martedì 25 ottobre 2011

“Faide”, il “Gomorra” della ‘ndrangheta

Dal mio blog su Micromega

Bisogna “confessare” che per chi scrive libri è sempre difficile ammettere a se stesso e agli altri che quello che hai appena letto è un grande, grandissimo volume. E bisogna ammettere altresì che se conosci l’autore fai ancora più fatica ad approcciarti al suo lavoro: è come se la bravura dello scrittore fosse inversamente proporzionale alla sua prossimità rispetto a te. Immagini già che quel libro non sarà un granché.
 
Scrivere di “Faide. L’impero della ‘ndrangheta”, di Biagio Simonetta (Cairo Editore) invece mi entusiasma, e un pó mi inorgoglisce. Questo, prendete pure nota, è un libro di cui sentirete parlare per molto tempo, ed essere tra i primi a recensirlo mi fa molto piacere.

Il titolo lascia presagire che sia l’ennesimo libro sulla mafia calabrese. “Faide” è invece un esempio di letteratura di alto livello. Biagio Simonetta, giornalista e scrittore calabrese trapiantato a Milano, con la sua penna riesce a farti benedire i 13 euro del libro. La sua è una scrittura brillante e godibile che ti obbliga a scorrere velocemente 170 pagine dense di malinconia e di sanguigna voglia di riscatto.

Già, di cosa parla “Faide”? Parla delle vite degli altri vissute attraverso quella di Biagio. Parla dei calabresi onesti e di quelli che si sono arruolati nel vigliacco esercito della ‘ndrangheta. Racconta storie sconosciute e storie note rielaborate dal suo punto di vista, dal suo quartier generale, “La Svegas”, un garage-sala giochi di quelli che esistevano solo al sud. E le racconta chiuso nel suo eskimo, con tanta rabbia ma con un amore folle per la sua terra.

C’è Anna, piccola bambina mangiata da un tumore perchè nei muri della sua scuola c’erano tonnellate di materiale tossico; Domenico, ammazzato da un proiettile mentre giocava a calcetto. E Simonetta lo racconta attaccato alla rete di un campo da calcetto qualunque, mentre rimugina, si incazza e scrive.

Senza retorica “Faide” è il Gomorra della ‘ndrangheta. Solo che Biagio Simonetta, non me ne voglia Roberto Saviano, scrive meglio. È più letterario e meno autoreferenziale. Raccontare un impero economico fondato sul sangue attraverso le tue esperienze, i tuoi occhi, le tue mani poteva essere difficile e scadere in un’arrogante autobiografia. E invece Simonetta ha raggiunto l’obiettivo, ovvero raccontare la ‘ndrangheta attraverso piccole e grandi storie che hanno assassinato una tra le più belle regioni italiane.

L’ultimo capitolo è il più breve, due pagine, peró almeno c’è. Si chiama “speranza”. È intenso e profondo, direi commovente ma suonerebbe retorico, ancora una volta. Chiudo il libro e mi sembra di aver capito più oggi di ‘ndrangheta che in questi anni in cui mi sono ubriacato di volumi “tecnici”.

La ‘ndrangheta non è solo soldi, morte e distruzione. È soprattutto scientifica distruzione della voglia di sognare. Con molti ci sono riusciti, con molti altri non ci riusciranno mai.

Nessun commento: