venerdì 9 marzo 2012

Un cognome in più, tanti amici in meno

Pubblicato su Cadoinpiedi

Benny Calasanzio Borsellino”. Avete idea di cosa accadrà, caro nonno e caro zio, ora che il ministero dell'Interno ha perfezionato l'aggiunta del vostro cognome, quello materno, al mio? Voi chiudete gli occhi per qualche giorno, e anche le orecchie se potete. Io ormai ci sono abituato. Ho conosciuto l'essere umano e la crudeltà non violenta di cui è capace. È una crudeltà banale, come il male. E dunque so già che assai pochi, solo quelli che un po' mi conoscono, comprenderanno fino in fondo la portata di questa mia scelta. Quella di avere sui miei documenti anche il vostro cognome, il cognome di Paolo e di Giuseppe Borsellino, due vittime innocenti della mafia, con cui ho la fortuna e il privilegio di condividere lo stesso sangue, quello che sporcato il terreno di Lucca Sicula il 21 aprile e il 17 dicembre del 1992. E lo sento nelle vene e nelle arterie che è speciale, che è prezioso, perché è profondamente intriso di dignità. Quella a cui non rinunciare mai, come mi avete insegnato.

La maggior parte invece, magari sottovoce, dirà che è una scelta di “marketing”: «Calasanzio Borsellino, parente del giudice?». «Ecco, arriva persino a millantare parentele celebri (come se essere parente del giudice Paolo fosse invidiabile, come se fosse solo onore, come se i suoi congiunti non abbiano perso larga parte della loro vita in quel 19 luglio, assieme al giudice e alla sua scorta)». Loro non sanno che ciò che mi rende orgoglioso non è quella domanda, ma il poter rispondere «No, non sono parente del giudice, ma di altri due Borsellino, padre e figlio, vittime innocenti della violenza mafiosa. E io sono loro nipote». Perché poi, la domanda successiva, è mirata a conoscere la vostra di storia.

No, loro, quelli che pensano senza pudore che siamo dei "privilegiati", quelli che dicono che facciamo “carriera” sui corpi dei nostri cari, se ne infischiano delle “ragioni”, o delle, diciamocelo pure, “giustificazioni” che siamo tenuti a dare per ogni frase, per ogni gesto e, talvolta, per ogni sorriso. Loro non sanno il percorso che c'è dietro alla condivisione pubblica del nostro dolore, loro non sanno che oltre che dovere civico, per noi è anche dovere “terapeutico”: è l'unico modo per tornare a ricordare, a parlare senza ingolfarsi di singhiozzi e di lacrime.

Loro, come mi è successo di sentire, vorrebbero averlo qualche parente ammazzato dalla mafia, perché ti dà appeal, ti dà credibilità. E del dolore, della sofferenza cronica, della mancanza costante di felicità, chi se ne fotte. 

Qualcuno me lo ha anche scritto, caro nonno e caro zio, sul mio blog. «Se i tuoi parenti si fossero chiamati Bianchi non lo avresti fatto». Se ci rimango male? Ormai no. Comprendo che chi non ha vissuto certe “cose” non può comprendere. Credono che si possa dire e fare quel che si vuole, che sulla memoria delle vittime di mafia si possa anche scherzare. «In fondo ormai sono passati 20 anni». Andateglielo a spiegare, voi, che per noi certe “cose” sono tabù, che non hanno nemmeno un nome, che la mafia, oltre al vostro affetto, c'ha tolto anche la parola, ci ha imposto una cupa pudicizia che ci impedisce di affrontare discorsi che vi riguardano. 

Mia madre sa delle mie sensazioni e dei miei sentimenti guardando i video dei miei interventi pubblici. E io dei suoi allo stesso modo. Ma per loro questo fa parte della fiction.
Ma loro cosa ne sanno? Per loro è e sarà sempre tutto finto. Le lacrime sono posticce, così come le testimonianze che portiamo in giro per l'Italia. Fiction.
«Benny Calasanzio Borsellino», lo so, sarà dura sopportare tutto quello che questa scelta comporterà, ma io voglio che la verità ultima sia per voi, che siate voi a custodire tutto ciò che sta dietro a questa scelta. È semplicemente la voglia di tenervi con me, di fissarvi sulla mia vita, di dire al mondo che io sono il nipote di due piccoli imprenditori che hanno messo in ginocchio la cosca mafiosa che voleva espropriarli della loro impresa. E che loro li hanno costretti al fuoco, alle armi, perché con l'intimidazione non avevano ottenuti il becco di un quattrino. Perché non avevano paura, che non è coraggio, né incoscienza, ma dignità.
Tutto qui. Mi basta, oltre alle spalle larghe, sapere che voi sareste con me, e, che in fondo, lo siete.

Vostro, Benny Calasanzio Borsellino.

1 commento:

Littorio Mangano ha detto...

Certa gente si permette di scherzare su simili tragedie anche grazie al fatto che viviamo in un paese di senza memoria e senza vergogna.
Negli ultimi 20 anni c'è stato un opera di autentica distrazione di massa messa in atto da chi controlla i mezzi d'informazione italiani.