Dunque Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, è indagato per mafia. Secondo l'accusa sarebbe in ottimi e fruttuosi rapporti con il capomafia catanese Vincenzo Aiello, arrestato il 9 ottobre scorso nel corso di un vertice e indicato come vicino al boss ergastolano Nitto Santapaola. Lombardo non è certo nuovo a guai giudiziari. Nel mio libro I disonorevoli nostrani raccontavo le sue prime disavventure, delle quali, le più gravi, sono datate 1992, agli albori di Tangentopoli: "fu arrestato mentre era assessore regionale agli Enti locali; condannato in primo grado e assolto in appello per aver truccato un concorso per assistenti amministrativi di una Usl a favore di alcuni candidati. Nel 1994 Lombardo visita di nuovo le patrie galere: lo arrestano per corruzione in un appalto di 48 miliardi di lire per la mensa dell'ospedale Vittorio Emanuele di Catania".Sempre in Disonorevoli Nostrani parlavo di un altro deputato regionale, l'ex sindaco di Palagonia, Fausto Fagone, dell'Udc, che risulta tra i 70 indagati nell'inchiesta che coinvolge Lombardo. Scrivevo in Disonorevoli: "Suo padre, Salvatore Fausto Maria Fagone, che fu indagato e arrestato per associazione mafiosa mentre era consigliere provinciale di Catania in quota Forza Italia. L'inchiesta si chiamava Dioniso ed era coordinata dalla Procura della Repubblica di Catania. Secondo l'accusa, Fagone senior, il padre del figlio, avrebbe avuto “rapporti organici con esponenti della criminalità organizzata di Catania e Caltagirone”. All’epoca dei fatti Fagone, il padre del figlio, era sindaco di Palagonia. Secondo la Procura, Fagone padre si sarebbe recato dal capomafia di Caltagirone per chiederne il sostegno elettorale proprio in favore del figlio Fausto che si era candidato alle regionali del 2001, nelle quali, però, nonostante questi presunti appoggi non fu eletto. Tutto questo emerge da un'intercettazione successiva tra Francesco Ferraro, Giuseppe Anzalone e Francesco La Rocca. Un altro incontro è stato accertato a Catania il 14/10/2002 tra il padre del figlio Fagone e un gruppo di persone in puzzo di mafia, come Francesco Ferraro, “Ciccio Vampa”, Sebastiano Rampulla, Pietro Iudicello ed un’altra persona non identificata, “all’esito del quale, per le modalità dello stesso (avvenuto fuori da Palagonia) e la “qualità” dei partecipanti, oltre che per la successiva “appendice” della “riunione” verificatasi immediatamente dopo a Librino tra i personaggi sopra indicati – scrivono gli inquirenti non può seriamente dubitarsi del coinvolgimento del Fagone Senior, nelle logiche della associazione mafiosa “cosa nostra”, diretta dal La Rocca (per la “famiglia” di Caltagirone) e da Alfio Mirabile (per la “famiglia” di Catania). Il nome di Fagone senior continua ad emergere sempre nei posti sbagliati. Durante un colloquio in carcere nel 2002, tra Giuseppe Mirabile e lo zio Pietro, il primo avrebbe fatto riferimento ai “soldi che a settembre il sindaco di Palagonia avrebbe dovuto portare”. Un’altra serie di intercettazioni tra i boss mafiosi del calatino confermerebbe ulteriormente quello che i magistrati hanno definito “pieno e stabile inserimento di Fagone nelle logiche dell'articolazione calatina di cosa nostra, alla quale egli, sfruttando i poteri connessi alle sue funzioni istituzionali, fornisce rilevanti utilità economiche”.
Questo per dire che i primi nomi che trapelano dall'inchiesta non sorprendono nessuno.
Ciò che invece indigna e dovrebbe sorprendere gli elettori del Partito Democratico, troppo impegnati a spiegare a Bersani che il Pd ha perso quasi la metà delle Regioni che governava, è l'atteggiamento del partito in Sicilia, che ha suoi assessori nella giunta-orgia-macedonia il cui presidente è indagato per mafia. Niente dimissioni, niente polveroni, ma un dolce e rassicurante: “Di fronte ad accuse di mafia tutti, a partire dal presidente della regione, nell’interesse primario della Sicilia, debbono richiedere un’accelerazione che porti ad un rapido chiarimento" dice sottovoce, pacatamente e serenamente Calogero Speziale, del Pd, presidente della Commissione regionale Antimafia.
Ad impressionarmi sotto il profilo antropologico sono invece le dichiarazioni di due assessori "tecnici" della giunta Lombardo, due persone che stimavo ed una in particolare che alla sola parola "mafia" dovrebbe sparire e fuggire lontano. Uno è l’assessore alla Sanità, Massimo Russo, ex pm della Direzione Antimafia di Palermo: «Da magistrato e adesso da amministratore sono abituato a guardare i fatti. E i fatti dicono che ci troviamo di fronte a una fuga di notizie relativa ad un rapporto di polizia giudiziaria sul quale la magistratura dovrà fare le opportune verifiche. Sapevamo che l’enorme sforzo di questo governo verso il rinnovamento sarebbe stato complicato e con Lombardo ne avevamo più volte parlato in precedenza. Scherzando ci eravamo detti che la grande scommessa era quella di fare le riforme e portare a casa la pelle, perché è chiaro a tutti che, specie in Sicilia, quando si incide su determinati interessi, si registrano forti reazioni».
La seconda è un magistrato che di cognome fa Chinnici perchè figlia del procuratore Rocco trucidato a Palermo nell’83, che in giunta si occupa di Funzione pubblica: «Essendo stata sempre garantista non posso non esserlo anche ora. Esprimo la mia solidarietà al presidente, invitandolo a proseguire, senza rallentamenti, il percorso di riforme avviato».





















