giovedì 27 maggio 2010

Manifestazioni antimafia solo se siete 300

Pensare di ricordare a Roma il giudice Giovanni Falcone, il 23 maggio, può non essere una buona idea. Pensare di ricordare Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro nel giorno della strage di Capaci può essere persino una pessima idea, se lo fai senza una patente di legittimità.

Per farlo devi avere almeno 50 mila euro da investire nell'organizzazione e le presenze devono essere più di 300. Sennò non puoi. Se siete in 150 infangate la memoria di Falcone. Se siete in 200 Falcone è indifferente. Se siete in 300, invece, allora lo avete ricordato. Dunque, cari amici misti tra Nuova Resistenza e Agende Rosse, sappiate che la prossima volta sarete di nuovo contati dai contatori dei partecipanti alle manifestazioni antimafia, una nuova categoria lavorativa che anzichè esserci e lottare, si preoccupa di contare. Loro contano, sono fatti così.

Quindi se vi saltasse in mente di azzardarvi di nuovo a ricordare qualcuno tra Impastato, Borsellino o Falcone, come hanno fatto a Roma, ricordatevi delle condizioni. A Virginia Woolf per scrivere un romanzo servivano una stanza tutta per sè e 500 mila sterline all'anno di rendita. Ai giovani che vogliono ricordare il loro giudice almeno 50 mila euro e 300 partecipanti per farlo bene. Altrimenti si vedono recapitare una missiva in cui vengono rimproverati e definiti dilettanti o quando gli va bene "gruppetti pieni di persone che, per quanto brave e volenterose, non possono avere i mezzi nè l'esperienza necessaria per l'organizzazione".

Questa è una bestemmia. Ogni gruppo che si riunisce e ricorda le vittime di mafia è un presidio di legalità, è una vittoria sulla mafia, è un seme splendido che dovrebbe essere gettato in ogni città, chi se ne fotte del numero! E chi organizza tutto ciò merita non solo il massimo rispetto, ma un ringraziamento da parte di tutti. Ricordo quando Federica, una delle organizzatrici, prima ancora di prendere contatti con altri familiari di vittime della mafia più note, mi chiedeva del materiale sulla mia famiglia da leggere in piazza Navona a Roma, vista la mia impossibilità a partecipare. Voleva parlare di mio nonno e di mio zio assieme alle storie di Attilio Manca, Graziella Campagna, Beppe Alfano ecc.

E io dovrei criticarli perchè erano "solo" in 150? O perchè d'improvviso è sceso il diluvio, che forse i contatori dei partecipanti alle manifestazioni antimafia potevano prevedere? Questa è follia. "E' davvero questo, quello che meritano i nostri eroi?" si chiede l'autore della lettera, alla fine. I nostri eroi, come li chiama lui, sarebbero riconoscenti rispetto a tutto ciò, perchè se non ci fossero stati quei 150, a Roma nessuno avrebbe ricordato il giudice Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. E sarebbero indignati per questo attacco ai "loro" ragazzi.

Ricordo quando con Salvatore Borsellino ci invitavano ad alcune conferenze, e specialmente all'inizio ci capitava di trovarci di fronte a 10-15 persone. Io magari ero un pò demoralizzato. Lui mi rimproverava volta per volta e mi diceva: "A me basta che ci siano 5 persone ad ascoltarmi, come quelle che hanno dato la vita per mio fratello".

Paul Connett a Verona, in coda le domande

martedì 25 maggio 2010

"Ecoballe" di Paolo Rabitti

Devo le mie scuse alla camorra. Sono stato tra quelli che l'hanno indicata come causa principale dell'emergenza rifiuti in Campania. Avevo sottovalutato l'efficenza delle istituzioni. Dover ammettere che la camorra c'entri davvero poco con l'emergenza in sè per sè e che in realtà essa si sia nutrita solo delle inefficienze della pubblica amministrazione e dei privati, rendendosi responsabile di oscenità successive, quali gli smaltimenti illegali, è frustrante.

Ci si consola solo scoprendo cosa hanno fatto gli altri attori protagonisti del disastro, un cast davvero inaspettato che è riuscito per 15 anni a farla franca aggirando leggi, regolamenti e ordinanze. A raccontare la vera storia dei rifiuti a Gomorra è stato
Paolo Rabitti, ingegnere e urbanista mantovano, consulente per le procure nei più importanti processi sui "disastri" ambientali, come il Petrolchimino di Marghera, l'Enel di Porto Tolle, il Petrolchimico di Brindisi, nel suo libro Ecoballe, edito da Aliberti. Il timore di trovarsi di fronte al libro di un tecnico svanisce dopo poche pagine; grazie alla sua abilità di scrittura, Rabitti rende accessibile, anche a chi non ha alcuna preparazione specifica, il tema dei rifiuti, degli inceneritori e delle discariche.

Un racconto surreale che parte dal 1994, quando viene proclamato lo stato di emergenza rifiuti in Campania, al 1998, quando l'allora ministro dell'Interno, Giorgio Napolitano, con un'ordinanza dà inizio al progetto di realizzare in Campania una moderna filiera dei rifiuti, disponendo l’attivazione della raccolta differenziata. Un disegno così innovativo e funzionale che già nel bando di gara per affidare i lavori, il progetto originale viene stravolto, e a favore di chi? La risposta, in questo libro, è sempre la stessa, qualunque sia la domanda: la celebre Impregilo, che presto costruirà il ponte tra 'ndrangheta e mafia, o se si preferisce, tra Calabria e Sicilia. A bando aperto, ecco la prima ecoballa di tutta la vicenda: dopo aver letto il bando di gara, il ministro dell'ambiente, Edo Ronchi, resosi conto che quegli impianti avrebbero smaltito l’intera produzione di rifiuti solidi urbani della Regione, dunque l'opposto del progetto che doveva favorire la raccolta della differenziata, scrive al commissario Rastrelli, presidente della Regione Campania, una nota di contestazione. Il giorno dopo, con una lettera, scende in campo l’Associazione Bancaria Italiana. Cosa c'entrano le banche con i rifiuti ed in particolare con gli inceneritori? Il senso della lettera è: o fate come diciamo noi o non finanziamo il progetto di finanza.

Le condizioni poste da Abi, tra le altre, prevedono che nel caso in cui i comuni non conferissero la quantità minima di rifiuti fissata, fossero obbligati a pagare anche per la quantità non apportata e che il CIP6, il contributo pagati dai contribuienti in bolletta per le energie rinnovabili, fosse riconosciuto all'energia producibile con il combustibile derivato dai rifiuti proveniente da tutta la Campania. Questo è davvero il top della nostra storia. Le banche mentre il bando è ancora aperto entrano a piè pari permettendo ad Impregilo di formulare un prezzo richiesto per il trattamento e smaltimento dei rifiuti molto inferiore rispetto ai concorrenti, dunque di vincere la gara anche con un bassissimo punteggio attribuito al progetto. Un progetto, quello di Impregilo, considerato il peggiore e soprattutto irrealizzabile: prevedeva di produrre più materiale organico stabilizzato rispetto alla quantità di organico presente nei rifiuti. Come se uno presentasse un impianto per produrre più vino rispetto all'uva pigiata.

In tutto ciò l'ex presidente della Regione Antonio Bassolino merita una nota a parte: è lui che in contrasto con il bando di gara, recepisce quasi integralmente i desideri dell'Abi, primo fra tutti quello di far saltare nel contratto la frase dell'ordinanza, del capitolato e del bando, che disponeva che il combustibile ricavato dai rifiuti prodotto dagli impianti fosse smaltito in inceneritori esistenti in attesa dell'entrata in funzione degli inceneritori previsti dal bando. Gli impianti Cdr sono entrati in funzione nel 2000, l'inceneritore di Acerra sta praticamente partendo adesso. Questo ha provocato l'invasione della Campania da parte di oltre dieci milioni di tonnellate di ecoballe, stoccate in piazzole che in realtà erano vere e proprie discariche non autorizzate e infatti sono state sequestrate. Capito il sindaco della Primavera?

E' sempre lui ad ammettere candidamente di aver firmato i contratti per lo smaltimento dei rifiuti nella provincia di Napoli e nel resto della Regione senza leggerli. Il resto è cronaca, con l'incriminazione della Regione Campania, Bassolino in testa, dei piani alti di Impregilo, a cui sono stati sequestrati 260 milioni di euro e dei prestigiosi tecnici incaricati dei collaudi in corso d'opera (in gran parte arrestati per i falsi collaudi) portati alla sbarra grazie alla consulenza di questo tecnico con la voce di Francesco Guccini, che termina la sua analisi con un'amara riflessione: "cinque incenitori bruceranno i rifiuti della Campania, milioni di ecoballe e, presumibilmente i rifiuti di altre regioni. La storia si chiude come da copione, con l'ordinanza Napolitano definitivamente cancellata".

lunedì 24 maggio 2010

Giornalismo, libertà e ipocrisia


Tutti a stracciarsi le vesti contro la legge schifezza sulle intercettazioni. Ma impedire ai giovani di accedere alla professione di giornalista, istituire ostacoli economici o pratici, come i master nel primo caso o il praticantato nel secondo, è democratico, aiuta la libertà di stampa? Tutta colpa di Silvio, insomma, la mancanza di uguaglianza di fronte alla penna?

sabato 15 maggio 2010

"Don Vito"

“Don Vito” non è solo un libro sulla ormai accertata trattativa tra Stato e mafia, sulla messinscena dell'arresto di Totò Riina e sulla pax sigillata con il sangue del procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino. “Don Vito” è il racconto di chi tutto ciò lo ha visto con i propri occhi e lo ha vissuto in seconda linea, nella veste di factotum di un padre padrone che nel salotto di casa sua incontrava, con la stessa frequenza, politici e mafiosi; a volte entrambi nello stesso momento. Quel figlio si chiama Massimo e quel padre Vito, Vito Ciancimino.

Scritto con il giornalista Francesco La Licata, “Don Vito” è un flashback lungo cinquant'anni che inizia con una rasatura dal barbiere, con un Don Vito insaponato e Massimo con in mano un giornale su cui riconosce, in un identikit, la figura amichevole e familiare che ha sempre visto in casa: l'ingegner Lo Verde. La didascalia, però, dice che si tratta di Bernardo Provenzano. Da quella perdita dell'innocenza comincia l'avventura di un giovane scapestrato e “mezza testa” come chiamano in Sicilia quelli come lui, che in mente hanno solo “piccioli”, donne e divertimenti. Una mezza testa che Don Vito cercava di proteggere, di tenere lontano dai problemi, relegandolo al ruolo di factotum personale a cui riservare affettuosi appellativi quali “testa di minchia” e affini. Un padre che non esita, dopo l'ennesima bravata di Massimo, a legarlo con una catena al termosifone; fatti che, anche dopo la morte del padre, gli fanno provare astio e rancore per quel pezzo di vita che avrebbe voluto vivere in un altro modo, per quelle interferenze quotidiane targate Don Vito culminate nel tentativo, riuscito, di fargli chiudere la discoteca sul Monte Pellegrino che Massimo era riuscito ad aprire.

In queste pagine, volute fortemente da proprio da Ciancimino Jr, ci sono quasi quarant'anni di potere a braccetto con cosa nostra, il rapporto del padre con Roberto Calvi, il banchiere di Dio ucciso a Londra con cui Don Vito si incontrò più volte per scambi di denaro. Racconti “vagliati” quasi in ogni paragrafo dalle parole parche e misurate del fratello di Massimo, Giovanni, che aggiungono a quelle del fratello la legittimità di chi è stato solo sfiorato dalle inchieste e oggi non avrebbe motivo di mentire.

E poi ci sono quei due, sempre e comunque presenti. Senza “loro” forse Don Vito non sarebbe mai esistito: due figure complementari a quella del politico dei corleonesi, due punti fissi con cui concordare ogni piccolo particolare e ogni mossa politico-mafiosa. Una è quella di Bernardo Provenzano, che frequentava, a tratti quotidianamente, casa Ciancimino a Palermo, a Mondello e a Roma anche mentre Don Vito era agli arresti domiciliari. L'altra il signor Franco/Carlo, uomo legato ai servizi segreti, grande anticipatore di blitz e avvenimenti che fu presente nella vita di Don Vito fino al giorno del suo funerale; pare che la sua identificazione sia imminente se non già addirittura cosa fatta.

E poi, dulcis in fundo, arriva lei, la trattativa vera e propria. Nel racconto di Massimo, quei giorni vissuti forse più del padre, appaiono infuocati: era lui il messaggero sul filo del rasoio tra il capitano dei carabinieri De Donno, il padre e Provenzano. Pizzini, lettere e ammiccamenti che portano, dopo lo scellerato papello di Riina, alla decisione di “vendere” ai carabinieri il capo dei capo pur di fermare lo stragismo, mettendo alla guida di cosa nostra il “saggio” Zio Binnu. Il “tubo” di plastica con le mappe di Palermo e l'elenco delle utenze domestiche consegnate a Provenzano che tornano indietro con un cerchio sul covo di Riina. Una ricostruzione, quella di Massimo, coerente con la mancata perquisizione del covo della “belva” da parte dei Ros che per 18 giorni viene lasciato in balia dei mafiosi che portano via tutto e hanno anche il tempo di tinteggiare le pareti.

Una trattativa vera e propria, un gioco della parti con referenti istituzionali di altissimo livello che erano, secondo Ciancimino, Virginio Rognoni e Nicola Mancino, entrambi esponenti della Dc e rispettivamente ministri della Difesa e dell'Interno nei primi anni '90. Una storia che finisce con la collaborazione di Massimo con la magistratura di Palermo e di Caltanissetta, quando ne inizia un'altra di segno opposto. Su tutto ciò l'ombra perenne del Gattopardo: tutto è cambiato, secondo Massimo, per rimanere com'era. Sono cambiati i referenti, sono cambiati i modi, ma sullo sfondo trionfa ancora una politica vittima consapevole di quell'abbraccio mortale con la mafia.

Prima di andarsene, però, Don Vito ci lascia un ultima, affilatissima rasoiata: fu il senatore Marcello Dell'Utri a sostituirlo nei rapporti con la mafia, ed è lui, testualmente, a “tenere per le palle” Silvio Berlusconi.

venerdì 7 maggio 2010

L'Italia dei Valori di Verona è indignata con me

Ho appena ricevuto con raccomanda con ricevuta di ritorno (3,90€ del partito?) una lettera, non in carta intestata, da parte del Coordinamento Provinciale di Verona dell'Italia dei Valori. A tratti incomprensibile, la pubblico qui perchè ognuno possa farsi una propria opinione. Dico solo che è singolare come non si smentiscano due cose fondamentali: che il coordinatore provinciale Alberto Tivelli mi ha dato del mafioso e che sono un cercapoltrone. Di questo potete prenderne atto. Qui il mio articolo in questione. Scritto in italiano.

Ispezione al Liceo Classico Fazello, la mia opinione

giovedì 6 maggio 2010

Antimafia a Sciacca, un'interrogazione la seppellirà

Qualora in Italia ci fossero ancora quattro, cinque presidi che volessero organizzare manifestazioni, incontri e assemblee sfacciatamente contro la mafia, sappiano che un'ispezione ministeriale li colpirà. Se ci fossero ancora quattro, cinque presidi che seguono alla lettera il decreto Aldo Moro numero 585 del 13 giugno 1958, «ogni insegnante prima di essere docente della sua materia, ha da essere eccitatore di moti di coscienza morale e sociale e deve operare in modo tale da radicare il convincimento che morale e politica non possono legittimamente essere separate», beh, sappiano che oggi non è più così, perchè al posto di Moro c'è una signora, Mariastella Gelmini (la cosiddetta involuzione della specie), che basta tirarla per la giacchetta per ottenere in un mese il via libera ad un'ispezione ministeriale.

La notizia, data in esclusiva su questo schifosissimo blog, è dello scorso gennaio: un parlamentare Pdl di Sciacca (AG), Giuseppe Marinello, che tra le sue amicizie poteva annoverare il factotum di un boss, aveva richiesto proprio l'intervento della minestra dell'Istruzione per "accertare il corretto utilizzo di locali di un istituto scolastico, in particolare dell'Aula Magna".

Oggetto della rivalsa era la concessione che il preside del Liceo Classico Tommaso Fazello di Sciacca, Filippo Brancato, aveva fatto dell'aula magna all'Associazione L'Altra Sciacca, per due incontri sul tema della mafia a cui avevano partecipato, oltre al sottoscritto, Pino Maniaci, Ignazio Cutrò, giovane imprenditore edile di Bivona, vittima di attentati per il suo rifiuto di pagare il pizzo, Salvatore Borsellino e Gioacchino Genchi.

Marinello era preoccupato e chiedeva l'intervento della minestra Gelmini "al fine di evitare ogni strumentalizzazione politica nei confronti della scuola pubblica". Pietra dello scandalo la presenza nel programma, tra gli altri, di Sonia Alfano, unica "politica" che però, ironia della sorte, non è potuta essere presente per problemi familiari e quindi ha mandato una lettera di scuse. Marinello naturalmente non poteva saperlo, per il semplice fatto che non era presente perchè non interessato al tema o forse per non offendere il suo vecchio amico. Tutto questo tralasciando, per sbaglio, che la Alfano, oltre ad essere una "politica", sarebbe anche la figlia di un giornalista che per raccontare i fatti è stato ucciso dalla mafia. Ma anche questo Marinello non lo sa.

Il 31 marzo arriva la risposta della minestra Gelmini all'interrogazione di Marinello, in cui per altro sono citato anch'io, che ero umilmente tra i relatori, ma certo non merito di essere citato dalla Gelmini visto non ho mai ucciso nessuno:

"Il dirigente scolastico ha inoltre ritenuto di precisare che, a suo avviso, la qualità dei soggetti chiamati ad intervenire esula dalla fattispecie partitica e rientra, invece, nella categoria dei giornalisti impegnati contro la mafia e dei testimoni diretti della violenza mafiosa. Il medesimo dirigente ha, infine, precisato che la scuola ha vagliato le qualifiche dei relatori, non lo specifico dei loro interventi".

"Poiché gli elementi comunicati dal dirigente scolastico non sono sembrati esaustivi al ministero, si è ravvisata l'opportunità di avere una più dettagliata relazione super partes sull'episodio segnalato, da predisporsi sulla base di una specifica ispezione. L'ispezione è stata attivata dall'Ufficio scolastico regionale per la Sicilia con incarico ispettivo conferito il 24 febbraio 2010". Il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca: Mariastella Gelmini.

Dunque, da adesso sapete cosa accade a quei presidi e a quei docenti che pensano di fare antimafia, che pensano di invitare i familiari delle vittime di mafia. Ma vi avverto cari dirigenti scolastici: non pensate ora di fare i voltagabbana, perchè invitare Provenzano e Riina non sarà così facile come invitare Calasanzio e la Alfano, a meno di intercessioni di qualche amico.

Venerdì ad Isola della Scala (VR)

mercoledì 5 maggio 2010

La Malapianta, di Antonio Nicaso e Nicola Gratteri

La Malapianta è una lunga conversazione non sui massimi sistemi ma tra due massimi sistemi. Da una parte il giornalista che conosce a menadito i fatti, i nomi e i luoghi della 'ndrangheta; dall'altra il magistrato capace di ricordare passo passo sentenze a partire dalla metà dell'Ottocento e raccontare aneddoti sconosciuti ai più. Me li immagino seduti su una panchina di un qualche squarcio sul mare di Calabria, mentre il primo fa le domande e l'altro risponde, senza mai fissarsi negli occhi ma guardando entrambi verso un punto indefinito del mare. Invece probabilmente La Malapianta nasce su un documento condiviso di Google, mentre l'uno è in Canada tra università e minacce e l'altro nel suo ufficio circondato dalla scorta, senza università, ma ricco delle seconde.

Al di là di ogni visione più o meno romantica, La Malapianta (Mondadori, 183 pagine, 17.50 €) arriva dopo Fratelli di sangue, un manuale tecnico e storico sulla 'ndrangheta, complesso e non certo da leggere in spiaggia, ma da considerarsi a tutti gli effetti la pietra miliare della letteratura sulla 'ndrangheta. L'ultimo nato dal binomio anti 'ndrangheta, Nicaso-Gratteri, invece, è un volume agevole, veloce e stimolante. La chiave del successo è il fatto che sia chi fa le domande, Antonio Nicaso, che chi risponde, Nicola Gratteri, sono tra i pochi nel mondo ad avere una visione così chiara e ad ampio raggio della 'ndrangheta, del suo potenziale, del suo potere e non mi stupirei se fossero anche in grado di prevedere con grande anticipo nuove zone di investimenti mafiosi e nuove possibili guerre o alleanze; sanno raccontare il tutto in modo semplice e senza ricercatezze bizantine.

Se la qualità delle domande, mai retoriche e generiche, è indubbia, le risposte di Gratteri stupiscono una dopo l'altra per l'estrema lucidità e chiarezza, e alcune scalfiscono la corazza di antipatia che Gratteri si è guadagnato sul campo anno dopo anno. Ecco cos'ha il burbero Gratteri in più rispetto agli altri magistrati: la passione per la storia della 'ndrangheta, la conoscenza di ogni piccolo segreto dalla metà dell'800 ai giorni nostri, le radiografie che si porta dietro dalla prima picciotteria alla 'ndrangheta 2.0. Perchè nella 'ndragheta i vincoli di sangue vanno fatti risalire agli inizi della Malapianta, alle radici, e bisogna sempre guardare indietro per intuire sviluppi futuri. Una estrema competenza, quella di Gratteri, sia sulla storia che sulla storiografia della Calabria e della 'ndrangheta.

Un lunga chiacchierata che, tra tante domande sul passato e sul presente, fornisce molti spunti sulle ultime indagini e sull'espansione delle 'ndrine, arrivate oramai nell'Africa più profonda, stabilite in Olanda e in nuova piena espansione nel nord America.
E' pur vero che avere come ala Nicaso e ricevere i suoi assist facilita molto la stesura di un libro che poteva rischiare di partire in quinta e poi impantanarsi tra domande tecnico-giuridiche o di incensamento (facile) del magistrato calabrese nel mirino delle cosche. E che invece, proprio verso la fine, al capitolo Radici, tocca l'apice emotivo, quando Gratteri risponde con sincerità alle domande intime di Nicaso. La scorta, le minacce, gli attentati, la vita salva forse grazie ad un boss che si oppone alla strage quando tutto ormai sembrava deciso. Una risposta del magistrato merita però di essere citata: "A due cose non ho mai rinunciato. La prima è coltivare la terra. [...] La seconda è andare nelle scuole a spiegare perchè non conviene essere 'ndranghetisti. [...] Parlare con i giovani è altrettanto gratificante perchè è come lavorare la terra, coltivare nella speranza di raccogliere frutti".

Un volume scritto e pensato anche per chi non si è mai avvicinato ai temi della 'ndrangheta; quel lettore può tranquillamente prenderlo in mano, La Malapianta, leggerlo in una giornata, e poi girarlo in fretta a qualche amico, perchè mi permetto di dire che ad oggi, questo volume, è la chiave d'accesso più adatta ad un mondo fatto di sangue, rituali e miliardi di euro.

martedì 4 maggio 2010

Dalle ginocchia di Berlusconi ad Italia 1

Di Angela Sozio al Grande Fratello si ricordano le notevoli ghiandole mammarie, mostrate da ogni angolazione, i sexy idromassaggi a favore di telecamera e le saune ad alto tasso di ormoni. Qualità indiscutibili che, se non fosse stato per la rivolta dell'ex leader del centrosinistra, Veronica Lario, oggi avrebbero trasformato la sboccata Angela nell'onorevole Sozio, europarlamentare tra le file del Pdl.

Tra il feticismo televisivo e la strada per l'Europa, però, in mezzo si piazzano le ormai celebri foto scattate a Villa Certosa, che ritraevano il cavalier Berlusconi travolto e schiacciato da un harem di donne in cui c'era anche la prorompente rossa. In una foto la si vede, vestita, mano nella mano con il Cav; in un'altra, vestita, compressa su una minuscola panchina, mentre, dietro petti e labbra a prova di galleggiamento, spunta la testa ancora non completamente rinfoltita di Silvio Berlusconi in una immagine molto cattolicamente corretta.

Per gli sventurati che ancora non avessero seguito nemmeno una puntata della nuova edizione de La pupa e il secchione, sarà utile sapere che, tra i giurati (il pregiudicato biondo che fa impazzire il mondo, Vittorio Sgarbi, Platinette (che in confronto agli altri è una pudìca e casta casalinga), Alba Parietti (in corsa per sostituire Veronica alla guida del Pd) e Claudio Sabelli Fioretti, c'è anche lei, Angela Idromassaggio Sozio. Un risarcimento con gli interessi dopo la mancata candidatura per colpa della moglie comunista di Berlusconi, che a liste ormai definite aveva preteso che Angela ed altre scostumate venissero depennate.

A riportarla nel mondo televisivo che oramai piangeva e si strappava le vesti per la sua prolungata assenza, è stata Barbara D'Urso, avvocato d'ufficio del premier a Pomeriggio Cinque, che mai dimentica di ricordare quante belle cose fa lo pseudo capellone ora per gli sfollati d'Abruzzo, ora per la Grecia. Qualche periodo di riverniciatura televisiva nel salotto della D'Urso e poi via, verso l'imbarazzante accozzaglia di tette, culi e labbra siliconate (perdonatemi) uniti ad un gregge di decerebrati che pur di andare in televisione si fanno umiliare da questa serie di bambole gonfiabili che sembra, ma non è ufficiale, vivano grazie agli impulsi di un pacemaker istallato nella scatola cranica.

So bene che grazie a questo post l'indice di ascolto del programma più brutto di sempre si impennerà di almeno 25 punti percentuali, ma è giusto che vediate cosa abbiamo rischiato di mandare in Europa. Dopotutto va bene così: Italia 1 è una rete privata e il premier ci butta dentro chi vuole, soprattutto chi ha avuto modo di esplorare e dunque di conoscere fino in fondo, molto in fondo. Se paga lui a me va benissimo.

lunedì 3 maggio 2010

SI, mi chiamo Borsellino e NO, non sono parente del giudice

Qualche anno fa decisi che sul mio blog, nell'intestazione, accanto al mio nome e cognome, avrei aggiunto anche quello di mia madre. Lo avrei fatto perchè quello è il cognome di mio nonno e mio zio, Giuseppe e Paolo, che di mia madre erano padre e fratello. E che della mafia sono state vittime innocenti. Ebbero la "sventura" di essere uccisi, di essere uccisi nel 1992, e di essere uccisi chiamandosi Borsellino.

Una omonimia che per un quindicennio ha cancellato la loro memoria. Perchè ancora oggi in Italia si pensa che di Borsellino, in Sicilia, ne fu uccisio solo uno, il 19 luglio del 1992 in Via d'Amelio. E invece no. I Borsellino, come recitava anni fa un articolo su Diario, erano in tre. Quando ho iniziato a girare questa peni
sola bellissima e disgraziata, ho deciso che mi sarei riappropriato di quel cognome, che lo avrei portato in giro, lo avrei fatto risuonare con orgoglio nelle sale, nei teatri, e che con fierezza avrei risposto, a chi mi avrebbe chiesto "parente del giudice?", "no, non sono parente del giudice ma di altre due vittime della mafia, Giuseppe e Paolo Borsellino".

Una reazione alla tantissima e incolpevole ignoranza che vige su questa storia, che fino a qualche anno fa era ricordata solo da chi con noi condivideva il sangue nelle vene. Ho deciso che avrei sopportato ogni malvagità, ogni mezza frase che avrebbe lasciato intendere che quel cognome lo usavo per avvantaggiarmi, per "sembrare" parente del giudice. E ancora oggi mi chiedo cosa ci sarebbe di bello ad essere parenti di un grande uomo saltato in aria assieme ai suoi cinque ragazzi. Ci sarebbe solo sofferenza e vuoto, ma loro, quelli che parlano così, queste cose non se le chiedono e io ancora non ho il coraggio di augurargliele.

Oggi, quando le associazioni e le scuole invitano Benny Calasanzio Borsellino sanno benissimo che non è parente del magistrato, e lo invitano perchè racconti una storia sconvolgente e significativa, una storia che parla di due imprenditori-manovali e non di un giudice indimenticabile.

Io continuerò a fregiarmi di questo cognome (perchè è un fregio), del mio cognome, chiederò di farlo in modo ufficiale e paradossalmente sarò felice quando qualcuno mi chiederà, ancora una volta, "parente del giudice?". Risponderò con il sorriso sulle labbra, come sempre: "no, ma credo che la storia della mia famiglia meriti eguale attenzione", e con poche parole racconterò cosa è successo, in Sicilia, oltre il 19 luglio, e di preciso il 21 aprile e il 17 dicembre.

Sta anche in questo la riappropriazione di una storia che ci avevano rubato, che avevano cercato seppellire assieme ai miei parenti e che invece ora, grazie alla memoria, che sta anche in un cognome, lentamente prende vita, si libera dal piombo e si alza alta nel cielo.