giovedì 10 febbraio 2011

La mia infanzia e i boss del Belice

Hanno cercato di infilarci nel cervello che festeggiare una condanna alla reclusione è vergognoso e indegno. Che bisogna avere rispetto del condannato, ancor di più se dopo la condanna non inizia a bestemmiare e a minacciare di morte i pm. Si sono inventati la balla del “rispetto del condannato per bene”. Loro, i “moralmente superiori”, non fanno eccezioni. Sono “cattolici”, una condanna di mafia non va festeggiata alla pari di una condanna per abuso edilizio. E’ la stessa cosa, il condannato è sempre “poverino”, è comunque un “penitente”.

Oggi per me è festa. Il Tribunale di Sciacca ha appena inflitto, nell'ambito del procedimento Scacco Matto, 170 anni di carcere all’intera cosca mafiosa del Belice, terra in cui sono nato e da cui, per colpa delle mentalità instillata e propalata da questa gentaglia che amava farsi chiamare boss, sono andato via pieno di rancore e delusione. Una terra bellissima e disgraziata, una terra baciata da un sole caldo e ripulita da un vento costante e salvifico. Vivevo a Santa Margherita di Belice. Così come ci viveva Vitino Cascio, detto anche 12 anni e 6 mesi, Pasquale Ciaccio, inteso 14 anni e 8 mesi, Giuseppe Morreale, alias 11 anni, e, a pochi chilometri, Francesco Fontana, mister 12 anni e 6 mesi, Giuseppe La Rocca, da oggi solamente 14 anni.

Sono cresciuto vedendoli crescere, qualcuno invecchiare. Ciaccio è il fratello dei proprietari di uno tra i bar più importanti del paese, il Coffee House. Bar che frequentavo da “piccolo”, fino ai 18 anni si intende. Bar in cui lo vedevo arrivare, vestito da pastore, e arrampicarsi con i gomiti al bancone, con dei jeans lerci caduti a metà sedere. Organizzare manifestazioni antimafia, convegni e manifestazioni, a Santa Margherita, non è mai stato facile. Perchè eri tu ad essere fuoriposto, non loro. Loro, quelli che oggi in primo grado si possono chiamare mafiosi, ovvero il mafioso Cascio, il mafioso Ciaccio, il mafioso Clemente, il mafioso Fontana, il mafioso La Rocca e il mafioso Morreale, non ti guardavano male, ma con sarcasmo. Avevano più amici loro di me, la gente stimava loro più di me, avevano più potere loro di me. Loro erano mafiosi, io un insetto nemmeno tanto fastidioso.

Oggi non ero in aula per ovvie ragioni. Per loro, i mafiosi del Belice, e per i loro parenti piangenti, sarebbe stata una provocazione ed espormi alla loro reazione mi è sembrato azzardato. Ero in ufficio ad aspettare notizie dal tribunale. Poi un amico giornalista mi ha snocciolato per telefono anni e mesi accanto a nomi e cognomi. E ho gioito, accidenti se ho gioito. Oggi per me è un giorno di festa. Presto tornerò a Santa Margherita a respirare l’aria nuova. Quella di un paese che ha visto stroncata la cosca mafiosa che regnava incontrastata e che ora può rialzare la testa. Lo stesso paese che, quella testa, non la rialzerà. Perchè non è giusto. Perchè sono stati condannati dei paesani. Dei poverini. “Il fratello di, il cugino di, il marito di”.

“I mafiosi sono altri” pensano. Come la moglie di uno di loro, che mi ha chiesto l’amicizia su Facebook. Io, non conoscendola, ho accettato. Mi ha fatto i complimenti dopo la mia partecipazione ad Anno Zero come familiare di vittime di mafia. Mi ha detto che ero “l’orgoglio di Santa Margherita”. Perchè suo marito mica era mafioso. “Qualche assoluzione ci sarà” scriveva. Si sbagliava. Sulla sua bacheca pubblicava i video di Pippo Fava quando, nella celebre intervista rilasciata ad Enzo Biagi, il giornalista de “I Siciliani” diceva: “i mafiosi sono altri”. Non si riferiva a suo marito e ai suoi compari, signora, e non se la prenda se oggi non fa parte dei miei amici.

Non sarebbe giusto festeggiare, per “loro”, perchè ci sono delle famiglie dietro ai mafiosi del Belice. Mogli giovani e figli piccoli, mogli anziane e rampolli rampanti. Che soffrono, piangono e si disperano. Potrei chiedere se per loro i soldi sporchi di sangue hanno mai avuto odore. Se i benefici della mafiosità dei loro cari li hanno mai disprezzati. Chiedo loro, invece, solo una cosa: i vostri uomini, i vostri padri, mentre “giocavano” alla mafia, si sono ricordati di voi? Hanno pensato al male che vi avrebbero fatto? Forse no, lo spero per voi. Perchè se lo avessero fatto vorrebbe dire che se ne sono allegramente “fottuti” di voi e del vostro dolore.

Senza vergogna, senza timore, ma con orgoglio e fierezza, oggi io festeggio la condanna di un gruppo di mafiosi che ha cercato di condizionare la mia vita senza riuscirci. Io oggi scrivo della loro condanna, loro la subiscono, con la testa bassa e con un gesso tra le dita che li aiuterà a segnare, sul muro di una cella, i giorni che passano.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Gioisco del tuo gioire.
Io credo dobbiamo preoccuparci del dolore delle famiglie delle vittime delle mafie;non della rabbia dei parenti dei mafiosi.

gina ha detto...

Non amo l'anonimato.
Il 1°commento è di Gina B.