martedì 30 novembre 2010

Resoconti del fare

Di lei non parlerò. Ogni parola sarebbe scambiata per piaggeria, o piangeria, come disse Saccà inginocchiato al telefono col il suo padrone. Lei sa cosa penso, e voi sapete cosa penso di lei e dell'amicizia che ci lega ormai da anni.

Voglio parlare invece dei progetti e del lavoro che facciamo per portare a casa i risultati veri. Della cosa straordinaria che accade qui: nessuno che chiama e cerca raccomandazioni e nessuno che chiama e le promette. Questi uffici sono al di fuori di ogni grazia politica. Mai visto in giro grossi nomi politici per summit segreti, facce sconosciute e molteplici invece si, in riunioni aperte a tutti in cui si parla senza filtri: una volta alcuni capoccia mandavano gli infiltrati ad ascoltare, quando hanno capito che quello che si dice qui equivale a ciò che si dice pubblicamente hanno desistito.

Qui si vede la gente della politica “stradale”, si, quella tanta. Persone che hanno bisogno di aiuto per le ingiustizie più o meno gravi che subiscono, anche di quelle qui ne arrivano tante. E per ognuno si attiva un percorso specifico. Aiutare il singolo vuol dire aiutare la Sicilia e in qualche caso l'Italia. E anche se non si può dire, aiutare un testimone di giustizia, un imprenditore che vuole denunciare equivale a metterlo in quel posto a cosa nostra. Questa spero me la passiate.

Lei che è sempre a Bruxelles e quando non è a Bruxelles è in giro per l'Italia, ad incontrare la gente, non è che la veda molto. Lei “ordina” solo una cosa: occuparsi di tutti e non lasciare mai indietro nessuno. A lei interessa parlare di mafia nell'Ue e portare a casa la relazione di cui è relatrice unica. Interessa che Cutrò e Grasso abbiano indietro la loro vita. E poi rigassificatori, vivisezione e via dicendo. Ma queste cose le sapete già, che ve le dico a fare?

Qui ho la sensazione di “fare” contro la mafia, che è più dell'antimafia. Sento nelle mie mani gli strumenti legislativi Ue e italiani grazie ai contatti nel Parlamento nostrano. So che quando dico che lei se ne occuperà, poi effettivamente se ne occupa. Come so che con la relazione sulla mafia nell'Ue ne vedremo delle belle. E faremo, faremo e faremo, che è il passo successivo del resistere, resistere, resistere.

Poi ci sono i sabati e le domeniche. A volte si, a volte no, ma non me ne accorgo. Quando concepisci quello che fai come un percorso di vita e non come un lavoro capita. Godere del proprio lavoro, se non fai il pornoattore non è perversione, è uno splendido antidoto alle abitudini. Ovvio, vivere a Palermo non è facile. Prima di andare in un centro ippico, in un concessionario e anche in un ristorante devi fare la chiamata esplorativa d'obbligo agli amici dell'Arma e della polizia. Perchè sei un familiare di vittime di mafia, perchè sei il suo collaboratore, perchè te la immagini una foto sul Giornale?

Questo per dirvi che sono felice. Sto bene e ora ho la certezza di non aver sbagliato tornando a casa e accettando questo incarico. Da tecnico, da non tecnico, ma chissenefrega. Non so quanto rimarrò, ma alla fine, comunque andrà, dovrò ringraziarla. Perchè “fare” contro le mafie è molto più difficile che “dire” contro le mafie. E io sto imparando. Anche ad avere pazienza. Anche a convincere che se un meteorite ha distrutto il fienile del signore al telefono, lei non c'entra nulla, e che se non possiamo aiutarlo non vuol dire essere collusi con la mafia che ha scagliato il meteorite.

giovedì 25 novembre 2010

Questa sera ad Anno Zero

Questa sera alle 21 su Rai Due sarò ospite ad Anno Zero, nello spazio giovani condotto da Giulia Innocenzi. Non perdetevelo!

martedì 23 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Alberto Campagna

Alberto Campagna, Pdl, eletto in Provincia di Palermo. Quando gli italiani qualche mese fa hanno letto l’articolo di Gian Antonio Stella dedicato interamente a Campagna, avranno pensato ad un esagerazione del giornalista vicentino. “Domandina facile facile: cosa deve avere un autista? La patente, direte voi. Esatto. Ma non a Palermo. Non sotto elezioni. L' assessore al personale ha fatto assumere infatti all' azienda dei trasporti 110 conducenti. Tutti e 110 ignari di come si debba guidare un autobus”. Purtroppo è tutto vero.

E dopo gli assunti per contare i tombini, e dopo gli assunti per controllare che i contatori di tombini lavorassero, Campagna l’ha fatta ampiamente fuori dal vaso. «Impareranno» diceva a chi si scandalizzava. «Questione di pochi mesi, prenderanno tutti la patente». Molti dei malpensanti hanno visto in queste assunzioni scellerate un bel patto clientelare in vista delle elezioni comunali. Ma lui nega indignato.

Lui e il clientelismo sono distanti 360°. Nel senso che prima o poi si incontrano. Infatti la moglie, Cinzia Ficarra, è stata assunta alla «Municipalgas», un’azienda municipalizzata ricca di parenti, amici e conoscenti di politici e notabili palermitani. “Abbiamo fatto una promessa a questi lavoratori precari: abbiamo assicurato loro che sarebbero stati assunti. Dobbiamo rispettare la parola data». E lo dice pure!

Durante alcune intercettazioni riguardanti il boss Francesco Bonura, mentre il boss si confida con Nino Rotolo rivela di avere rapporti proprio con Alberto Campagna oltre che con altri politici del centrodestra. Lui, incurante, continua ad assumere, anche senza titoli: prima o poi quelli arriveranno.

giovedì 18 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Alessandro Aricò

Alessandro Aricò, Pdl, eletto in Provincia di Palermo. Quest’uomo è il più amato dagli impotenti siciliani, da coloro che sono costretti agli “aiutino blu” per fare furore sotto le coperte passata la gioventù. Fu sua la proposta, quando era consigliere comunale, di finanziare degli sconti sul Viagra per gli anziani: “Qualità della vita significa anche una sana e soddisfacente attività sessuale, anche in età matura”.

Un uomo con un cuore d’oro, certo, ma anche lui figlio del padre. Anzi, molto di più. A furia però di parlare del ragazzo prodigio, del “più giovane a fare tutto”, si rischia di dimenticare da dove proviene Aricò e chi sia stato a lanciarlo nel mondo politico siciliano. Anche il suo sito internet incentra tutto sull’età, per la serie “giovane è bello”, a prescindere: nato a Palermo, 18/12/1975, laureato in Economia e commercio. Nel 1998 è stato eletto, ad appena 22 anni consigliere provinciale, diventando così il consigliere provinciale più giovane d’Italia, ricoprendo la carica di Vice Presidente della commissione Cultura Sport e Turismo, sino al giorno delle sue dimissioni dalla Provincia regionale di Palermo. Raggiunge Sala delle Lapidi al primo tentativo. Eletto con 1.662 voti all'età di 25 anni e ricopre dall'inizio della sua consiliatura la carica di capogruppo di A.N. e componente della commissione Bilancio, Patrimonio e Finanza. Tutta farina del suo piccolo e giovane sacco?

Diamo un occhiata al curriculum di papà Aricò. Si chiama Ninni, ed era stato segretario provincia del Partito Repubblicano, prima di diventare latitante. Ricevette tre avvisi di garanzia quando era consigliere per il Pri al Comune di Palermo. Nell’inchiesta era stato arrestato anche il vicepresidente dell' assemblea regionale Nicolò Nicolosi. La bufera giudiziaria abbattutasi su Aricò Senior riguardava alcuni appalti pubblici concessi dall'Ente acquedotti siciliani (Eas), di cui papà era stato presidente. Secondo gli inquirenti alcune imprese avrebbero ottenuto appalti con importi di gran lunga superiori rispetto al valore reale delle opere. Nei guai, per corruzione, era finita l’impresa milanese Gavazzi, la quale avrebbe ottenuto un appalto dall'Eas pagando una consistente e generosa tangente. Ninni Aricò tre giorni prima degli avvisi di garanzia si era dimesso da segretario provinciale del Pri "per motivi personali". Lungimirante.

La sua vicenda è legata a doppio filo con quella dell' ex ministro repubblicano Aristide Gunnella, indagato per associazione mafiosa e voto di scambio. Rendo (uno dei Cavalieri dell’Apocalisse denunciati da Pippo Fava) raccontò ai magistrati di aver versato una mazzetta di venticinque milioni nelle mani dell' ex esponente repubblicano per finanziare la sua campagna elettorale alle regionali del 1991. Il tramite sarebbe stato proprio papà Aricò, famoso negli ambienti giudiziari per aver distribuito appalti e miliardi per grandi opere pubbliche mai completate. Si era sempre fermato sul più bello, da qui il sospetto che l’iniziativa “Viagra per tutti” del figlio Alessandro fosse pensata per lui. L'incompiuta per eccellenza è una diga, l’Ancipa, scempio in cima ai Nebrodi mai finita, ma che ha bruciato oltre 500 miliardi. Quando gli notificano gli avvisi di garanzia, Ninni Aricò non si trova. La moglie ai carabinieri dice: “Mio marito e' fuori per lavoro”. Undici anni dopo gli imputati per quella vicenda furono tutti assolti. Niente corruzione per la costruzione della diga Ancia. Il tribunale di Caltanissetta in primo grado assolve tutti, ma in appello e in Cassazione arriva per papà Ninni una condanna a tre anni che precipita in prescrizione. I pm Terziariol e Tedesco avevano chiesto 6 anni e mezzo. Inoltre, sia il padre di Alessandro Aricò che l’ex ministro Gonnella, furono condannati a risarcire lo Stato delle spese per la realizzazione di questa «opera pubblica illegale
ormai destinata alla demolizione». Secondo quanto appurato dal Tribunale, grazie a Ninni Aricò le perizie sui lavori della Diga approvate nel 1991, arrivano addirittura dopo che le opere erano state realizzate in modo del tutto abusivo, in violazione del vincolo ambientale del Parco dei Nebrodi.

Ma non è un ingiustizia raccontare questi particolari in un sito ben fatto come quello del giovane prodigio Alessandro?

Foto di Paolo Ferrazzi

mercoledì 17 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Michele Cimino

Michele Cimino, Pdl, eletto in Provincia di Agrigento. Abbiamo rischiato di perderlo su un volo Palermo-Roma, assieme ad altri parlamentari regionali. Durante il volo l’aereo virò
improvvisamente provocando panico a bordo. “Ci siamo preoccupati - raccontò Michele Cimino-. Avevo un bicchiere di tè in mano che è finito dove non era previsto. In molti si sono spaventati parecchio, questo non si può negare, ma per fortuna siamo arrivati tutti sani e salvi”. Mentre cercate di immaginare in quale posto sia finito il the ciminiano, è bene ricordare anche qualche altra disavventura terrena, non aerea, vissuta dal giovane assessore agrigentino.

Nel 2001 la Direzione Distrettuale Antimafia avvia un’indagine su alcuni intrecci tra mafia e politica agrigentina. In sostanza, secondo l’ipotesi della Dda, alcuni boss di Agrigento avrebbero contribuito all' elezione di Michele Cimino all' Assemblea regionale siciliana in cambio di denaro. Nell’inchiesta, in cui sono state arrestate dieci persone. Alle regionali del 2001, il pacchetto di voti della mafia sarebbe stato messo a disposizione di Michele Cimino, che in effetti conseguì un risultato straordinario e fu il primo degli eletti. Cimino è stato solo colpito “di striscio” dall’indagine. Per lui ci sono solo le confidenze dei capimafia che intercettati, parlano di lui. Ma il procuratore di allora, Pietro Grasso, non fa giri di parole: “In questo caso cosa nostra ha appoggiato un esponente politico della Casa delle Libertà, ma non si è proceduto per mancanza di prove. Dalle intercettazioni non siamo riusciti a risalire alla dazione di denaro”. In pratica, per la Procura, era certo che l’indegno scambio fosse avvenuto.

E’ anche Calogero Lavignani, accusato di associazione mafiosa, coinvolto nell’inchiesta, che cita l' esempio di Michele Cimino: “Quando si è portato allora ci furono ordini di scuderia, gli è arrivato l' ordine dall' alto di votare per Michele Cimino, tutti per lui sono stati, qualche mille voti ha preso. Vedi che per le regionali tutti i voti che abbiamo comprato, a cinquecento voti siamo arrivati e se non c'ero io che ci facevo chiudere quell' accordo di là e tutte le persone che avvicinavo io, niente prendevano”. L’importo che Cimino avrebbe pagato a cosa nostra sarebbe sui 40 milioni di lire. Il tramite, sempre secondo le indagini, sarebbe stato Salvatore Lauricella, referente a Porto Empedocle di Cimino.

Per chiudere con Cimino vale la pena ricordare le parole del Pm Scarfò durante la requisitoria del processo Fortezza 2 “cosa nostra alle Regionali del 2001 ha appoggiato Forza Italia e in particolare l' attuale assessore regionale alla Presidenza Michele Cimino”. Il pubblico ministero ha dato per scontato che Giovanni Putrone, fratello del boss Luigi Putrone, avrebbe fatto campagna elettorale per l'attuale assessore regionale alla Presidenza Michele Cimino e dicendo che “in occasione delle regionali del 2001 l' incremento elettorale di Cimino si è elevato a Porto Empedocle grazie all' apporto di cosa nostra”. Non ricordo magistrati esprimersi in termini così netti nemmeno di fronte ad una flagranza di reato. Con questo non voglio mancare di rispetto ad un sopravvissuto ad un disastro aereo evitato all’ultimo minuto, che ha lasciato però evidenti segni sul corpo (non sappiamo dove) dell’assessore Cimino.

Dal settembre 2010 Cimino è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa dalla Dda palermitana. Per l'accusa Cimino avrebbe fatto favorito le cosche dell'agrigentino attraverso l´assegnazione di appalti pubblici a imprese in odore di mafia, ricevendo in cambio denaro. Così come indagato è il padre di Cimino, Gioacchino, per voto di scambio: sarebbe stato lui a versare soldi e abiti ai boss per far votare il figlioletto. Se uno più uno fa due... è una famiglia!

venerdì 12 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Lino Leanza

Nicola Lenza, Mpa, eletto in Provincia di Catania. Toccata e fuga. Non ha nemmeno avuto il tempo di assaporare il brivido del potere che ha dovuto lasciare la poltrona al capo assoluto Lombardo, non prima però di aver distribuito a destra e manca contributi, autorizzazioni e altre deliberazione che andranno ad aumentare il “buco” siciliano. Ma di che pasta fosse fatto Lino, lo si poteva capire da questo bel siparietto, molto umile e per la serie “noi siamo uomini comuni”: Palermo. Traffico bloccato contro lo smog. Leanza arriva con l’auto blu davanti allo sbarramento dei vigili urbani nei pressi di Palazzo dei Normanni. «Buon giorno, sono il vicepresidente della Regione. Gentilmente mi fate passare?». L' agente naturalmente gli ribadisce che non era possibile, e di proseguire a piedi come avevano fatto tutti gli altri deputati. «Io sono il vicepresidente della Regione siciliana, mi faccia andare» insiste l’umile contadino. Il vigile, per nulla intimorito continua: «Mi spiace, se non ha il permesso del sindaco lei di qua non passa». Purtroppo alla fine, grazie a qualche telefonata, Leanza riesce a passare. Per qualche attimo però, abbiamo creduto in un mondo diverso. Ma torniamo per terra.

Dopo le dimissioni del condannato Cuffaro è stato proprio Lenza a prendere il suo posto in qualità di vicepresidente. Dal 28 gennaio 2008 fino al 24 aprile è stato lui il Presidente della Regione, anche se non se n’è accorta nemmeno la moglie. Non certo per suoi demeriti: la legge dice che doveva occuparsi solo di ordinaria amministrazione. Bisogna capire cosa si intende per questo. Perché negli ultimi giorni da presidente ha retto sia la carica di governatore, quella di assessore alla Sanità, sia quella di assessore ai Beni Culturali. Mai visto niente di simile. Ma Nicola, Lino per gli amici, ci teneva a lasciare il segno. Ed è proprio lui che da il via libera ad un carrozzone ulteriore che va ad aggiungersi, non si capisce con quali funzioni, ai Cda delle aziende regionali pubbliche. I sei nuovi organismi, chiamati “comitati di sorveglianza”, vanno a sommarsi ai consigli d ́amministrazione già esistenti, trasformati in comitati di gestione. Si chiama "sistema duale", ma non è altro che un raggiro ai no di Bruxelles sulle eccessive consulenze e servizi appaltati esternamente. I comitati di gestione dovrebbero garantire quel «controllo strutturale che possa equiparare le società regionali a strutture interne dell ́amministrazione», come richiesto dalla magistratura contabile, in una delle deliberazioni con cui sono stati bocciati trasferimenti per 20 milioni alle spa. Alla fine i costi supplementari saranno di due milioni di euro l ́anno. Pazienza, per il raggiro questo ed altro.

Ma i colpi da manager della Sicilia di Lino non si fermano alle società pubbliche. Da suo cappello estrae anche norme che favoriscono l’accreditamento di strutture sanitarie private già escluse in passato. In pratica facendo rientrare dalla porta del retro quelle strutture sanitarie che non erano in possesso dei requisiti previsti al termine prefissato e quindi da escludere dalla convenzione con il sistema sanitario. Ben 175 laboratori d'analisi sono stati ripescati a causa, pare, di ritardi dell'Ausl di Agrigento e Messina, almeno questa è la motivazione sostenuta da Leanza. Avanti, qui c’è posto per tutti. Prima di cedere il posto di governatore ha avuto la meravigliosa idea di coltivare il campo, naturalmente senza alcuno scopo elettorale. Solo che quelli che ha elargito si chiamano proprio “aiuti pre-elettorali” per un milione e 600 mila euro alle parrocchie, per "solidarietà nazionale". E a giudicare dal risultato elettorale, qualcuno lassù ha gradito l’offerta. Per finire, ha dato il via libera agli aumenti di
stipendio e all’erogazione del salario accessorio per i 14 mila regionali, sbloccato i pagamenti per 7 mila dipendenti degli enti di formazione, dato il via all’inserimento nei ruoli della Regione per duecento dipendenti delle Terme di Sciacca e Acireale. Per fortuna che doveva dedicarsi solo all’ordinaria amministrazione. Che sbadato, è proprio questa l’ordinario modo di fare in Regione. Ci sono cose che non hanno prezzo, per tutto il resto c’è Lino Leanza.

venerdì 5 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Paolo Colianni

Colianni Paolo, Mpa, eletto in Provincia di Enna. Eravamo abituati ai figli di padri, fino ad adesso. Dimenticavamo che essere fratello può avere i suoi vantaggi. Ce lo ricordano Angelo Lombardo, fratello di Raffaele, prima eletto all’Ars e poi volato alla Camera. E che dire di Silvio Cuffaro, fratello portavoce di Totò che non si capisce per quali meriti sia stato eletto sindaco nella “rossissima” Raffadali.

E tra i Grandi Fratelli siciliani troviamo anche Paolo Colianni che ha raggiunto le pagine dei quotidiani nazionali non certo per le sue doti politiche, ma per quelle da “collocatore”. Guardiamo la faccenda dall’altro lato. Alfredo Colianni è un disoccupato come tanti, quarantacinquenne. Ma ha un fratello con una marcia in più. Appena Grande Fratello Paolo viene nominato a sorpresa assessore al governo Cuffaro come tecnico, il suo primo, cristianissimo pensiero è dare lavoro a chi non ce l’ha. Perché non partire dal fratello? E allora inserisce nel suo gabinetto Alfredino, che si aggiunge agli altri 600 privilegiati chiamati a far corte attorno ai 15 componenti del governo regionale, invidiati anche per quella indennità omnicomprensiva che va da 16 a 20 mila euro, aumentata del 30 per cento per premio produttività, come le mucche, che se fanno più latte si premiano con più fieno. Qui, purtroppo, non aumenta il latte e scarseggia il fieno.

Sistemato prima al Consiglio Comunale di Enna, poi al Gabinetto dell'Assessorato regionale alla Famiglia e infine come commissario all'Istituto di assistenza e beneficenza di Paternò, una delle 57 Ipab siciliane, istituzioni di pubblica assistenza e beneficenza che negli ultimi cinque anni hanno accumulato oltre venti milioni di debiti, forse a causa delle nomine e degli incarichi distribuiti in virtù di criteri clientelari e politici. Ma quando esplode la polemica sul Grande Fratello Nepotista, Colianni torna sui suoi passi:

«Al fine di evitare ulteriori inutili strumentalizzazioni di una vicenda assolutamente marginale e da qualcuno artatamente gonfiata, ho sollevato il dottor Alfredo Colianni dall' incarico temporaneo presso una Ipab di Paternò, a cui era stato chiamato in via temporanea per compiere una mera ricognizione ispettiva». A riprova che Paolo adesso è cambiato, per rendere più trasparente la sua azione di governo ha chiesto con un emendamento l’assegnazione al suo assessorato di 15 (quindici) giornalisti, pagati da voi che a cuor leggero leggete. Giorni prima della fine dell’ultima legislatura, quando le elezioni erano alle porte, ha posticipato la chiusura di un bando da 3 milioni di euro destinati alle parrocchie, e forse ai voti dei fedeli. Ma i fondi non sono stati “benedetti” dal coraggioso Monsignor Francesco Miccichè, che ha tuonato contro i contributi clientelari ed elettorali con una lettera piena di passione e di etica morale indirizzata ai due specialisti, Ruggirello e Colianni: “Il criterio di assegnazione dei contributi suscita in me indignazione e sconcerto per il modo con cui, purtroppo, vengono gestite le risorse pubbliche. Anche per quanto riguarda gli enti di culto interessati, che si sono adeguati senza forse rifletterci troppo a questo sistema, non posso non manifestare riprovazione con la segreta speranza che non cadano per il futuro in simili tranelli. A nessuno è lecito svendere in cambio di un piatto di lenticchie il bene più grande della libertà e della profezia. E per amore di verità, mi vergogno e faccio mea culpa anche per quanti si sono prestati a questo stupido gioco. Se fossi io a decidere, rimanderei tutto al mittente. Da responsabile della comunità ecclesiale trapanese non posso infatti accettare un modo di fare politica che, in coscienza, reputo di scarsa valenza morale; politica che crea dipendenza, servilismo, cultura sociale inquinata. La nostra Sicilia è condannata a essere terra
maledetta, di arretratezza culturale, di servilismo e di malcostume politico? Mi ribello con forza a questo stereotipo; sogno e mi sforzo, per quanto è nelle mie possibilità e coerentemente alla mia missione, di illuminare le coscienze perché si affermi la logica di una Sicilia libera da un pensare la politica in termini di clientela, governata con una gestione non rispettosa della cosa pubblica e con una progettualità che appare sganciata dal bene comune, da un sano sviluppo del territorio, dalla vocazione propria di questa terra”.

giovedì 4 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Antonino Beninati

Beninati Antonino Angelo, Pdl, eletto in provincia di Messina. Lo mettiamo, non lo mettiamo? Ma si, mettiamolo. Il suo nome viene coinvolto in un inchiesta con nove provvedimenti cautelari, sei in carcere e tre ai domiciliari eseguiti all’alba dell’8/05/2007. L’inchiesta riguarda il piano regolatore generale di Messina e l’intreccio d’interessi che vi ruota intorno attraverso le procedure amministrative di rilascio delle concessioni edilizie, dei piani-quadro e delle lottizzazioni. La chiamano «Oro grigio», e si riferiscono al cemento che invade incontrastato coste e colline con il benestare dei controllori.

Il 17 luglio viene data notizia dell'indagine a carico di Beninati. Alcune intercettazioni lo chiamavano in causa come ex assessore al territorio e ambiente, legato all’avvocato Pucci Fortino, il quale tirava le fila dell’operazione edilizia finita nel mirino della Procura. In una conversazione intercettata, Fortino diceva ai propri clienti che a livello regionale "se la sarebbe vista lui". L'ipotesi d'accusa avanzata nei confronti di Beninati dal Sostituto Procuratore della DDA Rosa Raffa, dai Sostituti della Procura ordinaria Angelo Cavallo e Giuseppe Farinella, è quella di falso.

Beninati all'epoca dei fatti era anche Presidente del CRU, Commissione Regionale Urbanistica, l'organo tecnico chiamato a valutare gli emendamenti e le osservazioni degli Uffici tecnici dei Comuni. L'organo, dunque, che, secondo l'accusa, avrebbe agevolato l'approvazione della richiesta di variante al Prg (falsamente attestata dai tre fuzionari regionali indagati) per autorizzare la costruzione del complesso abitativo «Green Park» sul torrente Trapani. Secondo l'accusa per fare ciò sarebbero state pagate tangenti.

Che Beninati sia uomo di cemento più che di verde lo si era capito già nel 2001, quando aveva firmato un provvedimento si sospensione delle demolizioni in corso per tutte le opere abusive che da Licata a Gela, da Agrigento a Trapani, devastavano le coste. Prima, per i promotori dell’abusivo, bisognava attendere il provvedimento sul cosiddetto «riordino» delle coste siciliane. In realtà era solo un colpo di mano per non toccare le opere abusive. Assieme a lui, a firmare questa bruttura erano stati Salvatore Zago dei Ds, Giusi Savarino, all’epoca Cdu, Giuseppe Infurna di An, Giovanni Manzullo della Margherita ed Eleonora Lo Curto di Nuova Sicilia.

Nel Marzo del 2009, la Procura di Messina ha chiesto la sua archiviazione per l’inchiesta “Oro grigio”. Grazie alla sua iniziativa fu proposto all’Ars un articolo che prevedeva «ai fini della realizzazione delle iniziative previste dal Patto territoriale delle Eolie, le opere finanziate dal Patto possono essere realizzate anche in deroga al piano paesistico e alle norme urbanistiche». In sostanza la norma consentiva ad otto nuovi alberghi di sorgere in zone vincolate che avrebbero rischiato di far sparire le isole Eolie dalla lista dei luoghi considerati patrimonio dell' umanità dall' Unesco. A spiegare il perché di tale impegno di Bennati per un tale scempio ambientale, fu il suo ex collega di coalizione, Fabio Granata: «Mi auguro che questa norma vergognosa venga impugnata dal commissario dello Stato perché rischia di cancellare le Eolie dalla lista dei luoghi patrimonio dell' umanità e questo per gli interessi di privati sostenuti dagli onorevoli Antonino Beninati di Forza Italia, Guido Virzì di An e Alberto Acierno del gruppo "Siciliani uniti"».

Prima di lasciare, momentaneamente, l’Ars per le nuove elezioni, Beninati firma un decreto che finanzia 70 progetti con 2,5 milioni, di cui ben 20 riguardano enti e società della provincia di Messina, il collegio elettorale dove Beninati è candidato e spera di essere rieletto. Ma tra scempi ambientali e scempi morali, Beninati non sembra fare una piega.