giovedì 27 gennaio 2011

Sonia come la figlia di Cuffaro, Cuffaro come Beppe Alfano

"Dispiace che Sonia Alfano non colga il punto. E dispiace che sia così indurita dalla rabbia da avere dimenticato la sua dolcezza. Da avere dimenticato, per esempio, l’angoscia di una ragazza che aspettava suo padre, alzata fino a tardi, per paura che glielo portassero via, come in effetti accadde. Cara Sonia, ora c’è un’altra ragazza che aspetterà invano suo padre per molte sere. Lui è colpevole. Ma lei è una figlia innocente".

Questa è la stupefacente (in ogni senso) chiusa di un articolo apparso su Live Sicilia a firma di Roberto Puglisi (la sciarpa con l'uomo nella foto), coordinatore del sito diretto da Francesco Foresta ed edito dalla casa editrice Novantacento, già proprietaria delle riviste “I Love Sicilia”, “S”, “Il Palermo” e “Match Today”. L'osceno capoverso giunge alla fine di una estenuante solfa sulla sconvenienza di festeggiare la condanna di un politico colluso con la mafia.

Ma Puglisi non è una penna super partes, legato al valore della notizia. No. Nel pezzo con la chiusa più indegna degli ultimi 150 anni Puglisi si lascia andare a considerazioni che la dicono lunga sulla sua terzietà: "Non ci interessa il video con il contorno. Non è questo il motivo per cui siamo oggi a distanza siderale da Sonia Alfano". Noi chi? Il sito, il gruppo editoriale, i giornalisti, i blogger o tutti quelli che pubblicano su Live Sicilia e quelli che commentano? Forse Puglisi, padre padrone del portale, deve loro delle spiegazioni.

Ma il Puglisi-pensiero, purtroppo, non finisce qui. Sabato 22 gennaio pubblica un pezzo dal titolo misterioso e criptico: "La bontà del condannato", un titolo scomodo e duro. Leggiamo insieme e scambiamoci un segno di pace: "La conferma della condanna per il senatore Salvatore Cuffaro è un duro colpo per molti sul piano personale, come per tutti coloro che condividono un destino simile. Esiste una sfera emotiva di affetti e relazioni che va rispettata. E’ un duro colpo per la sua famiglia, per la sua splendida moglie, per i suoi amici disinteressati e per la Sicilia". Evidentemente è un vizio, è recidivo. Visto che sono siciliano, prego il giustiziere del giornalismo, la prossima volta, di specificare per la Sicilia tranne Benny Calasanzio.

"Possiamo testimoniare mille episodi di bontà e solidarietà umana di colui che una volta la Sicilia chiamava Totò. Ci siamo sentiti ieri al telefono. Ha detto: “Domani scriverete che è un buon giorno per la giustizia e per me”.

Ecco svelato il mistero. Non ce l'ha con Sonia, Puglisi. Non voleva offendere lei e la sua famiglia paragonando il loro dolore a quella di un condannato per favoreggiamento aggravato a cosa nostra. No. Puglisi è un solo un uomo distrutto da dolore per il distacco dall'uomo che amava. Totò.

mercoledì 26 gennaio 2011

"Non c'è nulla da festeggiare". Parola di Russo (Idv!)

“Può bastare così” avrete pensato dopo la dichiarazione di Follini (Pd) per il quale, nonostante la sentenza della Cassazione, Cuffaro non è colluso con la mafia. E invece no. Dal Partito Democratico passiamo, durante la lezione di oggi, all'Italia dei Valori Sicilia.
L'uomo del buon senso e del buon gusto di oggi si chiama Pippo Russo, portavoce regionale dell'Italia dei Valori.

Di fronte alla liberatoria e sacrosanta “festicciola” dei giovani siciliani armati di cannoli di fronte Palazzo D'Orleans, la sera della condanna di Totò, il dirigente dell'Idv non ha resistito e l'ha sparata, non badando a spese: “le sentenze – ha spiegato Russo al sito LiveSicilia – non si festeggiano e non si criticano, ma si rispettano in silenzio. In questo Paese siamo troppo abituati a criticarle, contestarle e spesso senza neppure conoscerle fino in fondo. E’ giusto che la giustizia faccia il suo corso e quando, come in questo caso, c’è la condanna, la condanna di un politico, non c’è proprio cosa festeggiare”.

Poi spiega come nonostante l'arresto di Cuffaro “non abbiamo una Sicilia più libera dalla mafia, dal sottosviluppo e dalla politica delle clientele e degli affari”. Già, infatti i magistrati che hanno indagato Cuffaro e lo hanno poi fatto condannare lo hanno fatto perchè il campo da calcetto era chiuso e avevano bisogno di fare qualcosa. Praticamente senza Cuffaro e il cuffarismo in Sicilia non è cambiato nulla, tanto valeva lasciarlo al suo posto no? Alla fine era solamente colluso con la mafia!

“Può bastare così” penserete ancora una volta. Ovviamente no. Per Pippo Russo “la condanna rappresenta certamente un fatto gravissimo ma non si deve perdere di vista il rispetto sul piano umano e per la famiglia che vive un dramma senza avere alcuna colpa”. Tenendo a freno risposte istintive, che potrebbero configurare il reato di diffamazione, si possono fare due considerazioni: ma se è stato Cuffaro il primo a non pensare alle sofferenze che avrebbe causato alla sua famiglia mentre incontrava mafiosi (Siino), prestanomi dei mafiosi (Aiello), mentre lasciava che quest'ultimo devastasse il sistema sanitario regionale, mentre beneficiava dei voti di cosa nostra e mentre distruggeva le indagini dei magistrati spifferando tutto agli indagati (mafiosi) per quale oscura ragione dovremmo farlo ora noi? La risposta è dentro di voi.

Secondo quesito: tutto questo patema per una famiglia, quella di Totò, che certamente in questi anni non ha disdegnato il frutto del potere del baciatore (la moglie, Giacoma Chiarelli, era socia della "Ria Diagnostica per immagini" assieme a Mimmo Miceli, condannato a sei anni e mezzo per mafia. La Ria è poi stata ceduta a Michele Aiello, codannato a 15 e 6 mesi per mafia); ma qualcuno, dell'Idv, del Pd o del Kgb ha pensato per un solo momento al dolore delle famiglie delle vittime innocenti della mafia, che sono state stravolte dall'organizzazione criminale favorita da Totò Cuffaro? Se la risposta è dentro di te, questa volta è sbagliata: chi dice tali frasi da melodramma non può averci pensato sul serio. Altrimenti sarebbe senza morale e sicuramente non degno del livello raggiunto in un partito che è sempre stato vicino alle vittime di mafia. Bastano delle scuse, grazie.

“Può bastare così” penserete voi. Per il momento si.

lunedì 24 gennaio 2011

Per Follini (PD) Cuffaro non è mafioso

In mezzo al mare di solidarietà che ha inondato la conferma della Cassazione sulla mafiosità dei comportamenti dell'ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro, sembra essere sfuggita agli elettori e ai sostenitori del Partito Democratico l'ennesima vergogna, che ormai da quelle parti è sinonimo di normalità.

Mentre tutti in coro, affranti e ipersensibili, celebravano la correttezza e la dignità di Cuffaro, il suo coraggio e il suo stile nell'accettare la condanna (ehi, dico a voi, i suoi legali stanno già chiedendo i domiciliari, altro che rassegnata accettazione della pena), le agenzie pubblicavano un comunicato congiunto a firma di Pier Ferdinando Casini, leader dell'Udc e fidanzato di Elisabetta Canalis (ah, non è lui) e Marco Follini, che dell'Udc non è più dal 18 ottobre del 2006 e che è invece responsabile delle comunicazioni del Partito Democratico.

Ora, sorvolando sull'opportunità di un comunicato a firma congiunta con George Casini, lo scandalo è il testo: i due ex amici si dicono “umanamente dispiaciuti per la condanna di Totò Cuffaro” ed esprimono “rispetto per la sentenza, come è doveroso in uno Stato di diritto e tanto più da parte di dirigenti politici. Ma, non rinneghiamo tanti anni di amicizia e resta in noi la convinzione che Cuffaro non sia mafioso”. A fronte della conferma della Corte di Cassazione ancora fresca, come la ricotta dei cannoli con i quali i giovani siciliani hanno festeggiato la condanna, uno tra i dirigenti (democristiano) di un partito figlio del Partito Comunista Italiano, decimato al sud dagli omicidi dei suoi migliori dirigenti (Pio La Torre, Peppino Valarioti per citarne solo due) rivendica la convinzione della non mafiosità di un personaggio che è stato condannato a 7 anni e che aspetta un'altra sentenza in cui l'accusa ne ha chiesti altri 10. Non importa, per noi non è mafioso, perchè ce lo ha detto lui giurandolo sulla testa di Lombardo, questa la ricostruzione della giustificazione.

Ma Follini è davvero convinto che la mafia non esista: già nel dicembre 2005 la controfigura del maghetto Potter aveva dichiarato: “Cuffaro persona per bene”; si cambia schieramento ma l'affetto rimane sempre.

Uno pensa: di fronte ad un comunicato del genere, l'etereo Follini verrà linciato dal furente Bersani smanicato (oh ragassi, ma stiamo schersando?) ma soprattutto dai militanti in prima linea, da quelli che si battono contro la mafia, con la bandiera del Pd, nello zone a rischio, senza pensare ad opportunità politiche o peggio ancora di governo regionale. E invece nulla. Così Harry Follini è libero di infischiarsene delle sentenze e ribadire la propria stima nei confronti di un politico colluso con la mafia. Se non fosse il Pd bisognerebbe meravigliarsi.

venerdì 21 gennaio 2011

Ma io da Calcara non sarei andato

Nulla di moralistico, per carità. Ho intervistato durante la mia campagna elettorale, per le ultime Regionali, il figlio del sindaco mafioso di Palermo. Ma due parole sento di dirle.
Da molti, quel teatro vuoto mentre sul palco c'erano il pm Antonio Ingroia e il pentito di mafia Vincenzo Calcara, è stato percepito come uno scandalo. Ingroia l'ha inteso come una mancanza di rispetto alla sua persona e al suo ruolo.

Bisogna distinguere due aspetti fondamentali della vicenda. Uno è l'assurdo “niet” da parte dei presidi che hanno letteralmente vietato agli studenti di partecipare all'incontro. Si suppone che i giovani siano liberi di decidere dove andare senza la necessità di minacce ed intimidazioni morali. Non sta al dirigente scolastico, in questo caso del Liceo Classico di Castelvetrano, Francesco Fiordaliso, dare ordini di scuderia tramite un volantino di "rivendicazione": “Ho rifiutato [...] di consentire che i miei studenti dei licei classico, scientifico e pedagogico di Castelvetrano partecipassero all’incontro con lui”. Spero che qualcuno, per questo divieto fascista, chieda conto al solerte preside.

L'altro aspetto sono le opportunità. L'opportunità di un “debutto” di Calcara proprio a Castelvetrano, città dove è nato e dove ha vissuto da mafioso, organico alla famiglia di Messina Denaro. Se ad ogni costo Calcara voleva iniziare un percorso di testimonianza civile, per far sì che la sua esperienza divenisse simbolo di riscatto e di pentimento vero (come dice Salvatore Borsellino, e come conferma il nipote Manfredi, Calcara è uno dei pochi, se non l'unico, ad essersi davvero “pentito” e ad aver avviato un profondo percorso di “riconversione” anche religiosa), forse doveva iniziare più in sordina, non con la pretesa di tornare a Castelvetrano e raccontare la mafia e l'antimafia. Sarebbe stato duro da digerire per tutti, anche per me.

L'opportunità che il magistrato Ingroia lo affiancasse. Forse inconsciamente, Ingroia ha sentito il dovere di sostituirsi a Paolo Borsellino, nel ruolo di tutela a quell'uomo che da aspirante assassino del giudice si era trasformato in sincero “devoto” alla sua figura umana e al suo ruolo professionale. Ora Borsellino non c'è più, e Calcara sarebbe stato divorato da criminali quali Tonino Vaccarino, l’ex Sindaco di Castelvetrano, con una condanna passata in giudicato per traffico di sostanze stupefacenti. Forse Ingroia lo ha voluto proteggere, forse è voluto tornare a Castelvetrano, terra del braccato Messina Denaro, con un ex fedelissimo della sua famiglia, come dire, “le cose cambiano”. Però lui è Ingroia. Ed era prevedibilissimo che affiancandosi a Calcara avrebbe sollevato un polverone. Era opportuno? In definitiva no.

Vincenzo Calcara è stato un uomo di mafia. Organico alla mafia, braccio destro di don Ciccio Messina Denaro. E' stato un super killer della mafia e ha ucciso mafiosi e innocenti. Se è vero che oggi è un uomo diverso, non può pretendere che il suo ritorno all'“umanità” sia accolto da applausi e incoraggiamenti, come la vergognosa idolatria che alcuni fanno sulla sua pagina Facebook, salutandolo come un eroe, come un paladino. Calcara deve pazientare, deve avere rispetto dei tempi di ognuno, soprattutto dei famigliari delle vittime di mafia. Non è scontato che l'essere perdonato dalla famiglia Borsellino significhi esserlo da tutti.

P.s. Se era opportuno che intervistassi Ciancimino in campagna elettorale? Non lo so.

mercoledì 12 gennaio 2011

"Face Off", il giorno della sentenza. Il reportage

“Condanna a 13 anni di reclusione Luigi Panepinto, a 14 anni e 6 mesi Maurizio Panepinto, a 10 anni Marcello Panepinto, a 13 anni e 3 mesi Giovanni Favata, a 15 anni e 9 mesi Domenico Parisi e assolve per non aver commesso il fatto Vincenzo Ferranti”. In aula l'unico a farsi sentire è il silenzio. I familiari di coloro che i giudici hanno appena definito “mafiosi”, sono impassibili. Loro, i mafiosi, chiusi nella cella di sicurezza, iniziano a passeggiare nervosamente mentre i loro avvocati si precipitano a dare spiegazioni: “l'appello, ribalteremo, bla bla”.

Solo uno rimane immobile e guarda una persona in fondo all'aula. Forse è la moglie. Il suo sguardo non è spavaldo ma pieno di paura. S
cuote la testa guardandola, come per dire: “e ora come faccio?”. Lo fisso di profilo e vedo che nella sua mente si affollano ricordi, paure, amore e odio, è disperato come poche persone ho visto in vita mia. Ho davanti a me l'aspetto umano di un mafioso che pensava di essere intoccabile ed invincibile.

Una parente dei Panepinto, i capi della cosca mafiosa, scoppia a piangere appena fuori dall'aula. Solo fuori però, perchè dentro bisogna dare coraggio ai congiunti. “La Cassazione me lo aveva scarcerato, e questi lo condannano, ma perchè?” urla per scale riferendosi a Marcello, l'
unico attualmente a piede libero. E lentamente defluiscono tutti, bombardati da sentimenti contrastanti: il sollievo per pene più lievi di quelle chieste dai due pm, Giuseppe Fici e Salvatore Vella, e il dolore di pene comunque molto pesanti che terranno i loro parenti per tantissimi anni in una cella. Per un momento ho il terrore di provare rispetto per il loro dolore, di non gioire per le loro sofferenze. E' una sensazione inedita che mi fa paura. Per scacciarlo devo pensare alla loro consapevolezza di vivere accanto a dei mafiosi, di beneficiare del sangue innocente sparso e delle vessazioni compiute. Loro sapevano.

Sono le 17.25 dell'11 gennaio quando il giudice pronuncia la sentenza del processo “Face Off”, il procedimento contro la mafia della bassa Quisquina, la cosca mafiosa che strozzava un intero territorio: non c'è appalto pubblico sul quale l'associazione mafiosa capeggiata dai Panepinto non abbia concentrato l'attenzione in questi anni. “Face off”, dal titolo del film che raccontava le due facce di un assassino, un agente dell'Fbi che assumeva le sembianze del carnefice. Storia che oggi, un film, non è. E' la storia vera della famiglia Panepinto, che da vittime di mafia (nel 1994 fu ucciso dalla mafia il padre Ignazio e nel settembre successivo lo zio Calogero), si sono trasformati essi stessi in estorsori, in mafiosi, arrivando a controllare l'intero sistema degli appalti.

Da eroi dell'antimafia, con tanto di scorta e tutela, celebrati anche dall'attuale sindaco di Bivona e deputato all'Assemblea regionale siciliana, Giovanni Panepinto, che per festeggiare la sua ultima elezione sfilò per le vie di Bivona con i mezzi della famiglia degli imprenditori, a condannati per mafia. Un'assurda parabola tutta siciliana.

Indagini, operazione dei Carabinieri e processo, tutto partito dalle dichiarazione di un uomo, un imprenditore edile, Ignazio Cutrò. I Carabinieri lo intercettano e scoprono che è vittima di indimidazioni; ma lui, a differenza di altri “paladini” della mafia che denunciano per evitare il favoreggiamento, lui non ha mai ceduto né pagato i Panepinto. E' lui che, venuto a conoscenza della circostanza, pretende di collaborare alle indagini inchiodando un'intera cosca, fino alla sentenza di ieri che certifica l'importanza capitale della sua collaborazione e l'ottimo lavoro svolto da magistratura e Carabinieri. Un percorso che per Ignazio ha significato denneggiamenti, minacce di morte e il quasi fallimento della sua impresa.

Una sentenza, quella di ieri, attesa sin dalle 9 del mattino. I parenti sempre lì, a scherzare e a ridere sguaiatamente per esorcizzare la paura. Mi vedono parlare con il pm Salvatore Vella a cui chiedo alcune informazioni. Due di loro mi si siedono accanto, sulle scale. E iniziano a parlare tra di loro dicendo ogni cattiveria possibile su Cutrò, senza mai nominarlo: “Ma quale testimone chiave, ma quale eroe, lui con questo processo non c'entra nulla. Si vuole fare pubblicità, in tv e sui giornali, vuole soldi dallo Stato” utilizzando le stesse identiche frasi di un mio articolo su Il Fatto Quotidiano; non mi intimorisco, mi sorprendo che sappiano leggere.

Ovviamente registro tutto e informo il magistrato. Quando è tutto finito esco dal tribunale e torno in auto verso Palermo. Ripenso allo sguardo di quel mafioso, ai suoi occhi sconfitti e preoccupati. Penso che non avrà il coraggio di sopportare la sua pena e che potrebbe decidersi a collaborare per tornare da sua moglie. Penso che invece non lo farà mai. Penso a al ragazzino, avrà avuto 12 anni, che da lontano, da dietro la porta, salutava il padre in gabbia. Odiando lo Stato che lo priva del suo affetto senza ragione. E poi penso che devo smetterla di pensare a loro. E penso soltanto che devo raggiungere lui, Cutrò.

Arriverà alle 21 all'aeroporto Falcone Borsellino, da Roma. Io e Chicco Alfano andiamo ad accoglierlo. Quando esce dal varco lo salutiamo con un applauso, da lontano, perchè lo sentano tutti. Poi un abbraccio lunghissimo. E' felice Cutrò, così come il pubblico ministero Vella, felici e soddisfatti di aver dato la possibilità a quella terra di rialzarsi privandola per un pò delle sue zavorre mafiose. Per Ignazio è stata una giornata lunga e difficile, è entusiata ma distrutto e vuole solo andare a casa dalla sua famiglia. Alla fine, quando lo accompagnamo alla sua auto, dai suoi ragazzi della scorta, ci lasciamo andare tutti insieme al suo motto politicamente scorretto, che oggi però si può dire: “in culo alla mafia”.

martedì 4 gennaio 2011

La risposta di Massimo Ciancimino

Caro Benny,

rispondo solo ora alla tua lettera con la sincera speranza di poter dare delle risposte a tutti i tuoi legittimi dubbi ed a tutte le tue comprensibili incertezze. Scusami per il ritardo con cui ti rispondo ma in questo periodo ho scelto deliberatamente di prendermi un po’ di tempo al fine di riflettere e capire meglio ciò che mi stava accadendo.

La stima che nutro nei tuoi confronti mi porta a scriverti questa lettera ed a “rompere” questo silenzio che ti assicuro non è stato dettato da opportunismo ma solo dalla volontà di capire. Da dove iniziare? In primo luogo posso iniziare col dirti onestamente di aver sbagliato. Ho sbagliato e non cerco attenuanti ai miei errori che sono e restano gravi e per i quali me ne assumo, come sempre, la completa responsabilità come è giusto e doveroso che sia. Ho sbagliato, soprattutto, perché ho agito con superficialità sottovalutando la mia “condizione particolare” che mi rende, mio malgrado, “differente” dagli altri. A me non sono concessi errori. Ma io sono soltanto un uomo ed in me non c’è niente di eroico, non c’è niente di “straordinario”, in me convivono i dubbi, le paure, le incertezze, gli errori con i quali ogni essere umano si scontra quotidianamente.

Vorrei fosse concesso anche a me il diritto di sbagliare così come vorrei mi fosse data la possibilità di spiegare la causa dei miei sbagli senza che tutto ciò che mi riguarda venga sempre strumentalizzato e trasformato in qualcosa di altro, in qualcosa che sicuramente non mi appartiene. Posso dirti, Benny, con assoluta certezza di non avere mai avuto alcun tipo di rapporto diretto o indiretto con l’organizzazione criminale denominata ‘Ndrangheta. Nessuno mai potrà dimostrare il contrario. Ho incontrato, a Verona, una persona (Girolamo Strangi) che mi era stata presentata in precedenza dal mio commercialista e della quale non sapevo assolutamente che avesse legami con la criminalità organizzata. La mia attività lavorativa mi ha portato ad incontrare questa persona e non, come è stato detto e scritto, la volontà di riciclare parte del presunto tesoro di mio padre. Lavoro nel settore della compravendita di metalli ed è questo un settore dove spesso si pone la necessità di ottenere crediti bancari o agevolazioni simili i quali, a me, data la mia situazione particolare, non sono concessi. Proprio questo è il motivo per il quale io, assieme al mio commercialista, mi sono recato a Verona, ossia, al fine di ottenere un finanziamento necessario a svolgere la mia attività lavorativa .

Ti ripeto, Benny, ho sbagliato. Sono stato certamente superficiale nell’affrontare questa situazione ed ho sottovalutato molti aspetti della mia vicenda personale che invece devono sempre restare ben chiari nella mia mente ma ti assicuro che la verità non risiede neppure nelle suggestive intercettazioni pubblicate dagli organi di stampa. Intercettazioni pubblicate “ad orologeria” sui vari giornali e che, in base alle quali, sarebbe stato finalmente possibile individuare parte del tesoro di mio padre ma che, al contrario, si è preferito rendere pubbliche, ponendo fine così ad una indagine della Procura di Reggio Calabria, sempre secondo quanto riportato dai giornali, ben avviata. Invece di aspettare l'esito dell'inchiesta si è preferito utilizzare tutto ciò per delegittimare le mie dichiarazioni, per minare la mia credibilità, per ridurmi al silenzio.

In quei giorni, tra le tante dichiarazioni di illustri personaggi intente a darmi contro, ho avuto modo di ascoltare anche le parole del Ministro della Giustizia Alfano, il quale, al Congresso di Rimini, si congratulava con una “attenta Procura” che , finalmente, si accingeva a fare luce “sul personaggio Ciancimino”. Hanno generato in me profonda amarezza parole simili pronunciate da un Ministro che vorrebbe abolire l’uso delle intercettazioni e persino la loro pubblicazione ma che cambia la propria posizione quando queste ultime possono essere usate solo per attaccarmi e delegittimarmi. Amarezza e sconforto. Questi sono i sentimenti che ho provato nel sentire le accuse rivolte a quei Magistrati che, liberi da pregiudizi e con atteggiamento laico, mi stanno ascoltando da circa due anni al fine di fare luce su quei tanti fatti tragici del nostro recente passato che ancora attendono giustizia.

Questi ultimi due anni sono stati molto difficili e, sebbene avessi immaginato che il mio percorso sarebbe stato lungo e tutto in salita, ti assicuro che non mi aspettavo tutta questa “attenzione” da parte dei media, tutto questo “rumore” suscitato dal mio libro, i gravi e continui atti intimidatori, la necessità della scorta sia per me che per la mia famiglia. Un percorso difficile, sì, ma che, come tu sai bene, mi ha regalato anche profonde soddisfazioni come la telefonata di Salvatore Borsellino, sicuramente, per me, il più grande traguardo date le mie origini, e la stima di tanta gente comune e professionisti stimati come Sandro Ruotolo e Michele Santoro.

Così come la fiducia da te dimostrata nei miei confronti e che ho apprezzato enormemente poiché so bene che ti è costata molto. Ed è proprio questa fiducia che vorrei non perdere. Vorrei tu aspettassi l’esito del lavoro svolto dalla Magistratura prima di cancellare il cammino fatto e che ha visto come tappa fondamentale anche l’intervista a te resa e di cui parli nella tua lettera.

Ti assicuro che è mia chiara e precisa volontà quella di rispondere di miei eventuali errori nelle sedi appropriate in quanto non ho mai né cercato né voluto ottenere “sconti” di nessun tipo. Così come rassicurarti sul fatto di non aver mai reso dichiarazioni volutamente “calunniose” nei confronti di terzi al fine, appunto, di coinvolgere persone in gravi fatti pur sapendoli innocenti. Tutto questo è molto, molto lontano dall’obiettivo che mi sono posto il giorno in cui decisi di iniziare a collaborare con la Magistratura. L’obiettivo non è mai stato certo quello di “bucare” tv e giornali bensì quello di ridare dignità al mio cognome e di offrire a mio figlio la possibilità di andarne fiero, insomma, di fargli provare una sensazione che a me è sempre stata negata.

Non sto cercando giustificazioni né tantomeno attenuanti Benny, vorrei solo che un mio errore venisse giudicato per quello che è, appunto un errore e non ingigantito e trasformato in uno strumento atto a screditare il mio contributo alla ricerca della verità. Un un modo come tanti in questo delicato momento, per svalutare il lavoro prezioso di Magistrati ed inquirenti, un mezzo per ostacolarci ed impedirci di andare avanti. Forse questo è chiedere troppo? Forse sì per chi, come me, è visto come un nemico da sconfiggere da una buona parte di quelle Istituzioni e della stampa verso le quali, invece, sarebbe fondamentale avere fiducia perché è proprio da queste ultime che dovrebbe nascere la speranza di tutti noi.