sabato 18 giugno 2011

"Meglio fottere (che farsi comandare da questi)" di Giulia Innocenzi

Scritto per Micromega.it

Non sono d’accordo. Non sono quattro storie palesemente false. Non sono quattro storie di un’Italia che non esiste. Ci piace pensarlo perchè ci piace credere che l’involuzione-e-successiva-evoluzione democratica raccontata in modo “amabile” da Giulia Innocenzi non sia qualcosa che ci appartiene o, quanto meno, che possa appartenerci.


Le storie di Matteo, Giulia, Lisa e Andrea sono storie in cui molti di noi, quelli che hanno fatto politica, quelli che per un po’ c’hanno creduto, si riconoscono. Matteo è un giovane leghista stupido al punto giusto, Lisa una giovane piddina intelligente al punto giusto, Giulia una specie di Minetti del Pdl e Andrea un grillino abbastanza invasato. E la Innocenzi gioca (mica tanto) a vivere le loro vite, a raccontare in una storia tante storie agganciandole l’un l’altra man mano che il racconto procede. Si ferma in un punto e riprende da lì con un altro protagonista. Un esperimento riuscito perchè il racconto procede con ritmo e ti spinge a non spegnere l’abat-jour.

Lei, che la politica l’ha conosciuta e vissuta, sa quali corde toccare per rendere vero e allo stesso tempo godibile il racconto. Che un Matteo Del Nord giunga a massacrare il suo amico marocchino pur di entrare nelle grazie dei leader del Partito dei Forti è un’esagerazione? E chi lo dice? Se Giulia avesse scritto che gli stessi Forti avevano realizzato una banda armata forse per il lettore comune sarebbe stato troppo. “Non ci appartiene” avrebbe pensato.

O che Lisa scopra meccanismi del Partito di Tutti (Pd) che assomigliano alla strategia militare e che, una volta diventata anche lei una leader, lasci tutto disgustata. Impossibile? Già, solo nel Partito democratico reale potrebbero accadere certe cose, nemmeno in un romanzo. Quando la ragazza entra di nascosto in una stanza e scopre una sorta di scienziato intento nell'assemblaggio in laboratorio del candidato ideale, costruito con profili genetici presi dai diversi leader delle varie correnti, Giulia, con un’immagine di fantasia, riesce a descrivere meglio di tanti fumosi saggi il vero pensiero del vero Pd: lottizzazione ideale e spartizione democratica.

E poi c’è Giulia, che dona il suo essere donna a chiunque le prometta o le consenta una scalata sociale e politica che la porterà fino ad una candidatura da capolista nel Partito dei Buoni, passando dal Priapo arcorizzato ad una vera e propria orgia in locali che ricordano proprio quelli berlusconiani. Qui, come non mai, il romanzo si abbevera alla cronaca. E qui la Innocenzi rischia di essere profeta nefasta: Giulia del Pdl riesce ad ottenere il ruolo di capolista vincendo un reality show con il quale un popolo cloroformizzato sceglie la propria candidata nelle tv del Presidente. Questa non è fantasia. Questo è semplicemente futuro, e temo che la Endemol possa trarre spunto. La responsabile, in quel caso, sarà la Innocenzi.

E alla fine c’è Andrea, la cui storia è quella che impressiona di più e rischia davvero di essere sibillina. Il Partito dei Puri, un Movimento 5 stelle più radicale ed estremista che pende dalle labbra del leader fino ad obbedire ad ordini di ribellione violenta, di cui, a fare le spese, è proprio Andrea, l’unico che cerca di andare “oltre” il leader. Il ritratto di uno pseudo Grillo 2.0 è graffiante.

Una sperimentazione letteraria inedita che regge le aspettative di un pubblico che ha imparato ad apprezzare Giulia (quella vera, la Innocenzi) e che si aspettava magari un’opera prima più scolastica ed elementare. E invece lei azzarda e “produce” questo “Meglio fottere (che farsi comandare da questi)”, con Editori Riuniti, che farà inalberare le giovani leve partitiche e movimentiste, ma che forse li spronerà a riflettere e a prendersi meno sul serio, ricordano che la politica può essere altro che un grigio percorso per la gloria.

L’immagine finale, molto caimanesca, di un’Italia ingovernabile che esce dalle urne senza che nessuno abbia espresso un solo voto, vista da un’Africa semplice e pacifica rischia di essere uno scenario quasi, sadicamente, auspicabile. Lisa vede la sua nazione morire, alza il telefono e chiede al padre se sia orgoglioso di quel che lei sta facendo in Africa, dei pozzi, degli ospedali che sta costruendo. “Si”. E lei, che ha visto l’Italia morire e non vuole vederla rinascere in mano ai soliti, torna, in Italia, alla politica vera, alla vita.

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