martedì 31 maggio 2011

Valeria Grasso, è finito tutto

Le mie considerazioni dopo la notizia che Valeria Grasso è entrata nel programma di protezione per i testimoni di giustizia.

Valeria Grasso testimone di giustizia

MAFIA: DENUNCIO' ESTORSORI, IMPRENDITRICE PALERMITANA TRASFERITA IN LOCALITA' PROTETTA = VALERIA GRASSO E' ORA TESTIMONE DI GIUSTIZIA

Palermo, 30 mag. - (Adnkronos) - L'imprenditrice palermitana Valeria Grasso, proprietaria di due palestre che in passato aveva denunciato i suoi estorsori, e' stata portata in una localita' protetta dove cambiera' identita' e diventera' a tutti gli effetti una testimone di giustizia.

A darne conferma all'ADNKRONOS e' il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, che ha raccolto le denunce della donna. "Abbiamo valutato le denunce che l'imprenditrice aveva fatto -ha spiegato il capo del pool antimafia di Palermo- cosi' ho inoltrato il piano di protezione per la donna come testimone di giustizia dopo le numerose intimidazioni subite".

Nei mesi scorsi, Valeria Grasso aveva denunciato di essere stata lasciata sola anche dalle istituzioni. Per questo nel novembre scorso si era incatenata davanti al ministero dell'Interno e aveva lanciato un appello al presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello. "Io ho denunciato -aveva detto la donna- ma sono stata abbandonata da tutti" e contro Lo Bello: "qual e' l'aiuto che il presidente di Confindustria offre ai siciliani visto che sono stata del tutto ignorata?".

Inoltre, a febbraio Valeria Grasso aveva accusato anche l'associazione 'Addiopizzo', sostenendo di non avere avuto alcun appoggio nonostante si sia ribellata al racket e aveva sostenuto di essere stata "emarginata per le mie scelte politiche". Accuse che sono state tutte respinte dai diretti interessati.

Valeria Grasso, 40 anni, ha fatto arrestare in passato i suoi aguzzini e ha continuato a ricevere minacce. "Gestivo due palestre, poi ho trovato il coraggio di denunciare le vessazioni che subivo dalla mafia e in un colpo solo la cosca e' stata smantellata -aveva denunciato incatenata davanti al Viminale- io ho perso tutto. Ho scritto, ho scritto alle piu' alte cariche dello Stato e sono stata ignorata, come fossi trasparente. Mi rimane solo la mia dignita'".

Adesso la decisione della Procura, insieme con la Prefettura e i carabinieri del Comando provinciale di Palermo, di proteggere la donna, che fino ad oggi aveva una vigilanza sorvegliata, ma a distanza. Nei giorni scorsi l'imprenditrice e' stata trasferita nottetempo in una localita' segreta, dove potra' ricominciare una nuova vita con una identita' diversa.

lunedì 23 maggio 2011

«Incontrai Ciancimino, l'ultima delusione»

Dal Corriere della Sera del 23 maggio 2011.

Falcone. Diciannove anni dopo la strage
«Incontrai Ciancimino, l'ultima delusione»
Rosaria Schifani, vedova di uno degli agenti del giudice: «Ho perso la speranza di sapere la verità»

GENOVA - È un anniversario vissuto con rabbia da Rosaria Schifani, diciannove anni dopo quel suo struggente «vi perdono, ma inginocchiatevi». Dopo il monito lanciato «a mafiosi e uomini collusi dello Stato» davanti alle bare di Vito, il marito, di due agenti, di Giovanni e Francesca Falcone. No, non torna nemmeno quest'anno a Palermo per le celebrazioni, stordita da quanto succede dentro e fuori i tribunali: «Ho perso ogni speranza di conoscere la verità. Diciannove anni di delusioni...».

Un'amarezza profonda emerge con sofferenza, come se non volesse spiegarne la causa dirompente, limitandosi a frecciate fulminanti, lanciate durante una agitata passeggiata su un lungomare ligure, da tempo approdo e rifugio per lei e Emanuele, il ragazzo che ha gli stessi anni della strage di Capaci: «La mafia non è morta. Si è infiltrata dovunque, qui al Nord. E giù, a Palermo, il pool antimafia c'è ancora? Non lo vedo più. Vedo solo magistrati che litigano. Soprattutto su quel Massimo Ciancimino che mi ha fatto piangere...».
Si blocca, riprende nervosa, si pente d'aver pronunciato le ultime parole, poi si sfoga e spiega d'essere infuriata con se stessa: «Ma lo capisci che io ho implorato aiuto a questo impostore, che ho chiesto di fare giustizia al figlio del vecchio Ciancimino?».

È una rivelazione che la fa star male. C'è una panchina. E c'è un bicchiere d'acqua. Sorseggiato fra interrogativi posti a se stessa: «Perché l'ho fatto? Perché è accaduto? Chi me l'ha fatto fare?».
Ed ecco venir fuori il racconto di un incontro casuale fra la giovane vedova che nel '92 s'aggrappò al cardinale Pappalardo e il rampollo di «don» Vito Ciancimino, il figlio del sindaco da lei sempre considerato simbolo del male: «È accaduto l'otto dicembre, a Fiumicino. L'ho fermato io. L'ho supplicato piangendo di dire la verità. E mi sono quasi affidata a lui, invece di ignorarlo e di maledirlo come bisogna fare con quanti hanno fatto affari e coperto gli assassini di Cosa Nostra. Perché l'ho fatto? Io ce l'ho con me stessa, sciocca, caduta nella trappola. Ma ce l'ho soprattutto con chi mi aveva fatto credere che quel furfante fosse davvero affidabile. Lo vedevo protetto dalla polizia, coccolato dai magistrati, all'università accanto a Salvatore Borsellino, osannato nelle trasmissioni televisive, sui plachi della politica, perfino a Verona con gli uomini di Di Pietro e, fino a qualche settimana fa, in comunella con i giornalisti antimafia al convegno di Perugia...».
È uno sfogo accorato. Scandito dalle riflessioni sui litigi fra i magistrati di Palermo e Caltanissetta per la gestione di Ciancimino junior: «Come possiamo celebrare l'anniversario mentre questo caso divide chi ancora indaga? Al punto che devono intervenire il procuratore nazionale Piero Grasso e il Consiglio superiore della magistratura, costretti ad assistere pure agli scontri fra i pm di Palermo e il presidente dell'Associazione magistrati. Tutto questo perché Ciancimino l'avevano fatto diventare con le sue parole il fulcro della verità. Ma non si dovrebbe cercare di andare oltre le parole, facendo indagini vere?».

Pone il quesito con rabbia Rosaria perché si danna ancora di quella invocazione rivolta fra le lacrime a Fiumicino, ricostruendo l'incontro: «Io ero in partenza per Palermo con Manù, il mio Emanuele. Mi accorgo che seduto a un tavolo dell'angolo Mc Donald c'è una bella famigliola. Lei alta e bella, un bimbo vispo e lui, il mezzo pentito, osservato a breve distanza da due agenti. Il cuore sussulta. Io e Ciancimino a un passo. Lo scruto. Non ha uno sguardo rassicurante. Ma un'idea si insinua. Tutti lo decantano. Forse debbo anch'io spingerlo a dire la verità. Trovo un post-it e scrivo in fretta poche parole: "La vita è strana, ci riserva delle sorprese, io moglie di un poliziotto ammazzato a Capaci, lei figlio di un mafioso...". E lo lascio scivolare sul suo tavolo allontanandomi a passo veloce, rimproverata da Manù che non era riuscito a dissuadermi e inseguita da uno dei due poliziotti. "Ciancimino le vuole parlare". Mi fermo. Si, volevo parlargli anch'io. Eccolo davanti a me. E io scoppio in lacrime davanti al figlio di "don Vito" chiedendogli di fare giustizia, come fosse un magistrato, un vero simbolo operativo dell'antimafia... E andiamo avanti così per qualche minuto. Parlando come se fossimo sullo stesso piano. Ascoltando le sue parole contro i potenti, pure contro De Gennaro. "Ho il nome del signor Franco, non me lo fanno fare". Io stordita. "Parlerò, anche se mi ammazzeranno". E io a ringraziarlo, gli occhi su Manù: "Lo faccia per questo ragazzo che cresce senza il padre". Io commossa a sentirlo: "Custodirò questo suo biglietto per il prossimo libro". E io a credere, fra le lacrime, a un impostore che teneva in casa i candelotti di dinamite...».
Non sa cosa dire su De Gennaro ed è turbata Rosaria dalle contestate rivelazioni sull'allora ministro dell'interno Mancino: «Non sono più sicura di niente. Ma è assurdo che tanti magistrati fossero invece sicuri di Ciancimino. Ci servono eroi vivi in questo Paese. Ma eroi alla Ninni Cassarà. Inquirenti come lui che facevano indagini serie. Anche con gli infiltrati per scavare e scoprire. Non solo affidandosi a pentiti infidi, alle parole, a mafiosi pagati con stipendi certo superiori al mio. Ci pensino i magistrati che vanno ai convegni, in tv, a presentare libri. La mia diffidenza di sempre mi porta a pensare che tanti cercano un po' di visibilità per se stessi. Anche a costo di usare un personaggio dubbio e ambiguo. E ci sono caduta anch'io. Ma lo Stato non dovrebbe metterci in condizioni di diventare creduloni, con le cicatrici che ci portiamo addosso».

Felice Cavallaro

venerdì 20 maggio 2011

I cori no, i cori no

Quello che sta succedendo in questi anni in Sicilia e nel resto della penisola è bellissimo e rivoluzionario. I giovani e i vecchi, le donne e gli uomini e ogni altra categoria si sono stretti attorno ai magistrati antimafia mentre questi sono ancora in vita; per farlo non hanno aspettato, come nel 1992, che questi fossero uccisi o che fossero candidati ad esserlo nel giro di poco. Scorte civiche, mobilitazioni di massa e affetto da ogni luogo d'Italia. Una cosa del genere non si era mai vista. Altro che fastidio per le sirene, altro che invidia per l'attenzione mediatica. Affetto e stima.

Uomini e donne che usano le proprie ferie, i propri risparmi per andare alle manifestazioni a favore dei magistrati nel mirino di mafia e governo e sta a voi trovare le differenze sostanziali. Eppure c'è un peró. Un magistrato è un uomo. Comunissimo. Ha sembianze umane, va in bagno e talvolta puzza. Fa l'amore, bene o male, litiga, ride, si rilassa o fuma. È un uomo e tale deve rimanere. I cori no, quelli no. Di Matteo non è Cavani. Ingroia non è Cassano, ma manco per niente. Hip hip hurrà no. È imbarazzante e credo imbarazzi anche loro. Vicinanza, non tifo. Sguardi che parlano, non urla da stadio.

Mi si dirà: uno l'affetto lo esprime come vuole. Legittimo. Rilancio: volete esprimere tutto il vostro affetto nei confronti di questi uomini, di queste donne con la toga? In particolare nei confronti dei pm di Palermo e Caltanissetta, che giustamente avete individuato come obiettivi di mafia e Stato, e sta a voi trovare le differenze sostanziali? Bene. Venite ai processi. Organizzatevi. Saltate qualche manifestazione, datevi il turno, gli aerei costano, lo so. State accanto a loro nei luoghi di lavoro, laddove producono quello che poi, all'esterno, li mette a rischio.

Avete mai visto Ingroia e Di Matteo in aula? Moltissimi di voi no. Li avete visti alle presentazioni dei libri, alle conferenze, circondati da tanta gente e tanto affetto. In aula invece sono soli. Isolati. Talvolta scherniti dagli avvocati di imputati al di sotto di ogni sospetto come Mario Mori. Ve lo chiedo perché in quel palazzo, per quei corridoi, sono uomini soli che respirano aria pesante, viziata.

Martedì 21 giugno alle 9.30, Ingroia e Di Matteo torneranno in aula a Palermo per l'udienza del processo Mori durante il quale saranno ascoltati i tecnici della polizia scientifica sugli ultimi documenti di Ciancimino. Venite. Se avevate programmato di partecipare a qualche manifestazione, anticipate. Il vostro posto è nelle piazze, è vero, per dare segno al resto dell'Italia che non sono soli. Ma il vostro posto è anche qui. E in questo momento è soprattutto qui. E qui, al Palazzo di Giustizia, non servono cori o striscioni. Basta la presenza fisica. Qui davvero uno vale uno, non come nelle fiabe. E quando i due pm, girati verso la Corte, si gireranno per rivolgersi ai legali o ai dichiaranti, vi vedranno. E nei vostri occhi leggeranno quei cori e quegli striscioni. E voi sarete anche monito per chi, in questi giorni, sta studiando come far saltare Ingroia, Di Matteo e il processo Mori per salvare il generalissimo, più inguaiato che mai.

Ci vediamo tutti, tutti, il 21 giugno.

martedì 17 maggio 2011

Fuori - le multe - dal - lo - Stato!

Che l’antimafia combatta la mafia, è un fatto logico e linguisticamente appurato. Che l’antimafia sia per la legalità, ci sta, nonostante le leggi berlusconiane che si fatica a rispettare. Che l’antimafia sia contro le ingiustizie, dovrebbe essere nel suo dna. Ma che l’antimafia sia contro le multe proprio non lo comprendo. Sicuramente sarà una mancanza mia, una personale ristrettezza di orizzonti e carenza di cultura antimafiosa.

Comprendo ancor meno che quest’antimafia, l'antimafia "stradale", rovini scientemente l’immagine di un grande uomo che oggi non c’è più e che non appartiene ad una fondazione, ma è patrimonio mondiale: per quel che ho letto e studiato posso dire che la sua eredità morale avrebbe voluto donarla a tutti quelli che era convinto di aver deluso quando, immediatamente dopo la strage di Via d'Amelio, disse a quel giornalista "è tutto finito". Quell'uomo si chiama Antonino Caponnetto, e il mio cruccio, capite bene, diviene insopportabile.

Ma che c’entra il padre del pool antimafia, il “padre” di Falcone e Borsellino, con delle banalissime multe per infrazione al codice della strada? Nulla. Come la mafia con l'antimafia, come Salvatore Calleri con la fondazione che porta il nome di quello che i suoi ragazzi chiamavano “nonno Nino”.
Ma parliamo di fatti. Sul sito della Fondazione Caponnetto (www.antoninocaponnetto.it) è presente un articolo, firmato proprio dal presidente della Fondazione, Calleri, pubblicato sulla sua rubrica personale che l'uomo tiene sul quotidiano Il Firenze. E' del 9 febbraio 2010.

Parentesi. Quel che penso della Fondazione e dei metodi che usa per mettere a tacere chi, legittimamente e con carte alla mano, la critica, l’ho già scritto qui, qui e qui. Ma vi lascio alla lettura di questo inquietante pezzo. Abbiate pazienza e armatevi di fantasia.

Adesione appello Quattroruote.
La Fondazione Antonino Caponnetto, che ho l'onore di presiedere, aderisce con tale comunicato alla campagna indetta da Quattroruote "Rovinati dalle multe". Il nostro amore per la la legalità sostanziale ci impone di fare la Vs. importante battaglia in difesa dei cittadini. Troppo spesso le multe non vengono emesse per educare, non vengono emesse per una reale sicurezza... Ma solo per far cassa, per non parlare dell'abuso di photored autovelox ed affini. Da oggi la vostra battaglia diventerà anche la nostra.
Il Presidente della Fondazione Antonino Caponnetto
Salvatore Calleri

Comprendo il vostro stupore. Usare il nome di Caponnetto per una emerita “cazzata” come quella delle contravvenzioni è una blasfemia. Usare quel nome per avere una rubrica su un giornale e dire tutte le corbellerie che si vuole è osceno. Eppur così è, anche se non vi pare. Oggi, a distanza di anni, mi torna alla memoria una fonte, che mi raccontava della volontà, da parte della Fondazione, di chiedere al Ministero dell'Interno l'attribuzione di targhe automobilistiche "coperte", ovvero esenti dall'iscrizione al Pubblico Registro Automobilistico; quelle che si usano per le autorità, per le auto di scorta, per intenderci. Targhe che ovviamente non sono rintracciabili e, in secondo luogo, multabili. La ragione addotta era quella della sicurezza, della necessità di girare in anonimato vista la delicata attività antimafia portata avanti dalla Fondazione.
Ora il dubbio che ci fossero anche altre motivazioni, più terra-terra, o meglio, più strada-strada, è forte.

Chissà se presto l'urlo del popolo antimafia non sarà "Fuori - le multe - dal-lo - Stato!".

martedì 10 maggio 2011

Reportage da processo Mori

di Sonia Alfano

“Generale, che dice degli ultimi fatti riguardanti Ciancimino, l’arresto, l’esplosivo, la calunnia?” gli chiede Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica. E lui, il generalissimo Mori, alla sbarra per favoreggiamento alla mafia, serafico gli risponde: “Io avevo previsto tutto, non so voi”.

Inizia così la mia giornata di oggi al tribunale di Palermo, all’udienza del processo a carico dell’ex comandante dei Ros Mario Mori per la mancata cattura di Provenzano; dalle 9 fino alle 15.30 in quell’aula del secondo piano, piccolissima, che a stento conteneva avvocati, giornalisti e pochi, pochissimi “civili”.

Subito abbiamo assistito al surreale confronto tra un tranquillo e lucidissimo colonnello del Ros, Massimo Giraudo, e un nervoso colonnello Sergio De Caprio, conosciuto ai più come “Ultimo”. Giraudo sosteneva che, dopo il 1996, i rapporti tra Ultimo e il generale Mori si erano incrinati a causa del rifiuto di Mori di concedere a De Caprio mezzi e almeno altri 30 uomini per giungere all’arresto di Provenzano. “Era così arrabbiato con Mori che arrivò ad insultarlo con un epiteto che inziava per ‘p’”. Ultimo ha negato tutto, trincerato dietro uno scenografico paravento.

Inquietante, ma questa è una mia opinione, la cancelliera che continuava a sorridere e a ridere alle battute sottovoce del generale Mori, che nei momenti liberi, quando non si copriva la faccia con le mani come a dire “ma chi me lo fa fare”, ordinava agli avvocati su cosa insistere e cosa abbandonare. Da sottolineare la precisazione che il generale ha tenuto a fare appena dopo la fine del confronto, rispetto all’arrivo di Giampaolo Ganzer al Ros: “Preciso che suggerii io di affidare il comando del Ros a Ganzer, e tutti gli ufficiali ne furono entusiasti. Ganzer (condannato a 14 anni per traffico internazionale di droga, ndr) era un mito per tutti”. E poi: “Preciso, dunque, che il Ros è una cosa seria, non un’operetta”. “Operetta”, così come avevo chiamato io quel reparto in un comunicato stampa. Rimango lusingata.

Poi è stata la volta di un confuso, spaesato e preoccupato Massimo Ciancimino, che si è sottoposto alle domande del pm e della difesa. Antonino Di Matteo e Antonio Ingroia avrebbero voluto sentirlo come indagato in procedimento connesso, il Tribunale ha deciso invece di continuare a sentirlo come teste assistito. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo conferma vecchie deposizioni a aggiunge alcuni particolari nuovi. Quando la difesa di Mori gli chiede se gli “risulta che Dell’Utri abbia avuto un canale diretto con Provenzano” senza titubare Ciancimino risponde: “Si”. E poi arriva la rivelazione secondo cui l’uomo che gli avrebbe dato il documento contraffatto, che chiamava in causa Gianni De Gennaro, era un carabiniere autista del generale dei Carabinieri, Paolantonio.In tema della trattativa il discorso si è spostato sull’avvocato Amato (ex direttore del Dap che chiese la revoca 41bis a Conso applicato a centinaia di mafiosi) nominato proprio legale da Vito Ciancimino su suggerimento di Mori.

Poi momenti duri e tesi, come quando si è affrontato il tema dei candelotti di dinamite ritrovati nel giardino di casa Ciancimino in via Torrearsa: “I candelotti di dinamite, 50, erano da parte di Messina Denaro ed erano accompagnati da una foto di mio figlio mentre saliva sulla blindata e sul retro la scritta: ‘Stai attento a come ti comporti, a quello che dici e recapita 750 mila euro a chi sai’”.

E alla fine, alla domanda del pm Di Matteo, che gli chiedeva se suo padre, Vito Ciancimino, conoscesse il generale Subranni (passato alla storia come il depistatore delle indagini sul delitto Impastato e padre del capo dell’ufficio stampa del Ministro Alfano), Massimo Ciancimino è stato esplicito: “Si, per lui era uno inquadrato, uno manovrabile, almeno così mi diceva mio padre”. Subranni, invece, ha sempre negato tale conoscenza.

Finisce l’udienza, e viene aggiornata al 21 giugno. Mori mi sfila accanto. Lo guardo e gli prometto, con gli occhi, che alla prossima udienza non mancherò.

mercoledì 4 maggio 2011

Una lettera da Bivona/2

Ricevo e pubblico questa lettera da Bivona (AG). Nonostante sia un intervento politico prettamente locale, lo pubblico perchè tratta di un'intervista che Panepinto gentilmente mi rilasciò e dell'informativa dei Carabinieri che lo riguarda.



Lettera aperta al Sindaco Panepinto
LIBERO DI PENSARE

Signor Sindaco,

sono trascorsi quattro anni da quando è stato eletto primo cittadino di questa città, e ritengo che sia arrivato il momento di esprimere il mio giudizio sul suo operato e su quello della sua amministrazione. Quattro lunghi anni sono trascorsi, ma quella campagna elettorale del 2007 la ricordiamo tutti , e molto bene ricordiamo il programma elettorale che Lei ha presentato in quella occasione. Nessuno può dimenticare le tante promesse fatte.

Aveva promesso che nelle imprese che avessero effettuato lavori nel nostro Comune avrebbe lavorato il 60% della manovalanza locale (nostri concittadini);
Aveva promesso che sarebbe ritornata l’UNIVERSITA';
Aveva promesso un posto di lavoro in tutte le famiglie;
Aveva promesso che non si sarebbe vendicato con nessuno e che sarebbe stato il Sindaco di tutti;
Aveva promesso che si sarebbe dimesso dalla SMAP;
Aveva promesso che le Tasse Comunali sarebbero state ridotte;
Aveva promesso Lavoro e Libertà.Urlava, sbraitava, si agitava nei comizi e dichiarava ....... di essere Bivonese, Figlio di Bivonesi, amico di tutti i Bivonesi, cugino e fratello di tutti i Bivonesi. Belle parole, meravigliose promesse, un incantesimo bellissimo, e le confesso che quasi quasi anch’io ci avevo creduto. La realtà purtroppo si è rivelata tutt'altra cosa.

Peccato signor Sindaco, che quelle sue parole, quelle sue promesse - che ancora rimbombano in ogni casa, in ogni via di Bivona – siano rimaste promesse da marinaio. La realtà è un'altra. Lei si è dimostrato il Peggior Sindaco che questa Città abbia mai avuto. Si, Signor Sindaco, il Peggiore di tutti .….......e per Lei, che vuole fare sempre la Prima Donna, è un bel primato.

Tutte quelle promesse si sono rivelate false, nessuna è stata mantenuta:

UNIVERSITÀ:zero; VENDETTE:tante; SMAP:è ancora il Presidente-Padrone.
TASSE: niente è cambiato, anzi la sua smania di fare cassa per dare incarichi ha fatto aumentare la pressione fiscali sui cittadini;
LIBERTA’:solo quella Sua di vessare chi non ha votato per Lei.
LAVORO: Pochissimi fortunati hanno potuto svolgere qualche giornata di lavoro (solo amici e capi elettori suoi, come se tutti gli altri padri di famiglia non ne avessero diritto). Mi dirà sicuramente che sono stati avviati cantieri lavoro, ma forse non tutti sanno che in TUTTI i comuni siciliani sono stati avviati cantieri lavoro: quindi Signor Sindaco non ha fatto niente di straordinario.

Quattro anni sono trascorsi dal suo insediamento e di chiacchiere e bugie ne abbiamo sentite tante, tantissime.Signor Sindaco è arrivato il momento di uscire allo scoperto e dire e ammettere che ha fallito, che era tutto un inganno, che era tutta una messa in scena, un cortometraggio mal scritto e ancor peggio sceneggiato.In questi quattro anni ha provato in tutti i modi anche a limitare la nostra libertà di parola e di pensiero, attaccando personalmente chi si opponeva alla sua smania di potere ed oggi è arrivato il momento di giocare a carte scoperte.

Signor Sindaco, la nostra, la mia Libertà, non ha prezzo nè per lei nè per nessun altro e di sicuro le posso dire che non riuscirà a metterci nessun bavaglio. Come del resto non ci riuscirà con i ragazzi delle associazioni locali nelle quali ci sono ragazzi puliti, impegnati nel sociale senza pregiudizi nei confronti di nessuno, e che esprimono liberamente le loro opinioni e idee esercitando il diritto di critica che spetta ad ogni cittadino libero. Nelle sue ultime uscite pubbliche ha detto di temere per la sua incolumità fisica, ha parlato di padri che influenzano i figli, ha scritto di fango lanciato sulla sua persona: Signor Sindaco secondo me Lei ha perso il lume della ragione.

In questi quattro anni non ha fatto nulla per essere il Sindaco di tutti. Al contrario la sua azione politica e amministrativa è sempre andata nella direzione opposta: continuare a tenere il paese spaccato in due. In questi quattro anni ha alimentato divisioni e spaccature, anche dentro le famiglie, ha alimentato false speranze e false aspettative e poi , con ipocrisia e falsità, ci chiede di volerci bene tutti, di dimenticare tutto, di cancellare le sue vigliaccate contro le associazioni, contro le bande, contro singoli cittadini, contro impiegati comunali.Questo Lei ha fatto !!!!

Lei che è tanto intelligente, tanto onesto, tanto sincero e premuroso verso i suoi cittadini, animato da spirito di servizio, tanto da paragonarsi a Madre Teresa di Calcutta (vedi intervista rilasciata in data 09/02/2011 a Benny Casalanzio Borsellino) abbia il coraggio di fare un passo indietro. Abbiamo il diritto di dire quello che pensiamo, anche e soprattutto sulla Sua persona, visto che Lei è il Sindaco ed è un personaggio pubblico.

L'informativa dei Carabinieri che il giornale Grandangolo ha pubblicato nel gennaio scorso ha fatto cadere il nostro Comune in un baratro senza fondo. Io non voglio esprimere giudizi sul contenuto di quella informativa, ma è chiaro che qualcosa non va. Le accuse che le vengono rivolte sono gravi e - voglio ricordarLe – sono le stesse di quelle che Lei ha lanciato senza pudore da piazza Marconi in quelle elezioni del 2007 nei confronti della nostra coalizione, quando ci ha pubblicamente accusati di essere mafiosi, che stavamo comprando voti, che minacciavamo e ricattavamo i cittadini di Bivona costringendoli a votare per la nostra lista e per il nostro candidato sindaco.

Io sono super- garantista Signor Sindaco, e mi rimetto perciò al giudizio della Magistratura. Ma su questa vicenda mi preme dirle che Lei ha tenuto una posizione poco chiara se non ambigua: in un articolo ha accusato l'opposizione politica di averle gettato fango addosso, in un altro articolo ha ventilato l’ipotesi che il fango che le arriva è frutto delle lotte interne al suo partito o delle sue lotte contro interessi illeciti grandi o piccoli, in un altro ancora ha dato la colpa agli scritti anonimi. Ma una cosa è certa: quell'informativa è stata scritta da un organo di polizia che, fino a prova contraria, non è nè un partito politico, né minoranza politica, nè tantomeno un personaggio anonimo. Ci saremmo aspettati che Lei fosse andato in Piazza Marconi per spiegare in modo univoco a tutti come stanno le cose o avesse taciuto. Invece solo attacchi alle persone.

Sarei solo curioso di sapere cosa pensano gli altri 89 deputati dell’ARS di questa vicenda, cosa pensa L'Onorevole Lumia, cosa pensa l'Onorevole Borsellino, sarei proprio curioso. Signor Sindaco mi auguro che Lei riesca a chiarire tutto e al più presto, ma è chiaro che se così non fosse dovrà chiedere scusa a tutti i Bivonesi, casa per casa, via per via, quartiere per quartiere.Signor Sindaco, Lei è politicamente inadeguato a reggere il Governo di questa città, si dimetta e consenta che Bivona possa ritornare a risplendere e soprattutto non faccia più promesse che non può mantenere, almeno oggi che è il primo Maggioed è la festa del lavoro.

Bivona 1/05/11
Il Consigliere Comunale
Vincenzo Vasile

lunedì 2 maggio 2011

"La pena di morte italiana" di S. Di Persio

La tesi di Samanta Di Persio non è certamente che in Italia esista la pena capitale, quanto, molto più realisticamente, che ci sia un diritto all'impunità e all'onore garantito a beneficio di tutti gli operatori di giustizia e di pubblica sicurezza che si rendono protagonisti di quelli che si possono definire omicidi di Stato.

Minacce, torture, pestaggi e omicidi: se il 51% degli italiani fosse a conoscenza di quel che avviene nelle nostre carceri forse ci sarebbero meno solidarietà e rispetto per i carnefici e più per le vittime; esse, seppur detenute, non meritano certo macellerie messicane, se è vero come è vero che l'unico fine della pena è la rieducazione. Oppure, se vi pare, meglio evitare retorica e sentimentalismi ed introdurla, questa pena di morte: abbiamo già, e questa è cronaca giudiziaria, validi boia specializzati con lo stipendio già assicurato.

"La pena di morte italiana" della Di Persio non è una santificazione del detenuto in quanto tale, ma un diario di chi non ce l'ha fatta, di chi è diventato vittima sacrificale od oggetto di sfogo per agenti frustrati o in cerca di generica vendetta. Rasman, Cucchi, Aldrovandi, Aprile Gatti e altri mille nomi impilati uno sull'altro e infilati nelle celle frigorifere riservate ai morti di Stato; e poi gli eroi moderni, quei familiari che dedicano ogni attimo della loro sopravvivenza a cercare verità e giustizia. Si disperano perché in "quel" momento non c'erano, perché il loro caro era da solo in mezzo a belve in divisa. Come rimanere indifferenti alle battaglie della mamma di Niki, o a quelle della sorella di Stefano?

Manca, purtroppo, in questo libro, la storia di Giuseppe Gulotta, ergastolano per la strage di Alcamo Marina, torturato dai Carabinieri della squadra di un futuro eroe dell'antimafia e ora sulla via della revisione del processo; lui potrebbe essere uno di quelli che ce la farà, un innocente che dopo trent'anni di carcere potrebbe vincere. Uno su mille. Ma questa è un'altra storia.

La Di Persio registra i sospiri, i pianti e la disperazione dei familiari e li trascrive fedelmente, creando un diario del dolore, di storie cancellate che cercano ancora giustizia. Solo una richiesta hanno, scrittrice e intervistati: che chi ha sbagliato, chi ha seviziato i loro cari, paghi, non con la vita, ma con una giusta pena. Che venga quantomeno sospeso dalle forze dell'ordine, che sia individuabile durante il servizio tramite un codice visibile sulla divisa o sul casco; che sia, insomma, un comune mortale.

Richieste banali, storie comuni, dolori condivisi: ecco la foto di un'Italia crudele, carnefice e malata che non processerà mai i suoi aguzzini, perchè lo Stato non si tocca, così come i suoi figli, anche quelli illegittimi.