giovedì 24 febbraio 2011

"Il caso Valarioti" di Chirico e Magro

Recensione scritta per Micromega

Prologo


“Ciao caro amico mio,
mi hanno chiesto una recensione per un libro che parla di Giuseppe Valarioti, “Il caso Valarioti” (Rosarno 1980: così la 'ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria). Vado tranquillo giusto? Si tratta di una persona per bene?
Grazie mille,
Benny

Caro amico mio, vai tranquillo. Valarioti era una persona perbene. Dove sei ora? Torno in Italia il primo dicembre per presentare "La mafia spiegata ai dagazzi". Prima tappa il primo dicembre appunto a Palermo. Spero di vederti. Un abbraccio
Antonio


Preda di un misto tra vergogna e imbarazzo, condivido con voi la verità: Giuseppe Valarioti per me era uno sconosciuto. Perchè l’unico politico da sbattere in faccia alla collusione di uomini della sinistra con la mafia, per me era Pio La Torre. Poi incontro per caso questo libro, poco pubblicizzato e senza alcuna eco, nato dalla voglia di verità di due giovani giornalisti che dell’illuminare le storie sconosciute delle vittime della ‘ndrangheta ne hanno fatto missione di vita: Danilo Chirico e Alessio Magro (in libreria anche il loro “Dimenticati. Vittime della ‘ndrangheta. La storia e le storie delle donne e degli uomini assassinati in Calabria dall’organizzazione criminale più segreta e potente del mondo”).

Un libro preciso e meticoloso, a tratti fluido come un romanzo a tratti chirurgico e scientifico come un saggio, quale in fin dei conti è. Un libro serio e senza eccessi retorici che mi chiede di sedermi e mi spiega che no, non c’è solo Pio La Torre da sbattere in faccia agli stessi post comunisti che incontrano i boss e che poi vengono messi in lista dal Partito democratico. Non c’è solo quel nome da urlare nelle orecchie a chi cerca il dialogo con un premier indagato per le stragi del 92 e 93. C’è anche un fine intellettuale, un professore di lettere con la passione per l’archeologia, convinto che l’impegno politico sia prerogativa fondamentale dell’uomo di cultura. Che l’impegno antimafia sia il fine e l’inizio dell’attività politica. Un maestro, un dirigente del Pci di cui la sinistra oggi sente terribilmente la mancanza.

Fare la guerra alla ‘ndrangheta a casa sua, affrontare i mafiosi a viso aperto, senza scorta e senza spalle istituzionali. Farlo non per coraggio ma per coerenza, politica e civile. Peppe Valarioti è stata una delle pagine più belle e brillanti del Pci, stroncata da una ‘ndrangheta fottuta dalla paura per quell’intellettuale con gli occhiali quadrati e le lenti spesse, la notte tra il 10 e l’11 giugno del 1980: “aiuto compagni mi spararu”, la corsa verso l’ospedale e poi il vuoto.

Ma sarebbe riduttivo, e il titolo non fa giustizia, intendere questo libro come la storia di Valarioti, del dirigente del Pci segretario della sezione della scottante Rosarno. Perchè su queste pagine che viene voglia di strappare ed inghiottire per digerire tutto e non dimenticare nulla, è narrato il cambio d’abito della ‘ndrangheta degli anni 70, il suo abboccamento con l’estrema destra, le storie parallele degli altri compagni caduti (mai come in queste pagine questo appellativo fa vibrare l’anima), seppelliti e dimenticati. Come Ciccio Vinci, ucciso il 10 dicembre 1976 a soli 18 anni per essersi opposto con l’entusiasmo che a 18 anni vale più del pane, alle cosche di Cittanova. "Bisogna spezzare questa ragnatela che ci opprime" aveva detto qualche mese prima durante un’assemblea studentesca.

Come Rocco Gatto, ammazzato il 12 marzo 1977 a Gioiosa Ionica. Il mugnaio, il comunista duro e puro. I mafiosi vogliono il pizzo dal suo grano, e lui li manda a quel paese, proprio a quello. Un comunista non paga il pizzo. Tre colpi di lupara: “aiuto, mi spararu”. E poi basta.

Come Orlando Legname, 31 anni con una moglie e un figlio piccolo, ammazzato a Limbadi, giustiziato a casa sua in un agguato da guerra. Un contadino, un comunista, un altro che non voleva pagare. Era il 31 luglio 1979.

Come Giannino Losardo, che il 21 giugno del 1980, dieci giorni dopo l’omicidio di Valarioti, viene ammazzato a 54 anni. Era assessore ai lavori pubblici a Cetraro. Era spina nel fianco delle cosche del Tirreno. Era un politico (onesto).

Una lunghissima scia di sangue e coraggio che ti lascia senza fiato: ma davvero la ‘ndrangheta ha fatto tutto questo? Davvero tutti questi comunisti ammazzati per la loro intransigenza? E io, che a sinistra sono nato e a sinistra morirò, come mai non conoscevo Valariori, Gatto, Legname e Vinci? E se Valariori, Gatto, Legname e Vinci erano del Pci, cosa c’entrano Vladimiro Crisafulli e Giovanni Panepinto nel Partito Democratico?

Poi arriva l’ultima pagina, dopo le foto di Peppe e la rassegna stampa. Chiudi quel libro che ti ha dato dell’ignorante e dell’insolente, che ti ha dimostrato come, per quanto tu possa sapere, non avrai mai idea di quanto sangue le mafie abbiano sparso in regioni come la Calabria, la Sicilia e la Campania. E ti viene voglia di dire: basta stanchi leader vuoti a perdere, basta dialettica e politichese. Ricominciamo da loro. Da Valariori, Gatto, Legname e Vinci.

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