mercoledì 28 dicembre 2011

La (bella) risposta del sindaco di Pellizzano

Oggi ho ricevuto la risposta del sindaco di Pellizzano alla mia lettera aperta sui divieti riguardanti i cani. Devo dire due cose: la prima è che effettivamente il mio tono era abbastanza aspro e me ne scuso, più che altro perché non era detto che i cartelli fossero stati installati durante il suo mandato. E la seconda è che, nonostante ciò, il sindaco ha promesso che a breve rimuoverà i cartelli e si è mostrato molto sensibile, dunque credo alla sua buona fede. Questa è una vittoria di tutti. Di Baloo, di tutti i cani e di Pellizzano. E anche del suo sindaco.

Egregio signor Benny Calasanzio, 
ho ricevuto la sua aspra, e per certi versi sorprendente mail che, se pur eccessiva nella forma, trovo comunque giusta nella sostanza.

Se lei, quando era a Pellizzano , fosse venuto a trovarmi in Comune forse le sue critiche si sarebbero, almeno un po', attenuate e stemperate e avremmo trovato almeno un argomento su cui saremmo stati in perfetto accordo: l'amore per gli animali. Ho una decina di gatti e quasi tutti sono dei trovatelli che qualcuno, conoscendo la mia sensibilità per gli animali, ha abbandonato sotto casa mia. Per questi amici, non potendomeli portare appresso, spesso rinuncio ad allontanarmi dal mio paese per le vacanze.

Per quanto riguarda i cartelli, non li ho fatti collocare io e, sinceramente, non mi sono mai preoccupato del loro contenuto prima che lei me lo facesse notare. Non è una scusa e me ne assumo la responsabilità attuale e le prometto che provvederò a sostituirli appena possibile con altri con un avviso più civile.

Mi dispiace anche che lei abbia già deciso che la sua lettera per me è una perdita di tempo perchè non è un mio potenziale elettore. Credo esistano anche amministratori che compiono il proprio dovere indipendentemente dall'interesse elettorale e da qualsiasi altro tipo di interesse personale.

Infine, se lei mi avesse conosciuto, avrebbe capito che non è certo il richiamo alla magistratura che mi farà cambiare quei cartelli ma la convinzione che essi sono sbagliati.

Quando tornerà Pellizzano, se ne avrà il tempo e la voglia, venga a trovarmi in Comune anche con il suo amico a quattro zampe.

Auguri di buon anno anche al suo Baloo.

Vanni Tomaselli
Sindaco di Pellizzano

Assedio alla toga. Parla Nino Di Matteo

Dal mio blog su Cado in piedi

Nino Di Matteo me lo ha detto chiaramente, quando, a telefono, gli ho fatto notare con una battuta che questo libro avrei voluto scriverlo io con lui: «Non faccio lo scrittore, ho accettato di scrivere questo libro solo perché me lo ha chiesto un giornalista come Loris Mazzetti, che di solito non si occupa prettamente di criminalità organizzata. Non avrei accettato con nessun altro. Mi sono sentito... tranquillo, pronto a confidargli memorie e pensieri e ad aprirmi completamente».

Dopo aver letto "Assedio alla toga" (Aliberti, 2011), ho compreso fino in fondo le parole di Di Matteo. Superficialmente avevo sottovalutato l'esperienza e la conoscenza della mafia di Loris Mazzetti. Per errore personale, certo, ma anche perché, nelle occasioni in cui ne abbiamo parlato, soprattutto durante le cene successive agli incontri pubblici, lui, giornalista di esperienza, di fama, e dirigente di Rai tre, non faceva mai il "cerimoniere", come molti suoi colleghi meno importanti e meno preparati.
Piuttosto ascoltava, faceva domande, cercava di capire. E io pensavo ne sapesse "poco". E, mi piace ammetterlo, non avevo capito nulla.

"Assedio alla toga" non è un banale botta-risposta tra un tecnico del Diritto ed un giornalista che fa il suo compitino in maniera devota. È un dialogo, mai banale, tra chi si pone dalla parte di chi vuol capire e chi da quella di chi vuol farsi capire.

Ciò che emerge da questo libro, soprattutto per chi non conosce nemmeno "alla larga" il pubblico ministero Di Matteo, è l'immagine di un uomo profondamente giusto, partigiano della Costituzione, cultore del Diritto ma anche della corretta applicazione della legge. Le sue parole spiazzano anche chi, ogni giorno, mastica e ingoia mafia. Quando parla del processo sulla "trattativa" Stato-mafia, ti convince che il suo augurio è quello che davvero mai nessun esponente delle istituzioni abbia trattato con la mafia. La sua vittoria non è la condanna, ma l'accertamento della verità. Chi pensa che sia in atto una battaglia tra Ros dei Carabinieri e procura di Palermo, o non ha compreso nulla o guarda solo da un lato, che certo non è quello del palazzo di Giustizia palermitano.

Loris Mazzetti non celebra un eroe, né gli confezione un intervista in ginocchio. Proprio perché è Loris Mazzetti, e ciò dovrebbe fugare a monte ogni dubbio. Poche incursioni nel personale, sempre legate al tema di questo libro, che non è, ripeto, la biografia di un uomo giusto, ma una conversazione per spiegare ai lettori, si spera molti, perché il vero allarme democratico, più che la mafia militare, siano la riforma della giustizia di matrice piduista, la retorica ed inutile (e dannosa) separazione delle carriere in magistratura, le leggi "ammazza-pentiti", e, infine, la stessa norma che lo costringerà, a breve, ad occuparsi d'altro, a lasciare per sempre l'antimafia, semplicemente perché lo ha fatto per troppo tempo (e troppo bene). Non conta l'esperienza accumulata, la memoria storica: lo si fa per evitare accentramenti di potere. Già, un procuratore o un sostituto della Dda di Palermo, notoriamente, acquisiscono rispetto, potere e influenza, soprattutto tra i poteri forti, nella politica, nell'imprenditoria e nella finanza. Già.

Il libro si chiude con le riflessioni di Loris Mazzetti, che confermano il valore, utilizzato al 30 per cento in Azienda, di questo dirigente Rai dalla passione civile financo superiore al suo maestro, Enzo Biagi. E con la lettera che Nino Di Matteo aveva scritto a Paolo Borsellino a 19 anni dalla sua morte. Una lettera intima, profonda e che conferma l'impressione che si ha di Nino Di Matteo: un amante del giusto sopra ogni cosa, un uomo lontano dai salotti e indifferente alle appartenenze politiche, pronto a sacrificare se stesso e la serenità della sua famiglia per un bene più grande che si chiama "giustizia", che si chiama "democrazia", e che lui vorrebbe si chiamasse semplicemente "Italia".

P.s. In procura, a Palermo, dopo questo libro aumenteranno i "risolini" dei colleghi e degli avvocati. Quei "risolini" che accompagnano lui ed Ingroia quando partecipano alle manifestazioni antimafia, quando si lasciano "abbracciare" dai giovani che manifestano in loro sostegno. Loro considerano Di Matteo e "quelli come lui" illusi, passionari, inguaribili romantici. Sono "risolini" isterici, di consapevolezza di uno spessore diverso, per loro irraggiungibile. Spero di vederli ancora per molto sulle bocche giuste.

lunedì 26 dicembre 2011

(Fuoritema) Pellizzano vietata ai cani.

Gentile sindaco di Pellizzano, Vanni Tommaselli,

siamo appena tornati da quattro splendidi giorni nella incantevole località che lei amministra, Pellizzano, piccola realtà dal sapore intimo e prezioso. Abbiamo alloggiato in un hotel, il Pezzotti, che ci ha concesso di portare con noi il nostro labrador di un anno, Baloo. Per la cronaca, ovviamente, vaccinato anche per i non obbligatori e munito di microchip. Noi portiamo sempre con noi il nostro cane, e, qualora non ci avessero consentito di tenerlo con noi in albergo, avremmo cambiato sistemazione o anche luogo di villeggiatura. Sa, se l'alternativa è abbandonarlo o lasciarlo in una pensione (luoghi, per carità, sempre più accoglienti e sicuri), se permette preferiamo cercare meglio e portarlo con noi.

No, non le sto scrivendo per raccontarle la nostra vacanza. Ma per dirle cosa non mi è piacuto di Pellizzano. Credo sia uno dei pochi paesi/città in cui al cane è vietato anche respirare. In ogni parco pubblico, si noti bene la parola "ogni", troneggiava la segnaletica verticale con un bel cane sbarrato e la scritta «Vietato l'ingresso ai cani». Non «Vietato l'ingresso ai cani se non al guinzaglio» (che forse per qualcuno ci può stare), ma vietato in toto l'ingresso.


Tutti i parchi che ho visto, quattro, e tutti rigorosamente vietati al mio amico Baloo, erano ovviamente vuoti: non un bambino, non un anziano, non un essere umano. Ma l'importante era che non ci fosse alcun quadrupede. Mi chiedo: era per rispettare la frase fatta «in questo parco non c'è nemmeno un cane»?


Ho riflettuto su questa circostanza, mi sono avvelenato qualche minuto del mio tempo. E mi chiedo: lei ha mai visto un cane spaccare un gioco, una giostra per i bambini? Scrivere sugli arredi e sui muri di un parco con un pennarello indelebile o con una bomboletta? Lasciare bottiglie di vetro in giro, a volte anche rotte? Ha mai assistito ad un cane che dopo essersi iniettato eroina, lasciasse lì la siringa (forse) infetta? O forse ha assistito ad un accoppiamento tra cani, alla fine del quale, il maschio lasciava per terra il contraccettivo?


A meno di qualche evento soprannaturale, le risposte dovrebbero essere tutte "no". Di solito queste cose le fanno degli umani classificabili nell'insieme dei cosiddetti "idioti". Però non c'era un cartello con scritto «Vietato l'ingresso agli idioti». Il problema dei parchi pubblici di Pellizzano sono i cani.


Forse lei teme per le suole delle scarpe dei plicianèti? Ma le assicuro che in percentuale sono più gli idioti che i padroni che lasciano per terra gli escrementi dei cani.


Detto questo lei penserà: questo idiota mi ha fatto perdere 5 minuti per leggere le sue idiozie. Chissenefrega, tanto mica vota qui, mica mi crea un danno. Si sbaglia. Le assicuro che gli amanti dei cani sono tanti. Nel rapporto di Eurispes 2011 si legge che l’87,2 per cento degli italiani ha nei confronti degli animali un sentimento positivo. Il 41,7 per cento ha in casa un animale domestico. Il 48,4 per cento di chi possiede un animale, ospita nella propria casa un cane. E visto che attorno al suo paese ci sono altri posti davvero incantevoli, uno potrebbe cercarne uno più accogliente per Fido, arrecando un grave danno economico al suo paese, ai suoi esercenti, e ai suoi residenti più in generale.

In Italia non esiste alcuna legge che vieta l'ingresso dei cani nei parchi e più in generale nei luoghi pubblici. Esistono ordinanze, indecenti come quella del suo Comune. Pensi che l'ex ministro per il Turismo, Michela Vittoria Brambilla, ha scritto con l’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) un'ordinanza che va nel senso opposto alla sua. Il provvedimento può essere recepito, appunto, con una semplice ordinanza sindacale da parte dei sindaci. Secondo il documento ministeriale, gli animali, possono accedere ovunque, salvo che in ospedali, asili, scuole, con l’eccezione delle case di riposo, in quanto il ministro ha anche pensato al disagio dei nostri anziani se privati del loro amico del cuore. Altro che divieti nei parchi pubblici.


Le dirò di più. Quello che lei ha fatto è illegale: secondo il ministero della Salute, che richiama una circolare dell’Anci, «vietare l’ingresso ai cani nei locali pubblici e quindi negli esercizi commerciali è illegale». Il padrone deve garantire le norme di sicurezza ed evitare che l’animale sporchi e, fatto salvo l’obbligo di guinzaglio e museruola come da profilassi antirabbica, nulla è possibile vietare. Altro che divieto nei parchi pubblici.


E allora, caro sindaco, cosa dice, li estirpiamo questi cartelli, per sostituirli con «Qui i cani con padroni educati sono i benvenuti»? O dobbiamo ad ogni costo presentare un esposto alla magistratura?

giovedì 22 dicembre 2011

Mafia a Peschiera del Garda. Ma il sindaco querela

Prologo
Il 26 febbraio del 2009 il sindaco di Peschiera del Garda (VR), Umberto Chincarini, si recava con passo deciso presso la locale stazione dei carabinieri e presentava una querela contro il sottoscritto. Per il sindaco sarei colpevole di diffamazione e ingiuria. Ancora oggi, dopo la notifica da parte dell'autorità giudiziaria, il pm non ha deciso se archiviare o rinviarmi a giudizio. 

Sotto accusa era un articolo pubblicato sul mio blog dal titolo «Il sindaco di Peschiera che mente sapendo di mentire». Incriminata, in particolare, la chiusa del pezzo: «È proprio una soddisfazione poter dire, dati alla mano, che il sindaco sulla mafia mente, è un bugiardo, e ad essere querelato dovrebbe essere lui, magari per mano dello Scico». Mi riferivo alla negazione cronica, da parte sua, della presenza, ormai asfissiante, della mafia a Peschiera del Garda, e più in generale in tutta l'area lacustre. E citavo, tra gli altri documenti, il rapporto del 1997 dello Scico, il servizio centrale di investigazione della Finanza: «la criminalità organizzata è sbarcata sul lago di Garda, investendo nell'edilizia, nel commercio e anche tentando la scalata in aziende in dissesto». A ciò si aggiungeva il fatto che il 5 ottobre dello stesso anno il gip di Verona, su richiesta del pubblico ministero Marco Zenatelli, aveva emesso tre ordinanze di custodia cautelare per usura aggravata, estorsione, lesioni personali gravi, esercizio abusivo dell'attività finanziaria ed impiego di denaro di provenienza illecita, nell'ambito di indagini della Dia di Padova sugli affiliati al clan camorristico Licciardi. Uno dei tre, Ciro Cardo, sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno a Peschiera, era addirittura il cognato del capo clan Pietro Licciardi, da anni detenuto in regime di 41 bis.

***

Alle prime ore del 20 dicembre scorso, più di cento tra agenti e militari della questura di Caserta, del centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Napoli e del Comando provinciale dei carabinieri di Caserta, eseguono un provvedimento emesso il 14 dicembre dal Collegio per le misure di prevenzione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il collegio accoglie in toto la proposta di provvedimento formulata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, in concerto con il questore di Caserta e il direttore della Dia. Si tratta del sequestro di beni mobili e immobili, nei confronti di quattro personaggi ritenuti organici al clan dei casalesi, coinvolti nell'ambito del riciclaggio di denaro sporco.

I quattro sono: Pasquale Pirolo, alter ego di Antonio Bardellino; Michele Santonastaso, avvocato già agli arresti per associazione mafiosa (sarebbe “in mano” al boss Francesco Bidognetti); Nicola Capaldo, imprenditore; Giuseppe Nocera, cugino di Raffaele, cognato del super boss Michele Zagaria. Sono tutti definiti dagli inquirenti «gravitanti nell'organizzazione camorristica dei casalesi».
Cosa c'entro io, cosa c'entra Peschiera del Garda, cosa c'entra Umberto Chincarini?

Come si legge nel provvedimento alle lettere “g” ed “h”, tra gli innumerevoli beni intestati e sequestrati a Giuseppe Nocera, fedelissimo del boss Michele Zagaria, nato a San Cipriano d’Aversa il 27 luglio del 1960, c'è anche una «abitazione sita in Peschiera del Garda (VR), alla via Venezia, riportata in catasto al foglio 10, particella 1363 sub.20, intestato al 50 per cento; garage di mq. 18 sito al medesimo indirizzo, riportato in catasto al foglio 10, particella 1363 sub.37 (comprese le parti comuni del fabbricato, tra le quali la piscina di cui alle particelle 61-62-67) intestato al 50 per cento. Il restante 50 per cento dell'immobile risulta intestato alla moglie.

Nocera, oltre all'ingombrante parentela, è socio in affari nella “Azzurra Immobiliare”, «avente sede in Napoli al Centro direzionale Isola F12, della quale è amministratore»; l'altro socio è l'avvocato Santonastaso, quello, per intenderci, che, durante un'udienza del processo Spartacus alla camorra, lesse in aula, per conto dei suoi clienti alla sbarra, un proclama che aveva il sapore dell'intimidazione nei confronti di Roberto Saviano, della giornalista Rosaria Capacchione e del magistrato Raffaele Cantone.

Dunque, mi chiedo. Ma perché mai un fedelissimo di quello che fino a qualche settimana fa era il latitante più pericoloso d'Italia, insieme a Matteo Messina Denaro, va ad investire le sue somme in una bella casa con piscina a Peschiera del Garda, perla lacustre dove la mafia non esiste, tanto che il sindaco querela tutti quelli che insinuano qualcosa al riguardo?

La risposta è dentro di voi. E non fatela uscire, si ingolferebbe il tribunale di Verona.

Il mio regalo di Natale. Contro la mafia.


«Cara mamma, tu sei una grande donna, hai combattuto per noi. Secondo me i mafiosi devono andare tutti in prigione, ma non per 5-6 anni. Ergastolo! Così Palermo e altre città vivranno in pace. Baci, Vitto. Bentornata, ti amo».

Valeria è molto restia a parlare della sua vita privata, e, a maggior ragione, a divulgare le bellissime lettere che i suoi figli, Emanuele, Vittoria e Margherita, le scrivono spesso, nonostante vivano tutti sotto lo stesso tetto. Per questa ha fatto un'eccezione. Ha voluto farmi un dono per Natale. Mi ha autorizzato a pubblicarla perché possa donare a tanti la stessa forza che ha trasmesso a lei in un momento di grande sconforto. 

Valeria Grasso è una testimone di giustizia palermitana, imprenditrice con la "testa dura". Si è messa in testa di essere più forte dell'interno clan Madonia, che le chiedeva il pizzo. E, fino ad oggi, sta avendo ragione. Certo, vive sotto scorta, ma la sua palestra, quella superstite a intimidazioni e danneggiamenti, va molto bene.

Questa lettera è la speranza di una bambina di 10 anni, che ha scoperto la mafia quando ha visto la sua mamma andare in giro blindata dalla scorta dei carabinieri. Che ha vissuto a fianco di Valeria senza lasciarla mai un attimo. Una famiglia così solida e legata che nemmeno la temibile cosa nostra riesce a distruggere.

E io la regalo a voi questa lettera. Perché possiate passare un Natale felice, insieme ai vostri cari, insieme a Valeria e ai suoi figli.

sabato 17 dicembre 2011

Diciannove anni fa

Il 17 dicembre del 1992, nel pomeriggio, mio nonno Giuseppe Borsellino usciva di casa per comprare le sigarette. Otto mesi mesi prima cosa nostra aveva ucciso suo figlio Paolo. Esce dal tabaccaio e due killer in moto gli scaricano addosso un intero caricatore. 
Dopo 19 anni, e ogni anno di più, sono orgoglioso di quell'uomo che ha fatto tremare mafia e politica collusa, e che mi ha insegnato il valore altissimo e irrinunciabile della dignità.

martedì 13 dicembre 2011

Tornano i Siciliani

Ecco il primo numero de I Siciliani giovani, ispirato a I Siciliani di Giuseppe Fava. Di seguito il mio pezzo e poi tutto il giornale sfogliabile on line.
I Siciliani giovani n.1

lunedì 12 dicembre 2011

Omicidio Manca: c’è un mafioso ma non c'è la mafia

Dai miei blog su Micromega e Cado in piedi

Prima di lasciare che le indagini sul delitto di Attilio Manca finiscano peggio di come (non) erano (mai) iniziate, ovvero che si chiami in causa l’esoterismo o una maledizione macumba come responsabili della morte dell’urologo, un’ultima, misera, riflessione.

Salvatore Fanti è il gip che ha rigettato la terza richiesta di archiviazione avanzata dall’infaticabile Renzo Petroselli, pubblico mi(ni)stero che a detta dell’avvocato Fabio Repici, si è distinto per «l’abnorme inerzia che ha contraddistinto il suo operato, svolgendo solo supplementi di indagini ordinati dal gip».

Salvatore Fanti è lo stesso gip che, rigettando, si è premurato di dire che sì, serviranno nuove indagini, ma che la mafia con l’omicidio Manca non c’entra. Si tratta di una semplice overdose accidentale da parte di un tossicodipendente. E lo dice senza lo straccio di un risultato d’indagine decente. E non gli importa che, per essere overdose e non omicidio, si presuppone che l’iniezione se la sia fatta da solo, il dottor Manca. Altrimenti sarebbe omicidio, no? E allora perchè non hanno mai fatto analizzare la siringa, ovvero l’arma del delitto? E questo, pensate, non è il punto più importante. 

Quel che mi lascia basito e mi fa venire voglia di conoscere il gip, fosse anche soltanto per capire se Cesare Lombroso possa tornare attendibile, sono i nomi dei sei attuali indagati per la morte di Attilio, ovvero coloro che a vario titolo avrebbero potuto avere un ruolo nella cessione della droga, perchè di droga è morto; ma di quella potente, che ti sfigura e ti provoca la deviazione del setto nasale. Cinque di questi sono vicini agli ambienti mafiosi messinesi. E sono tutti e cinque di Barcellona Pozzo di Gotto. Sei persone, cinque siciliane, implicate nella cessione della droga ad un ragazzo che viveva a Viterbo. Certo che come spacciatori lì sono messi davvero male se ne devono partire o comunque impegnarsi cinque di Barcellona Pozzo di Gotto per qualche grammo da recapitare a Viterbo. «Visitate Viterbo, la città senza droga».

Ecco l’elenco dei sei:

Angelo PorcinoUna decina di giorni prima della morte dell’urologo, Ugo Manca telefonò ad Attilio e gli preannunciò che Angelo Porcino sarebbe andato a Viterbo a trovarlo, per avere da lui un non meglio precisato consulto. La circostanza è confermata da una testimonianza della madre del medico, la quale ha dichiarato che, poco prima di morire, il figlio la chiamò per chiederle informazioni su tal Porcino. Porcino è un boss del clan dei Barcellonesi, come conferma il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano. A conferma di ciò è stato recentemente arrestato nell’ambito delle operazioni antimafia Gotha e Pozzo 2. Condannato in via definitiva per tentata estorsione ai danni di una cooperativa che gestiva i servizi sociali per conto del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto.

Ugo Manca – cugino di Attilio, tecnico radiologo, all’epoca dei fatti in servizio in provincia di Messina, all’ospedale di Patti. Andò a Viterbo nel dicembre del 2003 per essere sottoposto a intervento chirurgico per varicocele, che sarebbe stato eseguito proprio da Attilio. La sua presenza a Viterbo fu scoperta perché lasciò un’impronta palmare nel bagno di casa di Attilio, sulla piastrella sopra il pulsante dello sciacquone del bagno. Lo stesso Ugo Manca tornò a Viterbo dopo la morte del cugino e si recò due o tre volte in procura a sollecitare, a nome dei genitori, la restituzione del corpo di del medico alla famiglia e il nulla osta per sepoltura. Ma i genitori e il fratello di Attilio hanno sempre smentito di avergli assegnato tale compito.

Renzo Mondello – Si sentì ripetutamente per telefono con Ugo Manca mentre questi si recava a Viterbo e vi si intratteneva il giorno dopo il rinvenimento del cadavere. Ugo Manca al telefono riferiva a Mondello gli sviluppi delle indagini.

Salvatore Fugazzotto – Salvatore Fugazzotto era amico di Attilio dall’infanzia. Negli ultimi tempi si era avvicinato a Ugo Manca, che dieci giorni dopo la morte di Attilio gli avrebbe fatto da padrino di cresima. Negli ultimi due giorni di vita di Attilio ci sono due lunghe telefonate con Fugazzotto. Dopo la conversazione con Fugazzotto del 10 febbraio 2004 Attilio manifesta inquietudine e si dice infastidito per un incontro che dovrà avere a Roma con persone imprecisate.

Andrea Pirri – Ha raccontato ad almeno due persone, che lo hanno poi riferito agli investigatori, che Attilio era stato ucciso dalla mafia. Aggiunse che i suoi genitori avrebbero fatto meglio a far cadere il silenzio sulla vicenda e che già avevano ricevuto minacce in tal senso.

Monica Mileti – Monica Mileti incontrò Attilio nel pomeriggio del 10 febbraio 2004. Due giorni dopo Attilio venne trovato cadavere.

Dicevo che non conosco il gip Salvatore Fanti. Però mi piacerebbe sapere se abbia idea di cosa sia cosa nostra, la mafia. Se abbia studiato in parte il fenomeno tramite ordinanze e sentenze o se la sua conoscenza si limiti a qualche libro o a qualche puntata de Il capo dei capi. Davvero presuppone che, anche se a vario titolo, un mafioso del calibro di Porcino sia coinvolto in una banale cessione di eroina ad un eventuale consumatore finale? O che su sei indagati ben cinque siano vicini ad ambienti mafiosi ma che in tutto ciò la mafia non c’entri nulla? Ma davvero crede che i boss spaccino droga per strada? E che cinque simpatizzanti di cosa nostra siano coinvolti nella morte di Attilio Manca non in quanto tali ma solo a causa di circostanze fortuite, senza, in qualsiasi caso, il placet delle cosche?

Un un unico, umile consiglio: prima facciano delle indagini degne di questo nome, e poi, alla fine, si esprimano sul contesto in cui è maturata la morte di Attilio Manca. Perchè di serio, questo processo, rischia di avere solo il nome della vittima.

mercoledì 7 dicembre 2011

Presidente, ci sarebbe anche la mafia

Dal mio blog su Micromega

Sono assolutamente d’accordo che a pagare questa manovra lacrime, sangue, piastrine e globuli (rossi e bianchi) debbano essere i pensionati, che sono considerati pacificamente la vera causa della crisi economica universale. Loro che con l’evasione fiscale, con i soldi nei paradisi fiscali, con la loro pirateria borsistica hanno portato a fondo la nostra economia. Loro che vanno alla bocciofila in Ferrari e che dichiarano solo 6-700 euro al mese. Loro che dopo aver fatto finta di lavorare una vita pensavano di godersi la vecchiaia, organizzando feste e festini nei circoli ricreativi pagati da noi. Tiè!
 
Mi permetto solo di osservare un piccolo, insignificante aspetto, rimanendo ovviamente convinto della malvagità del pensionato italiano. Ci sono, dall’altra parte della strada, 138 miliardi di euro. Sono accatastati su un marciapiede. Basterebbe che (sobriamente, ci mancherebbe), il professor Monti voltasse l’anglosassone viso e guardasse quella montagna di soldi, titoli, beni immobili. Centotrentotto miliardi di euro nel 2010 di ricavi, 33 miliardi di costi per un utile d’esercizio di 104 miliardi di euro. Non è il Pil di una nazione in via di sviluppo, o per lo meno non ancora, ma è il conto economico di Mafia Spa, la più grande e fiorente azienda italiana.

Le due aziende che seguono, o meglio, cercano di inseguire i nostri sono Assicurazioni Generali, con 120 miliardi l’anno e l’Eni con 83. Come scrivono Massimiliano Del Barba e Alfredo Faieta, nel loro Grandi evasori, «se la mafia fosse un’azienda regolarmente iscritta alla Camera di commercio, dovrebbe pagare il 27,5 per cento sugli utili (la famosa Ires, l’imposta sul reddito delle società), ovvero 21,45 miliardi di euro. Se proprio non vogliamo metterla in ginocchio, almeno facciamole pagare le tasse, non mollando la presa sul malefico pensionato, ovvio.

Io, che non sono un sobrio economista, né un anglosassone consulente, né l’eroe di un videogioco, per prima cosa avrei pensato: «Ehi amici ministri, cosa ne dite di tagliare immediatamente sulle spese della politica, magari anche un 20 per cento netto sugli stipendi dei parlamentari, e investire domattina nelle forze dell’ordine, nel sistema giudiziario, nella sicurezza dei magistrati? Un rotolo di carta igienica in più, qualche risma extra, e magari, perchè no, una scorta adeguata ai magistrati anticamorra di Napoli. Potrebbe essere un’idea, che dite?».

A parte un retorico accenno durante il primo discorso ufficiale, la parola m-a-f-i-a è sparita dal vocabolario del sobriamente sobrio Sobrio Monti. Ma davvero lui, con la sua esperienza, riesce ad ignorare quei fiumi di capitali illegali e tossici che uccidono la nostra economia? Davvero non comprende che finanziando come si deve le forze dell’ordine e la magistratura quei capitali possono essere molto più efficacemente sottratti alle mafie e reinvestiti nell’economia pulita, lasciando in déshabillé boss e clan? Investire nella lotta alla mafia caro Sobrio, basterebbe questo, altro che cercare i centesimi nascosti nei calzini sporchi dei poveri.

Ma no. Meglio bussare ai pensionati e chiedere l’obolo. Ma d’altronde cosa se ne fanno loro di 700, 800 o 1.000 euro al mese, se devono solo giocare a carte e guardare i lavori per strada, dispensando consigli tecnici agli operai? Pagate vecchi e vecchie, pagate ed evitate di sorridere, visto che dal dentista per un po’ non potrete andare.

Ho solo un dubbio. Provenzano e Riina ce l’hanno la pensione? Non perchè se anche loro ce l’hanno stravolgiamo subito la manovra.

lunedì 5 dicembre 2011

Cado in piedi

Da oggi inizia la mia collaborazione con il sito Cado in piedi. Questa la vignetta che mi accompagnerà. Ovviamente l'autore della stessa ha già subito una fatwa.

sabato 3 dicembre 2011

Omicidio Manca, vi spiego come finirà

Dal mio blog su Micromega.

La vicenda dell'urologo Attilio Manca la conoscono ormai quasi tutti. È la storia di un luminare “suicidato” a Viterbo dopo essere stato usato per curare e accompagnare in Francia, nell'ottobre del 2003, il signor Gaspare Troia di anni 72, alias Bernardo Provenzano. Il solerte pm della procura di Viterbo, Renzo Petroselli, ha sempre negato e mai approfondito ogni ipotesi diversa dal suicidio. Per lui Attilio Manca era un consumatore di droga che ha mischiato troppe sostanze cercando una morte consolatrice. Lui che aveva proprio una vita di merda a 34 anni: ai vertici della medicina italiana, con in programma un periodo di volontariato in Bolivia con Medici senza frontiere e un sorriso permanente in viso. Il tipico profilo del suicida depresso. 

Qualche giorno fa, per la terza volta, il gip ha negato però l'archiviazione delle indagini chiesta per tre volte da Petroselli. Non perchè il giudice per le indagini preliminari si sia convinto dell'evidenza, ovvero che si tratta di un eclatante delitto di mafia, ma perchè dice che se non di suicidio si tratta, certamente è in ballo una cessione di stupefacenti con cui Manca si sarebbe accidentalmente ucciso. Overdose. Nella vena sbagliata, lui che era mancino e quasi inabile con la destra. Ma questo poco conta. 

A questo punto non è difficile ipotizzare come finirà tutta questa vicenda. Ormai l'eco nazionale non consentiva di poter archiviare tutto come si farebbe in un retrobottega della peggio procura d'Italia. Si ordineranno nuove indagini, magari affidandole per la quarta volta al pm che ha già dato, tecnicamente, del drogato per tre volte ad Attilio. Il Petroselli indagherà e alla fine condanneranno quattro-cinque disgraziati con il metodo ormai noto in Italia, ovvero il sorteggio.

I familiari di Attilio così saranno sì delusi dall'aver avuto un figlio drogato, ma risarciti da condanne che in qualche modo, pensa qualcuno, allevieranno il dolore. Avranno, insomma, qualcuno da odiare che non sia un magistrato, e prima o poi si rassegneranno: in fondo si trattava di un tossico.

Poi c'è ció che auspico. Ovvero che fra 20, 30 anni, grazie a qualche pentito e a qualche magistrato rompicoglioni e che abbia una vista più profonda del proprio naso, che abbia voglia di lavorare e che ne capisca qualcosa di mafia, a differenza di pubblici ministeri assolutamente incompetenti sul tema, si riapriranno le indagini. E fra quarant'anni, mentre io sarò in qualche parte del mondo a fare qualcosa, si spera a non lavorare, sentiró alla radio la notizia della condanna di alcuni macellai dei clan mafiosi, ovvero gli esecutori materiali, e che il mandante dell'omicidio era stato Zio Binnu, che al di là di qualche miracolo di matrice berlusconiana, sarà già all'inferno.

Forse ci saranno i genitori di Attilio, centenari. E certamente suo fratello Luca. Quel giorno si ristabilirà che Attilio Manca è stata una vittima innocente della mafia, che non aveva mai assunto in vita sua stupefacenti, che non si trovava in Francia per una gita ma per accompagnare Provenzano. Il pm urlerà in aula che per quasi mezzo secolo il dottor Manca è stato additato come drogato e suicida da una procura che ha la stessa competenza sulla mafia di quella che Emilio Fede ha con il giornalismo.

Quel giorno io faró solo una telefonata, e sarà a Renzo Petroselli, che mi risponderà da una bocciofila. Quel che gli dirò, beh quel che gli dirò sarete i primi a saperlo.