mercoledì 13 giugno 2012

La toga di Paolo


Non ricordo il giorno, né il mese. Forse l'anno, 2008 o 2009. Ero a Palermo insieme a Salvatore Borsellino e avevamo deciso insieme di andare a trovare suo nipote, Manfredi, il figlio di Paolo. In quegli anni Manfredi dirigeva il commissariato “Zisa” di Palermo. Attraversammo quella bolgia infernale che è Palermo nelle ore di punta (magicamente, dopo le 20, sembra un'altra città) e arrivammo in questo quartiere ("Zisa" deriva dall'arabo “al-'Azīza”, ovvero "la splendida", “l'eccelsa”) che ospita il celebre castello normanno. Avevo conosciuto Manfredi solo tramite una corrispondenza risalente ad anni prima, innescata da una mia lettera piena di sfiducia e disillusione: “Forse tra poveri illusi, io e lei ancora possiamo capirci. Perché ancora tutti e due crediamo in una giustizia che ancora non è matura, che ancora fa distinzioni e che ancora assicura impunità agli amici di coloro che hanno le mani sporche del suo e del mio sangue. Suo padre lottava per il bene di un'isola ed è stato ucciso. I miei morti lottavano per il bene proprio e per quello della propria famiglia. E sono stati uccisi”. Avevo 20 anni quando avevo preso carta e penna per contattarlo e di lui si sapeva ancora poco, erano noti solo la volontà ferrea di non apparire e il suo stile discreto che condivideva con gli altri membri della famiglia.

In auto, mentre raggiungevamo il commissariato, ogni metro in meno dalla nostra destinazione aumentava di un'unità la mia irrequietezza. Ero agitato, turbato, ma sentivo il bisogno di conoscere Manfredi.

Un vecchio ispettore, di quelli che sanno vita, morte e miracoli di quei vicoli e di quei rioni, ci accompagnò alla sua stanza. Ci venne incontro un ragazzo, un ragazzino direi, non molto alto, con il fisico asciutto di chi ama lo sport. Aveva il viso di suo padre, gli stessi tratti, la stessa espressione; gli anni lo avrebbero avvicinato sempre di più a quell'immagine che ormai è un'icona mondiale.

Ci salutammo con calore e mentre ci stavamo accomodando sulle sedie davanti alla sua scrivania mi cadde l'occhio su un anonimo attaccapanni di legno scuro alle sue spalle, di quelli verticali con la struttura massiccia. Ad esso era appesa una toga di un nero spento, visibilmente usata, consumata dal tempo, con una cordoniera argentata anch'essa usurata e spelacchiata. In alto, appoggiato in cima all'attaccapanni, c'era anche il copricapo tipico dei magistrati che con la toga avrà condiviso anche l'età. Li osservai per qualche minuto perdendomi quel che Salvatore e il nipote stavano dicendosi. Manfredi, notando la mia totale assenza, mi disse che erano di suo padre.

Non riuscivo a smettere di fissare quegli oggetti, come se cercassi di memorizzarli e custodirli per sempre nella mia memoria. Poi cercai di inserirmi nella loro discussione, ma non riuscivo nemmeno a parlare perché mi sentivo spossato, quasi senza forze. La sensazione è quella che si ha quando accidentalmente si inalano ammoniaca o porcherie simili. Chiesi di potermi sedere sul divanetto nella stanza perché temevo di perdere conoscenza da un momento all'altro. Forse era un calo di pressione, di zuccheri. Bevvi qualche sorso d'acqua ma la cosa non migliorò. Non so se mi aveva tradito la tensione e l'emozione per aver conosciuto Manfredi o l'essere stato a pochi metri da quella toga, la stessa che il giudice indossava al funerale di Giovanni Falcone, la stessa che sulla spalla aveva “portato” la bara del suo collega e amico. Una sorte di sindrome di Stendhal non di fronte ad un'opera d'arte ma verso un simbolo, un qualcosa che era appartenuto ad un uomo che noi giovani siciliani consideravamo un padre, uno zio.

Non ho idea di cosa mi stesse accadendo, so solo che dopo qualche minuto chiesi a Salvatore di andare via perché avevo bisogno di tornare a casa il più presto possibile, stavo sempre peggio. Salutai Manfredi con molto imbarazzo e in modo sbrigativo e tornammo in quel caos di strade, auto, clacson e urla e, incredibilmente, iniziai a stare meglio.

Sono passati molti anni e qualche giorno fa mi è tornato in mente questo episodio. Tra un mese saranno passati 20 anni dal 19 luglio del 1992. Dal giorno in cui quel ragazzo ha perso suo padre, che per lui era semplicemente e prima di tutto un padre. È a quella toga e a quel cappello che penso ogni volta che sono giù, che mi mancano le motivazioni e il pessimismo mi corteggia. 

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