte tipici di organizzazioni malavitose; che, anche per l'immediata vicinanza dei comuni di residenza dei due fratelli (nati nel crotonese), era concreto il rischio di infiltrazione da parte della cosca mafiosa "Grande Aracri" di cui Giuliano era considerato un affiliato; che la Edilsesso S.a.s. di Floro Vito Selvino & C. aveva intrattenuto rapporti commerciali con società di cui è socio accomandatario il fratello Giuliano e con altri soggetti vicini alla suddetta cosca operante in Reggio Emilia; che Floro Vito Selvino aveva intrattenuto rapporti con più individui interessati da segnalazioni di polizia per svariate tipologie di reato, alcuni dei quali anche vicini alla cosca "Grande Aracri" di Cutro».

Dunque la Edilsesso (sarebbe curioso capire il nesso tra l'edile e la copulazione) era di un soggetto ritenuto addirittura intraneo all'associazione mafiosa. Ma la sentenza continua: «che altre ditte consorziate risultavano avere avuto rapporti commerciali con imprese vicine ad affiliati ad organizzazioni mafiose (la ditta Youssef Mohamed Abd El Alil Ismail in relazione alla Sarcia S.r.l.), o risultavano già oggetto di informazione interdittiva antimafia (Giada S.r.l.), o risultavano possedute da soggetti interessati direttamente da segnalazioni di polizia per tipologie di reato "sensibili" alle tematiche di prevenzione antimafia o risultavano adusi ad accompagnarsi ad individui gravati da analoghe segnalazioni (ditta Tirotta Massimiliano), o risultavano facenti capo a soggetti che frequentavano persone oggetto di segnalazioni di polizia per condotte criminose tendenzialmente legate all'appartenenza ad organizzazioni malavitose (ditta Marchio Vincenzo e ditta Ferrazzo Giovanni), o i rispettivi titolari risultavano in rapporto di parentela con soggetti in vario modo coinvolti in informative interdittive e in comportamenti in tal senso rilevanti (ditta Tirotta Luigi, ditta Arabia Salvatore, ditta Todaro Giuseppe); che i titolari delle ditte Soda Roberto e Soda Massimo risultavano gravati da segnalazioni di polizia per svariate tipologie di reato e altresì risultavano adusi a frequentare altri soggetti gravati da simili segnalazioni».

Dunque più che consorzio, il Primavera rappresentava una selezione naturale di persone individuate come, in qualche modo, vicine alla 'ndrangheta o alla delinquenza.

La sentenza continua: «il titolare (di origine crotonese) della ditta Grande Antonio (peraltro poi uscita dal Consorzio) era stato arrestato per associazione per delinquere finalizzata all'usura e si era contraddistinto per rapporti di frequentazione e di comunanza di interessi con il già citato Floro Vito Giuliano oltre che con altri soggetti della medesima estrazione geografica e in vario modo coinvolti in inchieste analoghe o collegate».

E infine si chiude con il botto: «che il sig. Raffaele Todaro, procuratore del Consorzio Primavera, risultava legato da vincolo familiare con il boss della 'ndrangheta Dragone Antonio (ucciso nel 2004 da affiliati alla cosca rivale "Grande Aracri"), per essere stato coniugato con la figlia; che il sig. Todaro Raffaele era stato più volte oggetto di intercettazioni ambientali relative a colloqui in carcere con il suocero che esplicitava i suoi disegni criminosi e i suoi obiettivi nel conflitto con la cosca "Grande Aracri", così rivelando la piena fiducia nel genero; che nei primi anni '80 il Todaro era stato inquisito per il reato di «estorsione» insieme al suocero e ad altri familiari (pur risultando poi beneficiario della decisione del G.I. di non doversi procedere per insufficienza di prove); che in una intercettazione telefonica era emerso che il Todaro aveva contattato un affiliato del clan Dragone per conto del suocero (anche se poi la vicenda penale si era conclusa con l'assoluzione per "non avere commesso il fatto"); che risultava presumibile la vicinanza del sig. Todaro Raffaele alla cosca vincente "Grande Aracri", a fronte dell'adesione al Consorzio Primavera di imprenditori riconducibili a detto gruppo criminale, anche in considerazione di una situazione di verosimile accordo tra il clan Dragone e la cosca avversaria per il più fruttuoso esercizio delle attività illecite in ambito reggiano; che, nonostante l'assenza di pronunce penali di colpevolezza a carico del Todaro, le risultanze investigative, gli accertamenti amministrativi, le intercettazioni ambientali e telefoniche integravano un quadro complessivo di elementi che facevano ragionevolmente ritenere la contiguità mafiosa di tale soggetto».

I giudici fanno rilevare anche «il comportamento mendace dei fratelli Todaro, che avevano indotto in errore le istituzioni preposte ai controlli, avendo omesso di far denuncia alla Camera di Commercio di Reggio Emilia delle intervenute modifiche statutarie e delle ditte che risultavano effettivamente consorziate, verosimilmente allo scopo di non far figurare ufficialmente in Consorzio ditte controindicate e con rapporti certi con ambienti vicini alla ndrangheta».

Questi sono i fatti emersi. Ma tutto ciò non vuole smentire minimamente il presidente vicario della Corte d'Appello di Venezia, che immagino, quando parla, si assuma le proprie responsabilità. E nemmeno i politici veronesi che dormono sonni tranquilli. Purtroppo però l'unica sorte che possono avere i fatti è quella di essere raccontati, e io sono affezionato alle tradizioni.

lunedì 16 gennaio 2012

Una recensione di Mafia Spa

di Matilde Geraci per Palermo24h.com

La più grande impresa italiana che, con i suoi affari sporchi, soffoca e distrugge l’economia di un Paese, privando i cittadini di ricchezza e benessere. Questo racconta il libro di un coraggioso giornalista siciliano, Benny Calasanzio.

Alla libreria Kursaal Khalesa (piazza Foro Umberto I, 21), è stato presentato Mafia Spa. Gli affari della più grande impresa italiana (Editori Internazionali Riuniti, 2011), il secondo libro di Benny Calasanzio, uscito il 26 ottobre scorso. Il volume ricostruisce tutti gli affari (sporchi) delle mafie, illustrando quelle che sono le inevitabili conseguenze di un sistema corrotto al suo interno e che subdolamente entra a far parte del nostro tessuto sociale, alterandone le coordinate – soprattutto quelle economiche e politiche – e sovvertendo il ruolo che riveste nel nostro Paese la pubblica amministrazione.

Esplicativa in tal senso anche la copertina del saggio che raffigura su sfondo bianco l’immagine capovolta della Giustizia con bilancia e spada, simboli rispettivamente di ponderatezza e potere nel far rispettare le leggi. Il risultato delle azioni del vastissimo sistema criminale è la progressiva demolizione della legalità, per far posto all’illegalità.

In essa non possono trovare spazio le tante, troppe vittime: quelle uccise e quelle ignorate da gran parte delle istituzioni.Lo trovano però in queste pagine. Le loro storie vengono infatti raccontate per restituire la dignità che gli è stata strappata. Sono storie di vittime, ma allo stesso tempo di vincitori. Uomini e donne che non si sono arresi, ma sono andati avanti scegliendo di non piegarsi a questa terribile azienda della morte.

A scandire i temi tecnici del libro troviamo però anche le storie di personaggi “diversamente onesti”, come quella di Pino Giammarinaro, sorvegliato speciale amico di Vittorio Sgarbi, e di Rosario Cascio, cassiere di Messina Denaro.

È uno studio senza dubbio approfondito, quello fatto dal giovane giornalista siciliano, frutto di ricerche e di letture di documenti, molti dei quali all’epoca inediti, come la relazione semestrale della Dia, il rapporto di Sos Impresa, quello di Legambiente, etc e il quadro generale che ne viene fuori non è certo incoraggiante. L'“azienda” mafia fattura 138 miliardi di euro l’anno, aggiudicandosi così il primo posto per fatturato in Italia, seguita da Assicurazioni Generali (con 120 miliardi nel 2009) e dall’Eni (con 83 miliardi). Sono cifre e dati scandalosi.

La mafia è un’azienda floridissima i cui profitti, costruiti su basi corrotte e sporche del sangue della gente che si è rifiutata di sottostare alle sue regole, non accennano minimamente a diminuire e anzi continua indisturbata a divorare l’economia; ma ciò che indigna ancora di più è che una realtà del genere non l’abbia messa nessuno nella propria agenda politica. Intanto il nostro Paese è in piena crisi finanziaria, con il continuo spauracchio di affondare e di vivere la stessa situazione di Grecia e Argentina.

Lo sguardo lucido e spietato dell’autore sull’Italia di oggi è come “una radiografia aggiornata, una mappa attendibile della mafia finanziaria”, scrive nella prefazione il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia. Un panorama completo e accessibile a tutti, quindi, di ciò che rappresenta la multinazionale più potente d’Italia, con i suoi tentacoli sparsi lungo tutta la penisola. Da Reggio Calabria a Milano. Nord e Sud uniti da un colosso multisettoriale che negli anni ha saputo cambiare aspetto e adattarsi, evolversi perfino, diventando imprenditoriale e finanziario, senza però mai perdere la sua componente principale: quella cioè militare e violenta.

Risulta ormai anacronistico raffigurare il mafioso con coppola e lupara in una strada bruciata dal sole siciliano, quando sarebbe più giusto immaginarlo in un bel completo firmato, all’ombra del Pirellone. L’intento dell’analisi di Calasanzio, davvero chiara e minuziosa, è quello di arrivare a più persone possibili, raggiungere qualsiasi categoria sociale e anagrafica perché “solo da una profonda conoscenza può partire una vera rivoluzione”.

Troppe persone non hanno nemmeno idea della mole di beni e capitali che le mafie ogni giorno sottraggono all’economia legale, e dunque ad ognuno di noi, a noi che dichiariamo fino all’ultimo centesimo delle nostre esigue ma pulitissime entrate”, afferma il giornalista, che aggiunge: “Quando ognuno di noi saprà cosa ci sottrae sottostare alle regole di Mafia Spa, forse davvero partirà una rivoluzione contro questi uomini del disonore e contro i collusi che tradiscono giuramenti e mandati popolari. Manovre economiche lacrime e sangue, macelleria sociale, tagli alla cultura, alla sanità e all’ambiente, mentre le mafie aumentano costantemente i propri profitti. Questo è quello che emerge alla fine del mio studio, ovvero un popolo tartassato da tagli e tasse e un’associazione criminale, ormai istituzionalizzata, che decide le nostre sorti. Questa è oggi l’Italia”.

Il coraggio, per fortuna, a questo giovane autore di certo non manca. Una peculiarità che evidentemente scorre nelle vene della sua famiglia. “Ho voluto dedicare il libro a due persone, Giuseppe e Paolo Borsellino, rispettivamente mio nonno e mio zio, morti per mano di Cosa Nostra perché si rifiutarono di pagare il pizzo. (imprenditori uccisi a Lucca Sicula nel 1992 a pochi mesi di distanza uno dall’altro, nda.) Loro mi hanno tramandato un’eredità da non perdere, che ci impone di resistere”.

E in un certo senso la dedica arriva anche a Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il giudice ucciso insieme alla sua scorta il 19 luglio 1992 nella strage di via D’Amelio. “Per descrivere l’Italia– racconta infine l’autore – ho voluto prendere la sua figura. A settant’anni, con la sua salute cagionevole, è davvero l’immagine perfetta del nostro Paese: vecchia, malandata, ma con quel briciolo di orgoglio, quello zoccolo duro che sta alla base e che è fatto di persone per bene. È la Resistenza”.

domenica 15 gennaio 2012

Mille euro a deputato Ars per Ignazio Cutrò


Aderisco e rilancio l'iniziativa delle associazioni vicine ad Ignazio Cutrò, ovvero la donazione, richiesta ai deputati dell'Ars, di 1.000 euro della loro indennità, che a volte supera i 17 mila euro mensili, per saldare la cartella esattoriale a carico di Cutrò, esecutiva da domani nonostante le sospensioni prefettizie.

martedì 10 gennaio 2012

Se questo è un uomo

Questo uomo si chiama Maurizio Turco. Ogni mese gli pago un lauto stipendio, perché ha giurato sulla Costituzione di fare gli interessi della Repubblica italiana e di tutti i suoi uomini e delle sue donne. Fa il deputato nelle file del Pd ma è un Radicale. Oggi quest'uomo, o quel che ne resta, ha deciso che se fai il parlamentare puoi colludere con la mafia senza il rischio di andare in galera. Che i giudici non possono esercitare l'azione giudiziaria fino in fondo nei confronti di un parlamentare. Oggi quest'uomo e quel che ne resta hanno votato "no" all'arresto di quello che è considerato dai magistrati il referente politico dei Casalesi, Nicola Cosentino.

"Mafia Spa" il 14 gennaio a Menfi