lunedì 28 febbraio 2011

Le Dogane rispondono: su Curto solo "balle"



Oggi pubblico la nota che il 17 febbraio l'Agenzia delle Dogane mi ha inviato come replica al mio articolo sul dirigente Angelo Curto che aveva intrapreso uno sciopero della fame. Brevemente voglio sottolineare alcune incongruenze e alcuni silenzi su punti che ritenevo fondamentali.

Secondo l'Agenzia non risulta vero che mai erano state contestate irregolarità al dott. Curto. Erano infatti stati contestati, secondo lo scrivente direttore centrale Alessandro Aronica, nel biennio 2008/09. Dopo che dal 2004 al 2007 Curto aveva ottenuto sempre il massimo del punteggio nella valutazione. Improvvisamente si trasforma e diventa un pessimo funzionario. O ciò non è vero o ha sbagliato chi lo ha sempre valutato come “eccellente” e di ciò dovrebbe risponderne.

Si ribadisce come Francesco Nasca, direttore tributario dell’Agenzia del Demanio di Trapani, poi transitato anch’egli alle Dogane, responsabile del servizio di gestione e destinazione dei beni confiscati alla mafia, arrestato nell’aprile del 2007, fosse “dipendente” di Curto. Questo, carte alla mano, è semplicemente falso, proprio perchè i fatti contestati al geometra Nasca riguarda il periodo fino al giugno 2002, periodo in cui il suo diretto superiore non era Curto bensì il geometra Vincenzo Vattiata, responsabile della sezione staccata di Trapani, nominato il 28 settembre 2001.

Infine l’incarico di Direttore operativo della filiale di Palermo del Demanio con competenza sulla gestione dei beni confiscati Curto lo riceve dall’1/10/2001 al 17/03/2002; l’area operativa fu però attivata soltanto il 9 maggio dello stesso anno, quando Curto non aveva più quel ruolo.

Non una parola sulla circostanza emersa leggendo l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Palermo Gioacchino Scaduto “in data 21/7/2004 – si legge nell’ordinanza – veniva escussa Lanna Clementina [...] direttore della filiale di Palermo dell’Agenzia del Demanio, ora Filiale Regione Sicilia, alle cui dipendenze è posto l’Ufficio Territoriale di Trapani ove presta tutt’ora servizio il Nasca Francesco”. I magistrati non cercano spiegazioni da Curto ma ovviamente dalla Lanna. Però la mora colpisce il primo.

giovedì 24 febbraio 2011

"Il caso Valarioti" di Chirico e Magro

Recensione scritta per Micromega

Prologo


“Ciao caro amico mio,
mi hanno chiesto una recensione per un libro che parla di Giuseppe Valarioti, “Il caso Valarioti” (Rosarno 1980: così la 'ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria). Vado tranquillo giusto? Si tratta di una persona per bene?
Grazie mille,
Benny

Caro amico mio, vai tranquillo. Valarioti era una persona perbene. Dove sei ora? Torno in Italia il primo dicembre per presentare "La mafia spiegata ai dagazzi". Prima tappa il primo dicembre appunto a Palermo. Spero di vederti. Un abbraccio
Antonio


Preda di un misto tra vergogna e imbarazzo, condivido con voi la verità: Giuseppe Valarioti per me era uno sconosciuto. Perchè l’unico politico da sbattere in faccia alla collusione di uomini della sinistra con la mafia, per me era Pio La Torre. Poi incontro per caso questo libro, poco pubblicizzato e senza alcuna eco, nato dalla voglia di verità di due giovani giornalisti che dell’illuminare le storie sconosciute delle vittime della ‘ndrangheta ne hanno fatto missione di vita: Danilo Chirico e Alessio Magro (in libreria anche il loro “Dimenticati. Vittime della ‘ndrangheta. La storia e le storie delle donne e degli uomini assassinati in Calabria dall’organizzazione criminale più segreta e potente del mondo”).

Un libro preciso e meticoloso, a tratti fluido come un romanzo a tratti chirurgico e scientifico come un saggio, quale in fin dei conti è. Un libro serio e senza eccessi retorici che mi chiede di sedermi e mi spiega che no, non c’è solo Pio La Torre da sbattere in faccia agli stessi post comunisti che incontrano i boss e che poi vengono messi in lista dal Partito democratico. Non c’è solo quel nome da urlare nelle orecchie a chi cerca il dialogo con un premier indagato per le stragi del 92 e 93. C’è anche un fine intellettuale, un professore di lettere con la passione per l’archeologia, convinto che l’impegno politico sia prerogativa fondamentale dell’uomo di cultura. Che l’impegno antimafia sia il fine e l’inizio dell’attività politica. Un maestro, un dirigente del Pci di cui la sinistra oggi sente terribilmente la mancanza.

Fare la guerra alla ‘ndrangheta a casa sua, affrontare i mafiosi a viso aperto, senza scorta e senza spalle istituzionali. Farlo non per coraggio ma per coerenza, politica e civile. Peppe Valarioti è stata una delle pagine più belle e brillanti del Pci, stroncata da una ‘ndrangheta fottuta dalla paura per quell’intellettuale con gli occhiali quadrati e le lenti spesse, la notte tra il 10 e l’11 giugno del 1980: “aiuto compagni mi spararu”, la corsa verso l’ospedale e poi il vuoto.

Ma sarebbe riduttivo, e il titolo non fa giustizia, intendere questo libro come la storia di Valarioti, del dirigente del Pci segretario della sezione della scottante Rosarno. Perchè su queste pagine che viene voglia di strappare ed inghiottire per digerire tutto e non dimenticare nulla, è narrato il cambio d’abito della ‘ndrangheta degli anni 70, il suo abboccamento con l’estrema destra, le storie parallele degli altri compagni caduti (mai come in queste pagine questo appellativo fa vibrare l’anima), seppelliti e dimenticati. Come Ciccio Vinci, ucciso il 10 dicembre 1976 a soli 18 anni per essersi opposto con l’entusiasmo che a 18 anni vale più del pane, alle cosche di Cittanova. "Bisogna spezzare questa ragnatela che ci opprime" aveva detto qualche mese prima durante un’assemblea studentesca.

Come Rocco Gatto, ammazzato il 12 marzo 1977 a Gioiosa Ionica. Il mugnaio, il comunista duro e puro. I mafiosi vogliono il pizzo dal suo grano, e lui li manda a quel paese, proprio a quello. Un comunista non paga il pizzo. Tre colpi di lupara: “aiuto, mi spararu”. E poi basta.

Come Orlando Legname, 31 anni con una moglie e un figlio piccolo, ammazzato a Limbadi, giustiziato a casa sua in un agguato da guerra. Un contadino, un comunista, un altro che non voleva pagare. Era il 31 luglio 1979.

Come Giannino Losardo, che il 21 giugno del 1980, dieci giorni dopo l’omicidio di Valarioti, viene ammazzato a 54 anni. Era assessore ai lavori pubblici a Cetraro. Era spina nel fianco delle cosche del Tirreno. Era un politico (onesto).

Una lunghissima scia di sangue e coraggio che ti lascia senza fiato: ma davvero la ‘ndrangheta ha fatto tutto questo? Davvero tutti questi comunisti ammazzati per la loro intransigenza? E io, che a sinistra sono nato e a sinistra morirò, come mai non conoscevo Valariori, Gatto, Legname e Vinci? E se Valariori, Gatto, Legname e Vinci erano del Pci, cosa c’entrano Vladimiro Crisafulli e Giovanni Panepinto nel Partito Democratico?

Poi arriva l’ultima pagina, dopo le foto di Peppe e la rassegna stampa. Chiudi quel libro che ti ha dato dell’ignorante e dell’insolente, che ti ha dimostrato come, per quanto tu possa sapere, non avrai mai idea di quanto sangue le mafie abbiano sparso in regioni come la Calabria, la Sicilia e la Campania. E ti viene voglia di dire: basta stanchi leader vuoti a perdere, basta dialettica e politichese. Ricominciamo da loro. Da Valariori, Gatto, Legname e Vinci.

mercoledì 23 febbraio 2011

Strage di Alcamo marina, La Licata testimone

Una strage dimenticata avvenuta 35 anni fa. Un mistero di Stato e di mafia, un giallo che dispensa ancora segreti e veleni. Era la notte tra il 26 e il 27 gennaio 1976, quando due carabinieri, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, vennero uccisi nella casermetta di Alcamo marina, in provincia di Trapani. Movente sconosciuto, ma in cella finiscono subito cinque persone con l’infamante accusa di essere i giustizieri dei due militari. Oggi le nuove indagini e una testimonianza riscrivono quella storia. Con un ennesimo segreto da svelare.

L’ultimo colpo di scena è che il giornalista Francesco La Licata, storico inviato di punta de La Stampa in Sicilia, sarà chiamato in aula, durante il processo di revisione in corso presso la Corte d'Appello di Reggio Calabria a carico di Giuseppe Gulotta, accusato e condannato all'ergastolo per la strage. Per quell'eccidio con Gulotta vennero condannate al carcere a vita altre tre persone: di questi uno è morto e gli altri due sono fuggiti in Sudamerica.

Il loro calvario iniziò il 12 febbraio 1976, quando un giovane alcamese, noto come anarchico, Giuseppe Vesco, fu fermato durante i pattugliamenti dei carabinieri, insospettiti dall’auto del ragazzo, una Fiat 127 senza fari anteriori e con una targa di cartone. Nell’unica mano, essendo privo dell’altra, il giovane impugna una pistola e dunque viene portato immediatamente in caserma per dei controlli. In seguito ad una vera e propria tortura, condotta dalla squadra e alla presenza del colonnello Giuseppe Russo, poi ucciso il 20 agosto del 1977, Vesco confessa il duplice omicidio dei carabinieri e fa ritrovare parte della refurtiva sottratta dopo l'agguato.

Non finisce qui: avendo riscontri, Russo passa la conduzione dell’interrogatrorio-tortura ai sottufficiali Giuseppe Scibilia e Giovanni Provenzano, che costringono Vesco a fare i nomi dei fantomatici complici: tra questi c’era Gulotta. Nomi palesemente inventati tanto che Vesco arriva ad implorare: “Vi bastano cinque?”. A quelle sevizie, poi ripetute in maniera più blanda anche per i gli altri accusati, era presente anche il sottufficiale dell'Arma dei Carabinieri, Renato Olino. E qui entra in gioco Francesco La Licata. Durante l'udienza del 24 giugno 2010 del processo di reivisione, Olino, testimone chiave, viene chiamato dalla difesa di Gulotta. Racconta delle torture, “dell'acqua e sale che viene spinta in gola a Vesco con un imbuto, degli elettrodi collegati ai testicoli del presunto assassino e delle percosse”. Delle finte esecuzioni con le pistole puntate sulla fronte del ragazzo e dei suoi supposti complici.

Ma dice anche di aver provato a raccontare la sua versione dei fatti molto tempo prima, sia ai piani alti dell’Arma, che gli consigliano di non essere “inopportuno”, che ai giornalisti, uno su tutti Francesco La Licata: “Prima e dopo il 1990 avevo più volte stimolato il dottor La Licata a mettermi in contatto con magistrati per fare emergere questo fatto” dichiara durante l’udienza. “Io ho conosciuto - continua Olino - il dottor La Licata in quanto lui era cronista de L'Ora di Palermo, e io stavo al nucleo investigativo di Palermo, lui veniva spesso in ufficio dal colonnello Russo a prendere le cosiddette veline per le notizie stampa”. E aggiunge: “Ho sempre cercato attraverso lui di dire: 'guarda Francesco, io ho questa esigenza, la strage di Alcamo Marina, per me non è chiarita, non è chiara, lì ci stanno delle persone secondo me, lo dico in un modo molto distaccato, innocenti, dobbiamo vedere cosa c’è veramente dietro la strage di Alcamo Marina'. Per questo l’avvocato di Gulotta, Saro Lauria, chiederà nella prossima udienza di ascoltare il giornalista.

“(Mi disse, ndr) di lasciare perdere. Che mi sarei messo contro l’Arma, che i miei colleghi che avevano torturato i ragazzi non avrebbero mai ammesso nulla. Gli ho ripetuto le stesse cose anni dopo, ma fu inutile, un muro di gomma. Non volle scrivere nulla. Gli dissi anche che volevo parlare con il maresciallo Scibilia che avevo visto prendere parte alle torture. Seppi poi che lui era in stretti rapporti proprio con Scibilia” disse Olino il 12/08/2010 a L’Unità e oggi ci dice: “Negli anni sono sempre tornato alla carica, avendo il suo numero privato, chiedendogli ogni volta di aiutarmi a raccontare la verità”. Circostanze confermate oggi dal giornalista: “Immaginavo che la difesa mi avrebbe convocato. All’epoca non ero molto convinto delle cose che diceva” ha ribattuto La Licata al telefono. Versione che fu poi ritenuta attendibile dallo stesso giornalista solo nel 2007 e presentata nel corso di una puntata della trasmissione “Blu Notte” di Carlo Lucarelli nel 2009.

Intanto la procura di Trapani, nei mesi scorsi, ha iscritto nel registro degli indagati quattro carabinieri per quelle sevizie, tra cui Scibilia, che di fronte al magistrato trapanese Andrea Tarondo si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, consci che ormai i reati contestati sono prescritti. Il racconto di Olino ha anche permesso di riaprire le indagini sulla strage e avviare il processo di revisione per Gulotta, che oggi di fronte a questo ennesimo colpo di scena ci rilascia un’amara considerazione: “Non potevo immaginare che La Licata che tanto aveva fatto per far emergere la verità sulla mia innocenza, ne era perfettamente a conoscenza molto tempo prima. Se avesse scritto quell’articolo del 2007 negli anni ‘90 forse mi avrebbe fatto risparmiare una condanna all’ergastolo”.

Un ulteriore conferma alla versione di Olino è un’intercettazione telefonica in cui i familiari di un altro carabiniere indagato, Giovanni Provenzano, parlano delle sevizie e delle modalità che i militari misero in piedi per evitare che si scoprissero: “Hanno spostato i mobili e ridipinto le pareti della caserma”. Chiamati in aula, Rossana e Michele Provenzano, anche lui carabiniere come il padre e oggi in forza al Ros, hanno negato tutto anche a fronte delle contestazioni del magistrati, tanto che il procuratore generale e l’avvocato difensore hanno chiesto che contro i testimoni si proceda per il reato di falso.

Rimane la domanda di fondo. Chi era a conoscenza dei segreti della strage di Alcamo Marina? E perché sono rimasti sepolti fino ad oggi? L’ultima ipotesi è che i due carabinieri uccisi avrebbero casualmente scoperto un traffico d’armi mediato dai servizi segreti e sarebbero morti perché tacessero. L’unico che poteva parlare è Vesco che è morto però suicida in carcere pochi mesi dopo la strage. All'eccidio seguì il depistaggio alla ricerca dei capri espiatori, dei colpevoli perfetti inguaiati dalla confessione di un’anarchico torturato e forse “suicidato” da qualcuno in carcere, considerato che impiccarsi con una sola mano è impresa assai ardua.

martedì 22 febbraio 2011

Sotto Processo viaggia sul bookcrossing


Oggi ho regalato il mio libro al sistema di bookcrossing, "una serie di iniziative collaborative volontarie, e completamente gratuite, di cui alcune anche organizzate a livello mondiale, che legano la passione per la lettura e per i libri alla passione per la condivisione delle risorse e dei saperi. L'idea di base è di rilasciare libri nell'ambiente naturale compreso quello urbano, o "into the wild", ovvero dovunque una persona preferisca, affinché possano essere ritrovati e quindi letti da altre persone" Wikipedia.

Il punto di scambio a Palermo è la palestra Freelife di Valeria Grasso in Via Dominici 27B quartiere San Lorenzo. Buona lettura

venerdì 18 febbraio 2011

Io sono amico di Valeria Grasso e Ignazio Cutrò


La mia risposta alla squallida vicenda che ha visto vittime Valeria Grasso ed Ignazio Cutrò di un triumvirato che sta danneggiando splendide realtà quali Addiopizzo e Libero Futuro. Io sto con Valeria Grasso e Ignazio Cutrò.

giovedì 17 febbraio 2011

Addiopizzo, Ignazio Cutrò con Valeria Grasso

Per chiarezza: la mia esperienza con Addiopizzo, di Ignazio Cutrò

Ho appena visto, con sconcerto, l’intervista rilasciata da Valeria Grasso, imprenditrice testimone di giustizia, al sito DiPalermo.it, in cui denuncia in modo preciso e circostanziato come l’associazione anti-racket Addiopizzo l’abbia abbandonata per ragioni che mi lasciano francamente sbigottito. Pensavo e mi convincevo di pensare, che stessimo tutti dalla stessa parte, ma le parole di Valeria, di cui mi fido pienamente, non fanno che confermare le mie impressioni, che per correttezza condivido con voi.

Ad un anno dalle mie denunce, quando ormai la mia vicenda era finita sui giornali e quando la mia situazione lavorativa e di sicurezza erano precipitate, tramite il mio avvocato avevo preso contatti con Addiopizzo, fissando un appuntamento nei loro locali. Lì conobbi Daniele Marannano e l’avvocato Ugo Forello e Salvatore Caradonna. Raccontai loro dei miei problemi ma mentre stavo parlando ecco il primo colpo di scena: a sorpresa mi dicono che era stato loro consigliato di non avvicinarsi a me, niente meno che dal presidente di Confindustria Agrigento, Giuseppe Catanzaro; a loro dire Catanzaro aveva detto di non aiutarmi perchè dovevo “andarmene dalla mia terra”. Ho spiegato a Marannano e Caradonna che volevo invece rimanere, ma loro mi “rimproverarono” di essermi esposto troppo mediaticamente. Ciò mi lasciò senza parole: senza le tv e i giornali e senza l’affetto della gente io probabilmente a quell’ora sarei già stato ucciso nel silenzio e nell’indifferenza. Ma loro queste cose non dovrebbero saperle?

In un successivo incontro dopo una ventina di giorni, sottoposi loro i miei problemi con le banche; in quel caso, e ciò testimonia la mia buona fede, si erano subito mossi per aiutarmi, parlando con il direttore della Banca Santangelo con esito positivo.

Altro corpo “mortale” alla mia idea di antimafia unita e vicente è un incontro al quale partecipo insieme al prefetto di Agrigento Umberto Postiglione, Ugo Forello e Daniele Marannano in occasione che hanno presentato un a pratica in mio favore. Con molto entusiasmo e felicità annuncio ai tre la nascita dell’associazione anti-racket “Libere Terre” (che oggi vanta 582 imprenditori dopo meno di 2 anni dalla nascita) e li invito a collaborare. La reazione dei due di Addiopizzo mi lascia di stucco: Forello e Marannano mi dicono che l’anti-racket non si fa così, che serve un’esperienza almeno biennale e riescono a scoraggiare i membri del direttivo che erano con me. Io, con molto imbarazzo, obietto che mi interessa solo assistere gli imprenditori che denunciano, non fare politica. E nonostante il loro atteggiamento chiedo ancora di starmi accanto. Li invito all’inaugurazione dell’associazione ma non si vede nessuno.

Nel giugno 2010, grazie all’intermediazione di Rosario Crocetta, riesco ad incontrare davanti al Viminale Tano Grasso, presidente onorario della Federazione anti-racket italiana. Gli racconto dell’assenza di Addiopizzo, dei problemi sorti dopo la mia iniziativa. Mi rassicura dicendomi che i ragazzi “mi avrebbero chiamato entro qualche giorno”. Purtroppo sto ancora aspettando.

L’ultima tegola mi arriva qualche giorno fa. Alla sentenza di primo grado del processo Faceoff, a cui con le mie dichiarazioni avevo collaborato, piovono oltre cinquant’anni di carcere sui mafiosi della mia terra. Addiopizzo, che si era costituito parte civile, incassa il risarcimento. Ma nessuno, né Forello, né Marannano, si degnano di farmi una telefonata. Non per ringraziarmi, ma per farmi sentire che in quel momento così delicato loro c’erano. E invece c’erano altri, altre, come Sonia Alfano, che cito per capire se davvero questo basta ad essere estromessi dal circuito dell’antimafia “perbene”.

Queste mie parole non vogliono “attaccare” Addiopizzo. Ma vogliono solo che si faccia chiarezza su una cosa seria che si chiama antimafia, e che diventa ancora più seria quando in mezzo ci sono imprenditori che denunciano. L’antimafia non si può fare con le antipatie, con le simpatie o con le prime donne. Perchè di mafia si muore, forse è il caso di ricordarlo.

Valeria Grasso accusa Addiopizzo: “Sono stata emarginata”

'Addiopizzo' mi ha seguita inizialmente, sono intervenuti facendomi riaprire un conto corrente che mi avevano chiuso. Poi non ho più visto nessuno. Ho scritto mail ad Ugo Forello (avvocato e tra i fondatori dell'associazione anti-racket), al presidente di Libero Futuro (l’associazione nata dall’esperienza di Addiopizzo e dedicata a Libero Grassi) Enrico Colajanni. Nessuna risposta. Non si sono più visti”.

Mi sono rivolta a Sonia Alfano in quanto presidente dell'associazione nazionale Familiari Vittime di Mafia. Da quel momento in poi l'associazione 'Addiopizzo' mi ha completamente abbandonata; laddove qualche altra associazione si è avvicinata per darmi aiuto, chiedendo informazioni a loro, mi hanno fatto terra bruciata, della serie che non merito ulteriori aiuti. Che sicuramente sono un imprenditore indipendente perchè mi sono rivolta autonomamente anche ad altre fonti piuttosto che passare prima da loro chiedendo se mi potevo rivolgere a Sonia Alfano piuttosto che ad un'altra persona liberamente”.

Loro non hanno condiviso che io abbia fatto delle strade autonome. […] Li ricontatto chiedendo un incontro, circa 10 giorni fa, con Ugo Forello, Daniele Marannano (membro di Addiopizzo) e un'altra persone e chiedo il perchè di questo assoluto isolamento. L'avvocato Forello mi dice che loro non avevano niente di particolare con me, ma la mia condotta non era in linea con il loro modo di agire. Si intende il fatto che nelle mie interviste non ho evidenziato quello che loro hanno fatto per me; non c'era niente da pubblicizzare però, anzi ho evitato di raccontare le loro mancanze. E in ultimo che le mie scelte politiche non sono attinenti a quelle che sono le loro visioni politiche. Posso immaginare si riferissero a Sonia Alfano. Credo invece di avere scelto una delle persone più giuste e più indicate”.

Forello e Marannano mi hanno detto che per quanto li riguardava si poteva ripristinare (il rapporto, ndr) ma che dovevano chiedere al presidente di Libero Futuro, Enrico Colajanni, che è quello che nutre particolare rancore nei miei confronti. Quando è stato chiesto a Colajanni perchè l'associazione non c'è mai stata, sono stata presentata come una fallita cronica, per cui non merito aiuti ed è stato ribadito che io ho fatto delle scelte politiche diverse dalla loro posizione”.

Così ha parlato ai microfoni di DiPalermo.it l'imprenditrice palermitana Valeria Grasso, che da sola è riuscita a portare dietro le sbarre metà del clan mafioso dei Madonia. C'è poco da commentare e poco da riflettere. E' una ferita profondissima e inquietante nel mondo dell'antimafia militante. Qualche domanda si pone: qual è la "scelta politica" di Addiopizzo e Libero Futuro, tanto da essere diversa da quella della Grasso? E' stata fatta quindi una scelta politica? Può il presidente di un'associazione dedicata ad un imprenditore coraggio come Libero Grassi, avere "rancore" nei confronti di una testimone di giustizia? Le strade, a mio avviso, sono due: o Colajanni, Forello e Marannano possono smentire quanto dichiarato da Valeria Grasso, o forse per evitare di danneggiare irrimediabilmente l'immagine di Addiopizzo, farebbero bene a farsi da parte. A loro la palla.

Qui l'intervista integrale.

martedì 15 febbraio 2011

Gli Ori(gi)nali del premier


Papa
(Pdl): "Negato a premier diritto di difesa"

Cicchitto (Pdl): "Si può parlaredi giustizia a orologeria"

Izzo (Pdl): "Contro Berlusconi processo infinito"

Napoli (Pdl): "Si conferma aggressione a premier"

Lehner (Pdl): "Da toghe colpo micidiale a governo"

Mantovano (Pdl): "Indagine sprint su premier, che dice Anm?"

Formigoni (Pdl): "Nessuna ipotesi accusatoria contro Berlusconi"

Fede (???): "Berlusconi un amico che mi fa coraggio"

Prestigiacomo (Pdl): "Contro Berlusconi processo farsa"

Maroni (Lega): "Non ho nulla da dire"

Giovanardi (Pl): "Berlusconi è solo una vittima"

Lupi (Pdl): "Procura cerca di ribaltare ordine democratico"

Gelmini (Pdl): "Attacco alla sovranità popolare"

Santanché (Pdl): "Da Procura di Milano soccorso rosso a opposizione"

Casellati (Pdl): "Contro Berlusconi che tempestività i pm..."

lunedì 14 febbraio 2011

Francesco La Licata e il "collega" Mario Mori


Francesco La Licata, storico inviato siciliano de “La Stampa”, punto fermo della redazione di “Blu Notte”, il programma televisivo di Carlo Lucarelli e ora collaboratore del periodico “I quaderni de L’Ora”, scrive sulla rivista "Theorema" il cui comitato scientifico è presieduto da Mario Mori, già comandante del Ros dei Carabinieri e direttore del Sisde e ora consulente nel settore della sicurezza pubblica per conto del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, per 108 mila euro lordi l’anno.

La notizia è di quelle che fanno strabuzzare gli occhi anche a chi di mafia e servizi segreti ne mastica poco. Mori, per la mancata perquisizione del covo di Riina dopo l’arresto del boss, assieme a Sergio De Caprio, il celebre “Capitano Ultimo”, è stato processato per favoreggiamento nei confronti di cosa nostra. Seppur prosciolti «perché il fatto non costituisce reato», la Corte ha accusato i due militari di «gravi responsabilità disciplinari». E’ tutt’ora sotto processo, assieme al colonnello Mauro Obinu, anche per concorso esterno in associazione mafiosa per la mancata cattura, nel 1995, di Bernardo Provenzano.

Ma La Licata, nonostante sia considerato da molti emblema del giornalismo “antimafia”, amico di molti magistrati tra cui Giovanni Falcone, potrebbe anche non trovare sconveniente sedere ad un ipotetico tavolo di redazione con un uomo sospettato di aver favorito la mafia. Ciò che francamente invece non si riesce a comprendere è questo: il 7 aprile 2010 La Licata da alle stampe, assieme a Massimo Ciancimino, il libro “Don Vito”, in cui il figlio dell’assessore mafioso di Palermo lancia accuse pesantissime nei confronti di Mori che, secondo il rampollo, aveva fornito al padre «assicurazioni sull’esistenza di una copertura all’iniziativa dei carabinieri». Ovviamente parliamo della trattativa Stato-Mafia, di cui Mori sarebbe stato l’“uomo nero”;

dalla foto dell’organigramma del numero di maggio della rivista di “sicurezza, geopolitica e intelligence” edito da “Noema”, ripresa dal blog Osservatorio, dunque relativa ad un numero uscito un mese dopo la pubblicazione di “Don Vito”, nel comitato scientifico oltre a Mori appare anche il nome di Giuseppe De Donno, indagato anch’egli nell'ambito della trattativa. E quello di La Licata ovviamente. Come può La Licata firmare un libro che praticamente descrive Mori come uomo della "trattativa" con la mafia e poi "lavorarci" assieme?

Infine, nel numero di dicembre, magicamente, sparisce il comitato scientifico e il nome di La Licata tra i collaboratori. Era opportuno che La Licata prestasse la sua penna “antimafiosa” ad una rivista “presieduta” da Mario Mori? Era coerente rispetto alla fatica letteraria “Don Vito” in cui Mori viene crocefisso? Questo non sta a noi dirlo.

giovedì 10 febbraio 2011

La mia infanzia e i boss del Belice

Hanno cercato di infilarci nel cervello che festeggiare una condanna alla reclusione è vergognoso e indegno. Che bisogna avere rispetto del condannato, ancor di più se dopo la condanna non inizia a bestemmiare e a minacciare di morte i pm. Si sono inventati la balla del “rispetto del condannato per bene”. Loro, i “moralmente superiori”, non fanno eccezioni. Sono “cattolici”, una condanna di mafia non va festeggiata alla pari di una condanna per abuso edilizio. E’ la stessa cosa, il condannato è sempre “poverino”, è comunque un “penitente”.

Oggi per me è festa. Il Tribunale di Sciacca ha appena inflitto, nell'ambito del procedimento Scacco Matto, 170 anni di carcere all’intera cosca mafiosa del Belice, terra in cui sono nato e da cui, per colpa delle mentalità instillata e propalata da questa gentaglia che amava farsi chiamare boss, sono andato via pieno di rancore e delusione. Una terra bellissima e disgraziata, una terra baciata da un sole caldo e ripulita da un vento costante e salvifico. Vivevo a Santa Margherita di Belice. Così come ci viveva Vitino Cascio, detto anche 12 anni e 6 mesi, Pasquale Ciaccio, inteso 14 anni e 8 mesi, Giuseppe Morreale, alias 11 anni, e, a pochi chilometri, Francesco Fontana, mister 12 anni e 6 mesi, Giuseppe La Rocca, da oggi solamente 14 anni.

Sono cresciuto vedendoli crescere, qualcuno invecchiare. Ciaccio è il fratello dei proprietari di uno tra i bar più importanti del paese, il Coffee House. Bar che frequentavo da “piccolo”, fino ai 18 anni si intende. Bar in cui lo vedevo arrivare, vestito da pastore, e arrampicarsi con i gomiti al bancone, con dei jeans lerci caduti a metà sedere. Organizzare manifestazioni antimafia, convegni e manifestazioni, a Santa Margherita, non è mai stato facile. Perchè eri tu ad essere fuoriposto, non loro. Loro, quelli che oggi in primo grado si possono chiamare mafiosi, ovvero il mafioso Cascio, il mafioso Ciaccio, il mafioso Clemente, il mafioso Fontana, il mafioso La Rocca e il mafioso Morreale, non ti guardavano male, ma con sarcasmo. Avevano più amici loro di me, la gente stimava loro più di me, avevano più potere loro di me. Loro erano mafiosi, io un insetto nemmeno tanto fastidioso.

Oggi non ero in aula per ovvie ragioni. Per loro, i mafiosi del Belice, e per i loro parenti piangenti, sarebbe stata una provocazione ed espormi alla loro reazione mi è sembrato azzardato. Ero in ufficio ad aspettare notizie dal tribunale. Poi un amico giornalista mi ha snocciolato per telefono anni e mesi accanto a nomi e cognomi. E ho gioito, accidenti se ho gioito. Oggi per me è un giorno di festa. Presto tornerò a Santa Margherita a respirare l’aria nuova. Quella di un paese che ha visto stroncata la cosca mafiosa che regnava incontrastata e che ora può rialzare la testa. Lo stesso paese che, quella testa, non la rialzerà. Perchè non è giusto. Perchè sono stati condannati dei paesani. Dei poverini. “Il fratello di, il cugino di, il marito di”.

“I mafiosi sono altri” pensano. Come la moglie di uno di loro, che mi ha chiesto l’amicizia su Facebook. Io, non conoscendola, ho accettato. Mi ha fatto i complimenti dopo la mia partecipazione ad Anno Zero come familiare di vittime di mafia. Mi ha detto che ero “l’orgoglio di Santa Margherita”. Perchè suo marito mica era mafioso. “Qualche assoluzione ci sarà” scriveva. Si sbagliava. Sulla sua bacheca pubblicava i video di Pippo Fava quando, nella celebre intervista rilasciata ad Enzo Biagi, il giornalista de “I Siciliani” diceva: “i mafiosi sono altri”. Non si riferiva a suo marito e ai suoi compari, signora, e non se la prenda se oggi non fa parte dei miei amici.

Non sarebbe giusto festeggiare, per “loro”, perchè ci sono delle famiglie dietro ai mafiosi del Belice. Mogli giovani e figli piccoli, mogli anziane e rampolli rampanti. Che soffrono, piangono e si disperano. Potrei chiedere se per loro i soldi sporchi di sangue hanno mai avuto odore. Se i benefici della mafiosità dei loro cari li hanno mai disprezzati. Chiedo loro, invece, solo una cosa: i vostri uomini, i vostri padri, mentre “giocavano” alla mafia, si sono ricordati di voi? Hanno pensato al male che vi avrebbero fatto? Forse no, lo spero per voi. Perchè se lo avessero fatto vorrebbe dire che se ne sono allegramente “fottuti” di voi e del vostro dolore.

Senza vergogna, senza timore, ma con orgoglio e fierezza, oggi io festeggio la condanna di un gruppo di mafiosi che ha cercato di condizionare la mia vita senza riuscirci. Io oggi scrivo della loro condanna, loro la subiscono, con la testa bassa e con un gesso tra le dita che li aiuterà a segnare, sul muro di una cella, i giorni che passano.

Ripartiamo con le notizie

Ho deciso di riportare a pieno regime questo blog, che negli ultimi tempi, anche "per colpa" delle note che pubblico su Facebook, si era un pò sentito trascurato e non ha mancato di farmelo notare. Mantenendolo ovviamente come strumento di opinione, suo marchio di nascita, lo utilizzerò anche come fonte di notizie "inedite". Scoop o meno scoop, questo spazio sarà il mio “giornale” di cui sarò editore, direttore, redattore, collaboratore e uomo delle pulizie. Video, flash, interviste e approfondimenti trattati con la serietà e con l'attendibilità richiesta a qualsiasi fonte che vuole definirsi "d'informazione".

Questo “nuovo” ciclo, più asettico e meno passionale (per la parte “notizie”, tranquilli), è stato inaugurato dalla notizia dell'informativa dei Carabinieri di Cammarata che indica l'attuale parlamentare regionale del Pd e sindaco di Bivona Giovanni Panepinto come colluso con la mafia. Articolo arricchito dall'intervista al magistrato della DDA di Palermo Salvatore Vella e allo stesso parlamentare dell'Ars.

Altri pezzi "scottanti" sono già pronti per essere pubblicati e presto potrete leggerli su queste pagine. Ora che le premesse ci sono tutte, ritroviamo i lettori.

Ah, dimenticavo: viva la libertà.

mercoledì 9 febbraio 2011

Panepinto (PD): "Solidarietà da Lupo e Lumia"

L'articolo: "Panepinto (PD) ha legami con cosa nostra"

L'intervista
Giovanni Panepinto, raggiunto al telefono, ha voluto dire la sua: “Non ho ricevuto alcun avviso di garanzia, ho solo saputo dalla stampa che le mie utenze sono intercettate dal 2007. A quanto so tutta l’informativa si basa su una lettera anonima e da incastri di intercettazioni di un tale (Vella, ndr) che non ho voluto in lista con me in quelle amministrative ed era ovvio che parlasse male di me”.

Sulle accuse circa il rapporto con la famiglia mafiosa dei Panepinto, il deputato-sindaco si difende: “Ho battezzato quel bambino per stare accanto ai suoi genitori, che in quel tempo erano familiari di vittime di mafia addirittura tutelati dallo Stato. In chiesa - sottolinea- c’erano anche gli agenti della scorta”. E il padre della moglie indicato come boss di livello? “Non è reato penale essere suocero di qualcuno. Tutta questa storia mi sembra come come se Santa Maria Teresa di Calcutta venisse accusata di far parte del bunga-bunga di Berlusconi”.

Alla domanda più delicata, ovvero se tema avvisi di garanzia o peggio ancora provvedimenti restrittivi della libertà personale, Panepinto si irrigidisce: “Vuole sapere se ho paura che mi arrestino? Che le devo dire, rispetto i carabinieri e la magistratura, aspetto e sono sereno, con la stessa correttezza con cui ho vissuto un’intera vita da comunista. Mi sto dannando l’anima, solo le telefonate della gente che mi conosce mi vuole bene e ha fiducia in me mi tengono su”.

A sorpresa ci dice di aver ricevuto la solidarietà di esponenti del Partito Democratico: “Mi hanno chiamato Beppe Lumia (senatore del Pd e membro della Commissione Antimafia), e Salvatore Lupo (segretario regionale del partito)”. Sull’opportunità di andare dai magistrati a farsi ascoltare confessa: “mi sarei precipitato, ma su suggerimento del mio legale sto aspettando di sapere se sono indagato o meno”. Solo alla fine della telefonata ci confida la sua delusione e la voglia di mollare: “Ormai voglio chiudere questi mandati politici e poi fare altro, senza per questo chiudere con la politica. Ogni cosa ha una fine, anche nell’amministrazione della cosa pubblica”.

martedì 8 febbraio 2011

"Panepinto (PD) ha legami con cosa nostra"

E' un'informativa dei carabinieri della compagnia di Cammarata (AG), datata 23/10/2007, a mettere nei guai Giovanni Panepinto, deputato regionale del Partito Democratico in Sicilia, eletto a Palazzo d’Orleans con 8.606 preferenze su 43.353 di lista e attuale sindaco al secondo mandato di Bivona (AG), dopo dieci anni in Consiglio comunale. Il documento è contenuto in una richiesta di proroga delle intercettazioni telefoniche e ambientali inviata dai militari il 7 dicembre 2007 alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo nell'ambito di un'inchiesta di mafia.

Sotto accusa sono finiti i rapporti tra il noto deputato regionale e la famiglia mafiosa omonima, i Panepinto, tre fratelli, Luigi, Maurizio e Marcello, che da vittime di mafia (nel 1994 fu ucciso dalla mafia il padre Ignazio e nel settembre successivo lo zio Calogero) si erano trasformati a loro volta in boss e che di recente sono stati condannati rispettivamente a 13 anni, 14 anni e 6 mesi e a 10 anni nell'ambito del processo Face Off, fondato sulla collaborazione dell’imprenditore testimone di giustizia Ignazio Cutrò, vittima delle minacce e delle intimidazioni del sodalizio mafioso.

Panepinto Luigi scrivono i militari - è legato al sindaco Panepinto Giovanni da vincoli di parentela, come si evince dalla seguente annotazione di polizia giudiziaria redatta dal Comandante della Stazione Carabinieri di Bivona ‘[...] durante una conversazione avuta in questa caserma con Panepinto Luigi […] lo stesso riferiva che Panepinto Giovanni ha battezzato il proprio figlio Ignazio e pertanto si chiamano con l'appellativo di ‘compari’ ”.

Tale circostanza – si sottolinea nel documento - è estremamente rilevante per la pregnante valenza simbolica e per l'oggettiva rilevanza esterna che, in un contesto mafioso, assume la partecipazione ad una cerimonia di battesimo di un politico di rilevanza, addirittura nella qualità di padrino. Ma la parte più sconvolgente dell’informativa è quando i carabinieri elencano in maniera precisa e con dovizia di particolari, i presunti punti di contatto tra l’esponente del PD e cosa nostra: “Panepinto Giovanni ha ed ha avuto legami con esponenti di cosa nostra ai vertici della consorteria mafiosa operante nella bassa Quisquina (zona della provincia di Agrigento, che comprende Bivona e Santo Stefano, ndr). E' coniugato con Giovanna Raffa, figlia di Raffa Pietro, elemento di spicco della famiglia mafiosa di Alessandria della Rocca. Quest'ultimo era legato a personaggi di spicco di cosa nostra agrigentina […]”.

Il primo marito della Raffa, Carmine Messina, era sparito di lupara bianca nel 1977, circostanza che non manca di essere sottolineata nella nota. L'attuale deputato, stando al documento, avrebbe addirittura fatto da “tramite” tra il suocero mafioso e la cosca di Bivona. Ricca di particolari anche la ricostruzione delle vicende politiche che hanno riguardato il deputato regionale, in particolare le elezioni comunali di Bivona del 13 e 14 maggio 2007, quando i candidati erano Maurizio Traina e lo stesso Panepinto, che vincerà quella tornata con 1635 voti rispetto ai 1244 del suo avversario: “L'attività tecnica di intercettazione ha permesso di poter acquisire forti indizi attraverso i quali sostenere la tesi che Panepinto Luigi abbia inquinato il libero esercizio del voto o, comunque, alterato il risultato della votazione mediante l'acquisto di 250 voti in favore di Panepinto Giovanni”. Ciò, scrivono i carabinieri, si evince da un'intercettazione di una conversazione tra Ignazio Cutrò, parte lesa nel processo Face off e tale Enzo Vella, mentre i due parlano di alcuni lavori di riqualificazione urbana: “Lo zio Ignazio (padre del boss Luigi Panepinto) […] me l'ha detto chiaramente - dice Vella - : 'quest'anno devo aiutare a Giovanni. In prima linea non mi ci sono mai messo, ma quest'anno non deve perdere perchè abbiamo bisogno di Giovanni Panepinto dato che lavoro non ce n'è”. Frasi che per i militari di Cammarata fanno intendere “che quest'ultimo sia concretamente in grado di convogliare appalti pubblici in favore della Calcestruzzi Beton 2000 Srl” della famiglia Panepinto".

Duecentocinquanta voti dal bacino della mafia a beneficio di Panepinto che vengono confermati anche da una fonte confidenziale dei carabinieri, citata nell’informativa e contenuta in un’annotazione di polizia giudiziaria, che aggiunge altri particolari: “I predetti (Panepinto, ndr) con la collaborazione di alcuni presidenti di seggio, avrebbero ottenuto alcune schede in bianco. Le schede, dopo essere state segnate con la preferenza di Panepinto Giovanni, sarebbero state consegnate ai votanti che, in cambio di somme di denaro (da 250 a 1.000 euro) le avrebbero inserite nelle urne riportando ai Panepinto la scheda in bianco avuta dagli scrutinatori”.

Oltre a indagini di polizia giudiziaria e le indiscrezioni dei confidenti, c’è anche una foto che “inchioda” il rapporto tra i Panepinto e il deputato-sindaco, ovvero quella che ritrae il politico festeggiare la sua elezione a sindaco seduto su una poltrona posta sul cassone di uno dei mezzi della ditta mafiosa.

Infine, sempre i carabinieri, nel delineare il profilo del politico Panepinto, enumerano le vicende giudiziarie a suo carico: il 31 ottobre del 1986 è stato denunciato il stato di libertà dal Consiglio Provinciale di Agrigento alla Procura della Repubblica di Sciacca per oltraggio ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario; il 23 novembre 1992 è stato denunciato dall’Arma di Bivona alla Procura di Sciacca per minaccia e violenza a pubblio ufficiale; il 10 luglio 1996 è stato denunciato alla Procura di Sciacca per illeciti inerenti lo smaltimento dei rifiuti cimiteriali del comune di Bivona; il 10 novembre 1997 è stato notificato l’avviso di conclusioni delle indagini preliminari emesso dalla Procura di Caltanissetta per abuso d’ufficio in concorso; il 25 marzo 1999 è stato denunciato dall’Arma di Bivona alla Procura di Sciacca per abuso d’ufficio, rifiuto di atti d’ufficio e per illeciti inerenti la normativa sull’inquinamento delle acque; il 7 aprile 2001 e il 3 maggio dello stesso anno è stato denunciato dalla Tenenza della Guardia di Finanza di Porto Empedole alla Procura di Sciacca per illeciti inerenti la normativa sulla smaltimento dei rifiuti.

Se l’ipotesi investigativa appena riportata dovesse trovare ulteriori elementi di riscontro diventerebbe palese il rapporto di natura ‘contrattuale’ nel quale è ravvisabile una prestazione di supporto elettorale e propagandistico della famiglia Panepinto ed una controprestazione da parte di Panepinto Giovanni, concetto, quest’ultimo che potrebbe tradursi in un vero concorso esterno all’associazione”. Non solo dunque il voto di scambio ma il concorso esterno all’associazione mafiosa.

Bocche cucite invece alla Procura di Sciacca, dove i due pm applicati dalla DDA di Palermo, Giuseppe Fici e Salvatore Vella, titolari del procedimento Face Off, non lasciano trapelare nulla. Vella, raggiunto ieri al telefono, si è limitato solamente a specificare che “come è noto i fatti raccontati nell’informativa riguardanti il sindaco di Bivona non sono stati trattati nel procedimento Face off”. Parole che possono lasciare presagire che ci sia un’altra inchiesta in corso non presso la procura ordinaria, ma, trattandosi del reato 416 ter, ovvero scambio elettorale politico-mafioso, presso la DDA di Palermo. Circostanza ovviamente non confermata dal pm di origini trapanesi. Rimane da considerare iI fatto che quanto scritto nell’informativa dei carabinieri si riferisce al periodo del 2007, e l’assenza di avvisi di garanzia a Panepinto, in tutti questi anni, si può intendere come un’attesa di fatti che sono stati certificati solo dopo il primo grado di Faceoff, come la mafiosità dei Panepinto, per esempio.

Domani, su questo blog, l'intervista a Giovanni Panepinto.

venerdì 4 febbraio 2011

Dirigente delle Dogane in sciopero della fame

mio articolo, dal sito di Sonia Alfano

In sciopero della fame sine die dal 20 gennaio scorso per protestare contro quelle che definisce “ingiustizie” subite prima da parte dell’Agenzia del Demanio e poi da quella delle Dogane di cui ora è dirigente siciliano. E’ la vicenda di Angelo Curto, classe 1953, che ha deciso di portare alle estreme conseguenze i contrasti che in questi anni ha avuto con le due agenzie.

Curto, che non vuole parlare con i giornalisti per evitare sanzioni, ha scritto una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, al ministero delle Finanze, alla Corte dei Conti e ai dirigenti dell’Agenzia della Dogane, ente in cui è approdato nel 2004 proveniente dal Demanio. Nella missiva l’uomo annuncia l’inizio del digiuno elencando una serie di condizioni per porre fine alla protesta.

Qualcosa che non torna in effetti c’è. Curto ha conseguito la valutazione “eccezionale” per gli anni dal 2004 al 2007. Il suo rendimento e la sua condotta sono stati reputati quindi eccellenti. Nell’agosto del 2009 gli viene però comunicato il trasferimento per incompatibilità ambientale dalla Sicilia alla direzione dell’Ufficio delle Dogane di Avezzano. Sorpreso e preoccupato dalla notizia, Curto, che vive da solo con il padre invalido al 100%, chiede di accedere agli atti. Solo allora scopre una serie di rilievi a suo carico che reputa “falsi ed infondati” che mai gli erano stati contestati nell’ambito di procedimenti disciplinari o giudiziari.

Un fatto, in particolare, tocca i fili scoperti dei rapporti tra cosa nostra, imprenditoria e Demanio; una vicenda legata al geometra Francesco Nasca, direttore tributario dell’Agenzia del Demanio di Trapani, poi transitato anch’egli alle Dogane, responsabile del servizio di gestione e destinazione dei beni confiscati alla mafia, arrestato nell’aprile del 2007. Avrebbe rallentato le procedure amministrative affinchè i beni ritornassero nella disponibilità dei boss. Oggetto e “vittima” delle condotte illecite del Nasca è la Calcestruzzi Ericina, confiscata definitivamente al boss Vincenzo Virga nel giugno 2000. Vicenda che aveva travolto anche il prefetto antimafia di Trapani, Fulvio Sodano, che aveva tentato di opporsi alle mire di cosa nostra.

I fatti contestati al geometra Nasca riguarda il periodo fino al giugno 2002, periodo in cui il suo diretto superiore non era Curto bensì il geometra Vincenzo Vattiata, responsabile della sezione staccata di Trapani, nominato il 28 settembre 2001. Subito dopo l’arresto del funzionario, Curto presenta una denuncia informativa sui fatti alla Corte dei Conti, vista l’inattività delle Dogane, che sostengono al contrario che la competenza era del Demanio, ente a cui apparteneva Nasca e lo stesso Curto all’epoca dei fatti.Solo nel 2009, quando poi la Corte dei Conti scrive al Demanio, Curto e Nasca vengono messi in mora. E qui le prime due incongruenze: perchè la mora colpisce anche Curto che non era suo diretto responsabile?

Il secondo aspetto che non torna lo offre l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Palermo Gioacchino Scadutoin data 21/7/2004 – si legge nell’ordinanza – veniva escussa Lanna Clementina [...] direttore della filiale di Palermo dell’Agenzia del Demanio, ora Filiale Regione Sicilia, alle cui dipendenze è posto l’Ufficio Territoriale di Trapani ove presta tutt’ora servizio il Nasca Francesco”. I magistrati non cercano spiegazioni da Curto ma ovviamente dalla Lanna. Però la mora colpisce il primo.

Infine, l’incarico di Direttore operativo della filiale di Palermo del Demanio con competenza sulla gestione dei beni confiscati Curto lo riceve dall’1/10/2001 al 17/03/2002; l’area operativa fu però attivata soltanto il 9 maggio dello stesso anno, quando Curto non aveva più quel ruolo.

Una vicenda complessa anche da raccontare, di corsi e ricorsi su carte bollate e una verità difficile da accertare che vede ora un dirigente in sciopero della fame che ancora non riceve risposte.

giovedì 3 febbraio 2011

Disonorevoli nostrani, Pippo Limoli


Giuseppe Limoli, Pdl, eletto in Provincia di Catania. La seduta andava scemando. Sin dall'inizio si era capito che nessuno, nemmeno tra i temuti franchi tiratori di Forza Italia, avrebbe impallinato Cuffaro astenendosi o votando a favore della mozione di sfiducia presentata da Rita Borsellino dopo la condanna di Totò.

Ad un tratto chiede di prendere la parola uno sconosciuto: Pippo Limoli. Così anonimo che mai nessuno si era accorto della sua presenza, nemmeno i suoi compagni di coalizione. Durante la scorsa legislatura ha presentato un solo disegno di legge, zero interrogazioni parlamentari, due interpellanze parlamentari, zero mozioni, zero ordini del giorno, il tutto per ventiduemila euro netti al mese. Foraggiato così bene per così poca attività? Un fantasma, ma dopo la condanna di Cuffaro, un moto d’animo spontaneo muove la sua coscienza e gli impone di regalare ai siciliani un discorso degno dei più grandi statisti del Novecento, che dovrebbe essere inciso su una lapide di marmo e appesa al Palazzo della Regione.

Sono obbligato a dire che ho apportato molte correzioni al testo originale per renderlo leggibile e ho abbonato a Limoli molti (non tutti, sennò che gusto c’è?) errori di sintassi. "Ha chiesto di parlare l'onorevole Limoli per dichiarazione di voto e ne ha facoltà" annuncia lo speacker. Lui, uomo dalla figura incerta e dall’italiano zoppicante con notevole inflessione catanese, si avvicina al microfono:

"Signor Presidente, onorevoli colleghi. E' la prima volta che intervengo e intervengo perchè sento oltre che un dovere politico, un dovere morale. Onorevole Presidente della Regione, Onorevole Salvatore Cuffaro, tu devi camminare sempre a testa alta, perchè tu credo che sia uno dei pochi o delle pochissime persone che ha il diritto di guardare negli occhi tutti gli altri, nei confronti di tutti coloro i quali vogliono fare i moralizzatori della vita politica, chiedi a loro quanti di loro sarebbero stati capaci di non rifugiarsi dietro l'alibi dell'immunità parlamentare, a me farebbe piacere mettere alla prova tanti di coloro i quali si pavoneggiano, bla bla bla bla due per due fa ventidue quattro per quattro fa quarantaquattro (frasi pronunciate in falsetto irripetibile, ndr).

Ma chi avrebbe avuto la forza, il coraggio di mantenere la dignità che tu hai dimostrato al popolo siciliano oggi e al mondo intero con i tuoi comportamenti e perchè hai rifiutato il nascondiglio dietro cui tanti avrebbero fatto sicuramente ricorso, perchè con la tua coscienza sapevi e sai di essere una persona per bene, perchè sapevi e sai di interpretare nel modo più nobile gli interessi e la dignità del popolo siciliano e il popolo siciliano non lo devi dimenticare tu ma soprattutto tanti intelligentoni, tanti moralizzatori che sono passati da questo podio per affermare non si sa che cosa (diritto costituzionale e diritto i quanto parlamentari, ndr).

Il popolo siciliano ti ha votato e ti ha votato in presenza di imputazioni gravissime e tu hai attraversato, hai attraversato questa lunga via crucis e sono venuti meno tutti i capi di imputazione che avrebbero sicuramente poi permesso a tutti i tuoi detrattori di poter gridare chissà che cosa. Hai parlato che eri stato imputato di corruzione, no!, lo sapevamo, la Sicilia lo sapeva, eri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa e il popolo siciliano lo sapeva, eri imputato di favoreggiamento aggravato, il popolo siciliano lo sapeva e il popolo siciliano ha gioito assieme a te quando, un minuto dopo sei stato aggredito, dopo la sentenza, da tutte le televisioni quando tu hai detto, ma cosa poteva dire il presidente Cuffaro!, "mi sono sollevato perchè il macigno più grande sulla mia coscienza è stato tolto e di questo sono contento" e quel popolo che ti ha votato oggi ti rivoterebbe ancor di più con più intensità perchè ha capito oggi con la certificazione di una sentenza che eri nel giusto (favoreggiamento a singoli mafiosi, rivelazione disegreto d’ufficio, interdizione perpetua dai pubblici uffici, ndr) e se c'è qualcuno che si deve vergognare sono coloro i quali, tuoi antagonisti hanno fatto campagna elettorale per anni e anni centrando il tema della mafia, e il tribunale che ha detto che tu con la mafia non hai nulla a che vedere (solo con alcuni personaggi parte integrante di cosa nostra, ndr).

Ecco perchè il popolo siciliano ti chiede di restare dove sei, ma quando mai dimissioni!?, ma rispetto a chi? Per quale motivo? L'onorevole Borsellino! Io vorrei chiedere all'onorevole Borsellino, ma questo pullman (il camper del progetto “Un'altra Storia" che aveva iniziato il viaggio per la Sicilia mesi e mesi prima della sentenza del Tribunale, ndr) credo che si sia messo in moto un pò presto, c'è stata molta fretta, ma per fare cosa questo pullman? Non andava ad accompagnare dei bambini di cooperative sociali, per andare al mare, per fare qualche gita scolastica, cosa faceva questo pullman in giro per la Sicilia?, se non iniziare una campagna elettorale basata sempre su che cosa? Su temi che sono inesistenti, noi non abbiamo bisogno di prendere il pullmann, io 360 giorni l'anno (forse voleva dire 365, almeno nel resto dell’Italia, ndr) sto in mezzo al popolo, Totò, e bacio tutti quanti, perchè mi piace baciare le persone!, un contatto fisico, perchè trasmette un messaggio (anche le ultime frasi, in falsetto, ndr), cosa c'è di vergognarsi? Se la gente ha il piacere di baciarsi, uno veni a vasa a tia (uno viene a baciarti), si biddazzu (sei un bel tipo, ndr) e a tia non ti siddia (non ti da fastidio, ndr) baciarli, perchè dentro la casa (forse il Parlamento, ndr) ci sono altri che trasmettono odio, appena li vedono, c'è qualcosa di freddo e tu non ti devi mai sentire solo caro Totò Cuffaro.

Quando facevi riferimento questa mattina alle notti quando sei solo con la tua coscienza, e il freddo della solitudine può impadronirsi del tuo cuore (forse citazione letteraria di scuola dolcestilnovistica, ndr) non sentirti mai solo, perchè c'hai accanto a te la stragrande maggioranza del popolo siciliano che ti vuole bene e che ti vuole vedere sempre al tuo posto, perchè sei stato un modello non solamente da imputato (?, ndr), ma come uomo, come persona impegnata nel sociale e nel civile, come altissima istituzione, come rappresentate della più alta istituzione siciliana. La Sicilia ha bisogno di te, sei il migliore di tutti e chi vuole bene al popolo siciliano, alla terra siciliana ti chiede di rimanere dove sei perchè tu interpreti nel modo più nobile gli interessi veri di tutta la nostra regione”
. (Applausi scroscianti, ndr).