venerdì 29 ottobre 2010

Il boss e la moglie con mattarello

L'uomo è solo. Corre trafelato verso il vicino commissariato di polizia di Partinico (PA). Si guarda intorno, i suoi occhi sono l'affresco del terrore. Sa che il suo carnefice è sulle sue tracce, sente il suo odore che lentamente si avvicina. L'uomo spalanca la porta del posto di polizia e si precipita all'interno, verso l'uomo in divisa che quando lo vedere non può credere ai suoi occhi: “Dovete difendermi voi, dovete salvarmi”. “Chi le vuole fare del male?” avrà detto quell'agente sorpreso da quella visita. “Mia moglie e i miei figli, mi vogliono picchiare”.

Fino alla penultima frase questo poteva essere l'incipit di un buon noir, ma svelati i protagonisti la sacralità del momento va a farsi benedire: l'uomo in pericolo è nientemeno che un boss mafioso fresco di 14 anni di detenzione per associazione mafiosa, Michele Vitale, ultimo rampollo della famiglia mafiosa dei “Fardazza” di Partinico. E' braccato dalla moglie che ci piace immaginare con un mattarello da pasta all'uovo stretto in pugno, paonazza di rabbia.

Pare che la donna avesse preteso, per lei e per i suoi figli, che all'uscita del consorte dal carcere, Michele mettesse la testa a posto e che chiudesse ogni rapporto con cosa nostra. Invece sembra che Michele proprio non volesse rinunciare a quel sogno, ossia proseguire la carriera criminale dei fratelli Vito e Leonardo, e lavare definitivamente l'onta del pentimento della sorella, il primo boss donna, Giusy Vitale. Per qualche giorno pareva effettivamente aver abbandonato ogni aspirazione mafiosa. Evidentemente però la moglie e i figli hanno scoperto qualcosa che noi non sappiamo e volevano fargliela pagare, tanto da farlo scappare in commissariato, l'unico posto da lui ritenuto, ironia della sorte, “sicuro”. Quel posto in cui era sempre entrato con le manette e con ben altro animo.

L'uomo, dalla recente scarcerazione, è sottoposto a sorveglianza speciale, ma il suo domicilio non sarebbe più tra le mure domestiche: è stato letteralmente messo alla porta dalla moglie che ha anche chiesto ai poliziotti di non cercarlo più a casa sua perchè non voleva sapere più nulla del marito.

Come riporta TeleOccidente, qualche giorno fa ignoti avrebbero rubato a Michele Vitale “Fardazza” anche un furgoncino, ultimo affronto ad un boss che ormai non comanda più nemmeno a casa sua.

Il nipote acquisito del killer di mafia Messina su Facebook: “Sbirri di merda”

“Sono fiera, fiera, fiera di essere sua nipote. È una persona bellissima e lo amo più della mia vita. Siete qui a giudicare, ma perché non pensate agli affari vostri invece che a quelli degli altri? Prima di parlare informatevi. Io amo mio zio e lo difenderò contro tutto e contro tutti e contro i vigliacchi come voi”.

Così tuona su
Facebook la giovanissima J.D.S., figlia di Anna Messina, sorella di Gerlandino Messina, feroce e sanguinario killer della mafia con sigillo del 2004 della corte di Cassazione.
Nulla, però, in confronto alle parole del fidanzato della giovane, il 18enne Pasquale Burgio, che sulla sua bacheca di Facebook, almeno da agosto, quotidianamente attacca con violenza le forze dell’ordine, inneggiando a cosa nostra.

Film preferito del giovane, manco a dirlo, ovviamente è “
Il capo dei capi”. Ma andiamo con ordine. Tanti gli “status” con armi e citazioni minacciose, come “Tanti chiudono un occhio per perdonare, io per prendere la mira”, e poi l’immancabile immagine di Marlon Brando ne “Il Padrino” con la citazione “chi tradisce la mia fiducia non merita il perdono” e poi ancora “il rispetto va portato solo a chi lo merita”; parola di Don Vito Corleone. E non manca il sostegno a Fabrizio Corona, altro idolo per il giovane nipote acquisito del boss Messina.


La rabbia del giovane ha come obiettivo preferito l’
Arma dei Carabinieri, bersagliata da invettive costanti; ironia della sorte sono stati proprio loro, gli “sbirri”, a mettere le manette ai polsi dello zio della sua fidanzata. E, ma questo non fa sorridere, proprio Messina è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio del maresciallo Giuliano Guazzelli, esperto della mafia agrigentina e validissimo militare, assassinato il 4 aprile 1992 sulla strada Agrigento-Menfi. Assieme all’ “eroe” Messina sono condannati al carcere a vita Salvatore Fragapane, Joseph Focoso, Simone Capizzi, Salvatore Castronovo e Giuseppe Fanara. A loro, i carabinieri, ai colleghi di Guazzelli, ma anche del generale Dalla Chiesa e del colonnello Giuseppe Russo, è dedicata la foto di un lupo famelico e la scritta: “non piangere per quello che ti hanno fatto… Ridi per quello che gli farai!” con dedica speciale: “questooooo xvoiii sbirriiiiiiiiiiiiiii di merda”. Il 21 settembre alle ore 2.18, Pasquale Burgio scrive ancora: “sbirri del cazzo scoppiatee” e poi ancora “Ormai i sbirri su comu i cinisi .. Su Unni e Ghe … !! (ormai gli sbirri sono come i cinesi, sono ovunque)”.


Non mancano ovviamente i
must, ovvero le frasi celebri tratte dal film preferito, con tanto di foto di Claudio Gioè nei panni del boss: “Sorridi che la vita è bella”. Poi una foto in cui Riina è attorniato da carabinieri e la scritta: “pezzi mi merda”. Il museo degli orrori continua sempre con la frase di Luciano Liggio, tratta da “Il capo dei capi”: “non basta una pistola x diventare masculi… prima ci vonnu i cugghiuna”, frase, questa, che non necessita di traduzione. C’è chi cita Falcone e Borsellino e chi killer sanguinari come Liggio e Riina. E come Messina. Il nostro tour termina con la foto di due carabinieri accanto alla Gazzella e la scritta: “E Mille Altre Volte Te Lo Direi, Ke Non C’è’ Nient’Altro Al Mondo Ke Skifereii”.


Poco dopo l’arresto dello zio acquisito il giovane ma già determinato Burgio minaccia: “Le personeee parlano parlano parlano ma fateviiii i cazzi vostriii”. E lei, la nipote del boss gli risponde: “amò k parlino…le persone sanno solo fare questo…ma ricorda la ruota gira x tutti…oggi ridono loro domani lo farò io…a me sinceramente fanno solo pena…i loro commenti??? pff mi rendono ancora più forte e sempre più orgogliosa di mio zio…gente misera e senza cuore….dai amò nn diamo più retta a certi elementi…siamo superiori a loro…xk abbassarci così tanto…grazie amore ti amo…..”.


Piccola curiosità, l’amicizia virtuale del giovane con il giornale “Grandangolo”, pubblicazione sempre aggiornata sui fatti di mafia e lettura prediletta del boss latitante ed ex capo di Messina, Giuseppe Falsone, catturato il 25 giugno scorso a Marsiglia, in Francia; lo stesso periodico che per primo ha dato la notizia dell’arresto dello zio Gerlandino.
Ha collaborato Valeria Bonanno

giovedì 21 ottobre 2010

"L'Enigma di Attilio Manca" di Joan Queralt

"L'Enigma di Attilio Manca" (traduzione della versione spagnola, Terrelibere.org editore) non è un libro che cerca la verità ad ogni costo sull'omicidio dell'urologo di Barcellona Pozzo di Gotto. E' un libro incredibilmente asettico ed imparziale, a volte brutale nei confronti dei familiari di Attilio, non certo per deliberata malizia, ma proprio per la metodica serietà della ricerca di Queralt, che di lavoro non fa il trascrittore di verità acquisite ma lo scrittore. Ascolta, verifica e mette in dubbio. E poi scrive.

Prende i fatti, sterili ed incontestabili, li mette nell'esatta sequenza e li offre al lettore. Poi prende le parole di Angela, la mamma, del padre Gioacchino e di Gianluca, il fratello, e le analizza. Mette in rilievo i punti di forza delle loro argomentazioni, ma anche gli aspetti che secondo lui sono deboli con un lavoro di estrema terzietà, senza timori reverenziali.

Il punto di congiunzione, il verdetto letterario, però, alla fine non può che confermare un fatto, incontestabile: Attilio Manca è stato ucciso. Come, da chi e perchè sono interrogativi a cui ovviamente Queralt non può dare risposte. “Di sicuro c'è solo che è stato ucciso”, riadattando la frase di Tommaso Besozzi di fronte al corpo del bandito Giuliano.

Certo, c'è la versione ufficiale, il frutto delle indagini quantomeno “superficiali” condotte dal pm Renzo Petroselli e curate dalla Squadra mobile di Viterbo: Attilio si è suicidato con un mix di eroina, medicinali e alcool. Attilio era un eroinomane. Attilio forse spacciava o faceva il corriere della droga. Poi però c'è l'autoevidente, che non può essere scalfito da indagini scadenti e da volontà insabbiatrici: c'è che Attilio e il suicidio erano concetti distanti anni luce, c'è che oltre ai buchi delle punture delle iniezioni che lo uccideranno, l'urologo non avesse altri fori, il che è molto strano per un tossicodipendente. C'è che Attilio ha i buchi delle iniezioni sul braccio e sul polso sinistro, lui che era “estremamente” mancino, incapace di usare la destra per gesti di precisione. C'è che in casa non ci fossero gli strumenti del drogato, cucchiaini anneriti, carta stagnola e altri attrezzi per predisporre le dosi. C'è, infine, che non c'è nulla che torni.

Ad Angela non fanno vedere il corpo del figlio perchè - le dicono - è irriconoscibile: cadendo sul letto si è sfracellato sul telecomando; c'è che il telecomando era sotto al braccio e non accanto o sotto la faccia, e c'è che i telecomandi ad oggi non vengono costruiti in cemento armato. C'è un setto nasale palesemente deviato al solo vederlo in fotografia, ci sono ecchimosi per tutto il corpo. C'è che di un suicidio quella scena del crimine non ha nemmeno l'odore.

Poi, ma solo infine, c'è un piccolo dettaglio, ovvero che Attilio Manca era un luminare dell'urologia, uno dei pochissimi in Italia già nel 2001 ad operare la prostata per via laparoscopica. E che Provenzano aveva un tumore alla prostata. E che Attilio Manca nell’autunno del 2003 si recò nel nel sud della Francia, per assistere a un intervento chirurgico, come disse ai suoi genitori. In quello stesso periodo, come fu accertato, lì c'era anche Provenzano. Coincidenze, certo, come il fatto che storicamente cosa nostra, dopo aver “utilizzato” qualcuno, poi lo faccia sparire.

Queralt, con una scrittura che ricorda quella di Gabriel García Márquez in “Crónica de una muerte anunciada”, si sorprende dei fatti, del cugino Ugo Manca la cui impronta viene ritrovata a casa di Attilio e che si presenta nell'immediatezza nell'ufficio del pubblico ministero per chiedere, tanto insistentemente quanto irritualmente, il dissequestro della casa di Viterbo. Si sorprende di Barcellona Pozzo di Gotto, ne indaga il tessuto, studia quella mafia “babba” e micidiale, parla, inaspettatamente, del verminaio giudiziario che ha a capo della procura generale Franco Cassata, animatore del circolo “Corda fratres”, insieme a numerosi esponenti della massoneria barcellonese e ad alcuni personaggi in odor di mafia, come Rosario Cattafi e capimafia come Giuseppe Gullotti.

Alla fine, l'enigma iniziale non è risolto, ne tantomeno svelato; ma i fatti, quelli sterili ed incontestabili sono a disposizione di tutti, magari anche di un pm che per la prima volta potrebbe capire qualcosa di questo caso.

venerdì 15 ottobre 2010

"Sotto processo" nelle librerie la prossima settimana

Ignazio Cutrò e lo zio che non ho più

Ieri ho incontrato dopo molti mesi Ignazio Cutrò, imprenditore coraggio di Bivona grazie alle cui denunce si sta svolgendo uno dei più grossi processi alla mafia agrigentina, Face Off. L'ultima volta ci eravamo visti ad una conferenza a Sciacca. Era felice, con sua moglie e sua figlia; le cose andavano discretamente, stava ancora lavorando, gli avevano dato un'auto di scorta blindata con due uomini armati e avevano installato attorno alla sua abitazione un sistema di video sorveglianza. Come dicevo, l'ho rivisto ieri. Devastato. Sfiancato. A pezzi. L'unica cosa che gli rimaneva era il coraggio di ripetere che lui rimarrà per sempre con lo Stato, fino alla fine. Aveva gli occhi lucidi, gonfi.

Mentre mi raccontava le ultime incredibili vicende che gli sono precipitate addosso è accaduto qualcosa che non avevo mai vissuto prima: la sua immagine d'improvviso si è sovrapposta idealmente a quella di mio zio Paolo Borsellino, anch'egli imprenditore, ucciso da cosa nostra il 21 aprile del 1992. Io avevo solo 7 anni e mi rimane un ricordo molto sfocato; in quel momento mi è sembrato di rivivere momenti che in realtà non ho mai vissuto.

Ignazio mi dice che ormai circola la notizia che ha i giorni contati. Che la sua morte è stata decretata. Che è questione di tempo. Non se ne preoccupa. Mi parla solo della sua famiglia, di scene strazianti che voglio tenere per me. Da per scontato che lo uccideranno, ma non ci pensa nemmeno a fare un passo indietro.

Lo hanno lasciato tutti da solo: usato per i processi e poi gettato in pasto alla mafia. Un capitano dei carabinieri è addirittura indagato per un "pizzino" che ha dato ad Ignazio: "la parola migliore è quella che non si dice".

Era così mio zio? Era così mio nonno? Con quante persone hanno parlato prima di essere uccisi? Quanti oggi hanno il rimorso di non aver fatto abbastanza? Quanti hanno sentito le stesse parole di Ignazio pronunciate però da Paolo e Giuseppe Borsellino? C'è stato qualcuno che avrebbe voluto fare qualcosa ma l'ha rimandata, pensando che ci fosse tempo, che alla fine non li avrebbero uccisi?

Ieri sono stato molto male dopo il nostro incontro. Mi sono odiato perchè non posso fare niente per lui nell'immediato. Confindustria & C. lo ignorano, la prefettura non si muove, il lavoro non arriva e Ignazio sta svendendo tutti i mezzi di quell'impresa edile che ormai non esiste più. Ora le banche vogliono anche la sua casa. Oggi Ignazio non ha ufficialmente più nulla. Ma che razza di storia è questa? E' una storia che non si può nemmeno raccontare, una di quelle che nessuno vuole sentire.

Parlano di lotta alla mafia, parlano di ribellione, parlano di tutela a chi denuncia e condannano l'omertà di chi tace. E poi lasciano morire di fame chi ha il coraggio di denunciare. E lo ammazzano di controlli aziendali, gli negano i fidi e gli portano via tutto; come se non fosse in quelle condizioni per aver denunciato la mafia. E allora glielo dico a questi signori, allo Stato, agli imprenditori siciliani, agli antimafiosi del tempo libero: Ignazio sarà ucciso, giocatevelo alla Snai, qualche soldo lo farete.

lunedì 4 ottobre 2010

Ero Pino Arlacchi

Alla notizia che Pino Arlacchi aveva lasciato l'Idv ho scritto un sms ad Antonio Di Pietro: “L'addio di Arlacchi all'Idv è la migliore notizia dal giorno in cui hai fondato il partito”. Il Professorone, celebrato dagli italiani (vedremo perchè non dagli “stranieri”) per il suo “stile”, per lasciare il partito aspettava una scusa plausibile, che gli consentisse di smarcarsi e passare al Partito Democratico: manovra ampiamente programmata nei dettagli. La manna dal cielo si chiama Schifani: il 4 settembre il presidente del Senato, in passato socio in affari di alcuni mafiosi, si trova a Torino ospite d'onore della festa del Partito Demoratico. Un gruppo di Agende Rosse vicine a Salvatore Borsellino, unitamente agli amici di Beppe Grillo, lo contestano. Con fischi e senza alcuna violenza, ovviamente, e non perchè è brutto, o meglio, non solo per quello, ma per quei contatti pericolosi con la mafia. Il mondo politico unanime condanna i manifestanti, l'unico a difenderli è Di Pietro: “questi sono difensori della legalità, resistenti, altro che contestatori". Arlacchi non aspettava altro, è il giorno più bello della sua vita: lui, che si celebra come massimo esperto di lotta alla mafia e non sa nulla delle oscure vicende che hanno coinvolto Schifani, il 6 settembre dichiara: “Ho deciso di autosospendermi dal partito. Così non si può andare avanti. Il rischio è che diventi un cattivo maestro. I partiti hanno una responsabilità nell'educazione politica alla quale non ci si può sottrarre. Invece Di Pietro non lo riconosco più. Mani pulite è stato un altro grande esempio di democrazia che si è fatta sentire. Però i processi non si sono mai svolti su Facebook e sui giornali ma nei tribunali. Inseguire quelle posizioni estreme, gliel'ho detto più volte, non paga. E allontana il progetto di rendere l'Idv un grande partito di popolo capace di parlare a tutti. Si sta cacciando in un cul de sac. Per questo mi autosospendo. E finché non vedo un'inversione di rotta non torno indietro”. Ovviamente la contestazione non c’entra. Il motivo è donna e si chiama Sonia Alfano: Arlacchi non ha digerito che Di Pietro abbia affidato a lei e non al professorone la direzione del Dipartimento Antimafia del partito. Un colpo mortale all’ego e all’orgoglio di Mr. Pino: come spiegare ai suoi tifosi questo smacco?

Il 30 settembre, giusto il tempo per non far apparire la cosa programmata da tempo, Arlacchi annuncia di passare al Pd. Con un'imbarazzante lettera chiede umilmente a Bersani di “farmi tornare a casa, riaccogliendo me e ciò che rappresento (cosa?, nda) tra le fila di un partito che è l'unica forza in grado di costruire un'alternativa di governo capace di far riprendere all'Italia il cammino interrotto del processo dell'equità”. Ovviamente l'esperto di qui e l'esperto di là si guarda bene dal compiere un gesto eticamente obbligatorio: lasciare lo scranno al Parlamento Europeo raggiunto candidandosi con l'Italia dei Valori grazie al grande appoggio avuto in campagna elettorale da Di Pietro in persona. L'etica bla bla, la coerenza bla bla ma quando si tratta di essere lineare (sono stato eletto con Idv, su un programma votato dagli elettori Idv, se abbandono quel programma e quegli elettori devo per forza lasciare anche il seggio raggiunto grazie a loro) Arlacchi è distratto. Come concordato, Bersani gli fa trovare pronta una letterina di benvenuto, abbastanza fredda e retorica: “Caro Pino il tuo ''rientro a casa'' nel Partito Democratico, come tu stesso lo definisci, rappresenta per me un fatto positivo e incoraggiante”.

Poi si baciano e sul più bello pubblicità, arrivederci alla prossima puntata. Dal punto di vista umano e politico questa vicenda mette, spero, un punto alla carriera di questo signore, che troppo spesso recrimina amicizie illustri: proprio il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, si dissocia dalle parole di Arlacchi, che aveva pure definito l'agenda rossa del giudice come “un'agendina”, al pari di Filippo Facci che l'aveva definita una “cazzata”: “Dissento profondamente da quanto affermato da Pino Arlacchi in merito alla sacrosanta dimostrazione di Torino. Eviti soprattutto Arlacchi, per sostenere le sue tesi e denigrare i giovani delle Agende Rosse, di mostrarsi disinformato o sostenere falsità. L'Agenda Rossa di Paolo non era una "agendina" ma una agenda usata da Paolo anche durante le deposizioni di collaboratori di Giustizia del calibro di Gaspare Mutolo per appuntare anche quello che non poteva essere immediatamente verbalizzato. Ed è falso che Falcone non tenesse diari, lo dice lo stesso Paolo nel suo ultimo discorso pubblico nella sala della Biblioteca Comunale di Palermo”. La sconfessione del professorone arriva anni dopo la sonora balla pronunciata al vertice contro la criminalità di Palermo: «Ormai la mafia è vinta», seguita da un coro unanime di sdegno e proteste, culminate in una lettera delle sorelle di Giovanni Falcone ai quotidiani.

Ultimo punto, ma non meno importante e anzi il più gustoso, è il Pino Arlacchi internazionale; lui si celebra e viene celebrato come “sociologo esperto mondiale di mafia” giunto sino al vicesgretariato generale dell'Onu, dal 1998 al 2002: prima di lui c'era solo Kofi Annan. Troppo poco però si è parlato di come sia andata a finire quell'esperienza. Nel settembre del 1997 Arlacchi viene addirittura nominato direttore della Agenzia antidroga delle Nazioni Uniti (Undccp). E qui iniziano le vicende che lo porteranno a perdere la faccia e a dire, sei mesi prima della fine del mandato, di non essere disponibile ad una riconferma. Forse sapeva che nessuno gliel'avrebbe riproposta. Tutta la vicenda è stata seguita con rigore dai Radicali Italiani, in particolare da Maurizio Turco e Marco Cappato. Sul sito di Turco (www.maurizioturco.it) è reperibile l'intero dossier su Arlacchi. Una serie di documenti che lasciano senza parole. Il più importante è senza dubbio la lettera di Michael Von de Schulenburg, Direttore della divisione Operazioni ed Analisi dell'UNDCP. Il tutto comincia del 2000, quando Francisco Thoumi, responsabile del World Drug report 2000, si rifiuta di accettare le modiche inserite nel rapporto da Arlacchi: “mi disturba il fatto che così tardi Lei voglia cambiare lo schema di base di questo rapporto, eliminare alcuni capitoli e ridurne altri. Il Capito 3 sulle droghe sintetiche è molto importante. Come Lei ben sa, queste droghe costituiscono una fiorente industria illegale. Trovo difficile pensare a un World Drug Report senza un capitolo a loro dedicato. […] Nel caso specifico del World Drug Report Le devo dire che, senza volerlo, Lei è diventato un impedimento”.

Il 4 dicembre del 2000 arrivano le dimissioni dell'alto dirigente Michael Von de Schulenburg, che a quanto pare, così come Thoumi, non ha mai contestato Schifani e non è amico di Di Pietro. La lettera in realtà è una relazione dettagliata di tutto ciò che non ha funzionato nei due anni precedenti sotto la direzione Arlacchi. Suggerisco la lettura integrale del documento sul sito di Turco, e qui mi limiterò ad alcuni punti: “mi auguravo di trovare in Lei un direttore esecutivo non ortodosso ma determinato, una persona che racchiudesse in sé la visione e la forza di trasformare l’UNDCP in una organizzazione delle Nazioni Unite mirata, orientata al risultato, trasparente e rispettata a livello internazionale. Al momento attuale vedo un’organizzazione che ha accresciuto la sua visibilità internazionale, mentre, al tempo stesso, si sgretola sotto il peso di promesse che non è in grado di mantenere e di una linea di gestione che ha demoralizzato, intimidito e paralizzato il suo organico”.

Congressi, congressi, congressi: “Nonostante queste conferenze siano importanti nel campo della sensibilizzazione su questioni di interesse internazionale inerenti il crimine e la droga, la loro utilità in termini di concreti risultati è spesso discutibile. Molte conferenze hanno richiamato un livello di partecipanti sensibilmente più basso del previsto, alcune sono state addirittura cancellate all’ultimo momento per mancanza di adesioni da parte degli alti livelli”.

Libere spese in libero stato: “In particolare rimangono oscure le modalità secondo le quali attuiamo i programmi e i progetti. Il bilancio consuntivo, appena sottoposto all’attenzione della Commissione delle Nazioni Unite sulle Droghe Narcotiche (CND), notifica che l’esecuzione dei programmi da parte dell’UNDCP è stata incrementata di un ulteriore 16%. In tale modo l’esecuzione dell’UNDCP arriva quindi a circa il 40% del totale del bilancio per i programmi. Si tratta di una tendenza molto pericolosa e io L’ho personalmente messo in guardia più volte dall’intraprendere questa strada a meno di non sviluppare appropriati meccanismi di attuazione interna che assicurino una piena responsabilità”.

Io, io, io: “Lo stile di gestione che Lei ha portato all’UNDCP è caratterizzato da un estremo accentramento di tutto il controllo nelle mani di una sola persona, dall’inesistenza di decisioni collettive, dalla noncuranza nei confronti delle strutture organizzative, dalla mancanza di delega dell’autorità e dalla totale assenza di una qualsiasi politica trasparente a proposito delle risorse umane. Si ricorderà che, un anno fa, il 6 dicembre 1999, i rappresentanti del Consiglio del Personale delle Nazioni Unite, hanno preso l’insolita decisione di diramare una circolare indirizzata a tutto l’organico in modo da esprimere le crescenti preoccupazioni del personale in merito "alla mancanza di trasparenza nelle scelte decisionali, alle aree oscure nell’applicazione del regolamento del personale, e all’effetto intimidatorio che un apparente comportamento scorretto nei confronti di alcuni colleghi aveva sugli altri membri dell’organico".

Fuori sede: “Questo problema è aggravato dal fatto che Lei è raramente a Vienna e opera come una sorta di "dirigente assente". Quando è a Vienna si trasforma in un "dirigente nascosto" che rimane inavvicinabile per la grande maggioranza del suo personale. Lei non mantiene alcun contatto con il Suo organico, che non la vede praticamente mai. Molti dei Suoi dirigenti di alto livello non L’hanno mai incontrato. Pochissimi tra noi, neanche tra i Suoi alti dirigenti, sanno quando Lei è a Vienna o la destinazione dei Suoi viaggi.
A causa della paura di venire criticati per aver preso una qualsiasi decisione che non è stata sanzionata da Lei, il Suo personale tende a recarsi in "pellegrinaggio" presso il Suo segretariato in cerca di consigli”.

Bye bye Mr. Arlacchi: “Sette dirigenti di livello D-2 (Richard van der Graaf nel dicembre 1997, Bertrand de Fondaumiere nel gennaio 1999, Francesco Bastagli nel marzo 1999, Christian Komevall nel maggio 1999, Eduardo Vetere nel giugno 1999, Denis Beissel nel giugno 1999, Michael v.d. Schulenburg nel dicembre 2000) hanno lasciato il loro incarico da quando Lei è diventato direttore esecutivo dell’ODCCP/UNOV soltanto tre anni fa. Altri colleghi di alto livello stanno lasciando l’organizzazione, inclusi, in numero crescente, alcuni di quelli che Lei ha scelto personalmente per far parte della squadra. […] Nel corso degli ultimi venti mesi Lei ha cambiato il direttore del Suo segretariato e la maggior parte del suo staff quattro volte. Invece di stabilire chiari obbiettivi per i nostri responsabili di settore e delegare conseguentemente l’autorità, Lei esercita una "direzione per esclusione". Chiunque esca dalle Sue grazie viene semplicemente escluso dagli incontri, dalle informazioni e dalle decisioni”.


Risorse umane: “L’aspetto più sconvolgente della Sua linea di gestione consiste nella Sua indifferenza, se non addirittura disprezzo, nei confronti del personale. Sono sconvolto dall’insensibilità del Suo modo di agire nei confronti del personale, specialmente se si considera che Lei proviene da un partito politico che si vantava di mettere in cima alle sue priorità i diritti dei lavoratori. […] Circola la voce allarmante che qualsiasi cosa possa essere percepita come "sleale" potrebbe essere riferita e conseguentemente condurre alla propria rovina. Talvolta, in realtà, sono state attuate azioni che sanno più di vendetta personale piuttosto che di decisioni obbiettive e razionali, addirittura nei confronti di personale di livello più basso. Nominando la signora Valle, non soltanto Lei ha scelto una persona che non possiede praticamente alcuna conoscenza del sistema delle Nazioni Unite, ma anche qualcuno che gode di poco rispetto da parte dell’organizzazione. Ne risulta che il segretariato ha aumentato il Suo isolamento all’interno dell’organizzazione e i Suoi dirigenti di alto livello vengono consultati ancora meno che in passato”.


Cordiali saluti: “Lei è anche il peggior dirigente che io abbia mai incontrato. Si dice che le gare automobilistiche vengano vinte ai box. Questo principio credo che si possa applicare anche a noi”.


E ora la domanda da 100 milioni di pistacchi: è questa la “fama internazionale” di cui gode Arlacchi? Io ne farei a meno, fossi in lui e ribadisco: l’Idv senza Arlacchi ha una marcia in più.