sabato 3 novembre 2012

Il topolino Donadi


La colpa più grave di Antonio Di Pietro non è immobiliare. Nemmeno politica. Ma strategica. Che l'Italia dei Valori sopravviva o meno all'uragano Sandy che la sta travolgendo, scoperchiando invidie e attriti mai sopiti, rimarrà intatta una questione: il più grave errore di Tonino è stato cedere in affitto non le sue proprietà al partito ma il partito ad un comitato di ferro che lo ha gestito a proprio piacimento, applicando la corte marziale di fronte al silenzio del leader; un silenzio obbligato da una sua costante "minoranzalizzazione" da parte dei pretoriani.

Ricordo l'ormai sbiadito estremo tentativo fatto dal triumvirato a capo dei ribelli, Sonia AlfanoLuigi de Magistris e Giulio Cavalli, di strappare dalle mani il potere alle eminenze grigie del partito capitanate dal comandante Massimo Donadi, finito in un bagno di sangue (politico): tutti e tre fuori dal partito, infamati in una letterafirmata dai senatori Idv (tranne Pardi), per la gioia delle guardie del corpo dell'imperatore, che già temevano il rimessaggio invernale a causa del successo dei tre e dal seguito di tesserati e movimentisti che questi stavano riscuotendo in tutta Italia.

Di Pietro è stato "costretto", o ha scelto, di voltarsi dall'altra parte mentre i tutori dell'ordine costituito facevano il loro sadico dovere, eliminando strane forme di democrazia che tentavano di innovare e togliere il potere dalle mani dei grigi burocrati: oltre al già citato Donadi, l'ex leghista Antonio Borghesi (che nel tempo perso dava dell'"ignobile" alla Alfano e la accusava, in modo molto originale, di aver usato il corpo del padre ucciso dalla mafia per fare carriera politica), Ivan RotaFelice Belisario e Ignazio Messina; uomini che con le preferenze faticherebbero ad entrare nel consiglio di scala condominiale, a cui è stato assegnato unpotere folle ed indiscriminato.

Ora che l'Idv vacilla, però, i valorosi paladini dell'autenticità di Idv accusano Cesare di ogni errore e di ogni delitto. Il delegato alla pugnalata finale è proprio lui, l'oblungo Donadi. Ma mi chiedo: dove sarebbe stato ieri lo spilungone veneto e dove sarebbe domani senza Di Pietro? Crede davvero di vivere di vita propria e rappresentare qualcosa oltre che se stesso e il piccolo stuolo di signorsì che lo circonda?

L'Idv si sarebbe potuta salvare con amputazioni e trapianti. È mancato, a Di Pietro, il coraggio politico di staccare il vagone bestiame mentre alla motrice c'erano gli ormai rinnegati Alfano, Cavalli e de Magistris che gli promettevano fiducia e cambiamento radicale. Tonino è stato, per mesi, sul punto di mollare tutto e rinnovare da cima a fondo il partito. Ma alla fine ha scelto l'usato sicuro che però, oggi, si è rivelato un pacco bomba. 

E ora che la nave affonda, i topolini, alla rinfusa, cercano una zattera, fingendosi ora donne, ora bambini; perché all'idea delle gelide acque dell'oceano, la dignità può affondare per prima.

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