giovedì 6 ottobre 2011

Il ministro Romano spiegato alle vittime di mafia

Dal mio nuovo blog su Micromega

“Vieni, siediti qui” mi dice mia nonna indicando i piedi del suo letto. Ormai, a causa di svariati interventi, non cammina quasi più. Nel 1992 cosa nostra uccise, a Lucca Sicula, prima suo figlio, Paolo Borsellino, 32 anni, e dopo 8 mesi suo marito Giuseppe, 52 anni, che con Paolo gestiva una piccola impresa di calcestruzzi.

“Me la spieghi questa cosa del ministro?”. La domanda, così a bruciapelo, mi sorprende. Capisco subito a chi si riferisce ma temporeggio. “Quale ministro nonna?”. “Lo sai”. “Romano?”. “Si, lui”. “Cosa vuoi sapere?”.

Lei si tira su, si siede sulla sua poltrona meccanizzata e continua: “Voglio sapere se è vero che è indagato per mafia e che nessuno fa niente”.

Ora, a questo punto, la scelta è se sminuire la vicenda cercando vacui giri di parole o se spiegarle davvero la storia di Romano, rischiando di ferirla ulteriormente. Penso che il discorso che nasce nella mia testa potrebbe essere inviato tramite lettera a tutti i familiari delle vittime di mafia: “Caro familiare, la nostra Repubblica annovera tra i suoi ministri Saverio Romano, personaggio di cui la Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio come imputato di concorso in associazione mafiosa e che è indagato pure per corruzione con l’aggravante mafiosa. Ci dispiace per il tuo dolore, a presto”.

Le spiego anche che i magistrati di Palermo scrivono che “nella sua veste di esponente politico di spicco, prima della Dc e poi del Ccd e Cdu e, dopo il 13 maggio 2001, di parlamentare nazionale Romano avrebbe consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno ed al rafforzamento dell’associazione mafiosa, intrattenendo, anche alla fine dell’acquisizione del sostegno elettorale, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell’organizzazione tra i quali Angelo Siino, Giuseppe Guttadauro, Domenico Miceli, Antonino Mandalà e Francesco Campanella”.

E in ultimo che il titolare del dicastero delle Politiche Agricole e Forestali è accusato da Massimo Ciancimino e dal braccio destro del di lui padre, Gianni Lapis, di aver intascato diverse decine di milioni di lire come tangenti.
 
Mia nonna, che si chiama Lilla, alza gli occhi al soffitto bianco e rimane in silenzio. Scuote la testa ma non appare indignata, quanto, piuttosto, rassegnata.

“Ci meritiamo questo. E tutti quelli che non fanno niente la pensano così: pensano che ancora non abbiamo pagato abbastanza, che il nostro dolore è poca cosa, che non abbiamo il diritto di placare le nostre sofferenze. Teniamoci Romano, teniamoceli tutti, questa nazione è per quelli come lui, non è fatta per le vittime”.

Poi schiaccia il bottone della sua poltrona e in pochi secondi è distesa. Il nostro discorso è da considerarsi terminato. Capisco ed esco dalla stanza. Sul momento vorrei invitare Romano a casa mia, fargli ascoltare le parole delle vittime di mafia, farlo riflettere se sia il caso o meno di rimanere in politica. Ma poi penso che è proprio per rimanerci, in politica, che ha fatto (se ha fatto) quello di cui è accusato.

Penso che sia meglio, per la sua incolumità, che lui rimanga a casa sua e io a casa mia. Posso garantire per me, ma non per mia nonna.

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