giovedì 28 aprile 2011

Catanzaro VS Cutrò

Giuseppe Catanzaro è un bell’uomo, inutile negarlo. Ha il phisique du role, il piglio da duro dell’antimafia. E’ un potente imprenditore, presidente di Confindustria Agrigento e Vice Presidente di quella regionale, e nella vita si occupa di trattamento dei rifiuti. E’ da anni nel mirino di cosa nostra per le sue iniziative antimafia, riconosciute ad ogni livello, e gode della fiducia incondizionata del presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello.

E poi c’è un altro imprenditore, che Catanzaro non digerisce. Si chiama Ignazio Cutrò, oggi testimone di giustizia. Catanzaro non tollera la sua esposizione mediatica, la sua vicinanza con politici come Sonia Alfano e alcune sue estreme iniziative di protesta. Lui è un fan del basso profilo, del politicamente corretto. I due non sono mai andati mai troppo d’accordo, sin da quando la vicenda di Cutrò era divenuta di pubblico dominio.

E dire che fino al 2008 tutto filava liscio e il feeling era evidente: “Come mi dici tu caro presidente Catanzaro, dobbiamo sempre combattere contro il racket, non abbandonare e non piegarci mai alle intimidazioni e alle minacce, dobbiamo continuare nella nostra lotta quotidiana cercando di invogliare gli altri imprenditori che soffrono in silenzio”. Così si rivolgeva Cutrò a Catanzaro all’indomani delle minacce all’indirizzo del vice di Lo Bello. E così invece Catanzaro nel settembre 2008: “l’uomo Cutrò è un valore per noi tutti perché non intende abbandonare la sua terra anzi arriva a chiedere con dignità attenzione proprio perché vuole continuare a produrre proprio nella sua terra . Anche per questo gli affetti di Cutrò devono essere fieri ed orgogliosi di condividere il gesto di civiltà dell’imprenditore Cutrò che con le denunce aiuta la crescita sociale di tutti e persegue la normalità”.

Poi la fiaba improvvisamente finisce, fino allo sbotto pubblico di Cutrò la scorsa settimana, quando durante la presentazione del libro della Alfano a Menfi, di fronte a trecento persone, l'imprenditore racconta per la prima volta una vicenda risalente proprio al 2008 che può essere considerata come il punto di rottura tra i due imprenditori. L’ episodio è datato 4 settembre 2008. Ecco il racconto di Cutrò:

Vengo convocato dalla Prefettura di Agrigento. Erano i primi periodi che la mia storia finiva sui giornali e che la gente ne veniva a conoscenza. Alla presenza del Prefetto, di un capitano dei Carabinieri e del vice Prefetto vengo “rimproverato” di aver ricevuto 30 mila euro sotto forma di prestito da parte di Confindustria tramite il suo organismo economico, il Confidi, e che nonostante ciò non avessi pagato alcuni oneri. Il Prefetto mi dice che ad averlo dichiarato durante un vertice della sera prima era stato proprio Catanzaro”.

Cutrò cade dalle nuvole. Non ricorda alcun versamento da parte del Confidi. Chiama la moglie e chiede conferma; lei controlla gli estratti conto ed effettivamente non risulta nulla di ciò. “Dopo la chiamata con mia moglie io ribadii che non avevo ricevuto nulla e a quel punto il Prefetto chiamò Catanzaro e lo convocò immediatamente in Prefettura. Dopo qualche ora lui arrivò e come se niente fosse si scusò per l'errore: confermò che non avevo mai ricevuto nulla. Per me quelle ore furono umilianti e degradanti, e tutto per colpa della sua superficialità e del suo astio pregresso”.

Già qualche mese prima, proprio per ottenere quel prestito mai ricevuto, Cutrò aveva dato appuntamento a Catanzaro, davanti ai cancelli della Confindustria ad Agrigento. “Lo aspettai davanti ai cancelli per sette ore; solo a tarda sera mi disse che non poteva più venire”. Da allora le strade dei due “duri” dell’antimafia sembrano essersi definitivamente divise, fino all’ultimo smacco targato Catanzaro risalente a qualche giorno fa, quando all’inaugurazione dello sportello antiracket di Cutrò l’unica assente, seppur invitata, era proprio Confindustria; c’erano invece Confcommercio e Confesercenti.

mercoledì 27 aprile 2011

"Servono guerrieri"

“Siamo in guerra, servono guerrieri, ed è una guerra che si può vincere soltanto se siamo disposti ad enormi sacrifici. Se non ce la sentiamo possiamo anche rinunciare e tornare a casa. Falcone, Borsellino, Chinnici: abbiamo sprecato tanta gente per bene, tanti uomini e donne che potevano rendere questa terra migliore, abbiamo buttato via tante occasioni di riscatto. Ora è il momento di fermare l'emorragia e ricominciare a lottare”.

Con queste parole e senza giri retorici il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo applicato a Sciacca, Salvatore Vella, ha scaldato una platea di circa 300 persone intervenute la settimana scorsa a Menfi, nei locali della biblioteca comunale, alla presentazione del libro di Sonia Alfano, parlamentare europeo e presidente dell'associazione nazionale Familiari Vittime di Mafia. Parole che qualcuno definirebbe scandalose, a tratti eversive. Parole sincere e senza necessità di “traduzione”.

giovedì 21 aprile 2011

21 aprile 1992, una bellissima giornata

Diciannove anni non sono poi tanti. Un metro in più, qualche capello in meno. E qualche chilo, sempre in più, ovviamente. I ricordi sono nitidi e chiari, e sono sempre più convinto che quelli brutti, di ricordi, abbiamo una permanenza maggiore rispetto ai “belli”.

Se in un tribunale mi trovassi di fronte "l’entità" cosa nostra, recriminerei più per la privazione dei ricordi che della persona fisica di mio zio Paolo Borsellino; non ricordo più la sua voce, e questo mi manca e questo è il più grave capo d'imputazione che contesterei loro. Non penso siano stati i 19 anni trascorsi, ma i pochi passati con lui, troppo pochi perchè io oggi possa avere il timbro della sua voce ben impresso. Quello di mio nonno Giuseppe, ucciso solo 8 mesi dopo, invece lo sento mentre scrivo, perfettamente chiaro e lucido.

Comunque oggi è il 21 aprile. E’ una bellissima giornata, come lo era nel 1992. Se l’avessi saputo prima, quel 21 aprile del 1992 lo avremmo passato insieme. Con mia madre, con mio zio, come facevamo quasi tutte le domeniche. Mi sarei fatto raccontare da lui la storia dell’orso, così da imprimere bene nella mia mente le sue parole, la sua voce, il suo timbro. Poi ci saremmo lasciati e lui sarebbe andato per il suo destino, che nel 92 era immutabile: se denunciavi cosa nostra eri destinato alla morte. Altro che Stato, altro che testimoni di giustizia. Ma oggi non è il giorno del dolore. Oggi è una bella giornata, come lo era nel 1992. Oggi dobbiamo ricordare quel ragazzo scapigliato ed esuberante, orgoglioso e a volte arrogante. Che mise in ginocchio cosa nostra e lo andava anche a dire in giro. “Con me non ci riusciranno, con me perderanno”. E io credo che quella scommessa poi, alla fine, l’abbia vinta. Oggi non è qui, è vero, ma quel patrimonio di dignità e coraggio, che sono l’anima dell’antimafia seria, cresce di giorno in giorno, di anno in anno.

Oggi è il giorno del “ringraziamento”, non anglosassone ma puramente siciliano. Grazie a Paolo Borsellino, piccolo imprenditore per affari e piccolo per età (32 ani), io oggi sono un uomo ricco di quei due valori che gli rimasero dentro fino all’ultimo: provarono a bucarlo con dei proiettili per farli uscire, per appropiarsene di quella dignità e di quel coraggio, ma è andata male.

Oggi è una bellissima giornata, come lo era nel 1992.

mercoledì 6 aprile 2011

“La zona d’ombra. La lezione di mio padre ucciso dalla mafia e abbandonato dallo Stato” di Sonia Alfano

Recensione scritta per Micromega.it

“«Ho visto Mostaccio, stasera» dice senza voltarsi. «E che ti ha detto?» «Mi ha offerto trentanove milioni per non scrivere più dell’AIAS». [...] Gli chiedo: «Che hai fatto? Li hai rifiutati?». Annuisce, ma poi fa una lunga pausa, come se cercasse le parole: «Mi ha detto che non arriverò al 20 gennaio»”.


Inizia così il lungo flash back di Sonia Alfano, un viaggio a ritroso lungo 18 anni, un racconto in prima persona di una vita che poteva essere come tante, tra lo sport e gli studi universitari, tra la “calma piatta” di Barcellona Pozzo di Gotto e il mare caldo di Capo d’Orlando. Una vita “normale” sperata, agognata, assaporata, che finisce per sempre l’8 gennaio 1993, quando un killer mafioso, Nino Merlino, armato dal boss Giuseppe Gullotti, ammazza suo padre, il professore Beppe Alfano. No, non giornalista. “Giornalista d’inchiesta” lo diventerà dopo, post mortem. Prima era solo un professore, che osservava, ricostruiva, e scriveva, da umile corrispondente di provincia de “La Sicilia”. Era, semplicemente, colui che prima di altri aveva capito cosa stava accadendo in una provincia a misura di mafioso in cui ancora molti credevano alla befana e al buon Babbo Natale. Ma non ai fantasmi della mafia, ai latitanti.

Solo dopo diciotto anni da quel maledetto 8 gennaio, Sonia Alfano, oggi parlamentare europeo, ha trovato la forza e il coraggio di raccontarsi in questo libro, “La zona d’ombra. La lezione di mio padre ucciso dalla mafia e abbandonato dallo Stato” (Rizzoli), in uscita oggi in tutte le librerie. Ed è un racconto estremamente vero, quasi accorato, che stupisce anche chi, come chi scrive, la conosce a fondo da anni. Sono pagine vergate con le lacrime, a volte sporcate di sangue, di quel sangue che lei, appena ventenne, si ferma a fissare, ad annusare, a ricordare come ultima immagine di suo padre. E’ solo una pozza rossa che trova, infatti, quando arriva sul luogo del delitto, in quella strada in cui poco prima Beppe Alfano aveva fermato la sua auto, aveva abbassato il finestrino e si era fermato a parlare con il suo killer. Cosa aveva visto? Lo aveva rincorso dopo aver scoperto di essere seguito?

Ricordi intimi e a tratti inevitabilmente commoventi, aneddoti che raccontano un rapporto speciale tra un padre duro ed esemplare ma dolce, ed una figlia ribelle ed antiautoritaria ma una grande testa sulle spalle. Lui uomo della destra dura e pura, lei universitaria che ascoltava Ligabue. Un dualismo che va oltre quell’8 gennaio, che va oltre quella chiazza di sangue e che la porta a dedicare tutta se stessa ai processi che seguiranno e che riusciranno ad appurare, in via definitiva, il mandante militare, Gullotti, e il macellaio, Merlino. Non ancora pervenuto il terzo livello. Niente infatti sulle inchieste “personali” di Alfano sulla latitanza di Santapaola, che il cronista aveva scoperto alloggiare a pochi metri da casa sua; niente di nuovo sugli appunti sui traffici d’armi. Sepolta, come molti altri aspetti, quella minaccia di Mostaccio, presidente dell’Associazione Italiana per l'Assistenza agli Spastici di Milazzo, uscito in modo definitivo dai processi. Tutti, nel messinese, sembrano aspettare l’archiviazione dell’inchiesta sui mandanti occulti. Tutti tranne loro, la famiglia Alfano, la squadra Alfano, rappresentata dal legale Fabio Repici.


Si legge come un romanzo ma devasta come un’inchiesta, direbbe qualcuno. E infatti non mancano incursioni in atti giudiziari, alcuni inediti, che mettono in crisi il sistema giudiziario barcellonese e ambiti delle forze dell’ordine, come quel Ros, capitanato da Sergio De Caprio, alias Ultimo, che anzichè catturare Santapaola, di cui si suppone avessero ormai tutte le coordinate, viene dirottato su un altro obiettivo rischiando di ammazzare un giovane totalmente innocente.


Una storia di depistaggi e omissioni sul crine tra l’incompetenza e il criminale, di cui massimo esponente è quel pm brianzolo, Olindo Canali, a cui Alfano raccontava quotidianamente delle sue inchieste e dei suoi sospetti e che alla fine lo abbandona al suo destino, finendo, negli ultimi mesi, per essere indagato per falsa testimonianza con l’aggravante mafiosa. Avrebbe mentito, avrebbe depistato le indagini. Tranquilli, fa ancora il giudice, a Milano.


Poca, pochissima politica in questo libro; solo qualche accenno alla vita da parlamentare e alle attività in corso. Tanta vita vera, senza filtri o frasi di circostanza. “Sincero”, se a tutti i costi dovessimo trovare un aggettivo. E che termina con un giro dei reparti del 41 bis delle carceri italiane di massima sicurezza, fino, paradossalmente, alla cella dell’ultima preda di Ultimo, la più ambita, Totò Riina, che le confida: “«Certo, noi stiamo pagando, ma qualcun altro è libero...». Fa una pausa, e infine mi lancia uno sguardo obliquo - racconta la Alfano nel libro -: «Ma lei sta con Berlusconi?». «Non è di questo che dobbiamo discutere. Comunque no, non sto con Berlusconi». «Chiddu a noautri ne futtiu» conclude, riferendosi per la seconda volta a Berlusconi”.

lunedì 4 aprile 2011

Più che Ultimo, non classificato

Dal blog di Sonia Alfano

Nel corso delle prime indagini sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano, il P.m. Olindo Canali delegò al R.o.s. di Messina alcune intercettazioni telefoniche e ambientali. Strano, tutte le altre attività d’indagine Canali le aveva affidate e le avrebbe affidate agli organi territoriali di Carabinieri e Polizia. Eppure, quelle intercettazioni secondo Canali era proprio il caso che fossero curate dal R.o.s.. Quelle e null’altro. Mai intercettazioni furono più fortunate. Ci fosse stata la volontà di raccoglierne i risultati, il capomafia Nitto Santapaola – della presenza del quale nel barcellonese mio padre aveva fatto precisa segnalazione a Canali – sarebbe stato arrestato mesi prima di quel 18 maggio 1993. E, soprattutto, sarebbe stata individuata fin da subito quella centralità del sistema mafioso barcellonese, nella strategia stragista di Cosa Nostra e nella Trattativa fra mafia e Stato, che solo oggi gli investigatori iniziano a comprendere in tutto il suo rilievo.

Di quelle intercettazioni vi voglio ora parlare perché sono la prova delle menzogne del R.o.s. e di quell’ufficiale da operetta che risponde al nome del colonnello Sergio De Caprio.
Bene, l’1 aprile 1993 le cimici attivate dal R.o.s. a Terme Vigliatore nell’ufficio di autotrasporti di Domenico Orifici, cugino del boss barcellonese Salvatore Di Salvo, intercettarono una lunga conversazione che vedeva impegnato proprio Nitto Santapaola con Domenico Orifici ed il cognato di quest’ultimo, Aurelio Salvo. Non occorreva essere aquile per comprendere che la persona che parlava con accento catanese e che veniva rispettosamente chiamata “zio Filippo” dai suoi interlocutori fosse proprio il boss latitante. Queste alcune delle frasi di Santapaola: “Rendo è stato più furbo, Rendo a me per prendere soldi mi chiamava vossignoria, io lo chiamavo cavaliere Don Carmelo, finiamola con queste cose, vossia qua, vossignoria, ma io a lui non lo volevo sentire completamente, di fatti per loro tutti cavalieri sono … Ma lui ha preso i soldi della Regione e se li fregano, ha saputo fare, Rendo ha saputo fare, perché, perché s’è messo con gli altri perché gliele hanno tolte, c’ero io in questo discorso, gli hanno tolto quello di come si chiama … di Bologna … questi qua l’hanno preso all’Aia questo come si chiama … questo lavoro l’hanno preso come consorzio, Costanzo e l’Aia di Catania, ora per esempio, fai accettare all’Aia, che è più pulita di te, no, ha dovuto mettere per forze, se no lui invece … siccome loro hanno l’ambizione, in poche parole lui durante l’anno deve fare un tot fatturato perché se no va indietro come ditta, lui si scusa di questo qua, Rendo che ha fatto subito dopo che è successo il fatto dell’’82, se ne è andato dopo l’’82, dopo che è successo quel fatto dell’omicidio, ha fatto lavori fuori per noi … C’è stato il colonnello Licata, che è un gesuita, dopo mesi e mesi di indagini ed era con un altro che si chiama … che poi sono stati tutti arrestati, se n’è accorto che io non c’ero … quando poi ha scoperto che mentre che ero in un’abitazione ad Acireale da Leonardi, pasta Leonardi ad Acireale, questi del pastificio”. Ed ancora: “Io ero amico di un Capitano della Questura di Roma, quello molto se ne intendeva dei maneggi, io sono stato a casa sua a Roma, siamo stati dove ogni anno c’è il Piazza di Siena, no a Siena dove fanno il Palio, ogni anno al Piazza di Siena, ma gli dico Piazza di Siena, dove tutto l’anno mi sistemo sempre, o meglio mia moglie, neanche vuole rimanere 15 giorni, perché si sentiva nervosa e gli sembrava che controllavano, è venuta pure la Polizia, che stava assieme ad una persona, una donna di là, questa mi disse: ‘che fai, mi viene a prendere qua?’, ‘Là, no’, gli ho detto, in quanto avevo da fare, dopo è venuto suo marito io l’ho accompagnata sono andato a riprenderla, ma io poi ci sono andato dove è stata con me, io sono stato a casa sua … ci sono stato 15 giorni a Cesarò, noi abbiamo posti che la Svizzera che ci deve fare … queste sono le zone dove andavo a caccia io, perché io di solito qua a Punta Miraglia (intendeva Villa Miraglia, a Cesarò, n.d.a.), io a lei l’ho vista nell’albergo che a me mi conosce lei, sa chi sono io, il padrone di questo albergo, l’avvocato, a Messina ha fatto un articolo, ha parlato di me, qua, là, e ancora mi deve dare due milioni, sua figlia è giornalista … qua da Miraglia, noialtri nella riserva del Presidente Gentile … lì c’è la riserva e veniva un Colonnello, questo di Messina, lo invitavamo noialtri con altra gente di Messina che si conosceva, sia Magno, uno che si chiama Magno, ed uno Orlando, che sono cacciatori, ci chiudevamo per i tiri al piccione, a Messina ha funzionato”.

La situazione si ripeteva il 5 aprile 1993. Santapaola conversava con gli stessi due interlocutori e così si esprimeva: “L’altro giorno hanno parlato del delitto Dalla Chiesa … a me invece il fatto è che sono confiscati non sequestrati, confiscati più di quattro anni, ora ho saputo che gli appartamenti li vogliono dare ai finanzieri … So che hanno fatto un blitz a Milano per droga … Questi per certi inquirenti pensano al contrario … E lì ci hanno messo Totò Riina, a me, Madonia, tutti lì, tutti catanesi, perciò alcuni sbirri pensano una cosa, alcuni ne pensano un’altra … dei casinò mi hanno accusato a me … il processo lo porto io, sia di Campione, San Remo e Saint Vincent … Io veramente gliel’ho fatto qualche favore, che c’erano persone a Campione, che c’erano catanesi e altre persone, e poi abbiamo fatto un viaggio insieme a San Marco, 13 anni fa a San Marco (in realtà Saint Marteen, n.d.a.)”.

Forse gli intercettati dovettero temere che gli investigatori erano molto meno che aquile. Ecco, allora, che il 5 aprile 1993, alle ore 17,05, approfittando dell’allontanamento di Santapaola, Domenico Orifici così si rivolgeva al figlio: “Se tu non svieni, se tu non svieni e non lo dici a nessuno, io ti dico chi era quella persona che c’era qua dentro poco fa. Era Nitto Santapaola. Zitto!”.

A quel punto, nel tardo pomeriggio del 6 aprile a Terme Vigliatore arrivava il più fulmineo degli investigatori, l’allora capitano Sergio De Caprio, in compagnia di altri uomini del R.o.s. di Roma, ivi compresi l’allora maggiore Mario Parente e l’allora capitano Giuseppe De Donno. De Caprio, coi suoi uomini, si appostò non intorno agli uffici di Orifici ma intorno alla vicina villa di un imprenditore della zona, Mario Imbesi. Visto uscire dalla villa il fuoristrada dell’imprenditore, De Caprio lo inseguì. Si disse, poi, convinto di aver riconosciuto nel conducente, unica persona a bordo del mezzo, un pericoloso latitante. Il fuoristrada fu preso a pistolettate da Ultimo, per poi finire la corsa ribaltato sui binari della ferrovia nei pressi della caserma dei Carabinieri. E lì perfino De Caprio dovette arrendersi all’idea che il conducente del fuoristrada non era un latitante ma un innocuo ragazzo, il ventenne figlio dell’imprenditore Imbesi. Il giovane era terrorizzato, perché non era stato ucciso per un soffio: un proiettile sparato da Ultimo gli era passato a qualche centimetro dalla testa.

De Caprio finì indagato per tentato omicidio dalla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, P.m. il solito Canali, che a ottobre 1993 chiedeva l’archiviazione, scrivendo, tra l’altro: “Indubbia a parere del P.m. la volontà del cap. De Caprio di attingere il conducente dell’autovettura fuoristrada. Lo dimostra sia la reiterazione dei colpi sia la direzione di uno di essi, diretto al capo del conducente … Il fatto integrerebbe oggettivamente la fattispecie prevista e punita dagli artt. 56 e 575 c.p. (tentato omicidio, n.d.a.). Non può invocare, infatti, il cap. Di Caprio l’uso legittimo delle armi … Il fatto è che il cap. Di Caprio, per colpa consistita in assoluta imperizia e negligenza, e quindi senza la minima valutazione delle circostanze di fatto, abbia deciso di vertere in una situazione legittimante l’uso delle armi. La colpa è indubbiamente grave. L’errore determinato da colpa renderebbe il fatto non punibile ove il fatto stesso fosse previsto come colposo dal codice penale. Trattandosi di tentativo, tuttavia, la fattispecie non appare punibile”.

Il 25 novembre 1993 il Gip di Barcellona decretava l’archiviazione per De Caprio, scrivendo, tra l’altro: “Esattamente il P.m. nota come dalle carte processuali risultino senza ombra di dubbio gli estremi del delitto di tentato omicidio … Censurabile appare l’operato del De Caprio, sotto il profilo della negligenza ed imperizia mostrata nella situazione concreta … E’ da escludere la sussistenza della scriminante della legittima difesa … Può, invece, ritenersi sussistente la scriminante ex art. 51 cod. pen. dell’adempimento di un dovere di ufficio, pur se risultano oltrepassati colposamente i limiti dell’esercizio di tale dovere … Nell’ipotesi di eccesso colposo di applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come colposo. Trattandosi di tentativo, tuttavia, la fattispecie non appare punibile”.

Va bene, De Caprio sfuggì ad ogni sanzione ma rimane la domanda: quale latitante ritenne di inseguire quel 6 aprile 1993, rischiando di uccidere un malcapitato?
La risposta la diedero i quotidiani siciliani dopo la cattura del boss Santapaola, avvenuta vicino Caltagirone il 18 maggio 1993.
Il 19 maggio 1993, sulla Gazzetta del Sud, nell’articolo a firma Filippo Pinizzotto, pubblicato a pagina 2, sotto il titolo “Quell’inseguimento, il 6 aprile… – I ‘movimenti’ del boss e l’equivoco di Terme Vigliatore” si leggeva: “Non è un caso che il questore di Messina Carlo Ferrigno e il dirigente del commissariato di Barcellona Carmelo Castrogiovanni abbiano preso parte alla conferenza stampa tenuta ieri mattina a Catania per l’arresto di Nitto Santapaola. Pare, infatti, che il superlatitante nei suoi continui spostamenti, alcuni mesi addietro si trovasse in provincia di Messina e sia riuscito a non farsi individuare dagli investigatori. Soltanto adesso è possibile dare un significato alla massiccia presenza dei carabinieri del Reparto operativo speciale e di alcuni investigatori della Squadra mobile nella zona dell’hinterland barcellonese, tra Terme Vigliatore e Furnari, zone dove era stata segnalata la presenza del latitante. E si spiega il singolare episodio avvenuto la sera dello scorso aprile nei pressi di Terme Vigliatore. Poco prima delle ore 20 due pattuglie dei militari del Ros, in borghese, erano sistemati sulla strada statale 113 nei pressi della stazione ferroviaria. Videro passare un fuoristrada e intimarono l’alt al mezzo sul quale si trovava lo studente universitario Fortunato Imbesi, 26 anni, figlio di un noto imprenditore edile della zona. Il giovane, temendo di avere a che fare con malviventi, pigiò il piede sull’acceleratore allo scopo di far perdere le sue tracce. A loro volta i militari, pensando di aver intercettato Santapaola, si lanciarono all’inseguimento del fuoristrada. L’equivoco continuò per alcuni minuti e i militari esplosero una dozzina di colpi di pistola che distrussero il parabrezza del fuoristrada. L’inseguimento si concluse sui binari della linea ferroviaria Messina-Palermo dove il malcapitato Imbesi cercò di trovare scampo. I due mezzi rimasero incastrati sui binari (due minuti prima era transitato un ‘rapido’) e il traffico rimase interrotto per due ore. Soltanto nella caserma della Compagnia di Barcellona fu chiarito il tragico equivoco”.

Nello stesso giorno, su La Sicilia, nell’articolo a firma Salvatore La Rocca, pubblicato a pagina 2, sotto il titolo “Un gran successo e non è ancora finita”, si leggeva: “Che Nitto Santapaola abbia trascorso alcuni periodi della sua latitanza in provincia di Messina, sarebbe confermato dalla presenza dei carabinieri del Ros nei primi giorni di aprile nel Barcellonese e da un singolare episodio avvenuto la sera del 6 aprile nei pressi di Terme Vigliatore. I militari in borghese intimarono l’alt a un fuoristrada sul quale si trovava lo studente Fortunato Imbesi che, temendo di essere fermato da malviventi, accelerò la sua marcia. A sua volta i carabinieri, pensando di avere intercettato Santapaola diedero vita a un lungo inseguimento sparando decine di colpi di pistola”.

E poi il 20 maggio 1993, sempre sulla Gazzetta del Sud, sotto il titolo “Un mese e mezzo fa nel Messinese sfuggì a un doppio blitz”: “Scappò il 6 aprile perché non ci fu coordinamento tra le forze di polizia. Tutti lo cercavano, tutti lo volevano: i Ros, lo Sco, la polizia, i carabinieri, la finanza e persino i vigili urbani. Il desiderio di catturare il numero due della Cupola siciliana aveva alimentato gli egoismi tra i vari corpi che qualche volta si sono persino incontrati a svolgere un doppione di servizio. Come quella sera del sei aprile, quando alle 20 i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale intervennero a Terme Vigliatore, mentre la polizia programmava un’identica azione verso mezzanotte in un residence a Furnari, a tre chilometri dal luogo d’azione dei carabinieri, dove il boss era stato localizzato. Quel trambusto con sventagliate di colpi di mitra mise in allarme Santapaola che, fiutato il pericolo, andò via da quella zona calda. I poliziotti decisero di aspettarlo egualmente appostandosi per lunghi giorni, nel vero covo, a Furnari, ma il boss non tornò più. C’era la certezza che Santapaola fosse lì, a Furnari? Non v’è alcun dubbio. Oltre alle risultanze ‘documentali’ sulla sua presenza nel Messinese, c’è una telefonata intercettata da un certo telefono: era Santapaola a parlare. Era la prima volta che si sentiva la voce di quella primula imprendibile. Molte deduzioni logiche del linguaggio in codice hanno dato certezza. E la stessa voce di quella telefonata, l’altro ieri è stata riconosciuta dagli investigatori”.

Non c’erano dubbi, dunque, già da subito: De Caprio credeva di inseguire Nitto Santapaola e per errore tentò di uccidere il malcapitato giovane Imbesi. Ed infatti, la circostanza veniva confermata da due testimoni privilegiati. Uno è Carmelo Castrogiovanni, funzionario di Polizia che al tempo dirigeva il Commissariato di P.s. di Barcellona Pozzo di Gotto. Così riferì il 12 ottobre 2004 ai magistrati della D.d.a. di Messina: “Ricordo che successivamente all’omicidio di Alfano, probabilmente nella successiva primavera, fu organizzato da parte dei commissariati di Barcellona P.G. e di Milazzo, della Squadra Mobile di Messina e con la partecipazione di una squadra dello SCO che si occupava da tempo della ricerca del latitante Benedetto Santapaola, un’operazione in zona di Terme Vigliatore e Barcellona P.G. diretta alla cattura del Santapaola e soprattutto a far ‘terra bruciata’ intorno allo stesso per costringerlo a rifugiarsi nel territorio catanese. L’operazione nacque su impulso dello Sco che non rese note le fonti di conoscenza in ordine alla presenza del latitante in quelle zone. Precedentemente, prima dell’omicidio di Alfano, analoga operazione era stata condotta dal Ros di Roma nella medesima zona e per il medesimo fine. Nel corso di tale operazione i Carabinieri circondarono la villa del costruttore Imbesi ed in tale frangente, allorché il figlio costruttore uscì di casa a bordo di un fuoristrada, i militari – ritenendo erroneamente di avere individuato il Santapaola in uno degli occupanti del mezzo – procedettero all’inseguimento dello stesso, esplodendo, a scopo intimidatorio, anche dei colpi d’arma da fuoco. Nel corso della fuga il fuoristrada si incastrò sui binari del treno e l’Imbesi si rifugiò nei locali della stazione dei Carabinieri ponendo fine all’inseguimento”.

Un altro testimone privilegiato su quei fatti è proprio il P.m. Olindo Canali, seppure le sue dichiarazioni testimoniali, com’è noto, debbano sempre essere prese con delle lunghissime pinze. Comunque sia, il 24 giugno 2009 Canali, interrogato come indagato per falsa testimonianza con l’aggravante mafiosa (è notizia della settimana scorsa la conclusione delle indagini a suo carico) dal Procuratore Pignatone e dal Sostituto Perrone Capano della Procura di Reggio Calabria, si espresse così: “Di certo il Ros nel 1994 fanno irruzione nella casa di una persona cercando Santapaola. Questa persona si chiama Mario Salvatore Imbesi, inseguono il figlio, sparano, il figlio si butta sulla strada ferrata e si salva”. A parte l’errore sull’anno (1993, non 1994), dunque, anche Olindo Canali spiega che De Caprio pensava di inseguire Santapaola e rischiò di uccidere il figlio dell’imprenditore Imbesi.
Tutto chiaro, dunque, la versione è unanime fra giornali, funzionari di polizia e magistrati (anche se mi ripugna così qualificare Olindo Canali, purtuttavia tale è).

La D.d.a. di Messina, però, non aveva fatto i conti con la faccia tosta di Sergio De Caprio. Che, sentito al riguardo dal P.m. di Messina il 15 ottobre 2008, nell’ambito delle indagini sui mandanti occulti dell’omicidio Alfano, raccontò la barzelletta che segue: “Con riferimento alla sparatoria svoltasi nel comune di Terme Vigliatore, che non riesco a collocare temporalmente con precisione, sono stato sentito con altri colleghi dal dr. Canali. Quell’evento si svolse in maniera del tutto casuale e fu determinato dalla sproporzionata reazione del soggetto che poi scoprimmo essere del tutto privo di interesse investigativo. Ricordo che eravamo venuti a Messina per una normale riunione di coordinamento investigativo tra i vari reparti siciliani. Sulla via del ritorno, percorrendo la litoranea Messina-Palermo, in un tratto di strada ricadente nel comune di Terme Vigliatore, uno dei militari che era con me ritenne di individuare, in un soggetto a bordo di un fuoristrada nero, il latitante Aglieri. Fermammo il soggetto qualificandoci con i tesserini ma, ciononostante, questi – riuscendo a districarsi tra le nostre vetture che lo avevano in qualche modo circondato – riuscì a scappare. Una manovra tanto repentina e ingiustificata ci indusse a dare maggiore fondatezza alla nostra ipotesi poiché quel gesto appariva quello di un lucido criminale. L’inseguimento successivo, lungo i binari della ferrovia, confermò ulteriormente i nostri sospetti. Ritenemmo cioè che anche nell’ipotesi che non si trattasse di Aglieri doveva essere un soggetto che certamente aveva qualcosa da nascondere e che temeva fortemente di essere controllato. Solo alla fine, quando riuscimmo a vederlo bene in faccia, capimmo che non si trattava di Aglieri. Ricordo che il soggetto venne identificato. Posso dire che era di piccola statura ed esile e che si trattava di una persona giovane. All’epoca non mi risultava, né risultava al mio Ufficio, la presenza di Santapaola Benedetto nel territorio della provincia di Messina. Non sono mai stato incaricato di svolgere indagini in ordine alla cattura di Santapaola”.

Davvero sfigato, il colonnello De Caprio. Lo chiamano a una riunione al Ros di Messina, che in quel momento intercetta Santapaola, e non gli viene detto niente. Poi deve tornare a Palermo e non si accorge che dal 1970 a Messina è stata costruita l’autostrada e allora decide di percorrere la trafficatissima e contorta strada statale. Poi un suo collaboratore gli dice: “toh, quello somiglia a Pietro Aglieri. Sarà lui fuori zona”. E De Caprio gli corre dietro: se non è Aglieri, sarà comunque un criminale (magari Bin Laden) ma non Santapaola. Ora, ci sarebbe da ridere, se non si trattasse di vicende di drammatica gravità. Particolarmente per me, visto che qualche mese prima era stato ucciso mio padre a Barcellona Pozzo di Gotto e ciò soprattutto perché lui aveva scoperto (e lo aveva confidato al P.m. Canali) la presenza di Santapaola in quel territorio. È per questo che non ho potuto tollerare le squallide menzogne riferite da De Caprio alla D.d.a. di Messina, mirate con ogni evidenza ad occultare con le parole la presenza di Santapaola. Ed è per questo che il mio avvocato lo ha espressamente denunciato per il delitto di false dichiarazioni al P.m., previsto dall’art. 371bis del codice penale. Sarà come per il suo amico Olindo Canali: la caduta di De Caprio inizierà sotto il peso delle sue menzogne.