mercoledì 28 dicembre 2011

La (bella) risposta del sindaco di Pellizzano

Oggi ho ricevuto la risposta del sindaco di Pellizzano alla mia lettera aperta sui divieti riguardanti i cani. Devo dire due cose: la prima è che effettivamente il mio tono era abbastanza aspro e me ne scuso, più che altro perché non era detto che i cartelli fossero stati installati durante il suo mandato. E la seconda è che, nonostante ciò, il sindaco ha promesso che a breve rimuoverà i cartelli e si è mostrato molto sensibile, dunque credo alla sua buona fede. Questa è una vittoria di tutti. Di Baloo, di tutti i cani e di Pellizzano. E anche del suo sindaco.

Egregio signor Benny Calasanzio, 
ho ricevuto la sua aspra, e per certi versi sorprendente mail che, se pur eccessiva nella forma, trovo comunque giusta nella sostanza.

Se lei, quando era a Pellizzano , fosse venuto a trovarmi in Comune forse le sue critiche si sarebbero, almeno un po', attenuate e stemperate e avremmo trovato almeno un argomento su cui saremmo stati in perfetto accordo: l'amore per gli animali. Ho una decina di gatti e quasi tutti sono dei trovatelli che qualcuno, conoscendo la mia sensibilità per gli animali, ha abbandonato sotto casa mia. Per questi amici, non potendomeli portare appresso, spesso rinuncio ad allontanarmi dal mio paese per le vacanze.

Per quanto riguarda i cartelli, non li ho fatti collocare io e, sinceramente, non mi sono mai preoccupato del loro contenuto prima che lei me lo facesse notare. Non è una scusa e me ne assumo la responsabilità attuale e le prometto che provvederò a sostituirli appena possibile con altri con un avviso più civile.

Mi dispiace anche che lei abbia già deciso che la sua lettera per me è una perdita di tempo perchè non è un mio potenziale elettore. Credo esistano anche amministratori che compiono il proprio dovere indipendentemente dall'interesse elettorale e da qualsiasi altro tipo di interesse personale.

Infine, se lei mi avesse conosciuto, avrebbe capito che non è certo il richiamo alla magistratura che mi farà cambiare quei cartelli ma la convinzione che essi sono sbagliati.

Quando tornerà Pellizzano, se ne avrà il tempo e la voglia, venga a trovarmi in Comune anche con il suo amico a quattro zampe.

Auguri di buon anno anche al suo Baloo.

Vanni Tomaselli
Sindaco di Pellizzano

Assedio alla toga. Parla Nino Di Matteo

Dal mio blog su Cado in piedi

Nino Di Matteo me lo ha detto chiaramente, quando, a telefono, gli ho fatto notare con una battuta che questo libro avrei voluto scriverlo io con lui: «Non faccio lo scrittore, ho accettato di scrivere questo libro solo perché me lo ha chiesto un giornalista come Loris Mazzetti, che di solito non si occupa prettamente di criminalità organizzata. Non avrei accettato con nessun altro. Mi sono sentito... tranquillo, pronto a confidargli memorie e pensieri e ad aprirmi completamente».

Dopo aver letto "Assedio alla toga" (Aliberti, 2011), ho compreso fino in fondo le parole di Di Matteo. Superficialmente avevo sottovalutato l'esperienza e la conoscenza della mafia di Loris Mazzetti. Per errore personale, certo, ma anche perché, nelle occasioni in cui ne abbiamo parlato, soprattutto durante le cene successive agli incontri pubblici, lui, giornalista di esperienza, di fama, e dirigente di Rai tre, non faceva mai il "cerimoniere", come molti suoi colleghi meno importanti e meno preparati.
Piuttosto ascoltava, faceva domande, cercava di capire. E io pensavo ne sapesse "poco". E, mi piace ammetterlo, non avevo capito nulla.

"Assedio alla toga" non è un banale botta-risposta tra un tecnico del Diritto ed un giornalista che fa il suo compitino in maniera devota. È un dialogo, mai banale, tra chi si pone dalla parte di chi vuol capire e chi da quella di chi vuol farsi capire.

Ciò che emerge da questo libro, soprattutto per chi non conosce nemmeno "alla larga" il pubblico ministero Di Matteo, è l'immagine di un uomo profondamente giusto, partigiano della Costituzione, cultore del Diritto ma anche della corretta applicazione della legge. Le sue parole spiazzano anche chi, ogni giorno, mastica e ingoia mafia. Quando parla del processo sulla "trattativa" Stato-mafia, ti convince che il suo augurio è quello che davvero mai nessun esponente delle istituzioni abbia trattato con la mafia. La sua vittoria non è la condanna, ma l'accertamento della verità. Chi pensa che sia in atto una battaglia tra Ros dei Carabinieri e procura di Palermo, o non ha compreso nulla o guarda solo da un lato, che certo non è quello del palazzo di Giustizia palermitano.

Loris Mazzetti non celebra un eroe, né gli confezione un intervista in ginocchio. Proprio perché è Loris Mazzetti, e ciò dovrebbe fugare a monte ogni dubbio. Poche incursioni nel personale, sempre legate al tema di questo libro, che non è, ripeto, la biografia di un uomo giusto, ma una conversazione per spiegare ai lettori, si spera molti, perché il vero allarme democratico, più che la mafia militare, siano la riforma della giustizia di matrice piduista, la retorica ed inutile (e dannosa) separazione delle carriere in magistratura, le leggi "ammazza-pentiti", e, infine, la stessa norma che lo costringerà, a breve, ad occuparsi d'altro, a lasciare per sempre l'antimafia, semplicemente perché lo ha fatto per troppo tempo (e troppo bene). Non conta l'esperienza accumulata, la memoria storica: lo si fa per evitare accentramenti di potere. Già, un procuratore o un sostituto della Dda di Palermo, notoriamente, acquisiscono rispetto, potere e influenza, soprattutto tra i poteri forti, nella politica, nell'imprenditoria e nella finanza. Già.

Il libro si chiude con le riflessioni di Loris Mazzetti, che confermano il valore, utilizzato al 30 per cento in Azienda, di questo dirigente Rai dalla passione civile financo superiore al suo maestro, Enzo Biagi. E con la lettera che Nino Di Matteo aveva scritto a Paolo Borsellino a 19 anni dalla sua morte. Una lettera intima, profonda e che conferma l'impressione che si ha di Nino Di Matteo: un amante del giusto sopra ogni cosa, un uomo lontano dai salotti e indifferente alle appartenenze politiche, pronto a sacrificare se stesso e la serenità della sua famiglia per un bene più grande che si chiama "giustizia", che si chiama "democrazia", e che lui vorrebbe si chiamasse semplicemente "Italia".

P.s. In procura, a Palermo, dopo questo libro aumenteranno i "risolini" dei colleghi e degli avvocati. Quei "risolini" che accompagnano lui ed Ingroia quando partecipano alle manifestazioni antimafia, quando si lasciano "abbracciare" dai giovani che manifestano in loro sostegno. Loro considerano Di Matteo e "quelli come lui" illusi, passionari, inguaribili romantici. Sono "risolini" isterici, di consapevolezza di uno spessore diverso, per loro irraggiungibile. Spero di vederli ancora per molto sulle bocche giuste.

lunedì 26 dicembre 2011

(Fuoritema) Pellizzano vietata ai cani.

Gentile sindaco di Pellizzano, Vanni Tommaselli,

siamo appena tornati da quattro splendidi giorni nella incantevole località che lei amministra, Pellizzano, piccola realtà dal sapore intimo e prezioso. Abbiamo alloggiato in un hotel, il Pezzotti, che ci ha concesso di portare con noi il nostro labrador di un anno, Baloo. Per la cronaca, ovviamente, vaccinato anche per i non obbligatori e munito di microchip. Noi portiamo sempre con noi il nostro cane, e, qualora non ci avessero consentito di tenerlo con noi in albergo, avremmo cambiato sistemazione o anche luogo di villeggiatura. Sa, se l'alternativa è abbandonarlo o lasciarlo in una pensione (luoghi, per carità, sempre più accoglienti e sicuri), se permette preferiamo cercare meglio e portarlo con noi.

No, non le sto scrivendo per raccontarle la nostra vacanza. Ma per dirle cosa non mi è piacuto di Pellizzano. Credo sia uno dei pochi paesi/città in cui al cane è vietato anche respirare. In ogni parco pubblico, si noti bene la parola "ogni", troneggiava la segnaletica verticale con un bel cane sbarrato e la scritta «Vietato l'ingresso ai cani». Non «Vietato l'ingresso ai cani se non al guinzaglio» (che forse per qualcuno ci può stare), ma vietato in toto l'ingresso.


Tutti i parchi che ho visto, quattro, e tutti rigorosamente vietati al mio amico Baloo, erano ovviamente vuoti: non un bambino, non un anziano, non un essere umano. Ma l'importante era che non ci fosse alcun quadrupede. Mi chiedo: era per rispettare la frase fatta «in questo parco non c'è nemmeno un cane»?


Ho riflettuto su questa circostanza, mi sono avvelenato qualche minuto del mio tempo. E mi chiedo: lei ha mai visto un cane spaccare un gioco, una giostra per i bambini? Scrivere sugli arredi e sui muri di un parco con un pennarello indelebile o con una bomboletta? Lasciare bottiglie di vetro in giro, a volte anche rotte? Ha mai assistito ad un cane che dopo essersi iniettato eroina, lasciasse lì la siringa (forse) infetta? O forse ha assistito ad un accoppiamento tra cani, alla fine del quale, il maschio lasciava per terra il contraccettivo?


A meno di qualche evento soprannaturale, le risposte dovrebbero essere tutte "no". Di solito queste cose le fanno degli umani classificabili nell'insieme dei cosiddetti "idioti". Però non c'era un cartello con scritto «Vietato l'ingresso agli idioti». Il problema dei parchi pubblici di Pellizzano sono i cani.


Forse lei teme per le suole delle scarpe dei plicianèti? Ma le assicuro che in percentuale sono più gli idioti che i padroni che lasciano per terra gli escrementi dei cani.


Detto questo lei penserà: questo idiota mi ha fatto perdere 5 minuti per leggere le sue idiozie. Chissenefrega, tanto mica vota qui, mica mi crea un danno. Si sbaglia. Le assicuro che gli amanti dei cani sono tanti. Nel rapporto di Eurispes 2011 si legge che l’87,2 per cento degli italiani ha nei confronti degli animali un sentimento positivo. Il 41,7 per cento ha in casa un animale domestico. Il 48,4 per cento di chi possiede un animale, ospita nella propria casa un cane. E visto che attorno al suo paese ci sono altri posti davvero incantevoli, uno potrebbe cercarne uno più accogliente per Fido, arrecando un grave danno economico al suo paese, ai suoi esercenti, e ai suoi residenti più in generale.

In Italia non esiste alcuna legge che vieta l'ingresso dei cani nei parchi e più in generale nei luoghi pubblici. Esistono ordinanze, indecenti come quella del suo Comune. Pensi che l'ex ministro per il Turismo, Michela Vittoria Brambilla, ha scritto con l’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) un'ordinanza che va nel senso opposto alla sua. Il provvedimento può essere recepito, appunto, con una semplice ordinanza sindacale da parte dei sindaci. Secondo il documento ministeriale, gli animali, possono accedere ovunque, salvo che in ospedali, asili, scuole, con l’eccezione delle case di riposo, in quanto il ministro ha anche pensato al disagio dei nostri anziani se privati del loro amico del cuore. Altro che divieti nei parchi pubblici.


Le dirò di più. Quello che lei ha fatto è illegale: secondo il ministero della Salute, che richiama una circolare dell’Anci, «vietare l’ingresso ai cani nei locali pubblici e quindi negli esercizi commerciali è illegale». Il padrone deve garantire le norme di sicurezza ed evitare che l’animale sporchi e, fatto salvo l’obbligo di guinzaglio e museruola come da profilassi antirabbica, nulla è possibile vietare. Altro che divieto nei parchi pubblici.


E allora, caro sindaco, cosa dice, li estirpiamo questi cartelli, per sostituirli con «Qui i cani con padroni educati sono i benvenuti»? O dobbiamo ad ogni costo presentare un esposto alla magistratura?

giovedì 22 dicembre 2011

Mafia a Peschiera del Garda. Ma il sindaco querela

Prologo
Il 26 febbraio del 2009 il sindaco di Peschiera del Garda (VR), Umberto Chincarini, si recava con passo deciso presso la locale stazione dei carabinieri e presentava una querela contro il sottoscritto. Per il sindaco sarei colpevole di diffamazione e ingiuria. Ancora oggi, dopo la notifica da parte dell'autorità giudiziaria, il pm non ha deciso se archiviare o rinviarmi a giudizio. 

Sotto accusa era un articolo pubblicato sul mio blog dal titolo «Il sindaco di Peschiera che mente sapendo di mentire». Incriminata, in particolare, la chiusa del pezzo: «È proprio una soddisfazione poter dire, dati alla mano, che il sindaco sulla mafia mente, è un bugiardo, e ad essere querelato dovrebbe essere lui, magari per mano dello Scico». Mi riferivo alla negazione cronica, da parte sua, della presenza, ormai asfissiante, della mafia a Peschiera del Garda, e più in generale in tutta l'area lacustre. E citavo, tra gli altri documenti, il rapporto del 1997 dello Scico, il servizio centrale di investigazione della Finanza: «la criminalità organizzata è sbarcata sul lago di Garda, investendo nell'edilizia, nel commercio e anche tentando la scalata in aziende in dissesto». A ciò si aggiungeva il fatto che il 5 ottobre dello stesso anno il gip di Verona, su richiesta del pubblico ministero Marco Zenatelli, aveva emesso tre ordinanze di custodia cautelare per usura aggravata, estorsione, lesioni personali gravi, esercizio abusivo dell'attività finanziaria ed impiego di denaro di provenienza illecita, nell'ambito di indagini della Dia di Padova sugli affiliati al clan camorristico Licciardi. Uno dei tre, Ciro Cardo, sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno a Peschiera, era addirittura il cognato del capo clan Pietro Licciardi, da anni detenuto in regime di 41 bis.

***

Alle prime ore del 20 dicembre scorso, più di cento tra agenti e militari della questura di Caserta, del centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Napoli e del Comando provinciale dei carabinieri di Caserta, eseguono un provvedimento emesso il 14 dicembre dal Collegio per le misure di prevenzione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il collegio accoglie in toto la proposta di provvedimento formulata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, in concerto con il questore di Caserta e il direttore della Dia. Si tratta del sequestro di beni mobili e immobili, nei confronti di quattro personaggi ritenuti organici al clan dei casalesi, coinvolti nell'ambito del riciclaggio di denaro sporco.

I quattro sono: Pasquale Pirolo, alter ego di Antonio Bardellino; Michele Santonastaso, avvocato già agli arresti per associazione mafiosa (sarebbe “in mano” al boss Francesco Bidognetti); Nicola Capaldo, imprenditore; Giuseppe Nocera, cugino di Raffaele, cognato del super boss Michele Zagaria. Sono tutti definiti dagli inquirenti «gravitanti nell'organizzazione camorristica dei casalesi».
Cosa c'entro io, cosa c'entra Peschiera del Garda, cosa c'entra Umberto Chincarini?

Come si legge nel provvedimento alle lettere “g” ed “h”, tra gli innumerevoli beni intestati e sequestrati a Giuseppe Nocera, fedelissimo del boss Michele Zagaria, nato a San Cipriano d’Aversa il 27 luglio del 1960, c'è anche una «abitazione sita in Peschiera del Garda (VR), alla via Venezia, riportata in catasto al foglio 10, particella 1363 sub.20, intestato al 50 per cento; garage di mq. 18 sito al medesimo indirizzo, riportato in catasto al foglio 10, particella 1363 sub.37 (comprese le parti comuni del fabbricato, tra le quali la piscina di cui alle particelle 61-62-67) intestato al 50 per cento. Il restante 50 per cento dell'immobile risulta intestato alla moglie.

Nocera, oltre all'ingombrante parentela, è socio in affari nella “Azzurra Immobiliare”, «avente sede in Napoli al Centro direzionale Isola F12, della quale è amministratore»; l'altro socio è l'avvocato Santonastaso, quello, per intenderci, che, durante un'udienza del processo Spartacus alla camorra, lesse in aula, per conto dei suoi clienti alla sbarra, un proclama che aveva il sapore dell'intimidazione nei confronti di Roberto Saviano, della giornalista Rosaria Capacchione e del magistrato Raffaele Cantone.

Dunque, mi chiedo. Ma perché mai un fedelissimo di quello che fino a qualche settimana fa era il latitante più pericoloso d'Italia, insieme a Matteo Messina Denaro, va ad investire le sue somme in una bella casa con piscina a Peschiera del Garda, perla lacustre dove la mafia non esiste, tanto che il sindaco querela tutti quelli che insinuano qualcosa al riguardo?

La risposta è dentro di voi. E non fatela uscire, si ingolferebbe il tribunale di Verona.

Il mio regalo di Natale. Contro la mafia.


«Cara mamma, tu sei una grande donna, hai combattuto per noi. Secondo me i mafiosi devono andare tutti in prigione, ma non per 5-6 anni. Ergastolo! Così Palermo e altre città vivranno in pace. Baci, Vitto. Bentornata, ti amo».

Valeria è molto restia a parlare della sua vita privata, e, a maggior ragione, a divulgare le bellissime lettere che i suoi figli, Emanuele, Vittoria e Margherita, le scrivono spesso, nonostante vivano tutti sotto lo stesso tetto. Per questa ha fatto un'eccezione. Ha voluto farmi un dono per Natale. Mi ha autorizzato a pubblicarla perché possa donare a tanti la stessa forza che ha trasmesso a lei in un momento di grande sconforto. 

Valeria Grasso è una testimone di giustizia palermitana, imprenditrice con la "testa dura". Si è messa in testa di essere più forte dell'interno clan Madonia, che le chiedeva il pizzo. E, fino ad oggi, sta avendo ragione. Certo, vive sotto scorta, ma la sua palestra, quella superstite a intimidazioni e danneggiamenti, va molto bene.

Questa lettera è la speranza di una bambina di 10 anni, che ha scoperto la mafia quando ha visto la sua mamma andare in giro blindata dalla scorta dei carabinieri. Che ha vissuto a fianco di Valeria senza lasciarla mai un attimo. Una famiglia così solida e legata che nemmeno la temibile cosa nostra riesce a distruggere.

E io la regalo a voi questa lettera. Perché possiate passare un Natale felice, insieme ai vostri cari, insieme a Valeria e ai suoi figli.

sabato 17 dicembre 2011

Diciannove anni fa

Il 17 dicembre del 1992, nel pomeriggio, mio nonno Giuseppe Borsellino usciva di casa per comprare le sigarette. Otto mesi mesi prima cosa nostra aveva ucciso suo figlio Paolo. Esce dal tabaccaio e due killer in moto gli scaricano addosso un intero caricatore. 
Dopo 19 anni, e ogni anno di più, sono orgoglioso di quell'uomo che ha fatto tremare mafia e politica collusa, e che mi ha insegnato il valore altissimo e irrinunciabile della dignità.

martedì 13 dicembre 2011

Tornano i Siciliani

Ecco il primo numero de I Siciliani giovani, ispirato a I Siciliani di Giuseppe Fava. Di seguito il mio pezzo e poi tutto il giornale sfogliabile on line.
I Siciliani giovani n.1

lunedì 12 dicembre 2011

Omicidio Manca: c’è un mafioso ma non c'è la mafia

Dai miei blog su Micromega e Cado in piedi

Prima di lasciare che le indagini sul delitto di Attilio Manca finiscano peggio di come (non) erano (mai) iniziate, ovvero che si chiami in causa l’esoterismo o una maledizione macumba come responsabili della morte dell’urologo, un’ultima, misera, riflessione.

Salvatore Fanti è il gip che ha rigettato la terza richiesta di archiviazione avanzata dall’infaticabile Renzo Petroselli, pubblico mi(ni)stero che a detta dell’avvocato Fabio Repici, si è distinto per «l’abnorme inerzia che ha contraddistinto il suo operato, svolgendo solo supplementi di indagini ordinati dal gip».

Salvatore Fanti è lo stesso gip che, rigettando, si è premurato di dire che sì, serviranno nuove indagini, ma che la mafia con l’omicidio Manca non c’entra. Si tratta di una semplice overdose accidentale da parte di un tossicodipendente. E lo dice senza lo straccio di un risultato d’indagine decente. E non gli importa che, per essere overdose e non omicidio, si presuppone che l’iniezione se la sia fatta da solo, il dottor Manca. Altrimenti sarebbe omicidio, no? E allora perchè non hanno mai fatto analizzare la siringa, ovvero l’arma del delitto? E questo, pensate, non è il punto più importante. 

Quel che mi lascia basito e mi fa venire voglia di conoscere il gip, fosse anche soltanto per capire se Cesare Lombroso possa tornare attendibile, sono i nomi dei sei attuali indagati per la morte di Attilio, ovvero coloro che a vario titolo avrebbero potuto avere un ruolo nella cessione della droga, perchè di droga è morto; ma di quella potente, che ti sfigura e ti provoca la deviazione del setto nasale. Cinque di questi sono vicini agli ambienti mafiosi messinesi. E sono tutti e cinque di Barcellona Pozzo di Gotto. Sei persone, cinque siciliane, implicate nella cessione della droga ad un ragazzo che viveva a Viterbo. Certo che come spacciatori lì sono messi davvero male se ne devono partire o comunque impegnarsi cinque di Barcellona Pozzo di Gotto per qualche grammo da recapitare a Viterbo. «Visitate Viterbo, la città senza droga».

Ecco l’elenco dei sei:

Angelo PorcinoUna decina di giorni prima della morte dell’urologo, Ugo Manca telefonò ad Attilio e gli preannunciò che Angelo Porcino sarebbe andato a Viterbo a trovarlo, per avere da lui un non meglio precisato consulto. La circostanza è confermata da una testimonianza della madre del medico, la quale ha dichiarato che, poco prima di morire, il figlio la chiamò per chiederle informazioni su tal Porcino. Porcino è un boss del clan dei Barcellonesi, come conferma il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano. A conferma di ciò è stato recentemente arrestato nell’ambito delle operazioni antimafia Gotha e Pozzo 2. Condannato in via definitiva per tentata estorsione ai danni di una cooperativa che gestiva i servizi sociali per conto del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto.

Ugo Manca – cugino di Attilio, tecnico radiologo, all’epoca dei fatti in servizio in provincia di Messina, all’ospedale di Patti. Andò a Viterbo nel dicembre del 2003 per essere sottoposto a intervento chirurgico per varicocele, che sarebbe stato eseguito proprio da Attilio. La sua presenza a Viterbo fu scoperta perché lasciò un’impronta palmare nel bagno di casa di Attilio, sulla piastrella sopra il pulsante dello sciacquone del bagno. Lo stesso Ugo Manca tornò a Viterbo dopo la morte del cugino e si recò due o tre volte in procura a sollecitare, a nome dei genitori, la restituzione del corpo di del medico alla famiglia e il nulla osta per sepoltura. Ma i genitori e il fratello di Attilio hanno sempre smentito di avergli assegnato tale compito.

Renzo Mondello – Si sentì ripetutamente per telefono con Ugo Manca mentre questi si recava a Viterbo e vi si intratteneva il giorno dopo il rinvenimento del cadavere. Ugo Manca al telefono riferiva a Mondello gli sviluppi delle indagini.

Salvatore Fugazzotto – Salvatore Fugazzotto era amico di Attilio dall’infanzia. Negli ultimi tempi si era avvicinato a Ugo Manca, che dieci giorni dopo la morte di Attilio gli avrebbe fatto da padrino di cresima. Negli ultimi due giorni di vita di Attilio ci sono due lunghe telefonate con Fugazzotto. Dopo la conversazione con Fugazzotto del 10 febbraio 2004 Attilio manifesta inquietudine e si dice infastidito per un incontro che dovrà avere a Roma con persone imprecisate.

Andrea Pirri – Ha raccontato ad almeno due persone, che lo hanno poi riferito agli investigatori, che Attilio era stato ucciso dalla mafia. Aggiunse che i suoi genitori avrebbero fatto meglio a far cadere il silenzio sulla vicenda e che già avevano ricevuto minacce in tal senso.

Monica Mileti – Monica Mileti incontrò Attilio nel pomeriggio del 10 febbraio 2004. Due giorni dopo Attilio venne trovato cadavere.

Dicevo che non conosco il gip Salvatore Fanti. Però mi piacerebbe sapere se abbia idea di cosa sia cosa nostra, la mafia. Se abbia studiato in parte il fenomeno tramite ordinanze e sentenze o se la sua conoscenza si limiti a qualche libro o a qualche puntata de Il capo dei capi. Davvero presuppone che, anche se a vario titolo, un mafioso del calibro di Porcino sia coinvolto in una banale cessione di eroina ad un eventuale consumatore finale? O che su sei indagati ben cinque siano vicini ad ambienti mafiosi ma che in tutto ciò la mafia non c’entri nulla? Ma davvero crede che i boss spaccino droga per strada? E che cinque simpatizzanti di cosa nostra siano coinvolti nella morte di Attilio Manca non in quanto tali ma solo a causa di circostanze fortuite, senza, in qualsiasi caso, il placet delle cosche?

Un un unico, umile consiglio: prima facciano delle indagini degne di questo nome, e poi, alla fine, si esprimano sul contesto in cui è maturata la morte di Attilio Manca. Perchè di serio, questo processo, rischia di avere solo il nome della vittima.

mercoledì 7 dicembre 2011

Presidente, ci sarebbe anche la mafia

Dal mio blog su Micromega

Sono assolutamente d’accordo che a pagare questa manovra lacrime, sangue, piastrine e globuli (rossi e bianchi) debbano essere i pensionati, che sono considerati pacificamente la vera causa della crisi economica universale. Loro che con l’evasione fiscale, con i soldi nei paradisi fiscali, con la loro pirateria borsistica hanno portato a fondo la nostra economia. Loro che vanno alla bocciofila in Ferrari e che dichiarano solo 6-700 euro al mese. Loro che dopo aver fatto finta di lavorare una vita pensavano di godersi la vecchiaia, organizzando feste e festini nei circoli ricreativi pagati da noi. Tiè!
 
Mi permetto solo di osservare un piccolo, insignificante aspetto, rimanendo ovviamente convinto della malvagità del pensionato italiano. Ci sono, dall’altra parte della strada, 138 miliardi di euro. Sono accatastati su un marciapiede. Basterebbe che (sobriamente, ci mancherebbe), il professor Monti voltasse l’anglosassone viso e guardasse quella montagna di soldi, titoli, beni immobili. Centotrentotto miliardi di euro nel 2010 di ricavi, 33 miliardi di costi per un utile d’esercizio di 104 miliardi di euro. Non è il Pil di una nazione in via di sviluppo, o per lo meno non ancora, ma è il conto economico di Mafia Spa, la più grande e fiorente azienda italiana.

Le due aziende che seguono, o meglio, cercano di inseguire i nostri sono Assicurazioni Generali, con 120 miliardi l’anno e l’Eni con 83. Come scrivono Massimiliano Del Barba e Alfredo Faieta, nel loro Grandi evasori, «se la mafia fosse un’azienda regolarmente iscritta alla Camera di commercio, dovrebbe pagare il 27,5 per cento sugli utili (la famosa Ires, l’imposta sul reddito delle società), ovvero 21,45 miliardi di euro. Se proprio non vogliamo metterla in ginocchio, almeno facciamole pagare le tasse, non mollando la presa sul malefico pensionato, ovvio.

Io, che non sono un sobrio economista, né un anglosassone consulente, né l’eroe di un videogioco, per prima cosa avrei pensato: «Ehi amici ministri, cosa ne dite di tagliare immediatamente sulle spese della politica, magari anche un 20 per cento netto sugli stipendi dei parlamentari, e investire domattina nelle forze dell’ordine, nel sistema giudiziario, nella sicurezza dei magistrati? Un rotolo di carta igienica in più, qualche risma extra, e magari, perchè no, una scorta adeguata ai magistrati anticamorra di Napoli. Potrebbe essere un’idea, che dite?».

A parte un retorico accenno durante il primo discorso ufficiale, la parola m-a-f-i-a è sparita dal vocabolario del sobriamente sobrio Sobrio Monti. Ma davvero lui, con la sua esperienza, riesce ad ignorare quei fiumi di capitali illegali e tossici che uccidono la nostra economia? Davvero non comprende che finanziando come si deve le forze dell’ordine e la magistratura quei capitali possono essere molto più efficacemente sottratti alle mafie e reinvestiti nell’economia pulita, lasciando in déshabillé boss e clan? Investire nella lotta alla mafia caro Sobrio, basterebbe questo, altro che cercare i centesimi nascosti nei calzini sporchi dei poveri.

Ma no. Meglio bussare ai pensionati e chiedere l’obolo. Ma d’altronde cosa se ne fanno loro di 700, 800 o 1.000 euro al mese, se devono solo giocare a carte e guardare i lavori per strada, dispensando consigli tecnici agli operai? Pagate vecchi e vecchie, pagate ed evitate di sorridere, visto che dal dentista per un po’ non potrete andare.

Ho solo un dubbio. Provenzano e Riina ce l’hanno la pensione? Non perchè se anche loro ce l’hanno stravolgiamo subito la manovra.

lunedì 5 dicembre 2011

Cado in piedi

Da oggi inizia la mia collaborazione con il sito Cado in piedi. Questa la vignetta che mi accompagnerà. Ovviamente l'autore della stessa ha già subito una fatwa.

sabato 3 dicembre 2011

Omicidio Manca, vi spiego come finirà

Dal mio blog su Micromega.

La vicenda dell'urologo Attilio Manca la conoscono ormai quasi tutti. È la storia di un luminare “suicidato” a Viterbo dopo essere stato usato per curare e accompagnare in Francia, nell'ottobre del 2003, il signor Gaspare Troia di anni 72, alias Bernardo Provenzano. Il solerte pm della procura di Viterbo, Renzo Petroselli, ha sempre negato e mai approfondito ogni ipotesi diversa dal suicidio. Per lui Attilio Manca era un consumatore di droga che ha mischiato troppe sostanze cercando una morte consolatrice. Lui che aveva proprio una vita di merda a 34 anni: ai vertici della medicina italiana, con in programma un periodo di volontariato in Bolivia con Medici senza frontiere e un sorriso permanente in viso. Il tipico profilo del suicida depresso. 

Qualche giorno fa, per la terza volta, il gip ha negato però l'archiviazione delle indagini chiesta per tre volte da Petroselli. Non perchè il giudice per le indagini preliminari si sia convinto dell'evidenza, ovvero che si tratta di un eclatante delitto di mafia, ma perchè dice che se non di suicidio si tratta, certamente è in ballo una cessione di stupefacenti con cui Manca si sarebbe accidentalmente ucciso. Overdose. Nella vena sbagliata, lui che era mancino e quasi inabile con la destra. Ma questo poco conta. 

A questo punto non è difficile ipotizzare come finirà tutta questa vicenda. Ormai l'eco nazionale non consentiva di poter archiviare tutto come si farebbe in un retrobottega della peggio procura d'Italia. Si ordineranno nuove indagini, magari affidandole per la quarta volta al pm che ha già dato, tecnicamente, del drogato per tre volte ad Attilio. Il Petroselli indagherà e alla fine condanneranno quattro-cinque disgraziati con il metodo ormai noto in Italia, ovvero il sorteggio.

I familiari di Attilio così saranno sì delusi dall'aver avuto un figlio drogato, ma risarciti da condanne che in qualche modo, pensa qualcuno, allevieranno il dolore. Avranno, insomma, qualcuno da odiare che non sia un magistrato, e prima o poi si rassegneranno: in fondo si trattava di un tossico.

Poi c'è ció che auspico. Ovvero che fra 20, 30 anni, grazie a qualche pentito e a qualche magistrato rompicoglioni e che abbia una vista più profonda del proprio naso, che abbia voglia di lavorare e che ne capisca qualcosa di mafia, a differenza di pubblici ministeri assolutamente incompetenti sul tema, si riapriranno le indagini. E fra quarant'anni, mentre io sarò in qualche parte del mondo a fare qualcosa, si spera a non lavorare, sentiró alla radio la notizia della condanna di alcuni macellai dei clan mafiosi, ovvero gli esecutori materiali, e che il mandante dell'omicidio era stato Zio Binnu, che al di là di qualche miracolo di matrice berlusconiana, sarà già all'inferno.

Forse ci saranno i genitori di Attilio, centenari. E certamente suo fratello Luca. Quel giorno si ristabilirà che Attilio Manca è stata una vittima innocente della mafia, che non aveva mai assunto in vita sua stupefacenti, che non si trovava in Francia per una gita ma per accompagnare Provenzano. Il pm urlerà in aula che per quasi mezzo secolo il dottor Manca è stato additato come drogato e suicida da una procura che ha la stessa competenza sulla mafia di quella che Emilio Fede ha con il giornalismo.

Quel giorno io faró solo una telefonata, e sarà a Renzo Petroselli, che mi risponderà da una bocciofila. Quel che gli dirò, beh quel che gli dirò sarete i primi a saperlo.

martedì 29 novembre 2011

Antonella Borsellino e la sua personale battaglia


Foto e testo tratti dal sito Impegno e Memoria, di Mario Virga.

Giuseppe e Paolo Borsellino erano mio padre e mio fratello. Lo sono tutt’ora, forse più di prima. Prima che cosa nostra li uccidesse ad otto mesi di distanza l’uno dall’altro. Prima mio fratello, il 21 aprile del 1992, e poi mio padre, il 17 dicembre. Da allora tutta la mia vita e quella dei miei cari è stata stravolta. Ma oggi, a distanza di 19 anni, noi ci siamo ancora. Siamo qui a combattere, giorno dopo giorno, una battaglia per la giustizia e la memoria. Molti di quelli che invece hanno sulla coscienza quelle morti oggi sono sparsi tra carceri e vite maledette. Noi ci siamo e ci saremo sempre, perchè il loro sacrificio non venga mai dimenticato. 
Io oggi sono referente per Santa Margherita di Belice e Montevago di Libera, e questo nuovo impegno mi stimola ogni giorno a fare più di quel che posso, perchè lo devo a loro, a mio padre e a mio fratello, che meritano di vivere in un mondo diverso, anche solo attraverso la nostra memoria.

giovedì 24 novembre 2011

La Casa della Legalità nel mirino delle mafie

Dal mio blog su Micromega

Ci sono cose che vanno dette anche quando nessuno te le chiede. E gesti che vanno fatti anche se qualcuno poi ti può dire “ma chi te lo ha chiesto?”. Quando in gioco ci sono vite umane le gaffe, le smentite e gli imbarazzi passano in secondo piano.

La Casa della Legalità di Genova e il suo presidente, Christian Abbondanza, non hanno mai condiviso le mie scelte politiche prima, e lavorative poi: a partire dalla mia candidatura alle elezioni regionali del Veneto come indipendente nelle liste dell’Italia dei Valori, fino all’incarico di responsabile della segreteria politica del parlamentare europeo Sonia Alfano, anch’ella eletta come indipendente dell’Idv. Da un rapporto quasi quotidiano di intesa e collaborazione si è passati al silenzio. Ho capito e non ho insistito, sperando che un giorno le mie scelte fossero a loro chiare.

Però quel silenzio unilaterale io voglio infrangerlo oggi per lanciare un allarme, prima che sia troppo tardi. Ho lavorato insieme a Christian, a Simonetta e agli altri ragazzi della Casa. Con loro ho girato l’Italia e parlato a migliaia di persone. E ho potuto vedere il loro metodo di lavoro, di studio, di inchiesta. Ho sempre detto, senza timori di smentita, che in questo momento dopo i magistrati e le forze dell’ordine, a rischiare la vendetta delle mafie erano proprio loro, più che i giornalisti o gli scrittori. Il loro impegno, rispetto al mio e a quello di altri, era nettamente superiore per quantità e qualità. Erano loro a rischiare perché erano loro che si intrufolavano nei banchetti dei boss, nei cantieri della mafia, loro perché con obiettivi e fotocamere immortalavano ciò che non riuscivano a riprendere nemmeno le forze dell’ordine.

Si sono creati nemici nelle mafie e nemici nell’antimafia. Alcune loro posizioni le ho condivise, in quanto ad intransigenza, alcune no. Alcune erano sacrosante, altre forzate. Ma non ho mai potuto smentire, nemmeno se l’avessi voluto, quanto sopra. Ovvero che il loro lavoro era prezioso e rappresentava un ostacolo, forse l’unico, all’avanzata delle mafie in Liguria. Grazie a loro abbiamo scoperto della giovane candidata dell’Idv che si accompagnava alle cene con il boss, e posso dire che io e Giulio Cavalli, in quel momento candidati indipendenti con l’Idv, non abbiamo riflettuto sulle convenienze, chiedendo subito a Di Pietro di cancellare quel nome dalle liste. Grazie alla Casa abbiamo saputo che le mafie erano molto più pericolose in quel momento in Liguria che in Calabria o Sicilia.

Recentemente Abbondanza e i suoi collaboratori sono finiti sotto la protezione dello Stato. Le minacce, finalmente, sono state ritenute reali e degne di attenzione. Come se prima non si sapesse. Come se servisse la conferma. Il clima a Genova si fa pensate. Tanti appalti, tanti soldi da spartirsi, e la pressione sulla Casa aumenta. Si vocifera di una spedizione di mafiosi dalla Calabria a Genova per occuparsi, in qualche modo, della Casa della Legalità. E alcune recenti scarcerazioni fanno tremare chi si occupa della geografia dei clan. Il fatto è che a me non serve alcuna conferma per crederci, perché ho visto i danni irreversibili che il lavoro di Christian e degli altri provoca ai mafiosi d’esportazione, a quelli pesto & focaccia.

Tutto ciò per dire che io ho una sincera, ponderata e razionalissima paura che la Casa della Legalità possa essere presto vittima di qualche atto intimidatorio, se non peggio, da parte della criminalità organizzata. Ora, siccome il mondo è pieno di “se fosse”, “si poteva” ecc, direi che non serve attendere. Perché è dovere di ognuno di noi difendere con ogni mezzo anche chi non la pensa esattamente come noi, anche chi a volte ti giudica troppo frettolosamente, ma di cui ammiriamo e riconosciamo un impegno che pochi in Italia hanno avuto il coraggio di portare avanti.

Indipendentemente dal fatto che la Casa della Legalità di Genova stia con me, io sto con loro.

mercoledì 23 novembre 2011

Presentazione di Mafia Spa a Milano

Il 1 dicembre, alle ore 18, presso la libreria Coop in via Festa del Perdono n. 12 a Milano si terrà la presentazione di Mafia Spa. Gli affari della più grande impresa italiana. Insieme a me ci saranno Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto Quotidiano e Ignazio Cutrò, imprenditore e testimone di giustizia. Vi aspetto!

martedì 22 novembre 2011

Intervista a Vision

intervista calasanzio(1)

La mia intervista al periodico Vision, sotto anche in formato jpeg

giovedì 17 novembre 2011

Prima presentazione di "Mafia Spa" a Roma

Foto della prima presentazione di "Mafia Spa" a Roma, il 16 novembre 2011, presso la libreria Feltrinelli di Piazza Colonna. Relatori il procuratore aggiunto della DDA di Palermo, Antonio Ingroia, e il direttore de Il Fatto Quotidiano, Antonio Padellaro.

venerdì 28 ottobre 2011

La prefazione di Mafia Spa

di Antonio Ingroia

Non è il primo libro sulla mafia e non sarà certamente l’ultimo, perché la letteratura che si è formata intorno a questa materia è ormai ampia e affollata di titoli. Questo non è un titolo fra i tanti, anche perché ha un approccio diverso da quelli tradizionali. I libri di mafia, infatti, generalmente si dividono in due  categorie: i saggi che analizzano da angolazioni diverse l’universo mafioso, e i libri di memorie, biografici o autobiografici che siano. Il libro di Benny Calasanzio trova la sua originalità e il suo merito nel saper integrare i due punti di osservazione, usare i due stili, intrecciare le due impostazioni, riuscendo così a sviluppare un doppio discorso, senza confusioni di piani e senza approssimazioni di superficie.

Si tratta, infatti, in primo luogo, di un libro straordinariamente documentato che perciò, sulla base di studi e pubblicazioni ufficiali, ci fornisce dati, numeri, schemi, prospetti, elenchi, percentuali, statistiche. Insomma, una radiografia aggiornata, una mappa attendibile della mafia finanziaria di oggi, la “Mafia  Spa” appunto. Quel “sistema criminale mafioso” emerso in questi anni e che emerge giorno per giorno da ogni indagine, da Palermo a Milano, da Napoli a Torino, fino a Reggio Calabria, in un intreccio di affari e poteri che ha fatto di tutte le organizzazioni mafiose un solo network criminale integrato. La stagione della mafia corleonese è stata una parentesi e tale è destinata a rimanere, al di là della mitografia che si è costruita attorno alla famiglia mafiosa dei Riina e dei Provenzano. E perfino la strategia stragista corleonese è stata una parentesi nella storia della mafia, perché la strategia naturale di Cosa nostra non è mai stata quella “eversiva” della contrapposizione militare, della guerra contro lo Stato. Il delirio di onnipotenza di Salvatore Riina e compagni, nonostante gli esiti benefici della “trattativa” con lo Stato, che ha consentito alla mafia di stipulare una vantaggiosa tregua, è stato accantonato, chiuso dentro una parentesi. L’estenuante “braccio di ferro” con lo Stato non poteva proseguire in eterno e anche perciò da allora la mafia è cambiata, ha mutato strategia, ha scelto itinerari più tradizionali.

Ecco quindi, che adotta la strategia della sommersione, cerca di dare l’illusione di essere scomparsa, e invece si inabissa. E la strategia dell’invisibilità dà luogo e spazio alla mafia finanziaria, l’unica che consente periodi di sommersione. La mafia smette le bombe e indossa i guanti, e non è un caso che, contestualmente, si registri un mutamento “classista” ai vertici di Cosa nostra: agli esponenti dello stragismo, corrispondenti al cliché del mafioso, subentra la mafia dei “colletti bianchi”, come dimostrano le vicissitudini di un mandamento mafioso strategico come quello di Brancaccio, alla cui guida dei fratelli Graviano, protagonisti ed artefici della stagione stragista del ’92-93, subentra un medico come il dottor Filippo Giuseppe Guttadauro, capace di gestire indifferentemente gli affari della famiglia e le sorti della politica locale e della sanità pubblica e privata. Insomma, potremmo dire che il sistema mafioso è entrato in clandestinità. E meglio sarebbe dire che la mafia è entrata in una fase di mimetizzazione, per farsi dimenticare dall’opinione pubblica nazionale, ma soprattutto per mimetizzarsi nei meandri del fenomeno della globalizzazione, per mischiare meglio flussi del denaro sporco e profitti dell’economia lecita, perciò sperimentando nuovi settori e nuovi territori di investimento. 

Il testo di Calasanzio, nel consegnarci questo panorama, è completo e convincente. E soprattutto documentato, perché ricostruisce come la mafia stia diventando sempre più sistema economico integrato dell’illegalità, grazie al suo sempre più diffuso e stabile insediamento nei territori delle regioni più ricche del Nord Italia e alla sua penetrazione in settori economici prima sconosciuti, dalle “ecomafie” alle “agromafie”, fino alle varie e più fantasiose forme di riciclaggio, senza dimenticare mai le forme più tradizionali, dal racket agli appalti. Ma l’aspetto più originale del libro è che l’analisi delle più recenti evoluzioni del fenomeno mafioso si inserisce nella storia personale di chi la mafia l’ha subita sulla propria pelle, avendo avuto familiari vittime di mafia: Giuseppe e Paolo Borsellino, nonno e zio dell’autore, piccoli imprenditori uccisi a Lucca di Sicilia per aver osato sfidare il sistema criminale mafioso. Una vicenda che ovviamente ha dato una speciale sensibilità all’autore, che perciò ha deciso, accanto alla radiografia della mafia, di raccontare anche le storie delle vittime di mafia, da quella del nonno e dello zio a quella di Franca De Candia, vittima del racket dell’usura e della burocrazia statale.
  
Un quadro disperato e pessimista? No, soltanto uno sguardo lucido e spietato sull’Italia di oggi, che sfata il luogo comune di una mafia in ginocchio e ci ricorda invece che la “Mafia Spa” è la prima azienda nazionale, in termini di fatturato, dall’alto del suo giro d’affari pari a 138 miliardi di euro l’anno. Ma, nel contempo, anche un atto di grande fiducia nella possibilità dei cittadini “consapevoli” e “attivi” di cambiare le cose, espresso con la dichiarata adesione finale al grido di battaglia di Salvatore Borsellino, fratello dell’”altro” Paolo Borsellino, il magistrato antimafia ucciso il 19 luglio 1992: “Resistenza!”. Un’adesione che è una scelta di campo, uno schierarsi, un appello ai cittadini-lettori per una nuova assunzione di responsabilità in una fase di delicata transizione del nostro Bel-paese.

martedì 25 ottobre 2011

“Faide”, il “Gomorra” della ‘ndrangheta

Dal mio blog su Micromega

Bisogna “confessare” che per chi scrive libri è sempre difficile ammettere a se stesso e agli altri che quello che hai appena letto è un grande, grandissimo volume. E bisogna ammettere altresì che se conosci l’autore fai ancora più fatica ad approcciarti al suo lavoro: è come se la bravura dello scrittore fosse inversamente proporzionale alla sua prossimità rispetto a te. Immagini già che quel libro non sarà un granché.
 
Scrivere di “Faide. L’impero della ‘ndrangheta”, di Biagio Simonetta (Cairo Editore) invece mi entusiasma, e un pó mi inorgoglisce. Questo, prendete pure nota, è un libro di cui sentirete parlare per molto tempo, ed essere tra i primi a recensirlo mi fa molto piacere.

Il titolo lascia presagire che sia l’ennesimo libro sulla mafia calabrese. “Faide” è invece un esempio di letteratura di alto livello. Biagio Simonetta, giornalista e scrittore calabrese trapiantato a Milano, con la sua penna riesce a farti benedire i 13 euro del libro. La sua è una scrittura brillante e godibile che ti obbliga a scorrere velocemente 170 pagine dense di malinconia e di sanguigna voglia di riscatto.

Già, di cosa parla “Faide”? Parla delle vite degli altri vissute attraverso quella di Biagio. Parla dei calabresi onesti e di quelli che si sono arruolati nel vigliacco esercito della ‘ndrangheta. Racconta storie sconosciute e storie note rielaborate dal suo punto di vista, dal suo quartier generale, “La Svegas”, un garage-sala giochi di quelli che esistevano solo al sud. E le racconta chiuso nel suo eskimo, con tanta rabbia ma con un amore folle per la sua terra.

C’è Anna, piccola bambina mangiata da un tumore perchè nei muri della sua scuola c’erano tonnellate di materiale tossico; Domenico, ammazzato da un proiettile mentre giocava a calcetto. E Simonetta lo racconta attaccato alla rete di un campo da calcetto qualunque, mentre rimugina, si incazza e scrive.

Senza retorica “Faide” è il Gomorra della ‘ndrangheta. Solo che Biagio Simonetta, non me ne voglia Roberto Saviano, scrive meglio. È più letterario e meno autoreferenziale. Raccontare un impero economico fondato sul sangue attraverso le tue esperienze, i tuoi occhi, le tue mani poteva essere difficile e scadere in un’arrogante autobiografia. E invece Simonetta ha raggiunto l’obiettivo, ovvero raccontare la ‘ndrangheta attraverso piccole e grandi storie che hanno assassinato una tra le più belle regioni italiane.

L’ultimo capitolo è il più breve, due pagine, peró almeno c’è. Si chiama “speranza”. È intenso e profondo, direi commovente ma suonerebbe retorico, ancora una volta. Chiudo il libro e mi sembra di aver capito più oggi di ‘ndrangheta che in questi anni in cui mi sono ubriacato di volumi “tecnici”.

La ‘ndrangheta non è solo soldi, morte e distruzione. È soprattutto scientifica distruzione della voglia di sognare. Con molti ci sono riusciti, con molti altri non ci riusciranno mai.

mercoledì 19 ottobre 2011

Presentazione "Mafia Spa" a Roma e Verona

Ecco le prime presentazioni di "Mafia Spa" con i relativi link per dare la propria adesione su Facebook.

Roma: 16 novembre 2011, ore 18, presso "la Feltrinelli" di Piazza Colonna.

Relatori:


- Antonio Ingroia, procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Palermo;

-Antonio Padellaro, direttore de "Il Fatto Quotidiano";

Sarà presente l'autore


Verona: 18 novembre 2011, ore 18, presso Fnac di Via Cappello.
Relatori:

- Guido Papalia, procuratore generale presso la Corte d'appello di Brescia, già procuratore capo a Verona;
-Vincenzo Guidotto, presidente dell' Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso, già consulente della commissione parlamentare Antimafia;
Modera Giampaolo Chavan, redattore cronaca giudiziaria de L'Arena.

Sarà presente l'autore 

martedì 18 ottobre 2011

“Mafia Spa”, indignados antimafia cercasi

Dal mio blog su Micromega

Eccola, finalmente! Vi presento, in esclusiva per Micromega, la copertina del mio secondo libro, “Mafia Spa. Gli affari della più grande impresa italiana” (Editori Riuniti) che uscirà in tutte le librerie il 26 ottobre. Un libro a cui ho lavorato per quasi un anno e per il quale ho studiato una mole di documenti inediti o appena resi pubblici, come la relazione semestrale della Dia, il rapporto di Sos Impresa, quello di Legambiente ecc.

Un libro che si fregia della prefazione del procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia, che ha speso parole davvero generose per il mio lavoro e che ha compreso fino in fondo il senso di quest’ultimo.

“Mafia Spa”, per la prima volta, mette insieme tutti gli studi e le elaborazioni di vari organismi per restituire, in una forma accessibile a tutti, un panorama completo su tutti gli affari delle mafie, sugli investimenti e sulle infiltrazioni nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni che hanno azzoppato, forse irrimediabilmente, la nostra economia.

A scandire i temi tecnici del libro ho inserito storie “vere”, storie di vittime, di sopravvissuti, di vincitori. Troverete, tra le altre, le storie degli imprenditori Borsellino e di Franca De Candia, e quelle dei “cattivi”, come Pino Giammarinaro, sorvegliato speciale amico di Vittorio Sgarbi, Rosario Cascio, cassiere di Messina Denaro, ed altri diversamente onesti.

Ho voluto fortemente scrivere questo libro perché troppe persone non hanno nemmeno idea della mole di beni e capitali che le mafie ogni giorno sottraggono all’economia legale, e dunque ad ognuno di noi, a noi che dichiariamo fino all’ultimo centesimo delle nostre esigue ma pulitissime entrate.

Quando ognuno di noi saprà cosa ci sottrae sottostare alle regole di Mafia Spa, forse davvero partirà una rivoluzione contro questi uomini del disonore e contro i collusi che tradiscono giuramenti e mandati popolari.

Manovre economiche lacrime e sangue, macelleria sociale, tagli alla cultura, alla sanità e all’ambiente, mentre le mafie aumentano costantemente i propri profitti. Questo è quello che emerge alla fine del mio studio, ovvero un popolo tartassato da tagli e tasse e un’associazione criminale, ormai istituzionalizzata, che decide le nostre sorti. Questa è oggi l’Italia.

Si, ne sono convinto: dalla conoscenza partirà la reazione. Bisogna che gli italiani si indignino non soltanto per le banche, per i politici e per la finanza canaglia, ma anche per l’unica azienda che in Italia è sempre in attivo, ovvero Mafia Spa. Servono gli “indignados” antimafia e servono adesso.

giovedì 6 ottobre 2011

Il ministro Romano spiegato alle vittime di mafia

Dal mio nuovo blog su Micromega

“Vieni, siediti qui” mi dice mia nonna indicando i piedi del suo letto. Ormai, a causa di svariati interventi, non cammina quasi più. Nel 1992 cosa nostra uccise, a Lucca Sicula, prima suo figlio, Paolo Borsellino, 32 anni, e dopo 8 mesi suo marito Giuseppe, 52 anni, che con Paolo gestiva una piccola impresa di calcestruzzi.

“Me la spieghi questa cosa del ministro?”. La domanda, così a bruciapelo, mi sorprende. Capisco subito a chi si riferisce ma temporeggio. “Quale ministro nonna?”. “Lo sai”. “Romano?”. “Si, lui”. “Cosa vuoi sapere?”.

Lei si tira su, si siede sulla sua poltrona meccanizzata e continua: “Voglio sapere se è vero che è indagato per mafia e che nessuno fa niente”.

Ora, a questo punto, la scelta è se sminuire la vicenda cercando vacui giri di parole o se spiegarle davvero la storia di Romano, rischiando di ferirla ulteriormente. Penso che il discorso che nasce nella mia testa potrebbe essere inviato tramite lettera a tutti i familiari delle vittime di mafia: “Caro familiare, la nostra Repubblica annovera tra i suoi ministri Saverio Romano, personaggio di cui la Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio come imputato di concorso in associazione mafiosa e che è indagato pure per corruzione con l’aggravante mafiosa. Ci dispiace per il tuo dolore, a presto”.

Le spiego anche che i magistrati di Palermo scrivono che “nella sua veste di esponente politico di spicco, prima della Dc e poi del Ccd e Cdu e, dopo il 13 maggio 2001, di parlamentare nazionale Romano avrebbe consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno ed al rafforzamento dell’associazione mafiosa, intrattenendo, anche alla fine dell’acquisizione del sostegno elettorale, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell’organizzazione tra i quali Angelo Siino, Giuseppe Guttadauro, Domenico Miceli, Antonino Mandalà e Francesco Campanella”.

E in ultimo che il titolare del dicastero delle Politiche Agricole e Forestali è accusato da Massimo Ciancimino e dal braccio destro del di lui padre, Gianni Lapis, di aver intascato diverse decine di milioni di lire come tangenti.
 
Mia nonna, che si chiama Lilla, alza gli occhi al soffitto bianco e rimane in silenzio. Scuote la testa ma non appare indignata, quanto, piuttosto, rassegnata.

“Ci meritiamo questo. E tutti quelli che non fanno niente la pensano così: pensano che ancora non abbiamo pagato abbastanza, che il nostro dolore è poca cosa, che non abbiamo il diritto di placare le nostre sofferenze. Teniamoci Romano, teniamoceli tutti, questa nazione è per quelli come lui, non è fatta per le vittime”.

Poi schiaccia il bottone della sua poltrona e in pochi secondi è distesa. Il nostro discorso è da considerarsi terminato. Capisco ed esco dalla stanza. Sul momento vorrei invitare Romano a casa mia, fargli ascoltare le parole delle vittime di mafia, farlo riflettere se sia il caso o meno di rimanere in politica. Ma poi penso che è proprio per rimanerci, in politica, che ha fatto (se ha fatto) quello di cui è accusato.

Penso che sia meglio, per la sua incolumità, che lui rimanga a casa sua e io a casa mia. Posso garantire per me, ma non per mia nonna.

giovedì 22 settembre 2011

Vorrei averlo duro

Vorrei averlo tremendamente e costantemente duro. Vorrei che il colore verde mi infiammasse il sangue come il rosso per i tori testosteronici. Vorrei avere un leader che metà dice ininterrottamente cazzate infiammando le piazze e per metà... niente. Ops, questa è venuta cattiva. Vorrei ogni anno riversare, con un pitale, urina sul greto di un fiume. Vorrei saper cantare l'inno italiano ruttando ritmicamente e battendo il tempo con il piede. Vorrei avere un amico di nome Renzo che mi ricordasse sempre quanto sono fortunato. Vorrei odiare negri, zingari e froci senza sapere il perchè, ma farlo così intensamente da farlo bene. 

Vorrei credere che l'Italia possa essere divisa in due, ma non longitudinalmente: da una parte i pirla, dall'altra la gente per bene, ma ci sarebbe sovraffollamento. Vorrei credere che la Padania possa essere una nazione indipendente anziché il sogno bagnato di un esercito di trogloditi sudaticci. Vorrei dare del mafioso a chi poi sosterró per vent'anni senza il minimo ribrezzo. Vorrei odiare il Centro Sud e fare la secessione ma farmi pagare un lauto stipendio dallo Stato Italiano. Vorrei addentare il polpaccio di un poliziotto e poi diventare ministro dell'Interno per terrorizzare i poliziotti.

Vorrei essere in grado di ripetere Padania Libera, Libera Padania, Padania Padania e Libera Libera senza coglierne il nesso. Vorrei avere il coraggio di vestirmi da assorbente verde (per gli interessati sono i Lines Seta Ultra), indossare un casco con delle corna e vincere gare di sudore acido e ascella pezzata. Vorrei cantare "senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani" e poi prendere tre polpette da un extracomunitario di nome Cavani. Vorrei essere portato in giro per le università italiane ed essere indicato come l' "anello mancante". Vorrei che "sgrunt" sostituisse "si, lo voglio" nei matrimoni, almeno in quello con rito celtico. Ah è già così? Vorrei ma non posso fidarmi di te. Vorrei avere una faccia cosí intelligente che la hostess, quando salgo in aereo, mi facesse visitare ogni volta la cabina di pilotaggio e mi abbracciasse stretto stretto

Vorrei avere grandi antenati come Roberto Cota (o Pota?), Roberto Calderoli e Renzo Bossi, ma purtroppo sono italiano e discendo da Giuseppe Garibaldi, Sandro Pertini, Accursio Miraglia, Giorgio Perlasca e Paolo Borsellino. Amo la mia bandiera che ha tre colori e concepisco la distinzione tra nord, centro e sud solo come aiuto per le previsioni del tempo. A Trieste, a Passo del Tonale e a Canicattí mi sento italiano e vado fiero del mio accento che non è quello del Padrino ma quello di Giovanni Falcone. Ho studiato, parlo correttamente la mia lingua madre senza sbagliare 8 verbi su 7 e sono un cittadino europeo. Dei rutti, delle bestemmie, dei cannoni contro i negri, degli incendi ai danni dei migranti, dell'istigazione alla violenza, delle flatulenze come forma di comunicazione politica, della volgarità come bandiera, ne faccio a meno. 

E per quanto riguarda la consistenza... beh, ho già detto che della volgarità ne faccio a meno. Ma che peccato peró.