lunedì 28 marzo 2011

Bruxelles, 29-30 marzo: “Verso una strategia dell’Unione Europea per il contrasto al crimine organizzato transnazionale”


Domani, per due giorni, al Parlamento Europeo si metteranno le radici per una vera lotta alla mafia a livello europeo. Sarà presentata, infatti, la relazione del Parlamento Europeo sulla criminalità organizzata nell’UE, di cui Sonia Alfano è relatrice. Oltre ad una platea formata da quasi tutti i magistrati antimafia italiani, alcuni dei quali relazioneranno sul tema, sarà ospite del Parlamento anche una delegazione di associazioni giovanili siciliane. Di seguito il comunicato stampa di Sonia Alfano:

Bruxelles, 26 Mar. Giorno 29 e 30 marzo al Parlamento europeo a Bruxelles si terrà un hearing dal titolo “Verso una strategia dell’Unione Europea per il contrasto al crimine organizzato transnazionale“. L’hearing, organizzato dall’eurodeputato Sonia Alfano, sarà un importante momento di confronto e dibattito nell’ambito della relazione del Parlamento Europeo sulla criminalità organizzata nell’UE, di cui la stessa Alfano è relatrice.

Durante la sessione di giorno 29 marzo pomeriggio si confronteranno le istituzioni europee e internazionali competenti in materia di contrasto al crimine organizzato. Saranno presenti, tra gli altri, la Commissaria Malmstrom, il Presidente di Eurojust Williams e il Vice-direttore di Europol Oerting. Invieranno i loro referenti la Presidenza ungherese del Consiglio, la Corte dei Conti Europea, l’OLAF, la Banca Europea per gli Investimenti, l’Interpol e l’UNODC.

Giorno 30 marzo mattina saranno analizzate alcune delle più importanti minacce per l’UE a livello di crimine organizzato e saranno inoltre poste a confronto esperienze di contrasto da diversi paesi europei. Una mini-sessione specifica verrà dedicata alla questione delle ecomafie e alla confisca e al riutilizzo per scopi sociali dei patrimoni della criminalità organizzata.Infine il pomeriggio di giorno 30 verrà trattata la questione della presenza delle mafie italiane oltre i confini nazionali, con particolare attenzione per le criticità esistenti nel contrasto a livello transnazionale. I relatori provenienti dall’Italia saranno i magistrati Nicola Gratteri, Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Cataldo Motta, Franco Roberti. Interverranno inoltre i giornalisti Antonio Nicaso, Petra Reski, Nicola Biondo e, in video, Roberto Saviano.

Essendo scopo dell’hearing quello di individuare le migliori proposte per un contrasto efficace alla criminalità organizzata transnazionale, specie quella di stampo mafioso, a livello UE parteciperanno ai lavori con interventi e domande durante le tre sessioni 40 magistrati italiani provenienti da 18 delle 26 direzioni distrettuali antimafia.

venerdì 25 marzo 2011

Il professor Veronesi e il mafioso

No, non è proprio un bel periodo per il professor Umberto Veronesi, celebre oncologo ed ex ministro della Sanità per poco più di un anno, dal 2000 al 2001 durante il governo Amato. Il luminare, che oggi è Presidente dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, deve fronteggiare l’ondata di polemiche e insicurezze che ha investito l’Italia dopo il disastro nucleare di Fukushima, sulla cui entità ancora è impossibile fare bilanci.

A queste magagne oggi si aggiunge la riedizione di un libro, “Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti” (Melampo editore) (qui la recensione per Micromega.it), che arriva oggi nelle librerie. Il libro, che racconta la scalata delle mafie fino ad Duomo, racconta anche un episodio che vede protagonista il gangster mafioso di origini catanesi, Angelo Epaminonda, e il celebre oncologo Umberto Veronesi, che lo va a trovare quando “il Tebano” è ricoverato a Milano. Ecco il gustoso estratto dal volume appena uscito:

Una volta, ricoverato all’Istituto dei tumori di Milano per un melanoma al piede, riceve la visita del padre dell’oncologia italiana, Umberto Veronesi. Ecco, nel racconto di Epaminonda, la dinamica dell’episodio. Il Tebano, allarmato dalla presenza del medico, esclama: “Sto così male?”, e Veronesi: “Si calmi Epaminonda. Volevo solo darle il benvenuto. Un amico mi ha parlato di lei”. “E chi è questo signore?”. “Uno che era ospite del suo stesso collegio. Proprio ieri ho ricevuto posta da San Vittore”. Veronesi si riferisce a un “professore” che Epaminonda ha conosciuto durante l’ultimo periodo di detenzione. I giorni seguenti, le visite del medico al ricoverato si intensificano e appaiono sempre più sdolcinate: “Allora, come va il nostro malato?”. Fino a quando, una mattina, Veronesi sputerebbe il rospo: “Vorrei parlare del nostro amico comune. Ho saputo che se la passa piuttosto male. Vorrei che gli desse una mano”. Ed Epaminonda non si tira indietro: “Le garantisco che d’ora in poi sarà trattato come un pascià”. Detto fatto. Con il risultato di diventare, a sua volta, il paziente più coccolato del reparto.

Mafia a Milano. Sessant'anni di affari e delitti

Recensione scritta per Micromega.it

21 gennaio 2010. La commissione parlamentare Antimafia è in prefettura a Milano per studiare il livello d’infiltrazione della mafia in città e in Lombardia. Prende la parola il prefetto Gian Valerio Lombardi: «Anche se sono presenti singole famiglie, ciò non vuol dire che a Milano e in Lombardia esista la mafia».

22 gennaio 2010. Il sindaco Moratti, commentando le parole di Lombardi, lo difende così: "Nelle città economicamente ricche, il rischio naturalmente c'è sempre" ma "io parlerei più che di mafia di criminalità organizzata, perché ci sono delle differenze fra l'una e l'altra anche se i fini purtroppo sono sempre gli stessi".

Le due più alte cariche cittadine ancora oggi ne rimangono convinte. Per questo, dando per scontato che la mafia non appartenga al contesto milanese, si apprezza la riedizione di “Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti” (Melampo editore, in uscita oggi 25 marzo) di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni. Scrivere quasi 500 pagine su una cosa che ufficialmente non esiste, e farlo con tale meticolosità, è davvero ammirevole da parte dei tre cronisti “nati” nel mensile “Società civile”.

Purtroppo per noi, invece, le cose non stanno come dicono il sindaco e il prefetto. A Milano non c’è la mafia, in effetti, ci sono le mafie, praticamente tutte. E questo è un libro che ha lo straordinario merito di raccontare passo passo come la mafia è arrivata nel capoluogo lombardo e nelle province circostanti e come si sia fatta padrona di ogni cosa senza alcun problema e senza lasciare nemmeno le briciole, gestendo la cocaina di mezza Europa e mietendo triliardi senza ritegno. E’ un libro che, me li vedo, aiuta i giovani magistrati a rinfrescare la memoria e farsi un quadro generale ma al tempo stesso preciso. Perché di fantasia, in “Mafia a Milano”, non se ne trova. C’è uno stile narrativo di alto livello, ma di fantasia, no. C’è una scrittura fluente e che costruisce attorno alla storia il contesto storico-sociale: i film e gli spettacoli che davano in città mentre i gangster si ammazzavano nelle bische clandestine, chi era in voga e chi no, quale bar bisognava frequentare per essere nel giro dei giusti, qual era la hit musicale del momento. Ma di fantasia, purtroppo, non se ne trova. Fatti, raccontati bene, ma fatti.

E a chi davvero pensa che la mafia a Milano l’abbia portata quella povera anima a servizio del re, ovvero Marcello Dell’Utri, questo libro da una pacca sulla spalla: Marcello ha fatto tanto, ma non tutto. La mafia qui ha le sembianze di tre siciliani, tre nomi che ormai conosciamo bene: Luciano Liggio “u sciancatu”, Gerlando Alberti “u paccarè” e Gaetano Fidanzati, l’anziano boss che il governo ha spacciato come un pericolosissimo latitante, arrestato a Milano nel dicembre 2009 mentre era tranquillamente a passeggio, alla veneranda età di 74 anni. Il particolare che non ci hanno detto è che a causa delle condizioni di salute lo avevano scarcerato l’anno prima, e che nella mafia contava come mazze quando comanda coppe. Ma è servito a far sparire dal primo piano le accuse rivolte in aula a Berlusconi e Dell’Utri dal pentito Gaspare Spatuzza, nonché ad oscurare il “No Berlusconi Day”.

Dagli anni 70, quando a Milano arrivano i tre siciliani, chi al soggiorno obbligato chi no, passando per il gangsterismo di Francis Turatello, Renato Vallanzansca ed Angelo Epaminonda “Il tebano”, fino alla definitiva e strabordante presenza della ‘ndrangheta, testimoniata, come una ricevuta di ritorno postale, dai 304 arresti del luglio 2010, più della metà effettuati in Lombardia. Un viaggio che ridicolizza i negazionisti e che arriva fino ai giorni nostri, a pochi passi dal Duomo, alle attuali mire della mafia calabrese, tra le quali spicca l’Expo del 2015. Quell’Expo per cui era stata pensata una commissione antimafia ad hoc, prima azzoppata dalle dichiarazioni del pompiere Lombardi (per il prefetto non avrebbe avuto i poteri necessari per condurre un lavoro del genere e perché la competenza specifica in materia di sicurezza è dello Stato e non dei Comuni a suo dire) e poi pensionata definitivamente dal consiglio comunale.

Un libro che chi pretende di parlare di mafia al nord senza cadere nei luoghi comuni – “la mafia guadagna al sud e investe al nord, i veri mafiosi sono al nord”, al pari del tempo e delle mezze stagioni – deve studiare. Perchè è solo dalla perfetta conoscenza dei fatti che si può aver ragione sulle folli posizioni delle istituzioni milanesi.

Chiuse le indagini su Olindo Canali

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha notificato al dr. Olindo Canali, già sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto e oggi giudice alla quinta sezione penale del Tribunale di Milano, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari per il delitto di falsa testimonianza aggravato dal fine di agevolare l’associazione mafiosa Cosa Nostra. Ecco il provvedimento integrale:
CANALI-415-CPP

martedì 22 marzo 2011

Conosciamo l'Ultimo tra gli Ultimi

Dalla sentenza del processo a Mario Mori e Sergio De Caprio, qui reperibile

In proposito, le argomentazioni del De Caprio secondo il quale ebbe ad informare il proprio superiore verso la fine di gennaio appaiono inverosimili, atteso che il col. Mori, quale responsabile del ROS, era stato voluto dal dott. Caselli per dirigere le indagini che sarebbero scaturite dalle dichiarazioni del Di Maggio. Ed è quindi rispondente a criteri di comune logica ritenere che ogni decisione del cap. De Caprio dovesse essergli comunicata preventivamente o immediatamente dopo la sua assunzione.

Il sito, come già detto, fu abbandonato e nessuna comunicazione ne venne data agli inquirenti. Questo elemento, tuttavia, se certamente idoneo all’insorgere di una responsabilità disciplinare, perché riferibile ad una erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini dell’affermazione di una penale responsabilità degli imputati per il reato contestato. Il servizio di osservazione, come già innanzi precisato, non poteva avere una valenza sostitutiva rispetto alla mancata perquisizione del complesso e del cd. “covo”, in quanto non poteva impedire la distruzione od il trafugamento di materiale cartaceo, rilevante per la prosecuzione delle indagini, a mano della stessa Bagarella o dei Sansone che vi abitavano o anche di terzi che vi avessero acceduto, prestandosi solo ad individuare chi si sarebbe recato al residence e dunque i contatti che la famiglia e i Sansone avrebbero avuto, tanto più considerando che, anche nelle valutazioni dell’Autorità Giudiziaria, si trattava di un’attività di durata nel tempo.

Il ROS, sulla scorta di questa considerazione, diede importanza precipua all’indagine sui Sansone, in seno alla quale il servizio di osservazione, a suo avviso, aveva senso se ed in quanto fosse stato possibile, in termini di sicurezza, ed utile in termini di risultati, per avere i Sansone ripreso, con la recuperata “tranquillità” dell’area, i loro contatti illeciti. Contatti che in realtà, al contrario, erano attivissimi, nel senso di consentire lo svuotamento completo del “covo”. L’omessa comunicazione della cessazione del servizio si innestò, quindi, in una serie concatenata di omissioni, già enucleate, anch’esse significative della eccezionalità del contesto nel quale maturarono quegli accadimenti, quali:

- il giorno dell’arresto, la omessa specificazione, neppure sollecitata dalla Procura, di quali attività avrebbero dovuto essere condotte e con quali modalità;

- la omissione, da quel giorno in poi, di ogni flusso comunicativo ed informativo tra la Procura della Repubblica ed i reparti territoriali con il ROS;

- la omissione di riunioni che vedessero la partecipazione di tutti e tre gli organismi; l’omesso coinvolgimento del ROS nella perquisizione al fondo Gelsomino;

- la omissione di qualsiasi richiesta di informazioni e di chiarimenti al ROS, sin dal 17 gennaio, quando fu comunicata la notizia del rientro della Bagarella a Corleone, e per tutti i giorni a seguire, anche dopo la manifestazione di perplessità, da parte degli ufficiali della territoriale e di alcuni magistrati che avevano visionato i filmati su via Bernini, sulla sussistenza in atto dell’osservazione, ed anche dopo la frase accennata dal col. Mori sulla sospensione del servizio. Tutto ciò nonostante fosse stato arrestato non un criminale qualsiasi ma proprio uno dei latitanti più pericolosi e più ricercati, coinvolto nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio e già condannato all’ergastolo per gravissimi delitti.Ma quel che più rileva – ad avviso del Collegio – è che non è stato possibile accertare la causale delle condotte degli imputati.

sabato 19 marzo 2011

Ma come, Ultimo non è Raoul Bova?

Le notizie di questo sabato, dal mondo della mafia, sono due, di estrema importanza. Nel giorno dedicato a tutte le vittime innocenti della mafia, mentre i familiari dei caduti sono in marcia a Potenza, seguiti da migliaia di persone "normali" che da tutta Italia portano loro la propria solidarietà, scopriamo che il famigerato capitano Ultimo, colui che arrestò nel 1993 Totò Riina, non è Raoul Bova. Proprio così. Bova era solo l'attore. Quello vero, quello che mise le manette a Riina (si dice usando comodamente delle mappe su cui Provenzano aveva cerchiato l'abitazione esatta del boss) si chiama Sergio De Caprio, e proprio eroico non è. E' stato processato (lui, non Raoul Bova) per favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra, assieme a Mario Mori, per la mancata perquisizione del covo di Riina dopo la cattura. Seppur prosciolti “perché il fatto non costituisce reato”, la Corte ha accusato i due militari di “gravi responsabilità disciplinari” specificando che “l'omessa perquisizione della casa e l’'abbandono del sito sino ad allora sorvegliato hanno comportato il rischio di devianza delle indagini, che, difatti, nella fattispecie si è pienamente verificato, stando alle manifestazioni di sollievo e di gioia manifestate da Bernardo Provenzano e da Benedetto Spera". Hai capito Raoul Bova?

L'altra notizia è utile per il futuro: sappiate che da oggi un colonnello dei carabinieri regolarmente in servizio presso il Comando Carabinieri per la Tutela dell'Ambiente come vice comandante, può tranquillamente dichiarare alla stampa che qualcuno deve essere abbattuto. Se si pensa che il qualcuno è Sonia Alfano, figlia di Beppe Alfano, giornalista vittima innocente della mafia, e parlamentare europeo, la cosa diventa ancora più inquietante. Secondo il Capitano Ultimo (nomen omen) "Sonia Alfano rappresenta semplicemente tutto ciò che deve essere abbattuto". Il "come" non lo specifica, per non discriminare. Ultimo si affida ai mezzi di cui ognuno dispone: se tizio ha del semplice tritolo un pò ammuffito ha eguale diritto di Caio che dispone di semtex appena confezionato. L'importante è il fine, ovvero abbattere la Alfano.

Infine, il principe De Caprio, così disegna la figura della Alfano:
"rappresenta l'antimafia dei tacchi a spillo e delle unghie laccate". Tacchi a spillo, unghie laccate, mancava solo che aggiungesse "su un marciapiede con una borsetta". Ma lo dica colonnello, lo dica, nessuno le farà nulla: se l'Arma le lascia augurare l'abbattimento fisico di una persona, cosa vuole che le facciano per aver dato della maretrice alla Alfano?

venerdì 18 marzo 2011

Una lettera da Bivona

Ricevo e pubblico la lettera di Giuseppe Perconti, il vicepreside dell'istituto "Panepinto" di Bivona. E' stato uno dei protagonisti della bufera che ha investito l'istituto per la vicenda di Veronica, figlia del testimone di giustizia Ignazio Cutrò, sotto scorta anche lei. Pare che alcuni "non gradissero" la presenza dei militari che la accompagnavano fino all'uscio della classe.
Il tema del suo intervento, che ospito volentieri, è l'ormai celebre informativa dei carabinieri sul sindaco di Bivona Giovanni Panepinto.

Lettera aperta di un bivonese libero

I miei concittadini sicuramente ricorderanno che oltre un mese addietro, precisamente il 22 gennaio 2011, sul settimanale agrigentino GRANDANGOLO (andato a ruba per l’occasione) è stata pubblicata una dettagliata informativa dei Carabinieri, compagnia di Cammarata, che la testata non esitava a definire shockante. Riferiva il giornale, tra le altre notizie, che le elezioni del sindaco di Bivona del 2007 erano state influenzate dalla compravendita di voti oltre che da un intimo rapporto tra il sindaco onorevole e la omonima famiglia Panepinto, passata di recente al vaglio giudiziario del Tribunale di Sciacca, anche per il reato previsto dall’art. 416 bis e condannata nei suoi membri ad oltre 70 anni di carcere. Venivano descritti metodi, strumenti, operazioni che sarebbero stati impiegati per il raggiungimento del risultato desiderato e che avrebbero influenzato (corrotto) il voto di molta povera gente che attende le elezioni per sentirsi un pizzico importante e considerata dal potente di turno.

Ormai da oltre venti anni il turno dei potenti si è incastrato nella casella dedicata all’onorevole che pur di non arretrare di un millimetro nella spasmodica conquista di ogni spazio di potere non si concede tregua e non va certo per il sottile. Non entro nel merito dei rapporti affettivi, di coniugio ed affinità, di comparaggio, descritti nella informativa (il suocero, la moglie, il compare) ma vorrei ricordare come dal podio di Piazza Marconi, nel corso delle numerose campagne elettorali che lo vedono ormai indiscusso protagonista, non abbia esitato, addestrando in questo anche i suoi clientes, a rovesciare valanghe di fango all’indirizzo di persone perbene che hanno il solo torto di pensare ed agire in maniera diametralmente opposta e giammai conciliabile con i metodi da lui esternati nel suo lunghissimo cursus honorum.

Ricordo che l’esordio nella campagna elettorale del 2007 l’ha visto chiamare a raccolta le autorità civili e militari (marescialli, questori, prefetti) affinché vigilassero attentamente su quello che stava per accadere a Bivona dove una masnada di malfattori, guidati da Maurizio Traina, avrebbe sfondato la porta con i piedi per estorcere il voto ad elettori indifesi. A rafforzare l’appello vennero evocati tetrasavoli in linea collaterale del candidato sindaco ad evidenziare l’inclinazione “genetica” al malaffare e i trascorsi familiari nell’onorata società. Evidentemente le autorità di P.S. presero tanto sul serio l’appello, che hanno acceso i riflettori sulle elezioni amministrative e, ironia della sorte, hanno trovato lui con le mani nel sacco. Lui, si, proprio lui, il sindaco onorevole. Che ha condotto la campagna elettorale probabilmente con i metodi che avrebbe voluto riferire ad altri. Sfondando la porta degli elettori, promettendo di tutto e di più, raggirando per l’ennesima volta quella povera gente che si affidava ancora all’illusionista che, nel frattempo, era divenuto più abile e potente.

Caudillo di paese, lo aveva chiamato l’amico, poi divenuto nemico, Chiaramonte che in ultimo nominato assessore veniva rabbonito, inquadrato ed allineato anche lui nello schieramento. Nell’accusare altri di metodi mafiosi e prossimità alla consorteria mafiosa dimenticava però i suoi legami familiari, le sue frequentazioni, i suoi vincoli di comparaggio. Non è il caso di rievocare quanto dettagliatamente riportato dall’organo di stampa, ma è tuttavia necessario effettuare e richiedere qualche puntualizzazione: Nessuno la vuole intimidire, d'altronde non sarebbe una cosa semplice; anzi tutt’al più si potrebbe verificare il contrario, che sia lei ad intimidire altri dall’alto della sua forza e della sua potenza politica, amministrativa e mediatica nonché per le sue contiguità personali.

Vorremmo capire perciò se il fango che lei assume esserle stato lanciato contro sia stato scagliato dai Carabinieri, se cioè i Carabinieri ordinariamente gettano fango addosso alle persone; se ciò sia avvenuto in autonomia o se gli stessi, come Lei pare ritenere, siano l’utile strumento nelle mani di una regia occulta che si alimenta di scritti anonimi, quelli che a suo dire hanno caratterizzato le ultime elezioni comunali e che qualcuno dei suoi clienti riteneva profumassero di “margherita”. E che dire delle foto pubblicate su GRANDANGOLO? Sono forse frutto di un abile montaggio? E del trono piazzato sul cartellone della ditta Panepinto appositamente allestito per i festeggiamenti è forse il frutto di un’allucinazione collettiva.

Lei sostiene che la sua terza elezione ha posto fine alla gestione di piccoli e grandi interessi e che lì deve essere ricercata la ragione di tanto “fango”. Che tipo di interessi ha, finalmente, smascherato la sua rielezione?, illeciti suppongo! Lo dica, non abbia esitazioni. Ma il vero problema attualmente è un altro. La città attraversa forse il momento più buio della sua storia repubblicana. I posteri non potranno non ricordare che durante i suoi numerosi mandati amministrativi alla carica di sindaco di Bivona, la città ha smarrito i suoi originari connotati di cittadina libera, evoluta, aperta, accogliente, coesa, operosa, punto di riferimento culturale per un ampio bacino territoriale.

Oggi Bivona, al pari di altre città della nostra martoriata provincia come Palma di Montechiaro, Favara, Licata, è unicamente identificata come città di mafia e di mafiosi. La città è attonita, intimidita, impaurita e perciò omertosa. Anch’io avverto questo senso profondo di smarrimento e paura. Sono fortemente combattuto nella scelta tra l’adempimento del dovere civile di manifestare liberamente la propria opinione e la comprensibile condizione di silenzio in cui si è ridotta la città. Ho atteso che altri, prima e meglio di me, si interrogassero pubblicamente su ciò che stava accadendo. Ho auspicato che i consiglieri di minoranza eletti nel 2007 chiedessero conto di quanto appariva sui giornali. Ho invitato il mio caro amico candidato sindaco a farsi interprete dei silenzi, delle paure e delle timidezze di quei 1.244 cittadini che in assoluta libertà lo hanno sostenuto in una dura battaglia civile. Ho atteso che sedicenti “forze politiche” di diversi schieramenti, compreso quello al quale sono approdato da naufrago della politica locale, battessero un colpo. Ho atteso che il partito, di cui è tra massimi esponenti il sindaco onorevole, così solerte ed attento, così professionale quando si tratta di mafie conclamate ma distanti, di forte impatto mediatico ma con la garanzia della condanna definitiva magari a più ergastoli, manifestasse e si indignasse, e chiedesse conto di quanto denunciato. Ed invece nulla. Nulla di tutto questo.

Ho letto invece di attestati bipartisan di solidarietà all’indirizzo del magistrato Salvatore Vella vittima a Bivona di una intimidazione tracotante ed ardita il 4 marzo scorso. Da loro, dagli amministratori, dai consiglieri di maggioranza e di minoranza, solo un assordante silenzio sulle clamorose rivelazione di GRANDANGOLO che hanno riguardato il nostro primo cittadino come se la diffusione delle investigazioni operate dalla DDA fosse un pettegolezzo su cui non vale la pena soffermarsi.Se fosse vero ciò che il sindaco onorevole dice sul conto delle forze dell’ordine e della magistratura, dovrebbe consentire loro di operare con serenità, sgomberando il campo, facendosi da parte, così che si facesse chiarezza sul suo conto.

La nostra città non può sopportare il peso enorme del dubbio se a guidarla sia uno specchiato amministratore o un uomo senza scrupoli. Deve andare dal magistrato, deve chiedere conto del suo status. La città che lei dice di amministrare con il cuore ha il diritto di sapere se è indagato oppure no.Io oggi mi ritrovo ancora una volta solo, come già mi accadde nel 1997, ad alzare un grido, affinché la città possa riacquistare la dignità perduta. Attendo che altri, insieme a me, concorrano a squarciare la cappa di piombo che la soffoca. Attendo. Forse vanamente. E nell’attesa, vi confesso, ho un po’ paura.

Bivona 16 marzo 2011
Giuseppe Perconti

mercoledì 9 marzo 2011

Vella, arriva (oggi) la "doppia" scorta

E dopo la bufala, la notizia che tutti aspettavamo è arrivata. Qualche ora fa la prefettura di Agrigento ha deciso la "doppia tutela" per il magistrato della DDA di Palermo applicato a Sciacca Salvatore Vella. Da domani a tutelare il magistrato, originario di Mazara del Vallo, non sarà più soltanto un carabiniere, ma a suo fianco, 24 ore su 24, ci saranno due militari armati che accompagneranno Vella su un'auto blindata. E' stato lo stesso Prefetto ad avvertire Vella questa mattina con una telefonata.

martedì 8 marzo 2011

Pm Vella, "Scorta rafforzata", ma è una bufala

Qualcuno, oggi, leggendo il giornale "La Sicilia", ha tirato un sospiro di sollievo. Secondo il quotidiano catanese, infatti, dopo la lettera di minacce ritrovata in mezzo alle pagine della sua agenda, nel bel mezzo di un incontro pubblico a Bivona (AG), il pm antimafia Salvatore Vella (nella foto di Agrigentonotizie.it) e la sua famiglia hanno ricevuto un rafforzamento del dispositivo di protezione. "Rafforzata la sicurezza. Già attivate nuove misure per garantire l'incolumità del sostituto procuratore della Repubblica Salvatore Vella e dei suoi familiari dopo l'intimidazione di venerdì scorso". Così recitano titolo e sottotitolo.

C'è solo un piccolo problema di interesse pubblico. Ovvero che è tutto radicalmente falso. Ovvero fino a questo momento nessun provvedimento è stato adottato e comunicato al magistrato e, a quanto ci risulta, pare che niente, a tal proposito, sia in cantiere: per il momento il magistrato rimarrà con l'attuale livello di protezione, al massimo avrà una pacca sulle spalle. Il giornalista che ha firmato il pezzo, Filippo Cardinale, probabilmente è stato tradito da una fonte inaffidabile. Però, quando si tratta della vita degli altri, un controllo in più fa sempre bene.

Rimane il fatto che questa notizia ha avuto il demerito (certamente non volontario) di tranquillizzare l'opinione pubblica sul fatto che un magistrato in prima linea e minacciato dai balordi di cosa nostra, sia stato tempestivamente oggetto di un potenziamento della tutela e dell'attenzione da parte dello Stato che non abbandona i suoi uomini. E dunque Vella è protetto, cala l'attenzione e tutto finisce bene.

Loro invece, gli analfabeti dei pizzini, gli anelli mancanti dell'evoluzione umana, gli appassionati di targhe, agende e onomatopee, che nulla sia cambiato lo sanno bene: basta che vadano a dare un'occhiata, come sanno fare bene (con ausilio di gps a navigazione vocale rallentata, ovvio).