giovedì 23 settembre 2010

Lombardo stava morendo. Ora no

Con questo scoop al debutto il quindicinale Sud, distribuito gratuitamente in 20 mila copie a Catania e disponibile sul web con una comodissima applicazione, ha messo in riga il giornalismo siciliano e acrreditandosi come pubblicazione da tenere in forte considerazione. Dunque Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, cinque giorni dopo la notizia (falsa) che per lui erano pronte le manette in seguito all'indagine per concorso esterno in associazione mafiosa, si fa visitare all'ospedale Cannizzato di Catania e scopre di avere un aneurisma all'aorta. In pratica rischia di morire da un momento all'altro. Ad attirare la curiosità di Sud è stata la sua partecipazione, sempre nello stesso fatidico 17 maggio, giorno in cui ha saputo di poter morire, alla trasmissione di La7 "L'infedele". Tranquillo e agguerrito come sempre.

Ma a sollevare per primo il dubbio che fosse una diagnosi taroccata per, eventualmente, evitare la carcerazione, è stato proprio il primario di chirurgia vascolare dell'ospedale Canizzaro di Catania, Alberto Lomeo: quando gli sottopongono la diagnosi da firmare, lui si rifiuta e scrive ai magistrati catanesi: "la diagnosi (stilata dal dott. Giuseppe D'Arrigo, ndr) non sembra corrispondere alle effettive condizioni del paziente". Come dire: "E' una balla". Ecco la diagnosi, a questo punto fasulla, che non lascia scampo al povero Lombardo:


E questa è invece la lettera che il primario ha inviato alla Procura di Catania:

La risposta di Lombardo non si è fatta attendere: “Mi costituirò parte civile per agevolare un rapido procedimento chiedendo 5 milioni di € di danni”. Per il presidente sarebbe tutto "inventato nel tentativo di attrarre l’attenzione dei lettori su un contenuto che ha il solo fine di denigrarmi. Rassicuro i siciliani: godo di ottima salute”. "I suoi legali confermano quindi che la diagnosi di "anerurisma all'aorta" era falsa" gli risponde Antonio Condorelli, direttore di Sud. Intanto sulla denuncia del primario Lomeo è pendente un'inchiesta contro ignoti. E Lombardo è vivo e lotta insieme a noi.

lunedì 20 settembre 2010

Un pessimo giornalista

Un buon giornalista non deve essere militante. Può, nel suo intimo, tifare, ma non essere militante. Un buon giornalista non può far parte della notizia, sennò non puoi mica scriverne, nemmeno omettendo di parlare di te ovviamente. Un buon giornalista non deve avere contatti con la politica, se non per lavoro; men che meno un buon giornalista può candidarsi a delle competizioni elettorali. E poi un buon giornalista deve almeno essere pubblicista, se non professionista: deve sembrare, certo, ma anche "essere" professionale.

Un buon giornalista deve essere l’esatto opposto di quello che sono io, e lo scrivo senza ironia ma anche senza tristezza. E’ da molto tempo, prima ancora della mia candidatura e della mia ultima scelta lavorativa, che riflettevo spesso sulla assoluta inadeguatezza che tra quello che dovevo fare per essere un buon giornalista e quello che volevo fare nella mia vita. Sapevo per esempio che fare da relatore per decine di convegni ed incontri sull’antimafia, e non per presentare un libro o per parlare della mia professione, ma per raccontare la storia della mia famiglia, non era molto giornalistico. Perchè un giornalista deve raccontare certo, ma non i fatti suoi. Quelli degli altri. Puoi scrivere dei ricordi altrui, non i tuoi.

In cuor mio sapevo che non sarei diventato un grande giornalista perchè sentivo profonda la dissociazione tra il voler essere esterno ai fatti per raccontarli e il voler fortemente farne parte per cambiarli. Questo però non va bene. Non avrei potuto scrivere un articolo su un’operazione antimafia sul lago di Garda e poi il giorno dopo scrivere una lettera aperta chiedendo ragioni sul silenzio del sindaco; oltre a non essere deontologicamente corretto (non serve essere iscritto all'Ordine per avere una deontologia) non era molto “serio”.

E poi, alla fine, addirittura andare a “dirigere” la segreteria politica di un parlamentare europeo. E anche se potrei dire “ma è un politico che si occupa al 90% di antimafia e con cui ho condiviso ogni momento della mia vita”, “ma dirige il Dipartimento Antimafia dell’Italia dei Valori” e ripetere a iosa che lavorando con Sonia Alfano in pratica faccio esattamente quello che facevo prima, ovvero progettare una politica basata sulla lotta alla criminalità organizata, è pur sempre vero che ricopro un incarico politico.

E però di cose da dire ne ho ancora tante, di notizie di pubblicare anche, di libri da scrivere pure. Però, per correttezza, vi avverto: sono un pessimo giornalista. Senza ironia ma anche senza tristezza.

venerdì 17 settembre 2010

Cosa c'è nel passato di Ayala?

Dal Corriere della sera del 31 agosto 1993, intervista di Francesco Verderami a Ombretta Fumagalli Carulli, ex mebro del Csm poi eletta sia alla Camera che al Senato.

ROMA. "Ora basta, sono stufa di sentire Ayala che dice di essere stato vittima di una persecuzione da parte del Csm". Ombretta Fumagalli Carulli e' conosciuta nel Palazzo della politica come persona abituata a misurare le parole, cosi' come cura la sua immagine: fin nei minimi dettagli. Ma e' "furibonda" dopo aver letto quel passo dell' intervista di Ayala al Corriere, nel quale l' esponente repubblicano sostiene di esser stato "massacrato" dal Csm ai tempi del pool antimafia di Palermo. Dice: "E' una menzogna". E chiede al giornale di raccontare i retroscena del braccio di ferro tra l' organo di autogoverno dei giudici ed il famoso pubblico ministero nel maxi processo di Palermo. La Fumagalli sa ancor prima di iniziare a parlare che la sua polemica con Ayala non sara' una banale querelle di fine estate: l' attacco e' di quelli destinati a lasciare il segno. Nei rapporti politici come in quelli personali.

"Ma e' ora di dire la verita' ", attacca. "Ayala usa il solito metodo: creare polveroni ideologici per coprire squallide vicende personali o peggio ancora atti di scorrettezza professionale. Io ho fatto parte del Csm e so come sono andate le cose. Come componente della commissione Antimafia, ho letto i verbali del Consiglio che lo riguardavano". E come andarono le cose? "Il Csm trasferi' d' ufficio Ayala per due episodi. Il primo e' la storia di un debito di oltre 500 milioni, contratto con una banca dell' isola: Ayala aveva un fido originario di 20 milioni al Banco di Sicilia e a forza di staccare assegni costrui' un debito di oltre mezzo miliardo. Per coprire il "buco", l' istituto di credito alzo' il fido prima a 50, poi a 100 milioni. Ma il debito si faceva sempre piu' grande. Ricordo che durante il dibattito al Csm sul caso Ayala, un togato sostenne che il Banco di Sicilia avrebbe dovuto protestare gli assegni scoperti. Se non lo fece . era la tesi . fu per non inimicarsi un magistrato potente".

"L' altro episodio e' ancor piu' grave: Ayala fu responsabile di ingerenza nell' attivita' di un altro magistrato, che stava conducendo un' inchiesta su un crac di 3 miliardi e mezzo. Si trattava di un giro di assegni incrociati che coinvolgeva la Cassa di risparmio di Villagrazia, feudo del boss mafioso Stefano Bontade. Ayala intervenne illecitamente sul collega, al quale chiese di avere mano leggera per un indagato...". Il nome dell' indagato? "Un ex giornalista molto noto in Sicilia, un personaggio molto squalificato che Ayala si porto' appresso nel colloquio con il collega... Meglio sfumare sui dettagli, che potrebbero dar corpo ad una gustosa novella di Sciascia. Dico solo che il collega sul quale Ayala tento' di fare pressioni era Vincenzo Geraci. Quel Geraci che poi venne criminalizzato da certa stampa di sinistra, per aver votato contro Falcone per la carica di consigliere istruttore a Palermo. Forse quella campagna contro Geraci era stata premeditata, forse si voleva sin da allora neutralizzare la credibilita' di un magistrato che era stato testimone imbarazzante di certi episodi, in cui era rimasto impigliato Ayala".

Ayala dice che il Consiglio superiore della magistratura attacco' lui per attaccare Falcone. "Ayala si comporta come facevano certi politici fino a qualche tempo fa: loro usavano l' appartenenza alla Resistenza come scudo politico. Oggi Ayala usa uno scudo piu' macabro, i morti ammazzati: non perde occasione per associare il suo nome a quello di Falcone. Ma tra loro non correva affatto buon sangue". Lui invece sostiene che erano buoni amici. "Io invece ricordo che, dopo il trasferimento d' ufficio disposto dal Csm, Ayala cerco' di andare al ministero dove Falcone era direttore generale degli Affari Penali. A sbattergli la porta in faccia fu Falcone, che disse: "O lui o io". E quella fu la fortuna di Ayala, che si ritrovo' aperta la porta della commissione Antimafia: li' venne a svolgere il ruolo di consulente. Fu Chiaromonte ad annunciarmelo...".

Ma se Ayala non le andava a genio, perche' non si oppose allora? "Veramente molti dei parlamentari in commissione non erano d' accordo. Tuttavia si penso' che, se avessimo accettato di farlo lavorare all' Antimafia, avremmo sottratto alla funzione giudiziaria una figura chiacchierata". Si rende conto delle accuse che gli rivolge? Dietro queste parole non ci saranno dei livori personali? "Assolutamente no. Ayala e' pure una persona divertente. E se uno lo vuole invitare a cena e' un uomo di mondo... Oddio, e' anche un bravo giurista e le cose che ha detto sulla polemica tra i magistrati di Mani Pulite le sottoscrivo. Tutte tranne una: quando usa il tenore di vita come metro per misurare il coinvolgimento del Pds in Tangentopoli. La sua e' un' affermazione di un qualunquismo agghiacciante. Mi auguro che questa unita' di misura non venga applicata ad Ayala, che ama la vita comoda e spumeggiante. E mi auguro che Ayala venga rieletto: cosi' non tornerebbe a fare il giudice".

lunedì 13 settembre 2010

Il vescovo di Verona: cromosomi mafia non appartengono alla veronesità

Gentile direttore de "L'Arena" di Verona,

rimango convinto che per coerenza e correttezza ogni persona dovrebbe occuparsi ed esprimere giudizi solo ed esclusivamente documentati e sui temi che le competono, senza sconfinare in campi inesplorati adducendo ovvietà e luoghi comuni.

Non le nascondo il mio stupore leggendo sul suo giornale le parole del Vescovo di Verona Mons. Giuseppe Zenti, che parlando del fenomeno mafioso ha dichiarato che “È il soggiorno obbligato che ha portato qui cromosomi che non appartengono alla veronesità”.

Io non so che studi abbia effettuato il monsignore, su quale documentazione si basi per fare dichiarazioni di questo tipo. E non so se è cosciente di riprendere una vecchia battaglia della Lega Nord contro i soggiorni obbligati dei mafiosi.

Quello di cui sono certo è che dimentica volontariamente una cosa molto, molto importante: se è vero che cosa nostra è arrivata nel nord Italia tramite lo scellerato provvedimento del soggiorno obbligato, è anche vero che i boss hanno trovato a Verona ed in provincia un tessuto sociale che non ha reagito ma ha assorbito quei capi mafia legittimando loro e le loro condotte criminali e in taluni casi unendosi ad essi in affari.

Bisogna ammettere che a Verona, come nel Veneto e come in Lombardia, la criminalità organizzata non ha trovato una ferma reazione da parte delle persone. Questo purtroppo è un dato storico. Per citare qualche caso emblematico, nell'ambito delle operazioni contro il clan Lo Piccolo a Chioggia, si, Chioggia in provincia di Venezia, è stato accertato che era un avvocato del veneziano, già indagato e poi condannato per una questione di tangenti a Portogruaro, l'incaricato dalla cosca di tenere i rapporti con i potenziali acquirenti di operazioni edilizie. Era veneto e non aveva avuto ovviamente alcun rapporto con i soggiornanti obbligati.

Dopo circa un anno da quelle operazioni, è emerso che a Vicenza un “insospettabile”, amministratore delegato della “Vicenza Calcio” ed esponente di livello nazionale dei supermercati SISA, era in possesso di quote sociali, sequestrate dalla Guardia di Finanza, ricevute dal patron dei supermercati SISA in Sicilia, prestanome dello stesso Lo Piccolo. Anche lui vicentino e dunque veneto.

Lo stesso Procuratore Mario Giulio Schinaia, su “L’Arena” del 29 novembre, a sottolineare che «a Verona c’è un sottobosco di operazioni criminali gestite ad alto livello da grandi professionisti». Non da soggiornanti obbligati o affini. Da professionisti, si suppone veronesi. Né marocchini, né albanesi né siciliani.

Nel libro “Mafia pulita” di Elio Veltri, ex componente della Commissione parlamentare antimafia, e Antonio Laudati, procuratore della Repubblica di Bari, già direttore generale dell’Ufficio Giustizia Penale al Ministero della Giustizia, e membro della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Napoli e sostituto presso la DNA (Direzione Nazionale Antimafia) si legge esattamente l'opposto di quanto dice il vescovo: «Quando nella guerra tra i clan scoppia una bomba nel cuore di Napoli, al quartiere Sanità, e viene accusato Pietro Licciardi, poi assolto, il clan sposta le produzioni a Castelnuovo del Garda e commercianti e imprenditori veneti legati ai clan favoriscono la latitanza di Pietro Licciardi e dei suoi uomini». Commercianti e imprenditori veneti, né marocchini, né albanesi né siciliani. Altro che cromosomi estranei alla veronesità.

Già nel 2004 uno tra i più esperti studiosi di 'ndrangheta al mondo, Antonio Nicaso, dichiarò a “L'Arena”: «Verona è una realtà economica troppo opulenta per non destare appetiti. Qui c’è gente che paga e non denuncia. Ci sono esercizi che versano il pizzo. La ’Ndrangheta ha un occhio di riguardo per Verona». E non denunciare è essere conniventi.

L'ex questore di Verona, Luigi Merolla, sempre nel 2004 dichiarava: «Organizzazioni mafiose e camorristiche acquistano "pezzi" di imprenditoria locale, offrono capitali a imprese che ne hanno bisogno, riciclano denaro sporco in attività ad alto reddito».

Scrivo questa breve riflessione perchè le parole del vescovo possono essere abilmente fatte proprie da politici che non vedono l'ora di terronizzare il fenomeno mafia, che ardono dal desiderio di imputare al sud la responsabilità dell'espansione della mafia al nord; la realtà è molto più triste e dura, ovvero che è stata l'Italia tutta a sbagliare e a far sì che oggi sul Garda, così come a Milano la mafia sia una solida realtà. E dire che è un fenomeno estraneo al dna veronese, in questo caso, è un grando regalo a quei nostri concittadini che invece con la mafia colludono.

Cordialmente

Benny Calasanzio

Presidente Associazione Antimafia

“Giuseppe e Paolo Borsellino”

martedì 7 settembre 2010

Si muore quando si è soli

Siamo rimasti smarriti e senza parole di fronte all'ennesimo cruento assassinio di un uomo, Angelo Vassallo, barbaramente ucciso solo perchè voleva onorare il suo mandato da sindaco, solo perchè amava Pollica e il suo mare e non avrebbe permesso a nessuno di sfregiarla, nemmeno ai camorristi da quattro soldi con i nomi da fumetto. Questo omicidio ha riportato alla memoria di ciascuno di noi quei momenti in cui noi stessi, congiunti di vittime di mafia, abbiamo appreso della morte per mano mafiosa dei nostri cari, quando attraverso la televisione, il telefono o un ripetuto bussare alla porta ci sono arrivate notizie di morte.

Ci lacera il cuore sentire le parole della moglie di Angelo Vassallo, che si augura che il marito non venga dimenticato e che il suo lavoro venga portato avanti da altri. Noi non abbiamo potuto salvare Vassallo, ma ora possiamo evitare che le sue battaglie vengano inghiottite dall'oblio.

Dopo il primo momento di disorientamento e confusione, abbiamo deciso che è nostro dovere fare qualcosa di concreto per far si che il sacrificio di Vassallo possa essere l'ultimo tributo di sangue di cui questa nazione sventurata ha bisogno. Angelo, il sindaco-pescatore, deve essere l'effige della nostra battaglia in Campania; un uomo che intendeva la lotta ai clan fatta anche di piccoli gesti, come multare anche per un mozzicone buttato a terra, e gesti enormi, come quello di affrontare a viso aperto gli spacciatori di droga intimandogli di andarsene altrove. Lo chiameremmo eroe se questo aggettivo non fosse stato lordato da due uomini collusi con la mafia per un loro amico-collega. E' per questo che oggi lanciamo un appello a tutto il popolo che in questi anni ci è stato vicino, che con noi ha condiviso il nostro dolore e la nostra rabbia. Al popolo dell'antimafia, alle associazioni, ai sindacati. Organizziamo insieme una grande manifestazione a Pollica, andiamo a portare i nostri cuori e la nostra rabbia in quel paese per cui Vassallo ha dato la vita e che non lasceremo che cada nelle mani della camorra.

E' il momento di dimostrare ad Angelo che il suo sangue ha abbeverato una pianta di vita che sta già dando i suoi frutti; da quel sangue nascerà la ribellione dei cittadini di Pollica, poi del salernitano e infine della Campania tutta.

Assai poco in fondo ci chiede Vassallo.

Salvatore Borsellino (fratello del giudice Paolo)
Benny Calasanzio Borsellino (nipote degli imprenditori Borsellino)
Sonia Alfano (figlia del giornalista Beppe)