domenica 18 marzo 2012

Provenzano, un (altro) figlio fiero del padre



Il pubblico è immobile sulle poltrone. Sul palcoscenico sale, di prepotenza, Angelo Provenzano. No, non è omonimo. È lui, è il figlio di suo padre. Gli spettatori sono costretti ad ascoltare la lectio magistralis sulla dignità. Non condanna il padre, anzi, ne è fiero. La verità processuale, dice, è una cosa. La verità vera è un'altra. Già. Uno spettacolo imbarazzante e indegno. Mi alzo e, di prepotenza, tiro giù il sipario. Dimentico democrazia e buone maniere. Cambio la scenografia. L'onore dell'attenzione la merita un altro figlio di un altro padre. Ferdinando Domè è figlio di Giovanni Domè, custode del palazzo in cui il 10 dicembre 1969 andò in scena la strage di Viale Lazio, quando Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Damiano Caruso, Emanuele D'Agostino,Gaetano Grado sterminarono il boss Cavataio e i suoi uomini. Ammazzarono anche Giovanni Domè solo perché era lì, solo perché poteva essere un intralcio. Perché "poteva", non perché "era". Vi lascio alle sue parole, cariche di dignità e pudore. Prego, salga lei sul palco.


Oggi leggo, sul Fatto Quotidiano con molta tristezza ed indignazione, le parole del figlio di quella bestia quale è Bernardo Provenzano. Come è possibile andar fiero di un padre come il suo? Che ha sulla sua coscienza (dubito che ne abbia) centinai di morti? Persone assassinate, trucidate per il solo motivo di essersi messi contro il suo "credo" criminale. Magistrati, giornalisti, poliziotti, uomini e donne che con il loro lavoro si sono opposti al suo sistema criminale, alla sua sete di potere. Ma anche semplici cittadini, cittadini, che nulla hanno avuto a che fare con le sue losche attività, ma che sono morte solo perché si sono trovati lungo la sua strada. Mio padre era uno di questi, come lo era Attilio Manca morto, per averlo curato senza saperlo, e come molti altri. Solo pronunciare quel nome vuol dire morire. Povero figlio, che vita dura e di stenti è stata ed è la sua. Una latitanza di 43 anni vissuta come il padre. Peccato che non dice che è stata una latitanza d'oro, di aver potuto studiare, latitanza vissuta con i soldi di papà. Ma mi chiedo come ha fatto a non sentire la puzza della morte, in quel suo, anche se nascosto, benessere? Come fa a non vedere che quei soldi sono sporchi di sangue, sangue di poveri innocenti? Provi a chiedere, il signor Provenzano, come è cambiata la vita di tutti quei figli sorelle, padri e madri a cui quella sottospecie di uomo che lui chiama "padre", ha strappato la vita. Bel modo di essere fieri del proprio padre! Io credo che il "signor Provenzano" non sia degno di pronunciare i nomi dei giudici Falcone e Borsellino, perché, se come lui dice , Falcone e Borsellino sono stati immolati sull'altare della Patria, suo padre (la bestia) insieme a quelle nullità dei suoi scagnozzi sono la mano assassina! 
Adesso, povero figlio, chiede l'infermità mentale, dignità per il padre. Ma quando il paparino trucidava le sue povere vittime non era malato mentale il suo cervello funzionava perfettamente. Quando vigliaccamente uccideva mio padre con una fucilata alla schiena era lucidissimo. Quindi al signor Provenzano io consiglierei un po' di buon senso ed un po' di dignità, quella dignità che lui chiede per quella specie di padre che ha. Io personalmente non nutro vendetta, nessun sentimento, per me questi personaggi sono niente. Chiedo solo che questi personaggi paghino per tutto il male che hanno fatto e continuano a fare alla società, spero che marciscano in galera. Ma forse questa rimarrà solo una speranza viste le brutte nuvole all'orizzonte. Perdonate il mio sfogo. 

Ferdinando Domè

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