martedì 10 maggio 2011

Reportage da processo Mori

di Sonia Alfano

“Generale, che dice degli ultimi fatti riguardanti Ciancimino, l’arresto, l’esplosivo, la calunnia?” gli chiede Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica. E lui, il generalissimo Mori, alla sbarra per favoreggiamento alla mafia, serafico gli risponde: “Io avevo previsto tutto, non so voi”.

Inizia così la mia giornata di oggi al tribunale di Palermo, all’udienza del processo a carico dell’ex comandante dei Ros Mario Mori per la mancata cattura di Provenzano; dalle 9 fino alle 15.30 in quell’aula del secondo piano, piccolissima, che a stento conteneva avvocati, giornalisti e pochi, pochissimi “civili”.

Subito abbiamo assistito al surreale confronto tra un tranquillo e lucidissimo colonnello del Ros, Massimo Giraudo, e un nervoso colonnello Sergio De Caprio, conosciuto ai più come “Ultimo”. Giraudo sosteneva che, dopo il 1996, i rapporti tra Ultimo e il generale Mori si erano incrinati a causa del rifiuto di Mori di concedere a De Caprio mezzi e almeno altri 30 uomini per giungere all’arresto di Provenzano. “Era così arrabbiato con Mori che arrivò ad insultarlo con un epiteto che inziava per ‘p’”. Ultimo ha negato tutto, trincerato dietro uno scenografico paravento.

Inquietante, ma questa è una mia opinione, la cancelliera che continuava a sorridere e a ridere alle battute sottovoce del generale Mori, che nei momenti liberi, quando non si copriva la faccia con le mani come a dire “ma chi me lo fa fare”, ordinava agli avvocati su cosa insistere e cosa abbandonare. Da sottolineare la precisazione che il generale ha tenuto a fare appena dopo la fine del confronto, rispetto all’arrivo di Giampaolo Ganzer al Ros: “Preciso che suggerii io di affidare il comando del Ros a Ganzer, e tutti gli ufficiali ne furono entusiasti. Ganzer (condannato a 14 anni per traffico internazionale di droga, ndr) era un mito per tutti”. E poi: “Preciso, dunque, che il Ros è una cosa seria, non un’operetta”. “Operetta”, così come avevo chiamato io quel reparto in un comunicato stampa. Rimango lusingata.

Poi è stata la volta di un confuso, spaesato e preoccupato Massimo Ciancimino, che si è sottoposto alle domande del pm e della difesa. Antonino Di Matteo e Antonio Ingroia avrebbero voluto sentirlo come indagato in procedimento connesso, il Tribunale ha deciso invece di continuare a sentirlo come teste assistito. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo conferma vecchie deposizioni a aggiunge alcuni particolari nuovi. Quando la difesa di Mori gli chiede se gli “risulta che Dell’Utri abbia avuto un canale diretto con Provenzano” senza titubare Ciancimino risponde: “Si”. E poi arriva la rivelazione secondo cui l’uomo che gli avrebbe dato il documento contraffatto, che chiamava in causa Gianni De Gennaro, era un carabiniere autista del generale dei Carabinieri, Paolantonio.In tema della trattativa il discorso si è spostato sull’avvocato Amato (ex direttore del Dap che chiese la revoca 41bis a Conso applicato a centinaia di mafiosi) nominato proprio legale da Vito Ciancimino su suggerimento di Mori.

Poi momenti duri e tesi, come quando si è affrontato il tema dei candelotti di dinamite ritrovati nel giardino di casa Ciancimino in via Torrearsa: “I candelotti di dinamite, 50, erano da parte di Messina Denaro ed erano accompagnati da una foto di mio figlio mentre saliva sulla blindata e sul retro la scritta: ‘Stai attento a come ti comporti, a quello che dici e recapita 750 mila euro a chi sai’”.

E alla fine, alla domanda del pm Di Matteo, che gli chiedeva se suo padre, Vito Ciancimino, conoscesse il generale Subranni (passato alla storia come il depistatore delle indagini sul delitto Impastato e padre del capo dell’ufficio stampa del Ministro Alfano), Massimo Ciancimino è stato esplicito: “Si, per lui era uno inquadrato, uno manovrabile, almeno così mi diceva mio padre”. Subranni, invece, ha sempre negato tale conoscenza.

Finisce l’udienza, e viene aggiornata al 21 giugno. Mori mi sfila accanto. Lo guardo e gli prometto, con gli occhi, che alla prossima udienza non mancherò.

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