lunedì 28 giugno 2010

E' nata l'Associazione Antimafia "Giuseppe e Paolo Borsellino"

COMUNICATO STAMPA

Nata l'Associazione Antimafia "Giuseppe e Paolo Borsellino, imprenditori vittime innocenti della mafia"

E' stata costituita ieri a Verona l'Associazione Antimafia "Giuseppe e Paolo Borsellino, imprenditori vittime innocenti della mafia". Come si legge sullo statuto della neonata associazione di promozione sociale, le finalità principali sono la promozione della cultura antimafia, soprattutto tra le giovani generazioni, mettendole in guardia dalle infiltrazioni mafiose che ormai hanno raggiunto il Veneto e la sensibilizzazione della popolazione tramite incontri, convegni e conferenze con esperti del settore, volti ad approfondire la conoscenza diretta del fenomeno; in tal senso molta attenzione sarà dedicata alla valorizzazione delle storie di tutte quelle vittime di mafia ormai dimenticate.

Punto molto importante e più volte sottolineato durante l'assemblea è
la "stimolazione" delle altre associazioni presenti sul territorio ad occuparsi e a partecipare alla promozione della cultura antimafia come elemento fondante di ogni società che vuole definirsi libera; a tal proposito saranno organizzate periodiche tavole rotonde e incontri con altre realtà associative vicine al tema.

I dodici soci fondatori hanno eletto come presidente Benny Calasanzio, 25 enne nipote degli imprenditori Borsellino, cui è dedicata l'associazione. Suo vice sarà invece Stefano Pippa, giovane studente di Filosofia.

"La nascita di un'associazione sfacciatamente antimafia in un territorio come quello veronese è sicuramente un segnale per le persone per bene, ma anche un pessimo presagio per coloro che hanno intenzione massacrare il territorio e il tessuto sociale tramite le infiltrazioni mafiose" ha detto il neo presidente.

"La mafia ormai è una solida realtà su tutto il versante del lago di Garda, infiltrata com'è nelle speculazioni edilizie e nell'acquisizione di aziende in dissesto economico, e gestisce da anni il traffico di droga di tutta l'Europa; la stessa droga che quotidianamente passa dal nostro territorio. La nostra associazione vuole essere un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono fare qualcosa contro quella che ormai è una pericolosa realtà quotidiana" ha concluso Calasanzio.

L'inizio delle attività è previsto per la fine di settembre: è già in cantiere un grande incontro con personaggi importanti del mondo della Giustizia. Per tutti coloro che fossero interessati, il sito dell'associazione è www.giuseppeepaoloborsellino.blogspot.com e l'indirizzo mail associazioneborsellino@gmail.com

sabato 26 giugno 2010

Che odore ha la giustizia?

A volte alcuni gesti vengono concepiti, crescono in un ipotetico grembo e nascono in piena autonomia, senza che la volontà possa giocare alcun ruolo.

Ieri sera, tornato da una festa, ho letto sul web che il superlatitante Giuseppe Falsone era stato arrestato, a Marsiglia. Preso mentre tornava serafico a casa con le buste della spesa. Con un viso con cui non era nato, cambiato da un'operazione di chirurgia plastica; Falsone aveva rinunciato a ciò che di unico aveva pur di farla franca, di rimanere latitante a vita. Oggi non ha nemmeno più la sua faccia; ne ha un'altra, ritoccata, diversa.

Ho provato una grande gioia, una felicità costante, che non dura solo il tempo di un battito di ciglia ma che cresce dentro, che ti fa sentire leggermente sollevato da terra. Una felicità che le analisi approfondite e la razionalità lasciano libera, almeno per un pò.

Questa mattina ho preso il telefono, ho composto il numero della Questura di Agrigento e ho lasciato un messaggio per il Questore. Poi ho chiamato Alfonso Iadevaia, il capo della Squadra Mobile di Agrigento, che assieme ai colleghi di Palermo e dello Sco hanno catturato Falsone. Avevo la necessità di parlare con loro e di ringraziarli per avermi regalato quella felicità di cui ognuno di noi va perennemente alla ricerca.

Oggi Falsone sconta il suo primo giorno di prigione. Dopo 11 anni di latitanza è finita. Era tra i re della mafia agrigentina. Una provincia dalla quale sono andato via anni fa, una provincia che Falsone e suoi compari hanno insanguinato sterminando decine e decine di innocenti che non volevano divenatare loro sudditi. Chissà come stanno passando la giornata di oggi quelle vittime innocenti della mafia, se in qualche parrte qualcosa di loro davvero sopravvive dopo la morte. Perchè se così fosse spero che in quel posto ci siano i giornali. E le finestre.

Chissà cosa pensano di Falsone mio nonno e mio zio. Chissà se sono stati Falsone e i suoi compari a dare il via libera ai loro omicidi. E chissà cosa hanno provato, con quali gesti lo hanno fatto, se erano nervosi mentre emettevano il loro verdetto di morte. Se hanno dato il loro assenso con un movimento della testa o con uno sguardo o con un impercettibile suono.

E' una bella giornata oggi. C'è sole, fa caldo qui a Verona. Da ieri sera sorrido e guardo le due foto di Falsone. Con la sua faccia e con quella di un altro, uno sconosciuto che aveva il compito di salvarlo dalla galera, dai suoi omicidi. E che invece non lo ha fatto e lo ha lasciato da solo, senza nemmeno la compagnia di se stesso; oggi guarda allo specchio un altro che non è lui. Penso alle parole del capo della Mobile, stamattina al telefono: "siamo felici di darvi ogni tanto una piccola soddisfazione".

Oggi è la giornata giusta per essere felici, per non pensare a nient'altro. Perchè le finestre, assieme ai giornali? Perchè dalla mia, di finestra, assieme ai raggi di un sole convinto, entra un odore strano, quello della Giustizia.

venerdì 25 giugno 2010

Giulio Cavalli sul ministro veronese impedito Brancher

di Giulio Cavalli (consigliere regionale Idv Lombardia)

Sono molti e diversi i motivi per cui Brancher ministro dovrebbe accendere rigurgiti insopportabili e non sopportati da un Paese che ha perso il gusto del risveglio: la storia di Brancher, innanzitutto, è un sentiero di ombre che mette le radici nelle pieghe di quella Prima Repubblica che è stata “riciclata” piuttosto che essere confiscata e riassegnata ad uso sociale.

Aldo Brancher è sempre stato ad un soffio dalla quasi condanna grazie all’uso spregiudicato delle pieghe “garantiste” e rassicuranti della politica dell’impunità: detenuto per 3 mesi nel carcere di San Vittore, fu uno dei pochissimi inquisiti di Mani pulite a ricevere solidarietà dall’ambiente esterno: lo rivelò il suo datore di lavoro Silvio Berlusconi raccontando che “quando il nostro collaboratore Brancher era a San Vittore, io e Confalonieri giravamo intorno al carcere in automobile: volevamo metterci in comunicazione con lui”. Scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare, è stato condannato con giudizio di primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito al Partito Socialista Italiano. In Cassazione il secondo reato va in prescrizione, mentre il primo è stato depenalizzato dal Governo Berlusconi II, del quale faceva parte. Viene indagato a Milano per ricettazione nell’indagine sullo scandalo della Banca Antonveneta e la scalata di Gianpiero Fiorani all’istituto creditizio: la Procura ha rintracciato, presso la Banca Popolare di Lodi, un conto intestato alla moglie di Brancher con un affidamento e una plusvalenza sicura di 300mila euro in due anni.

Oggi il neo ministro del neonato e patetico “Ministero per il federalismo” decide di sfoderare il “legittimo impedimento” per l’udienza prevista domani mattina. Deve organizzare il proprio ministero, dice sornione. Primo buco libero nella fitta agenda del servile ministro è per il prossimo 7 ottobre. In un Paese civile si scenderebbe in piazza, si chiamerebbe la rivoluzione della dignità che viene fatta marcire sotto le suole di un Governo che ha superato il limite dell’oltraggio non solo alla democrazia ma anche alla Costituzione, ai cittadini, alle Istituzioni, alla Giustizia e alla decenza.

Ecco, se si dovesse trovare un aggettivo per abbigliare questo momento politico, “indecente” sarebbe il più calzante. L’indecenza di un ministero lanciato come una ciambella di salvataggio. L’indecenza di un potere che usava l’impunità per preservarsi e ora pornograficamente nomina potere per impunirsi. L’indecenza di un sorriso che sta sulla faccia di un presunto ladro mentre sfugge al giudizio e tutto intorno gli arredi di palazzo della Repubblica Italiana, i fotografi delle grandi occasioni, il Presidente che stringe la mano, le congratulazioni del Governo, la compostezza dei messi, i flash da cerimonia, gli uffici stampa che hanno raccontato sessant’anni di storia, i braccioli dei padri costituenti.

In mezzo, un ministro in calzamaglia e senza maschera come la pagina di un giornaletto erotico incollata a forza in mezzo ad un manuale di Storia. Come un pacchetto scagazzato lasciato a tutti i cittadini, al mattino presto, fuori dalla porta. Un ministro indecente. L’ennesimo e non l’ultimo. Di una rivoluzione che russa.

martedì 22 giugno 2010

E' Sonia Alfano, sparate!

So bene che Sonia Alfano, l'onorevole Sonia Alfano, non ha bisogno di avvocati o difensori che la tutelino da attacchi e diffamazioni. Lei ha le spalle grandi, lo so. Ma arriva un momento in cui tacere fortifica le squadracce nere della deligittimazione, quando il silenzio dei giusti fa più danni delle urla dei vigliacchi. E questo momento ora è arrivato, almeno per me.

Ho conosciuto Sonia quando ancora
era una militante temuta da associazioni ed istituzioni. Quando non stava un attimo zitta di fronte a soprusi ed ingiustizie. La capacità di trasformare il suo dolore in rabbia ha forgiato ed educato chi, come me, si affacciava ad un mondo, quello dell'"antimafia", incredibilmente arduo ed individualista.
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L'ho sostenuta con orgoglio, e non eravamo in tanti, quando ha accettato la richiesta di Beppe Grillo di candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia
con i meet up; l'ho fatto, come altri, preferendola ad una donna e ad un'amica eccezionale come Rita Borsellino. Pochi la conoscevano ma ha portato a casa circa 70 mila voti.

Le ho scritto una lettera quando non era sicura di voler accettare la candidatura alle elezioni europee
come indipendente dell'Italia dei Valori. Allora io, Salvatore Borsellino, Gioacchino Genchi e altri amici l'abbiamo "costretta" a candidarsi, perchè lei era la nostra unica speranza, perche la conoscevamo bene, perchè così era come se andasse in Europa ognuno di noi.
Ricordo il sostegno avuto da migliaia di persone, su internet, negli incontri in giro per l'Italia, ma soprattutto il grande appoggio di Beppe Grillo, del popolo dei meet up, che dopo le regionali, erano pronti a portarla in Europa.

Poi, d'improvviso, la disgrazia:
Sonia viene eletta con una valanga di preferenze al Parlamento Europeo. E qui cominciano i problemi. Lei rimane la stessa, gli altri però cambiano. Le invidie. I colpi bassi. Le vendette. Iniziano i "non mi hai risposto su Facebook, sei come tutti gli altri", i "non mi hai assunto nello staff qundi sei la peggiore". E qui, colui che l'aveva maggiormente sostenuta, Beppe Grillo, inizia a mollarla e a dare contrordini. Ad attaccarla: riferendosi anche a Luigi De Magistris, senza avere idea delle presenze certificate, delle interrogazioni e degli atti prodotti a Bruxelles, Grillo sostiene che i due lestofanti hanno "rubato" i voti ai grillini e poi sono scappati. In sostanza in Europa questi due non fanno nulla, perchè sono sempre in giro in Italia. Naturalmente, dati alla mano, è tutto falso.

Con il senno di poi penso che la spiegazione sia ovvia:
per Grillo sostenere una "politica", una "eletta", era controproducente per la sua "linea editoriale", anche se fosse la più bella e frizzante novità in un Parlamento Europeo da anni in monacale tailleur grigio. Non si può essere contro la politica e poi sostenere Sonia, anche a fronte del suo lavoro. Un antipolitico deve esserlo fino in fondo, anche a costo di ammazzare un rapporto di amicizia. E così i "suoi" sono felici.


Nel frattempo seguo quotidianamente il suo lavoro e non riesco a capire come realmente faccia a fare tutto quello che fa e a non esplodere. Metà settimana a Bruxelles, l'altra metà in giro per l'Italia per conferenze e incontri e un giorno su sette a casa con la famiglia. Lavora a progetti europei, lavora in commissione, esporta in Europa (ed è l'unica) le vergogne italiane per porle sul tavolo internazionale. Ogni tanto finisce in ospedale per palpitazioni, abbassamenti di pressione e altri indici di "iperattività sociale". Ma non lo racconta ai giornali. E viene attaccata. Da destra, certo, ma anche dal Pd, che in Europa è più evanescente che in Italia, affidato ad un David Sassoli che ha il peso politico dell'anima: 21 grammi.

Viene attaccata soprattutto dai "nostri". E subisce quello che altri San Sebastiani come Giulio Cavalli, ad esempio, subiranno qualche mese dopo: l'annullamento della persona per "eccessivi meriti politici". Il funzionamento è semplice: prima ti faccio eleggere, dunque diventi politico per realizzare il programma che abbiamo fatto insieme. Ma ora sei un politico, ergo non puoi più far parte della società civile. Non importa che tu in Europa stia facendo un lavoro che nessun italiano è mai stato capace di fare, non importa che tu non abbia tessere di partito: tu sei un politico, alla pari di Gasparri, Mastella e Borghezio.

Un vortice di astio che porta addirittura il sempre attento Grillo a commettere un'imperdonabile leggerezza nei confronti di Sonia:
dal suo blog l'attacca per non aver "difeso" la Nutella, per aver con il suo voto affosato l'emendamento che avrebbe esonerato la Ferrero dall'essere veritiera nelle sue pubblicità. Lei non si piega alle pressione delle lobby e Grillo si unisce a Castelli e Libero, come riporta un ottimo articolo su Peacelink: “Al bando la Nutella” (Libero), “I traditori della Nutella” (Il Riformista), “Nutella amara” (Beppe Grillo), “Giù le mani dalla Nutella” (l’ex ministro Castelli). Già il fatto di pensarla come Libero avrebbe dovuto indurlo a seria riflessione, ma ormai la missione va portata a termine.


Ora basta.
E' arrivato il momento di iniziare a tutelare chi ce la sta mettendo tutta per onorare il mandato che gli elettori le hanno conferito. Io non ci sto ad assistere immobile alla flagellazione di un'amica che sta pagando per la propria indipendenza non solo dai partiti ma anche dalle associazioni. Non lo faccio per amicizia, ma per stima, che è diverso. Non lo faccio per solidarietà a Sonia, ma per interesse personale: voglio che continui a lavorare in Europa così come sta facendo, e che non molli esasperata dagli attacchi e dagli amici che aspettano che si giri un attimo per pugnalarla su un blog, senza diritto di replica.

giovedì 17 giugno 2010

Spatuzza, quanto è difficile dimenticare

Ieri nel vortice di indignazione a seguito della decisione del Viminale, che si è arrogato la decisione di valutare l'attendibilità o meno del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, ormai accertata da tre procure, un articolo pubblicato sul blog degli amici di Pino Masciari mi ha obbligato a fermarmi, contare fino a dieci e riflettere.

Pino Masciari è quell'imprenditore calabrese che per aver denunciato la 'ndrangheta è stato costretto a fuggire come un bandito e a vivere braccato, sopportando soprusi e umiliazioni da parte dello Stato. A fare infuriare gli amici del testimone di giustizia (ben diverso da "collaboratore") sono state le parole del procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi: il pentito di mafia Gaspare Spatuzza ”ci ha indirizzato un messaggio nel quale ribadisce la propria disponibilità, per quanto può fare, a collaborare con lo Stato, in cui fortemente crede, per la ricerca della verità".

Poi i ragazzi che da anni "scortano civilmente" Masciari continuano: "Ora non spetta a noi giudicare se sia giusto o sbagliato non inserire Spatuzza in un programma speciale di protezione ma, la cosa che ci ha fatto rivoltare lo stomaco sono state le sue affermazioni, “collaborare con lo Stato in cui fortemente crede”, ma vogliamo scherzare? Addirittura abbiamo letto che Spatuzza si è convertito… a cosa???" si chiedono indignati gli amici dell'imprenditore calabrese.

Una riflessione coraggiosa, sicuramente controtendenza, che mi ha scosso dal senso di normalità e assuefazione che ormai aveva coperto il caso Spatuzza. E non so se vergognarmi di aver "fatto il tifo" per Gaspare Spatuzza o esserne fiero perchè sono riuscito, come altri, a perdonare, a dimenticare in virtù della verità.

Dimenticare che Spatuzza non è un ladro, uno spacciatore, ma un killer spietato
che ha ucciso, tra i molti altri, padre Pino Puglisi guardandolo negli occhi? Che ha rapito il piccolo Giuseppe Di Matteo poi destinato ad una vasca d'acido?

Dimenticare però che ora grazie a lui hanno ripreso vigore le indagini sulla strage di Via d'Amelio e finalmente stanno per finire alla sbarra i servizi segreti? Che grazie a lui si è dimostrato che il processo sulla strage che ha ucciso il giudice e i cinque ragazzi della scorta è stata una farsa basate sulle balle evidenti di Vincenzo Scarantino?

E' un dilemma lancinante che regala "ragioni" ad entrambi le "fazioni". Quello che sta facendo ora Spatuzza può redimerlo? E lui si è mai veramente "pentito" rispetto ai suoi orribili crimini? Una risposta ovviamente non la possiedo, quello che potrei consigliare è però quello di mantenere un atteggiamento assolutamente consapevole, senza dimenticare che io, che noi e Spatuzza non siamo amici e non abbiamo nulla di condividere. Io sono nato diverso da lui, in una famiglia diversa dalla sua, in uno schieramento diverso dal suo, ma che lui con la sua collaborazione può forse riscattarsi.

Dunque proteggete Spatuzza, dategli la scorta e ogni protezione necessaria, senza dimenticare però che noi siamo diversi da lui a questo non potrò porre rimedio alcun pentimento.

mercoledì 16 giugno 2010

L'Agenda Nera di Rizza e Lo Bianco

Se L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino era la narrazione di quei 57 giorni che trascorsero dalla strage di Capaci a quella di Via D'Amelio visti dagli occhi di Paolo Borsellino, scanditi dagli appunti trovati su un'altra agenda del giudice, L'Agenda Nera della Seconda Repubblica è invece il racconto di quei giorni visti dall'altra sponda del fiume. E' fondamentalmente il racconto di come si sia riusciti ad insabbiare le indagini sul terzo livello di cosa nostra e si sia consegnata ai familiari del magistrato morto in via D'Amelio una falsa verità.

Per dirla in maniera commestibile anche ai palati più a secco di storie di mafia, ben sei processi e due sentenze della Suprema Corte sull'eccidio Borsellino, Loi, Traina, Li Muli, Cosina e Catalano sono state fondate su solenni "balle". Sulle dichiarazioni di un collaborante, Vincenzo Scarantino, che le ha rese, poi trattate, poi confermate, poi ritrattate, poi riconfermate ed infine ritrattate nuovamente a seconda dell'umore e delle pressioni della sua famiglia, da sempre convinta della sua estraneità e che alla luce dei nuovi fatti sembra aver visto giusto sin dal primo momento.

Un pentito che era persino stato riformato dalla leva militare perchè "psicolabile". Psicolabile dunque ottimo da manovrare, da incastrare con pressioni fisiche e psicologiche, con violenze e torture oltre ogni limite cosituzionale; ottimo dunque da costruirci sopra svariati processi. Ma mai nessuno si è chiesto come potesse cosa nostra aver affidato ad un tale elemento la preparazione fisica della strage? Evidentemente nessuno doveva fare e farsi domande.

Ma chi c'è dietro il più grande depistaggio della storia italiana che ora, venuto alla luce, sta gettando nel panico politici, magistrati ed investigatori? C'era, secondo i magistrati, innanzi tutto il gruppo investigativo Falcone Borsellino, guidato da Arnaldo La Barbera, che prima era stato estromesso dalle indagini e poi richiamato assieme al suo gruppo dopo le pressioni dei magistrati. Un gruppo in cui c'era anche Gioacchino Genchi, oggi consulente dell'autorità giudiziaria, che quando intuisce che a gestire le indagini non è più La Barbera, ma c'è qualcuno che lo sta manovrando e sta deviando le investigazioni lontano dalla più ovvia logica, dopo una sfuriata lunga una notte sbatte la porta e se ne va, mentre La Barbera gli confida in lacrime che chiudendo in fretta quell'indagine lo avrebbero promosso.

E oggi Vincenzo Ricciardi, oggi questore di Novara, Salvatore La Barbera, della Criminalpol e Mario Bo, dirigente della polizia in Friuli, vecchi pezzi di quel gruppo, sono formalmente indagati per quei depistaggi e per quelle manovre oscure; La Barbera, indagato invece non lo è, ma solo perchè è morto nel 2002. Depistaggio per ragion di Stato, per rassicurare l'opinione pubblica e gli organi di uno Stato che è stato sull'orlo di un golpe, o per disegno eversivo spinto dai servizi segreti, di cui, e qui il vero scoop dei segugi de L'Ora, La Barbera era a libro paga, per portare a termine la trattativa con cosa nostra, di cui ha ampiamente parlato Massimo Ciancimino? Questo si chiedono gli autori Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza, oggi al Fatto Quotidiano; un interrogativo che i magistrati della procura nissena stanno cercando di risolvere.

Quello che rimane oggi sono alcuni ricordi, alcuni ritagli di quotidiani ormai sbiaditi, iclassici profeti in patria mai ascoltati, come il magistrato Alfonso Sabella e Gioacchino Genchi, che per primi diffidano di quel balordo della Guadagna che al massimo era buono per spacciare droga di pessima qualità, e per prima compromettono le loro carriere mettendosi di traverso ad una manovra enorme e raffinatissima, che portava nel ventre infetto patti scellerati, leggi salvamafiosi e abbracci mortali tra politica e cosa nostra.

Un depistaggio a cui purtroppo hanno abboccato senza esitare i pm dei vari processi, quei dibattimenti che oggi, di fronte alla collaborazione di Gaspare Spatuzza che ha definitivamente affossato le balle di Scarantino, sono a rischio revisione. In parallelo al depistaggio, sulle pagine dell'Agenda Nera, sono scandite le tappe che hanno portato alla nascita di Forza Italia, vecchio partito del premier Silvio Berlusconi; i boss che guardano con speranza al magnate dei media, le mediazioni di Dell'Utri, la promessa che in dieci anni il Governo avrebbe fatto tutto il possibile per alleviare i problemi dei boss. E una certezza, ormai ribadita in più decreti di archiviazione, che quell'ipotesi dei mandanti a volto coperto delle stragi, Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, non è mai stata cancellata, ma anzi alcuni elementi hanno accresciuto il quadro iniziale, insufficiente però ad istruire un processo.

E nel frattempo Totò Riina, ampiamente scaduti quei dieci anni di mora, torna sibillino a farsi sentire: Borsellino l'avete ammazzato voi, lo Stato. Mai come in questo caso il nero è stato il colore del male.

giovedì 10 giugno 2010

L'agente Catullo, Gioacchino Genchi e quella porta sbattuta

Come nelle migliori trame tessute da esperti giallisti, sulle indagini per la strage di Via d'Amelio piomba l'ennesimo colpo di scena, che a dir la verità si annusava da qualche tempo a questa parte e che da quasi un anno, invece, giaceva accennato sulle pagine di un libro.

A restituire un ulteriore tassello di verità su quello che accadde dopo la strage del 19 luglio, sui depistaggi e sui processo "farsa" sono stati ancora una volta Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, ormai coppia fissa in delicate inchieste come L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino e Profondo Nero, e L'Agenda Nera che da oggi è nelle librerie.

Questa volta, il nome che viene fuori dalla carte che ora sono in mano alla Procura di Caltanissetta fa sobbalzare sulla sedia. Arnaldo La Barbera, ex capo della Squadra Mobile di Palermo e poi questore della città. Lo stesso La Barbera che era stato responsabile della sicurezza personale di Giovanni Falcone e successivamente, con un decreto ad hoc che, come vedremo, aveva già procurato dei sospetti a chi gli era vicino, nominato al vertice della squadra investigativa “Falcone-Borsellino” per seguire le indagini sulle stragi.

Ebbene, negli uffici dell'Aisi, dove erano custoditi gli elenchi e le foto degli agenti segreti che tra gli anni Ottanta e Novanta hanno agito in Sicilia sotto copertura, alcuni dei quali intrattenendo oscene trattative e abboccamenti con uomini di cosa nostra, c'era anche il super poliziotto con il nome di battaglia “Catullo”.

Si ipotizza che La Barbera e il suo entourage potesse aver avuto un ruolo nel confezionare il falso pentimento di Vincenzo Scarantino che, autoaccusandosi del furto della 126 che poi sarà riempita del semtex che ucciderà il procuratore Borsellino, deviò le indagini verso il nulla (tre suoi stretti collaboratori sono già indagati per concorso in calunnia). Il processo su Via D'Amelio fu infatti chiuso fretta e furia sulla base delle dichiarazioni di pseudo mafiosi che al massimo sarebbero stati in grado di rubare qualche caramella ad un bambino particolarmente sprovveduto. Scarantino, Candura, Francesco Andriotta, nomignoli delle borgate palermitane, ladri di polli che all'interno di cosa nostra non avevano alcun significato, ma ottimi da dare in pasto ad una giustizia che aveva fretta di chiudere i conti con il passato senza toccare i fili dell'alta tensione, che passano soprattutto per i servizi che ormai, alla luce dei fatti, definire deviati è un pleonasmo. Ben sei processi e due pronunce della Suprema Corte basati solo ed esclusivamente su balle colossali.

Ma se la conferma che La Barbera fosse al soldo dei servizi è nuova e verrà raccontata dettagliatamente nel saggio dei due giornalisti, ampi stralci che lasciavano presagire ad alcuni strani movimenti avvenuti nella Questura di Palermo in quei giorni sono già scritti e pubblicati da mesi. In quel libro di quasi mille pagine Il Caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato che ha lo strano effetto di riportare o anticipare cose che hanno da accadere. Che compone puzzle a cui poi, dopo anni, qualcuno aggiunge l'ultimo tassello.

Lo stesso Genchi che con La Barbera lavorò fianco a fianco fino alla clamorosa rottura. Gioacchino Genchi, già vice questore a Palermo, attualmente sospeso dal servizio, la sua versione l'aveva già scritta, senza sapere, chiaramente, quello che sarebbe poi venuto fuori. Gli era costato caro raccontare aspetti poco chiari di una delle persone che professionalmente e umanamente più importanti della sua vita. Solo che Genchi fa il consulente, non il veggente, dunque molte cose erano già note e bastava aprire gli occhi. E leggendo alcuni passaggi del volume, non si può rimanere indifferenti alle troppe affinità con lo "scoop" sui servizi segreti. Solo che lo scoop è di oggi. Il libro è del dicembre 2009. Quando le indagini del gruppo Falcone Borsellino presero la via di Scarantino, Genchi fu l'unico che ebbe il coraggio di andarsene e sbattere la porta, mettendo a repentaglio la carriera e non solo.

Dal libro di Edoardo Montolli Il Caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato

Nell’altra Procura, a Caltanissetta, si corre: l’inchiesta su via D’Amelio sta per subire una brusca accelerata. E per il commissario capo si corre troppo. E una sera, nell’ufficio del gruppo Falcone-Borsellino, si urla. Dentro, ci sono due persone:Gioacchino Genchi e Arnaldo La Barbera.

Genchi: "Dopo le accuse di Candura e la confessione di Scarantino, decisero di arrestare Pietro Scotto, l’uomo che avevo individuato come possibile telefonista per via D’Amelio. Mi parve una cosa assurda. Stava a due passi dal nostro ufficio, era intercettato, avrebbe potuto forse portarci ben più avanti. Perché faceva avanti e indietro da via D’Amelio a sotto il Monte Pellegrino, su cui avevo focalizzato l’analisi dei tabulati. Ci fu una discussione durissima, di fuoco. Continuavo a spiegargli che si doveva aspettare, che non potevamo agire. Glielo ripetevo alla nausea: non arrestarlo, non arrestarlo…"

I toni si alzano. Come e più che nel 1989, quando il raid da Contorno continuava a ritardare. Genchi dice che non va, non funziona proprio così.

Genchi: "Litigammo tutta sera e per buona parte della notte. Ero infuriato: il mancato riscontro sul viaggio di Falcone, l’abbaglio su Maira, e ora l’arresto di Scotto per le confessioni di due personaggi improbabili come Candura e Scarantino che rischiavano di far naufragare l’inchiesta. Pietro Scotto no. Lui no. Strilla Genchi, strilla convinto che ogni cosa sarà persa se lo arresteranno. E quel che poi accade è ciò che non sarebbe mai dovuto accadere. Un nodo alla gola che si porterà dietro per sedici anni: Fu allora che La Barbera scoppiò a piangere. Pianse per tre ore. Mi disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere a quello che mi stava dicendo. Ma lo ripeté ancora. E ancora. E furono le ultime parole che decisi di ascoltare. Me ne andai sbattendo la porta. L’indomani mattina abbandonai per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. E le indagini sulle stragi".

È la notte tra il 4 e il 5 maggio 1993. Genchi si chiama fuori. Il 14 un’autobomba esplode a Roma, in via Fauro. L’attentato pare diretto al giornalista Maurizio Costanzo, che ci stava passando, ma che al momento dello scoppio era ancora fuori bersaglio. Sulla stessa via, a una manciata di metri, c’è parcheggiata la Y10 di Lorenzo Narracci, vice di Contrada al Sisde, che abita lì. C’è chi si chiede se il vero obiettivo fosse lui. La strategia della tensione si sposta poi a nord. Il 27 tocca a Firenze, via dei Georgofili, agli Uffizi: cinque morti e trentasette feriti.Il giorno dopo, Pietro Scotto viene arrestato. L’11 luglio, il ministro dell’Interno Nicola Mancino promuove La Barbera dirigente superiore e col grado di questore lo assegna alla direzione centrale della polizia criminale di Roma. L’anno successivo diventerà il nuovo questore di Palermo.

La storia, purtroppo, era già scritta. Mancava un finale degno della trama e ora pare che ci siamo molto vicini.

lunedì 7 giugno 2010

Leghisti e prostitute, versione ampliata

Versione estesa dell'articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano.

A pochi chilometri i suoi colleghi veneti della Lega Nord flagellavano i clienti delle prostitute con multe fino a 500 euro, mentre lui, Cesare Biasin, 46 anni, sposato con due figli e di professione grafico, sindaco leghista di Silea fino al 2006 e ora consigliere comunale, affittava appartamenti e procurava clienti a prostitute e trans.

Per questo è indagato per il reato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Tutto ciò avveniva fino a pochi giorni fa in una palazzina in via Dell'Olmo nella zona Stiore, a Treviso, in cui oltre a quelli “gestiti” da Biasin, almeno tre in tutto, anche altri appartamenti erano votati al meretricio.

Il meccanismo era semplice e ben oleato, alla faccia delle crociate dei consanguinei leghisti: negli appartamenti, intestati ad una sua conoscente ma riconducibili a lui, il sindaco ospitava due prostitute romene di 32 e 34 anni, anche se le donne coinvolte potrebbero essere una decina. In cambio dell'ospitalità le due donne versavano al consigliere del Carroccio 300 euro ciascuna a settimana. Ma nell'obolo era compresa però anche la consulenza di marketing: era Biasin che si occupava della promozione dell'attività “commerciale”, con annunci su giornali e siti internet del settore. E anche in questa storia non poteva mancare il trans: uno dei tre appartamenti “gestiti” da Biasin era dato in comodato d'uso ad un transessuale siciliano di 35 anni, che pagava fino a 500 euro alla settimana.

Pensare che Cesare Biasin, attivista in un'associazione ambientalista, aveva perso la poltrona di primo cittadino nel 2006 per la concessione di una licenza commerciale alla moglie di un suo assessore nonostante, ovviamente, il regolamento comunale lo impedisse. Quando la vicenda divenne nota, un'ondata di dimissioni, prima degli assessori e poi dei consiglieri, consegnò il municipio al commissario prefettizio.

Anche se ancora la Questura non conferma né smentisce l'identità dell'indagato, e lo stesso Biasin parla di una improbabile “omonimia”, la Lega non ha perso tempo: “La tessera della Lega Nord di Cesare Biasin alle 8.36 è stata stracciata” ha detto ieri mattina il sindaco di Vittorio Veneto e segretario provinciale del Carroccio Gianantonio Da Re. “In qualità di segretario provinciale del partito posso affermare che il signor Biasin da oggi rappresenta solo ed esclusivamente sé stesso, come gli abbiamo comunicato con un telegramma. La moralità del nostro partito non ammette né se né ma soprattutto in questo caso”.

sabato 5 giugno 2010

Gli spinelli dei compagni

In cerchio, con i bonghi e le chitarre ci sono stato anch'io. In ogni gruppo di "alternativi" che si rispetti prima o poi il cannone, lo spinello, la canna, la si chiami come si vuole, viene fuori. Ci sta, fa parte del contesto, come le canzoni e il cane meticcio d'ordinanza. Tra i compagni un pò d'erba c'è sempre, che sarà mai.

Poi i compagni vanno a protestare legittimamente per le aggressioni palestinesi, contro la guerra, contro la tav, contro tante altre cose e talvolta contro la mafia. Proteste doverose, proteste retoriche, proteste strumentali. C'è di tutto. Non metto in dubbio la buona fede, ma il mio cruccio rimane quel cannone perfettamente contestualizzato.

Lo spinello in queste manifestazioni raramente manca. Ci sono i manifestanti, i poliziotti a cui ogni tanto per sbaglio scappano i manganelli, è c'è lui, lo spinello. Ma da dove viene Mr. Spinello, che presenzia ad una manifestazione sui diritti violati, ad una marcia contro la guerra?

Facciamo l'esempio di Verona. Già dagli anni 70-80, periodo nero dell'eroina in Italia, da qui transitava la droga per tutto il nord-Italia. Oggi l'oro bianco è la cocaina ed il transito è in netto aumento, via autostrada, via binari e via aerea.
Qui il 16 marzo di cocaina purissima ne sono stati sequestrati 26 chilogrammi provenienti dal sudamerica. Ieri, sempre a Verona, sono stati sequestrati tre chili di eroina destinata a Bolzano e gestita da un siciliano. Dai controlli svolti dall’osservatorio dei Servizi per le tossico dipendenze, condotti tra l’agosto del 2009 e il gennaio scorso, su 1062 conducenti di autovetture, il 16 per cento aveva assunto droghe. Una città definita, non a caso, "crocevia della droga". Lo dicono i magistrati, lo dicono le forze dell'ordine e lo dicono gli strafatti consumatori che non si lamentano dell'abbondanza delle forniture.

Cosa c'entra quell'innocente e creativo spinello con tutto ciò? Il grosso spaccio di droga qui viene gestito dai gruppi criminali organizzati, che ricevono materia prima e protezione dai clan della 'ndrangheta che ha praticamente il monopolio europeo in campo di stupefacenti. Ma lo spaccio della marijuana, dell'hascish e delle altre droghe "leggere" non ha un percorso diverso. Avviene tutto sotto l'occhio vigile delle mafie, ed ogni euro speso per spinelli e affini va a finanziare proprio le mafie, i loro progetti di morte e gli attentati in preparazione ai magistrati.

Questo per me è inconcepibile. So bene che, se fosse autorizzato, molti dei giovani o meno giovani si coltiverebbero la propria piantina di erba, magari dando l'appalto della gestione alla nonna convinta di abeverare basilico. E forse sarebbe la cosa meno peggio perchè in fondo sono affari propri. Ma finchè le cose stanno così, con molta frequenza assisto a queste grandi incoerenze: uomini e donne che gridano giustizia e libertà per altri popoli e allo stesso momento finanziano i grandi cartelli criminali che opprimono noi.


Fumare, per il momento, uccide gli onesti.