mercoledì 28 dicembre 2011

Assedio alla toga. Parla Nino Di Matteo

Dal mio blog su Cado in piedi

Nino Di Matteo me lo ha detto chiaramente, quando, a telefono, gli ho fatto notare con una battuta che questo libro avrei voluto scriverlo io con lui: «Non faccio lo scrittore, ho accettato di scrivere questo libro solo perché me lo ha chiesto un giornalista come Loris Mazzetti, che di solito non si occupa prettamente di criminalità organizzata. Non avrei accettato con nessun altro. Mi sono sentito... tranquillo, pronto a confidargli memorie e pensieri e ad aprirmi completamente».

Dopo aver letto "Assedio alla toga" (Aliberti, 2011), ho compreso fino in fondo le parole di Di Matteo. Superficialmente avevo sottovalutato l'esperienza e la conoscenza della mafia di Loris Mazzetti. Per errore personale, certo, ma anche perché, nelle occasioni in cui ne abbiamo parlato, soprattutto durante le cene successive agli incontri pubblici, lui, giornalista di esperienza, di fama, e dirigente di Rai tre, non faceva mai il "cerimoniere", come molti suoi colleghi meno importanti e meno preparati.
Piuttosto ascoltava, faceva domande, cercava di capire. E io pensavo ne sapesse "poco". E, mi piace ammetterlo, non avevo capito nulla.

"Assedio alla toga" non è un banale botta-risposta tra un tecnico del Diritto ed un giornalista che fa il suo compitino in maniera devota. È un dialogo, mai banale, tra chi si pone dalla parte di chi vuol capire e chi da quella di chi vuol farsi capire.

Ciò che emerge da questo libro, soprattutto per chi non conosce nemmeno "alla larga" il pubblico ministero Di Matteo, è l'immagine di un uomo profondamente giusto, partigiano della Costituzione, cultore del Diritto ma anche della corretta applicazione della legge. Le sue parole spiazzano anche chi, ogni giorno, mastica e ingoia mafia. Quando parla del processo sulla "trattativa" Stato-mafia, ti convince che il suo augurio è quello che davvero mai nessun esponente delle istituzioni abbia trattato con la mafia. La sua vittoria non è la condanna, ma l'accertamento della verità. Chi pensa che sia in atto una battaglia tra Ros dei Carabinieri e procura di Palermo, o non ha compreso nulla o guarda solo da un lato, che certo non è quello del palazzo di Giustizia palermitano.

Loris Mazzetti non celebra un eroe, né gli confezione un intervista in ginocchio. Proprio perché è Loris Mazzetti, e ciò dovrebbe fugare a monte ogni dubbio. Poche incursioni nel personale, sempre legate al tema di questo libro, che non è, ripeto, la biografia di un uomo giusto, ma una conversazione per spiegare ai lettori, si spera molti, perché il vero allarme democratico, più che la mafia militare, siano la riforma della giustizia di matrice piduista, la retorica ed inutile (e dannosa) separazione delle carriere in magistratura, le leggi "ammazza-pentiti", e, infine, la stessa norma che lo costringerà, a breve, ad occuparsi d'altro, a lasciare per sempre l'antimafia, semplicemente perché lo ha fatto per troppo tempo (e troppo bene). Non conta l'esperienza accumulata, la memoria storica: lo si fa per evitare accentramenti di potere. Già, un procuratore o un sostituto della Dda di Palermo, notoriamente, acquisiscono rispetto, potere e influenza, soprattutto tra i poteri forti, nella politica, nell'imprenditoria e nella finanza. Già.

Il libro si chiude con le riflessioni di Loris Mazzetti, che confermano il valore, utilizzato al 30 per cento in Azienda, di questo dirigente Rai dalla passione civile financo superiore al suo maestro, Enzo Biagi. E con la lettera che Nino Di Matteo aveva scritto a Paolo Borsellino a 19 anni dalla sua morte. Una lettera intima, profonda e che conferma l'impressione che si ha di Nino Di Matteo: un amante del giusto sopra ogni cosa, un uomo lontano dai salotti e indifferente alle appartenenze politiche, pronto a sacrificare se stesso e la serenità della sua famiglia per un bene più grande che si chiama "giustizia", che si chiama "democrazia", e che lui vorrebbe si chiamasse semplicemente "Italia".

P.s. In procura, a Palermo, dopo questo libro aumenteranno i "risolini" dei colleghi e degli avvocati. Quei "risolini" che accompagnano lui ed Ingroia quando partecipano alle manifestazioni antimafia, quando si lasciano "abbracciare" dai giovani che manifestano in loro sostegno. Loro considerano Di Matteo e "quelli come lui" illusi, passionari, inguaribili romantici. Sono "risolini" isterici, di consapevolezza di uno spessore diverso, per loro irraggiungibile. Spero di vederli ancora per molto sulle bocche giuste.

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