martedì 27 luglio 2010

Ciao Facci, due parole su Salvatore Borsellino

Ciao Facci,

come va? Scusa se solo adesso trovo il tempo per leggere quella cosa che hai scritto su Libero, si insomma, quel pezzo dedicato alla figura di Salvatore Borsellino, che con poca fantasia hai titolato “professione fratello”. Non dire che i titoli li fanno i titolisti, questo così becero e scontato è opera tua, mi gioco la testa.

Vedi Facci, Borsellino Salvatore, purtroppo, di professione non fa solo il fratello; anche potendo andare in pensione e godersi la vita su una spiaggia è rimasto a lavorare nella sua azienda di telecomunicazioni. Dice che dallo Stato non vuole soldi, ma la verità su suo fratello. Che tipo all'antica, eh Facci? Ah, per la cronaca, che tu sconosci, ha anche rifiutato i risarcimenti per la morte del fratello. Più che tipo all'antica direi stupido, o no Facci?

E nei momenti liberi, Facci, il "fratello professionista" gira tutta l’Italia per parlare ai giovani sì di Paolo Borsellino, ma anche di quello che sta emergendo a Caltanissetta e che tu e la scuderia di cui fai parte suppongo temiate peggio di Mani Pulite. Una verità che metterebbe in luce da chi sei stato pagato in questi anni.

Nelle righe che hai scritto, poco brillanti, poco ironiche, poco incisive, si insomma, poco righe, è evidente che a Palermo non c’eri. Troppi errori grossolani, troppe cose per sentito dire o per "sentito leggere". Ma in effetti come facevi a presentarti in Via D’Amelio? Hai molto meno coraggio di Fini e Pisanu che si sono presentati rischiando dure contestazioni. Tu col tuo jaguarino cosa venivi a fare in Via D’Amelio? A spiegarci i perchè della tua frustrazione, ossia non essere nato Travaglio?

E’ vero però, Rita non c’era al castello Utveggio, ma chiedile perchè. Oh scusa, è vero, con te ormai non ci parla nessuno. Forse non c’era perchè quella salita sotto il sole cocente avrebbe steso al suolo chiunque; pensa che mia madre, figlia e sorella di vittime di mafia (sono quelli a cui la mafia ha fatto bum bum perchè non hanno abbassato la testa e non si sono venduti, hai idea di cosa parlo Facci?), ha avuto un malore. Prossimo anno però, Facci, ore 18!, basta sole a picco, che se lo metta in testa Borsellino!

Perdo parte del mio prezioso tempo solo per dirti che in fin dei conti la pensiamo allo stesso modo: Salvatore dovrebbe smetterla di lavorare e dedicarsi davvero alla “professione fratello a tempo pieno”, a quella professione che oggi sta tutelando i magistrati di Caltanissetta e di Palermo, che li circonda di attenzione e affetto, che attira centinaia di giovani da tutta Italia in quel budello d’asfalto che oggi è la via più conosciuta d’Italia. Parli di chi non c’era Facci, ma perchè non ti informi su tutti quelli che c’erano? Ah è vero, con te non ci parla più nessuno.

Detto questo ti lascio, e ti ringrazio di cuore. E’ grazie a gente come te, come il tuo direttore e come il tuo precedente datore di lavoro che noi rimarremo sempre uniti e non sbaglieremo mai strada. Laddove ci sarete voi, Facci, vorrà dire che noi andremo altrove, sempre e comunque. E quando la verità su Via D’Amelio arriverà come una meteorite sulla vostra redazione, quando dovrete scriverne, quando quella verità porterà con sè magari “la cazzata dell’agenda rossa” come nobilmente la definisci, e che qualcuno gelosamente custodisce, beh allora ti verrò a cercare. Per avere le tue scuse da portare a Salvatore Borsellino. Perchè qui da noi, a casa delle agende rosse, non odiamo nessuno, nemmeno te Facci.

Ti avrei potuto scrivere indignato Facci, dicendoti che dovevi vergognarti per quello che avevi scritto su una persona che nemmeno conosci, che per decine di migliaia di giovani rappresenta la speranza in un’Italia diversa, e che tu hai deriso; un'Italia diversa da te Facci. Ma una persona capace di scrivere quello che scrivi tu non ha cuore e non ha anima. Siamo così diversi, Facci, che mai potrò avercela con te.

Ciao.

giovedì 22 luglio 2010

Via D'Amelio/3: Quando Di Matteo mi chiede di Lucca Sicula

Il 19 luglio, poco dopo il minuto di silenzio delle 16.58, ero nelle ultime file ancora turbato ed emozionato dalla tensione morale che in quei minuti aleggiava in Via D'Amelio. Avevo assistito ad uno spettacolo emotivamente devastante in cui due donne, una moglie di un mafioso, l'altra di un uomo della scorta Borsellino, condividevano un dolore diversamente identico.

Dalla folla radunata ai piedi del piccolo palchetto esce Nino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo, titolare dei maggiori processi di mafia degli ultimi anni, tra cui quello a carico di Totò Cuffaro, di cui ha già portato a casa due condanne. C'eravamo conosciuti qualche mese fa ad un incontro organizzato dal gruppo Alde del Parlamento Europeo, ma io ovviamente lo seguivo già da anni. Seguito dalla scorta si allontana verso la fine di via Mariano D'Amelio, forse per prendersi un pò di quell'aria che veniva giù dal monte Pellegrino e di distendeva sulla via.

Vado verso lui per salutarlo, ma prima di farmi impallinare dagli uomini armati, chiedo il permesso di avvicinarlo. Ci salutiamo dandoci rigorosamente del "lei" e gli racconto che ho fondato l'associazione dedicata a mio nonno e mio zio e che ci terrei ad averlo ospite in una conferenza. "Mi dica lei quando vuole e non ci sono problemi, me lo faccia sapere, ci conti". E poi chiede "la facciamo a Lucca Sicula?".

Ora, per ogni altra persona questa domanda non vuol dire nulla. Anzi, è semplicemente un errore geografico. Infatti faccio finta di nulla e dico "no dottore, a Verona". Poi continuiamo a parlare di temi che preferisco custodire intimamente; dico solo che se la gente gli vuole bene è perchè ha percepito che oltre ad essere un grande magistrato è anche un grandissimo uomo, che non cerca la riconoscenza del popolo ma se la trova sotto casa ogni sera, ad aspettarlo assieme alla famiglia.

Lucca Sicula è il paese in cui hanno vissuto e sono stati uccisi mio nonno e mio zio, Giuseppe e Paolo Borsellino. E' un paese piccolo, pochi lo conoscono. Quella domanda ha un significato solo per noi: vuol dire che Nino Di Matteo ancora si ricorda di quella storia, che la tiene a mente, che mio nonno e mio zio per lui esistono e che ci metterebbe la sua faccia per ricordare le loro storie a Verona e in qualsiasi altra parte d'Italia. Non biasimo chi sta pensando che io sia un pò stupido ad essere così felice. Ma vi assicuro che quando siete abituati a raccontare questa storia a tutti coloro con cui vi relazionate per svariati motivi, non vi aspettate che chi pensate che abbia altre cose a cui pensare vi spiazzi in questo modo; beh, non sembrare stupidi sarebbe arduo.

"Dottore allora le scrivo, grazie di cuore". Gli stringo la mano per un tempo forse eccessivo guardandolo negli occhi, in quegli occhi che ormai la gente ha imparato a leggere, ad indagare, scoprendoli a volta velati di commozione, a volte nervati di tensione ma sempre estremamente sinceri e senza fronzoli.

Poi torno indietro: "Oh mamma, sai che Di Matteo si ricorda del nonno e dello zio".

mercoledì 21 luglio 2010

Via D'Amelio/2: Gianfranco Fini

Stavamo per lasciare via D’Amelio ed accodarci al corteo, verso l’albero Falcone. Eravamo rimasti in pochi ormai. Stavamo per unirci agli altri quando vedo arrivare la Polizia Municipale di Palermo con un gonfalone del Comune. Era prevista la visita del Presidente della Camera Gianfranco Fini.

C’era troppo movimento però. Una cinquantina di poliziotti, elicottero, cellulari, cecchini sui tetti. Qualcosa puzza. Comincia ad aleggiare l’ipotesi che Fini non venga da solo ma con il suo collega del Senato, Renato Schifani, a cui i mafiosi non hanno mai fatto schifo in realtà, tanto che in passato è stato, con alcuni di loro, socio in affari.

La Digos ovviamente non parla e all'inizio nega persino che venga Fini. Vedo una poliziotta, e chiedo con entusiasmo pidiellino se arriverà anche “il Presidente”. “Quale presidente?” mi chiede lei. Ovvio, Schifani. “Si, lui, Fini e Alemanno”. Ecco la mia fonte.

Stabilisco un contatto telefonico costante con Salvatore Borsellino. Se non abbiamo la certezza non possiamo chiedere al corteo di tornare indietro per contestare colui che i giudici hanno definito non paragonabile alla muffa, come invece sosteneva Travaglio. Ma chi confermerebbe la notizia? Nessuno, ovvio. Abbiamo solo un punto fermo: Schifani in Via D’Amelio non deve nemmeno avvicinarsi e per questo rimaniamo lì, perdendoci il corteo a cui tanto tenevamo. Decidiamo insieme a Salvatore che se invece arriverà soltanto Fini non ci sarà ragione di contestarlo. Per il semplice fatto che non siamo lì per contestare chiunque. Per di più l’unico che può riuscire a far cadere il governo della mafia. Non è il caso, ma naturalmente ognuno è libero di agire come crede.

Con Salvatore decidiamo di consegnare a Fini un messaggio.

Lui arriva, posa la corona di fiori della Presidenza della Camera e partono una decina di contestatori con i fischi. Fini, che potrebbe tranquillamente ignorarli e andare via dopo la passerella, si avvicina al cordone di sicurezza. E’ il momento di consegnare il messaggio. Chiedo di potergli parlare.

“Presidente, c’erano circa duecento Agende Rosse pronte ad impedire a Schifani di avvicinarsi alla casa della madre del giudice Borsellino. Salvatore ci ha chiesto invece di non contestare lei e noi siamo d’accordo. Vogliamo sapere se le sue "svolte" politiche sono vere e se in virtù di queste oggi è qui in Via D’Amelio. Ha chiuso con la politica dei dell’utri e dei cosentino? Si faccia portatore del nostro messaggio presso Schifani, e gli dica che qui non verrà mai”.

Lui risponde che le mele marce ci sono ed è inutile negarlo, che sta lavorando. Poi parla vagamente di professionisti dell’antimafia. “Presidente, qui non ce ne sono”. E poi l’ormai celebre risposta alla domanda di un ragazzo: “Mangano non era un eroe ma uno condannato per mafia. Io ho altri eroi”.

Va via, e il ragazzo della domanda si permette di dire “Grazie per le risposte”. “Avete leccato il culo a Fini, complimenti” ci dice un ragazzo con la maglia di Addio Pizzo. “Scusa?”. "Non dovevate ringraziarlo" etc. Avevo un compito, parlare con Fini e dargli il messaggio di Salvatore. L’ho fatto e per fortuna come sempre, lo condividevo sillaba per sillaba.

Va bene così. Fini ha preso degli impegni. L’anno prossimo noi ci saremo ancora, forse dalle 8 alle 24. Così chi verrà troverà sempre noi. E se Fini allora avrà fatto cadere il governo della mafia, se si sarà fatto portatore del messaggio di legalità che gli abbiamo consegnato, se avrà avviato un percorso paralello al nostro, allora anche da solo lo applaudirò perchè sul fronte dell'antimafia (parlo ovviamente solo di quello) si sarà riscattato. Se non avrà fatto nulla, beh, gli converrà rimanere alla caserma Lungaro, perchè prendere in giro la memoria del giudice nel luogo sacro di Via D'Amelio non permette secondi appelli.

Ora non rimane che aspettare.

martedì 20 luglio 2010

Via D'Amelio/1

Ho chiuso con i conti e con i conteggi. Quanta gente c’era per Borsellino in via D’Amelio? Quanti palermitani? No, quest’anno niente calcolatrici.

Com’è andata in Via D’Amelio? Per me benissimo. Dipende da cosa ciascuno cercasse in via D’Amelio. Io ero lì solo ed unicamente per ricordare Paolo Borsellino e per proteggerlo dagli sciacalli. Per essere presente, come ogni anno, nel posto che gli era più caro e dove trovò la morte. Defilato, senza l’assillo della prima fila, senza la necessità di far notare la mia presenza. Essere in quel luogo è un fatto estremamente intimo, e solo quando c’è una perfetta sintonia con altre persone può essere condiviso.

C’erano i siciliani, non c’erano, c’erano più persone del resto d’Italia... Per una volta voglio guardare dentro di me. Imparare a notare le mie mancanze prima che quelle di altri. E cercare di capire quelle degli altri dopo aver compreso le mie. Poca (relativamente) gente al castello Utveggio e poi tremila persone alla fiaccolata di Azione Giovani. Chi alza la mano e dice che Palermo ha voltato le spalle a Borsellino? Dati alla mano non possiamo. Forse bisogna cambiare linguaggio, forse bisogna ascoltare i palermitani e chiedere cosa vogliano. Solo allora si potranno sparare sentenze, condannare le assenze e assolvere gli innocenti. Possiamo iniziare a non ridere quando dicono che non c’erano tremila persone alla scalata del castello perchè era alle 8 di una domenica mattina con 40 gradi e molti fisicamente non ce la farebbero. Forse basterà cambiare orario.

Rinforzare l’organizzazione, dare una mano ai ragazzi che quest’anno ce l’hanno messa tutta. E se esiste una verità più vera, forse Palermo è solamente stanca delle spaccature, dei frazionamenti e delle fazioni. Di quelli che dicono sempre e comunque "si" e quelli che dicono sempre e comunque "no". La gente, siciliana e non, è frustrata dal vedere l’unità delle mafie e l’incomunicabilità dell’antimafia. E lo dico cosciente delle mie responsabilità e delle mie mancanze.

Per questo la mia proposta per il prossimo anno è molto semplice: un comitato organizzatore di cui facciano parte le persone vicine a Rita Borsellino, quelle vicine a Salvatore Borsellino e quelle vicine all’altra “fondatrice” delle Agende Rosse, Sonia Alfano: e non perchè sono tre fazioni ma perchè tre parti essenziali l'una alla altre. A loro andranno oneri ed onori.

Del comitato potrebbero far parte i rappresentanti di tutte le associazioni che saranno invitate. E ci sarà un’unica regola: ricordarsi che il 19 luglio siamo in via D’Amelio tutti per lo stesso motivo. Che spaccarsi è uno schiaffo a quel luogo sacro, a quel giudice e a quei ragazzi e a quella ragazza che erano lì per proteggerlo; ma che spaccarsi è un pugno fino alle viscere dello stomaco a tutte quelle persone che vengono ogni anno in Via D’Amelio con le famiglie, con i bambini, che credono davvero in quello che stiamo facendo. A noi, a voi, spetta un compito assai più facile: quello di non deluderle.

Quest’anno in via D’Amelio, al castello Utveggio, alla facoltà di Giurisprudenza, all’ex cinema abbiamo fatto il nostro dovere. Ma facciamoci una promessa, mentre le vibrazioni di quei luoghi ancora sono forti, mentre l’umore inconfondibile di quella via è ancora vivo: basta contatori, basta spaccature, basta liti, basta tutto ciò che non ha funzionato. Noi abbiamo l’umiltà e la maturità per imparare da ciò che non è andato e fare di tutto perchè l’anno prossimo in Via D’Amelio non ci sia spazio nemmeno per noi, che i viottoli del monte Pellegrino siano impraticabile per l’eccesso di “marciatori”, che si sia così tanta gente il 19 luglio che dovremmo pensare che forse una volta l’anno non basta più. Ci state?

giovedì 15 luglio 2010

In memoria di Simonetta Lamberti, vittima innocente di camorra

Simonetta Lamberti non sapeva nulla di magistratura, di camorra, di collusioni e abboccamenti. Simonetta a 10 anni sapeva solo sognare i cavalli bianchi alati che raccontava nei suoi temi con innata abilità di scrittura. E sapeva che il papà era un giudice che arrestava i cattivi.

Sapeva quello che allora si sapeva, che era un magistrato stimato e impegnato in indagini contro la criminalità organizzata.
Che era amico dei camorristi non lo sapeva, perchè se lo avesse saputo forse su quella macchina non ci sarebbe salita il 29 maggio del 1982 e non sarebbe tornata con lui a Cava dè Tirreni. Non sarebbe salita, perchè Simonetta, che non sapeva nulla di magistratura e di camorra, era intelligentissima, la bambina più brillante della scuola, come ricorda il preside.

E allora mi piace pensare che su quella macchina non sarebbe salita. Sarebbe rimasta a casa a leggere un libro sulle fate e sui principi azzurri, con la mamma e con la sorellina. E invece purtroppo non lo sapeva che il papà era il magistrato della camorra; “organico alla camorra” come scrisse la Dia anni dopo. Il papà di Simonetta, Alfonso, aggiustava sentenze, riduceva cauzioni ai camorristi, forniva pareri positivi in cambio di soldi. Non era un eroe il suo papà. Era un abitante di Gomorra, non dei boschi fatati.

Dieci anni dopo quella mite serata di primavera insanguinata dalla mano della camorra, a Cava dè Tirreni, lo indagano per corruzione e associazione camorristica. Secondo gli inquirenti, Lamberti avrebbe
"in più circostanze, come presidente della sezione Misure di sorveglianza della Corte d' appello di Napoli, annullato scientemente misure di prevenzione personale e patrimoniale" a vantaggio di boss come Alfieri, Galasso o affiliati ai clan Norcaro e Moccia. Il papà di Simonetta avrebbe ricevuto in cambio appartamenti, gioielli e un sacco di soldi; a servizio della mafia, ha dissequestrato i beni del clan Galasso, che grazie al papà di Simona riuscì ad evitare una cauzione di cento milioni per ogni componente della famiglia; prima di pagare, infatti, il boss di Poggiomarino si incontrò con Lamberti e il 15 giugno 1989 la sezione presieduta da Lamberti confermò la restituzione delle imprese Galasso e ridusse la cauzione da 500 a 25 milioni.

“Ma tutto questo, Simonetta non lo sa”, avrebbe musicato De Gregori. Non poteva saperlo; avrebbe avuto bisogno di più tempo, ma la camorra non sa aspettare.
Per questo quando i killer vanno in missione per ammazzare il padre e sull’auto trovano anche Simonetta, non esitano a sparare e ad ammazzarla. Pensare al corpo di una bambina bucato dai proiettili è difficile. I bambini sono fatti per vivere, non per morire nel sangue. Invece Simonetta muore. Suo padre, invece, si salva, viene indagato e nel 1993 finisce in galera. In mezzo, in questi dieci anni, la disperazione per aver visto morire la piccola Simona, l’infamia, e la follia che lo porta a progettare un attentato contro la moglie, colpevole a suo dire di numerosi tradimenti. Tutto questo, per fortuna Simonetta non lo saprà mai.

Ricordarla non è un favore al padre colluso con la camorra. Ricordarla è uno schiaffo a lui e alla camorra, che non esitato ad uccidere una bambina che ancora credeva di poter cavalcare un cavallo alato. Gli uomini d'onore, vigliacchi impasticcati e senza onore; ieri Galasso, oggi Iovine e Zagaria.

Simonetta è una vittima innocente della vergogna camorrista, dell’ignobile commistione tra magistratura e malavita e dell’oblio che nel dubbio cancella. Da un suo tema:
Oh mamma, ho fatto un sogno, un sogno che non finiva più, ma così bello. Fine”.

martedì 6 luglio 2010

Un ricordo di mio nonno e mio zio

Pubblico, con un pizzico di commozione, questo ricordo di mio nonno e di mio zio, Giuseppe e Paolo Borsellino, che un loro compaesano mi ha spedito via mail. Nonostante la delegittimazione subita dopo la morte, ancora c'è qualcuno che ha il coraggio di raccontare chi erano davvero.

Caro Benny, vedere le foto nel sito di Paolo e dello "zu" Peppe mi hanno commosso profondamente, mi hanno riportato alla mente la spensieratezza della prima adolescenza. Mi hanno ricordato i coni gelato alla granita del bar di tuo nonno consumati all'ombra degli alberi della villetta con la statua della primavera.

Ricordo il camion carico di sabbia scaricato dallo zio Peppe davanti la porta di casa per i soliti lavoretti di manutenzione cui mio padre, seppur contadino, si prestava
con una buona manualità. Ricordo tuo zio che era più grande di noi e che ascoltavamo scherzare con gli altri ragazzi più grandi da Totò dell'officina. Lo scherzo si alternava con qualche imprecazione per i contrattempi, i guasti e le seccature che il lavoro con i vecchi camion comportava. Quella era la Lucca Sicula della mia adolescenza che per gli adolescenti è sempre piena di avventure con le ragazzine e scorribande di ragazzi.

La sera che hanno ucciso tuo zio Paolo noi eravamo seduti sugli scalini del viale e ancora ricordo lo sgomento e l'incredulità che si sono diffusi in piazza. Non sembrava possibile che un giovane padre di famiglia, sorridente e scherzoso, nonostante i debiti e le fatiche, fosse stato ucciso in quel modo orribile. Lucca
Sicula da quel giorno non è stata più la stessa, almeno per me e per molti dei ragazzi della nostra compagnia.

Ricordo benissimo tuo nonno Peppe vestito di nero, con la barba lunga e la morte negli occhi. Ricordo come sia invecchiato di dieci anni in pochi giorni. La sua fine l'ho sentita raccontare in frammenti da alcuni che hanno avuto la sventura di assistervi ricordandola sempre con un senso di terrore indelebile. Da quel giorno il terrore mafioso si è scatenato nel territorio, sono innumerevoli gli episodi di intimidazione subiti dai contadini nelle loro campagne, per non parlare dei numerosi furti di mezzi agricoli subiti in silenzio.

Caro Benny, a Lucca molti volevano bene a tuo zio e a tuo nonno. E' per colpa di alcuni mostri e di molti vigliacchi che è stata così
cruenta la loro fine. Questa nostra Sicilia è una terra bella ma terribile, tutti in paese e nei dintorni conoscevano i tuoi cari e sapevano che erano brave persone, miti e laboriose.

[...] I lucchesi, tanti ma non tutti, purtroppo, sono gente perbene e grandi lavoratori. Se vi siete sentiti abbandonati non è stato per malevolenza o indifferenza ma per puro terrore. La strage mafiosa dei vostri cari ha sprofondato il paese nel terrore. Oggi sono genitore di due bambine e spero di educarle ai valori in cui io credo: giustizia sociale e libertà. Sembrano cose scontate ma la
lotta per farli affermare in Sicilia è titanica. Stiamo sprofondando, sia a livello economico che sociale e la classe politica che ci rappresenta sembra brancolare nel buio. C'è di buono che la lotta alla mafia, grazie all'impegno di molti magistrati e agenti delle forze dell'ordine, ha fatto grandi progressi. Mai come oggi la mafia è stata così debole. Sono guardinghi e hanno paura. Se si facessero massicci investimenti governativi sulle dotazioni organiche delle procure e delle forze dell'ordine questo malefico fenomeno potrebbe anche essere debellato. Ma non se ne fanno, come mai?

La memoria ritorna alla Lucca Sicula dell'adolescenza quando una sera vidi alcuni soggetti in odor di mafia attaccare i manifesti di un partito che non sembrava un partito. Ricordo un amico che esclamò - "ma chi minchia 'mpicicanu au muru? chi c'è scritto... forza chi?". Sembrava una burla, ma ha cambiato lastoria d'Italia.

[...] Concludendo, sono contento e commosso per questo sito. E' importante ricordare i cari Paolo e lo zu Peppe Borsellino (come lo chiamavamo quando andavamo ad acquistare, con i pochi spiccioli di cui disponevamo, un cono, una granita o un cartoccio con la crema gialla) sia come vittime dell'orrore mafioso ma sopratutto come le brave persone che tutti conoscevano e tutti rispettavano.

Con affetto, anche se non ci siamo mai incontrati, ti porgo i più affettuosi saluti e i più sentiti auguri.

venerdì 2 luglio 2010

La fine di Digiuno Fassino in un video



Ogni fine ha la sua immagine. Che Guevara disteso su un banco con gli occhi aperti. I figli di Saddam sfigurati sui lettini dell'obitorio da campo. Il muro di Berlino preso a picconate. Mussolini appeso a testa in giù. Craxi che annega tra le monetine. Immagini che fanno la storia diventano storia.

La Caporetto del Partito Democratico è un video, girato, per caso, da un giornalista de Il Fatto Quotidiano che intercetta, per caso, una discussione tra un gruppetto di ragazzi delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino e Piero Fassino, che rappresenta qualcosa nel Pd.

I giovani gli chiedono conto dei "tradimenti" interni, dei "compagni" che campano grazie a Berlusconi e non si sognano di attaccarlo sui temi veri, corruzione e mafia. Come Violante per esempio, che per una poltrona di giudice costituzionale sta offrendo tutto ciò che ha a Berlusconi. Tutto. Peccato che a Silvio piacciano le donne; ora è il periodo delle brasiliane, e con tutto il rispetto, Violante non ha chanche. Dicono, i giovani, che mai nessuno dei dirigenti del Pd andrà in tv a dire che Berlusconi è amico della mafia e un corruttore di magistrati.

"E' una cagata" dice il principe Digiuno Fassino. Ma non cita mai una volta in cui abbia davvero attaccato Berlusconi sui veri temi scomodi. Poi una ragazza, Federica Fabretti, alta forse un metro e sessanta e qualcosa in meno, circa la metà del qualcosa del Pd, lo fa nero, mentre lui però è già sgusciato via: "Quel signore lì" lo chiama Federica. "Devono ritornare a parlare con le persone". I due ragazzi che stavano parlando con Digiuno sono indignati per come il qualcosa del Pd li ha trattati, senza stare ad ascoltarli, accusandoli di remare contro quando gli stavano solo chiedendo perchè Di Pietro parla e loro tacciono.

"Il popolo rosso l'ha contestata" gli dice il cameramen (Popolo delle Agende Rosse prego, che con il comunismo c'entrano quanto c'entra Fassino). "Ma sono solo due ragazzi" dice con sprezzo Digiuno. Alla moviola si legge "cosa vuoi che contino questi due sfigati, cosa ne sanno di Berlusconi". Molto più di te Fassino, tutti in Italia ne sanno più di te su Berlusconi.

Poi, quando ormai stava affondando, ecco il razzo dell'sos, tipico proprio dei berluscones: "Avete inscenato tutto questo per poter fare un piccolo teatrino". Già. Riuscire a farsi contestare in una manifestazione contro una legge del governo Berlusconi è antropologicamente impossibile. Lui ce l'ha fatta.