domenica 31 gennaio 2010

La parabola di Luigi Birritteri, dal centro sinistra a contestato dall'Anm

Vedendolo affaticarsi a prendere la parola in una corte d'Appello che si svuotava dopo che il Presidente Vincenzo Oliveri gli dava la parola, ancora non credevo ai miei occhi. Poi l'ho guardato meglio, mentre sotto ai suoi di occhi sfilava l'orgoglio della Procura di Palermo: Ingroia, Di Matteo, Prestipino. E lui lì a cercare di parlare e sovrastare gli applausi che i colleghi tributavano a quei magistrati non disposti ad ascoltare le ipocrisie di un Governo che ha dichiarato guerra alla magistratura tutta, e in particolare proprio a quella Procura. Quel governo che ieri a Palermo ha mandato ad inaugurare l'anno giudiziario Luigi Birritteri, e guardandolo meglio, è proprio lui. Con qualche chilo in più, ma è lui. Oggi in veste di capo del dipartimento organizzazione giudiziaria del dicastero, dal consiglio dei ministri del centro destra. Ieri, nel 2003, candidato alla presidenza della Provincia di Agrigento con l´Ulivo, ma uomo dei Democratici di Sinistra. E sempre ieri addirittura presidente dell'Associazione Nazionale dei Magistrati di Agrigento, la stessa associazione che ha protestato contro il governo che Birritteri si onorava di rappresentare. Nel 2003 raggranellò il 38% dei consensi, uscendo sconfitto dalla sfida con il forzista Vincenzo Fontana. Un antagonismo così reale e deciso verso il centro destra tale che Birritteri, dopo pochi anni e in virtù della conoscenza con Angelino Alfano, agrigentino anche lui, raggiunge il ministro della Giustizia in via Arenula. Lo ricordo Birritteri, perchè nel 2003, con la colla artigianale e la scopa allungata, assieme agli amici della Sinistra Giovanile, attaccavamo il suo faccione da candidato alla Provincia negli spazi elettorali; speravamo cacciasse dalla Provincia un tale che oggi è suo compagno di schieramento.

venerdì 29 gennaio 2010

Mozione contro il triumviro Marinello

GRUPPI CONSILIARI DI MAGGIORANZA

COMUNE DI SCIACCA

Al Sig. Presidente del Consiglio Comunale

Filippo Bellanca

MOZIONE DI INDIRIZZO

La scuola pubblica è luogo di apprendimento e di sapere; essa, attraverso la sapiente e quotidiana opera di insegnanti e dirigenti scolastici, deve aiutare ed accompagnare i nostri ragazzi sul cammino della conoscenza, così da agevolare la formazione di una classe dirigente degna di tal nome.

Ma la scuola pubblica deve anche saper assolvere ad un altro ed altrettanto nobile compito: quello di educare i giovani alla cultura della legalità, renderli consapevoli di cosa significhi vivere sotto l’opprimente ed insopportabile ricatto della mafia, aiutarli a comprendere quanto sia importante lottare per poter un giorno liberare la nostra terra da questo morbo cha da troppo tempo la rende schiava.

In tal senso la scuola pubblica deve, non solo formare le menti, ma anche le coscienze.

Ecco perché vanno lodate e non condannate iniziative come quelle promosse dal liceo classico “Tommaso Fazello” di Sciacca, che hanno l’indubbio merito di non abbassare la guardia dinanzi ad una piaga ben lungi dall’essere debellata ed aiutare i nostri giovani a conoscere ed acquisire i valori della legalità e dell’antimafia.

Ecco perché riteniamo vada difeso il prestigio di una delle più antiche Istituzioni scolastiche della nostra città.

Non certamente trascinarla nel fango di una inutile e volgare disputa di ordine politico.

In tal senso riteniamo fermamente che le istituzioni pubbliche che rappresentano la Sicilia e la nostra città nelle aule parlamentari, di qualunque parte politica esse siano, debbano con forza sostenere e non certo ostacolare la promozione di momenti di contrasto alla mafia

Con la presente mozione chiediamo pertanto un pronunciamento chiaro, netto e senza tentennamento alcuno a difesa del principio secondo il quale la scuola pubblica ha il diritto - dovere di alimentare, attraverso continui momenti di confronto e di discussione, la formazione di una coscienza antimafiosa nei più giovani e, nello specifico, a tutela del prestigio del Liceo Classico “Tommaso Fazello”, scuola a cui va riconosciuto il sacrosanto diritto di promuovere iniziative di lotta alla mafia, dell’onorabilità del suo Dirigente, Prof. Filippo Brancato e, per il suo tramite, a tutela della reputazione dell’intero corpo docente e discente.

F.to

Partito Democratico M.P.A. L.A.S. La tua Sciacca

mercoledì 27 gennaio 2010

Nuova intimidazione a Giulio Cavalli

Da Giulio Cavalli:

La campagna elettorale del candidato dell’Italia dei Valori di Milano e provincia, Giulio Cavalli, sta ricevendo segnali piuttosto inquietanti.

Avevamo ricevuto nei giorni scorsi delle minacce nella sede cittadina del partito, una telefonata minatoria, e successivamente un proiettile lasciato davanti alla porta della sede di Via Lepontina. Minacce regolarmente denunciate, ma che non avevamo messo in relazione tra loro.

Oggi ci ritroviamo per l’ennesima volta a dover subire fatti ed intimidazioni, che appaiano in modo preoccupante sempre più collegate all’impegno politico che abbiamo deciso di intraprendere.

Veniamo informati, infatti, dall’agenzia di Via Palmanova di Intesa San Paolo (filiale in cui giusto pochi giorni fa abbiamo aperto il conto corrente per il mandatario elettorale del candidato Cavalli), del ritrovamento di volantini intimidatori posti sulle auto parcheggiate in Via Petrocchi, all’altezza dell’agenzia dell’Intesa San Paolo di Viale Monza, che sottolineano come:”La mafia controlla la filiale Intesa San Paolo di Via Palmanova”.

Ci viene difficile pensare che tali coincidenze non siano collegate alla mia discesa in campo per la legalità contro le mafie- dichiara Giulio Cavalli.

Questa ennesima minaccia– sottolinea Giuliana Carlino – non fa altro che confermare che la nostra azione politica sta andando sulla giusta strada”.

Sen. Giuliana Carlino Giulio Cavalli

Coord. IDV Milano Città Candidato Regione Lombardia

martedì 26 gennaio 2010

Le scuole non possono fare antimafia, parola sua

Voi, oh altissimi dirigenti scolastici, presidi, direttori di istituti, pensavate che l'indagine ispettiva potesse colpire solo i magistrati comunisti? Avete gioito troppo presto, perchè da oggi, da Sciacca, vi terrà d'occhio Giuseppe Francesco Maria Marinello, tre nomi e un cognome per lo sconosciuto parlamentare del Pdl che ha però ideato l'ispezione contro le manifestazioni antimafia. Nel dicembre appena trascorso l'associazione l'Altra Sciacca aveva organizzato una tre giorni dedicata interamente all'informazione contro la mafia, invitando nella città termale il mio omonimo Benny Calasanzio, Pino Maniaci, Ignazio Cutrò, Sonia Alfano, Salvatore Borsellino, Gioacchino Genchi e Marco Travaglio. Un'iniziativa che ha riscosso un successo straordinario e che ha permesso di parlare di mafia in una città recentemente colpita da una importante operazione antimafia, "Scacco Matto", che ha decapitato l'intero mandamento. Naturalmente il parlamentare dai tre nomi non ha partecipato nemmeno ad una di queste serate. Lui è del Pdl e alla coerenza ci tiene: ci fosse stata una cenetta con Dell'Utri magari si poteva fare, ma con gente che parla contro la mafia mai, è nel codice etico del Pdl. Il 22 dicembre, quando gli stoici de l'Altra Sciacca si stavano ancora riprendendo dal notevole sforzo organizzativo, il triumviro Marinello però prende carta e penna e anzichè mandare gli auguri di Natale presenta un'interrogazione a risposta scritta al Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Mariastella Gelmini, chiedendo di mandare gli ispettori "all'interno del Liceo Classico «Tommaso Falzello» di Sciacca (che in realtà si chiama "Fazello") finalizzata ad accertare il corretto utilizzo di locali di un istituto scolastico, in particolare dell'Aula Magna". Per accertare che i locali siano in buono stato, a norma antisismica, lindi e luccicanti? No, per intimidire quel sovversivo del preside che ha osato concedere lo spazio dell'aula magna per due incontri dei tre in calendario e per aver dato voce all'antimafia. Scrive il parlamentare di Sciacca che non sa nemmeno come si chiama il liceo della sua città: "il 12 dicembre 2009 si è tenuto, presso l'Aula Magna del Liceo Classico «Tommaso Falzello» di Sciacca, un incontro dal titolo: «Giornalismo e antimafia: il coraggio di denunciare e la voglia di lottare», a cui hanno partecipato esponenti del mondo imprenditoriale e giornalistico; venerdì 18 dicembre 2009 si è svolto un ulteriore incontro dal titolo: «Politica, mafia e corruzione. L'impegno delle Istituzioni per combattere l'interazione», a cui prenderanno parte, tra gli altri, esponenti della politica (appartenenti alla minoranza); la concessione dell'aula Magna per una manifestazione di carattere chiaramente politico appare inappropriata ed evidenzia una indubbia strumentalizzazione dell'istituzione scolastica -: se il Ministro interrogato intenda intervenire al fine di verificare, nei modi e con i mezzi che riterrà più opportuni, le modalità e i criteri in base ai quali il dirigente scolastico del Liceo Classico «Tommaso Falzello» ha autorizzato e consentito lo svolgimento di tali incontri presso l'Aula Magna, al fine di evitare ogni strumentalizzazione politica nei confronti della scuola pubblica". Il cosiddetto parlamentare non sa nemmeno di cosa parla: Sonia Alfano, unica "politica" del terzetto, proprio quella sera non è potuta essere presente per problemi familiari, e quindi ha mandato una lettera di scuse. Il triumviro naturalmente non poteva saperlo, per il semplice fatto che non era presente perchè non interessato al tema. E inoltre ha sbagliato per due volte il nome del liceo. Dopo aver classificato questa interrogazione come chiaramente intimidatoria
nei confronti del preside del liceo classico, Filippo Brancato, noto per essere tutt'altro che una testa calda, mi sento dire solo una cosa: prima di fare le interrogazioni, si prepari onorevole, o rischia di fare delle figuracce, e si sa, i presidi dei licei classici sono intransigenti.

L'Arena del 26-01-10

sabato 23 gennaio 2010

Cuffaro, amico della mafia, ora restituisci scranno, stipendio e pensione


Ora si che il Pd può fare l'alleanza con l'Udc! Cuffaro non è più un piccolo infame del tempo libero che favoriva singoli mafiosi, ossia privatisti, ma è un infamone che ha rivelato il segreto di indagine e che si è reso colpevole di favoreggiamento aggravato dall'avere agevolato la mafia. Di lungimiranza, nella maggioranza, non ne manca: tutti, da Berlusconi a Casini, da Paperino a Diabolik, si dicevano certi che "Vasa Vasa" sarebbe stato assolto in Appello perchè era palesemente innocente. E invece alla fine l'impianto accusatorio della Procura di Palermo non solo ha retto ma ha fatto si che questa vicenda si chiudesse come meritava, ossia con la certificazione che Cuffaro non è amico di qualche mafioso, ma è amico e sostenitore della mafia in quanto tale. E con questa consapevolezza ora ognuno può far finta di nulla o pretendere che sia cacciato. Curiosa è invece la pena accessoria: in primo grado Cuffaro era stato condannato anche all'interdizione perpetua dai pubblici uffici; interdizione che però sarebbe scattata solo in caso di conferma del giudizio anche in Appello, che è quello che è avvenuto. Cuffaro ha fatto sapere, tra una preghiera alla Madonna e una ad Al Capone, che lascerà ogni incarico nel partito, ma che manterrà saldo il suo sedere sulla poltrona da senatore. L'interdizione secondo il codice penale italiano, all'articolo 28, recita: L'interdizione perpetua dai pubblici uffici, salvo che dalla legge sia altrimenti disposto, priva il condannato:
1) del diritto di elettorato o di eleggibilità in qualsiasi comizio elettorale, e di ogni altro diritto politico;
2) di ogni pubblico ufficio, di ogni incarico non obbligatorio di pubblico servizio, e della qualità ad essi inerente di pubblico ufficiale o d'incaricato di pubblico servizio;
3) dell'ufficio di tutore o di curatore, anche provvisorio, e di ogni altro ufficio attinente alla tutela o alla cura;
4) dei gradi e delle dignità accademiche, dei titoli, delle decorazioni o di altre pubbliche insegne onorifiche;
5) degli stipendi, delle pensioni e degli assegni che siano a carico dello Stato o di un altro ente pubblico;
6) di ogni diritto onorifico, inerente a qualunque degli uffici, servizi, gradi, o titoli e delle qualità, dignità e decorazioni indicate nei numeri precedenti;
7) della capacita' di assumere o di acquistare qualsiasi diritto, ufficio, servizio, qualità, grado, titolo, dignità, decorazione e insegna onorifica, indicati nei numeri precedenti.

Quindi, come minimo, Cuffaro dovrebbe essere privato di stipendio e pensione, qualora avesse anche quella. Poi dovrebbe essere cacciato dal Parlamento. E poi, al terzo grado di giudizio, in caso di condanna, dovrebbe andare in galera.

Rassegna stampa, L'Arena del 23-01-10

venerdì 22 gennaio 2010

Presentata la candidatura

E' stata presentata questa mattina alla stampa la candidatura alle Elezioni Regionali 2010 di Bernardo Calasanzio (detto Benny) come indipendente nelle liste dell'Italia dei Valori per la provincia di Verona. Calasanzio, 25enne, è collaboratore giornalistico di alcuni quotidiani ed esponente dell'Associazione Nazionale delle Vittime di Mafia per via dell'uccisione del nonno e dello zio nel 1992 a Lucca Sicula. Da anni è impegnato nella società civile per la promozione della legalità e della cultura antimafia e da un anno si è definitivamente trasferito a Verona. Recentemente si è occupato della penetrazione della camorra sul Lago diGarda, attaccando duramente gli amministratori locali che hanno minimizzato i gravi fatti che hanno colpito la zona del basso lago, delegittimando così il duro lavoro della magistratura veronese. La candidatura di Calasanzio è stata presentata dal deputato nazionale dell'Italia dei Valori On. Antonio Borghesi, che si è soffermato sull'importanza di questa presenza nelle liste dell'Idv: “Italia dei Valori conferma anche per le elezioni regionali la caratteristica di partito aperto al contributo della società civile. Solo così Idv diventerà il vero agente del cambiamento di questo Paese verso una società più giusta e dove venga realizzato il principio delle pari opportunità – ha detto il deputato-. In questo contesto la candidatura di Benny Calasanzio, giovane siciliano che vive a Verona, che all'interno della sua famiglia ha conosciuto la violenza della mafia, e che ha deciso attraverso il suo blog di fare testimonianza contro questo cancro del nostro Paese, non può che essere salutata come un richiamo forte anche nella nostra provincia e nella nostra regione a queste problematiche. La mafia nasce in Sicilia ma prospera nelle regioni ricche come la nostra dove trasferisce il denaro (magari quello dello scudo fiscale) per fare affari sporchi e distruggere il tessuto onesto delle nostre zone”.

Dal canto suo, Calasanzio ha voluto ringraziare l'Italia dei Valori per il coraggio avuto nell'affrontare, con questa candidatura, il delicatissimo tema delle infiltrazioni della mafia nel tessuto veronese: “Ho deciso di accettare la richiesta di Sonia Alfano e Luigi de Magistris per essere coerente con il mio lavoro e il mio impegno nella società civile. Non potevo rimanere sordo agli incoraggiamenti di Gioacchino Genchi e di Salvatore Borsellino, due membri della corazzata che in questi anni ha cercato di risvegliare un paese in profondo coma etico. Io ho scelto di vivere a Verona e in Veneto e per questo voglio fare qualcosa per questa città e per questa regione. Qui, come nella regione in cui sono nato, la mafia non esiste e gli arresti dei boss, i sequestri di beni , dei milioni di euro e gli omicidi sono problemi "familiari", come ha detto recentemente il sindaco di Peschiera del Garda, patria della famiglia camorrista dei Licciardi. Non posso che ringraziare l'Italia dei Valori per la fiducia e il briciolo di follia avuto nello scegliermi senza chiedermi tessere o promesse, aprendomi la sua liste e non facendomi mai mancare l'appoggio necessario. Commissione antimafia regionale, controllo degli appalti per le grandi opere e stop immediato alle opere inutili che i veneti non vogliono e che invece i politici bramano in virtù di altri interessi, come il Traforo delle Torricelle, l'Autodromo del Veneto e la riattivazione dell'inceneritore-tumorificio Cà del Bue”

giovedì 21 gennaio 2010

Pd-Udc, l'orgia del disgusto.

Lo so che aspettate la mia analisi, lo sento: ricordatevi che , da profeta, percepisco anche via wireless. Udc-Pd, è questo che vi turba, vero? Ma sapete quanti militanti del Partito Democratico ho in cura? Quindici, come gli elettori attuali del Pd, secondo gli ultimi sondaggi. Fornisco consulenze ai delusi e cerco di aiutarli. Ci mettiamo in cerchio e uno alla volta li faccio piangere e sfogare, poi vanno a casa e Ballarò li rimanda in paranoia. E' andata bene fino ad oggi: nessuna difficoltà a spiegare come sia stato possibile eleggere come segretario "tempiesgommate", ossia Pigi Bersani, il nulla mischiato al niente e condito con nessuna cosa. E' stato facile anche aiutarli nell'affrontare l'eterno ritorno di Massimo D'Alema, sempre pronto e prono a farsi fregare dal primo Berlusconi che passa: mister Pesc, Copasir e ora pare che Silvio gli abbia promesso la direzione del condominio del palazzo sede Pd, e anche stavolta il prescritto pugliese ci crede. Oggi però è arrivato uno, le cui iniziali, a tutela della privacy, sono Dar. Franc., e durante la seduta mi ha chiesto come sia possibile che il Pd si sia alleato e si alleerà alle Regionali con l'Udc, nell'ottica di un'alleanza di governo. Con l'Udc, una onlus che accoglie indagati e condannati, una casa famiglia per i diversamente onesti. Ora, io sono bravo, lo ammetto, ma oggi mi sono sentito per la prima volta in difficoltà. "Dott. Benny, ma come fa il Partito Democratico ad accoppiarsi di nascosto con l'Udc, come due studenti universitari in un armadio della residenza universitaria mentre il compagno di stanza (l'elettore nel lettone) dorme? Ma il Pd non viene dal Partito Comunista Italiano di Pio La Torre, ucciso per aver intuito il punto debole della mafia? Non ha radici nel sangue dei sindacalisti come Accursio Miraglia? Come fa a stare con l'Udc di Cuffaro e Cintola, il primo confidente di singoli mafiosi e il secondo amico di Giovanni Brusca, boia del piccolo Di Matteo?". Mi sono preso 90 giorni di tempo per rispondere. Se qualcuno ha suggerimenti si faccia avanti o sarò costretto a chiudere lo studio. certe cose sono inspiegabili, come Manuela Arcuri e Ibrahimovic.

lunedì 18 gennaio 2010

Sonia Alfano: "Sto con Benny Calasanzio"



Testo dell'intervento:

Come tutti sapete, fra qualche mese molte regioni italiane andranno al voto per il rinnovo dei consiglieri regionali. Una di queste regioni è proprio il Veneto.
In Veneto, come qualcuno di voi ricorderà, abita uno straordinario ragazzo siciliano che qualche anno fa è emigrato ed è andato a vivere a Verona, fa il giornalista, ha una grandissima passione, straordinaria, che da anni conduce attraverso la lotta alla mafia.

Questa passione è nata da una serie di eventi non richiesti, che suo malgrado hanno sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia. Infatti diversi anni fa a questo ragazzo straordinario, molto attivo, molto presente nelle battaglie civili, hanno ucciso il nonno e lo zio. Sono stati uccisi Giuseppe e Paolo Borsellino perché hanno osato dire NO alla mafia ribellandosi a quelle che erano le logiche del racket. Questa eredità morale forte ed intransigente l'ha ereditata Benny Calasanzio che, come vi dicevo prima, è il nipote di Giuseppe e Paolo Borsellino, due imprenditori siciliani.

Io ho conosciuto Benny Calasanzio esattamente tre anni fa durante una commemorazione, inoltre lo avevo sentito parlare ad Annozero. Ricordo che durante il suo intervento ad Annozero cercò di far arrivare alle persone non soltanto la difficoltà e il dolore ma soprattutto la rabbia, che spesso le vittime della mafia si trovano a dover vivere. Rabbia perché non c'è giustizia, perché nessuno ti assicura che prima o poi verrà fatta giustizia. Quello che mi colpì di questo ragazzo è stata la capacità di tenere testa ad una persona che di mafia se ne intende veramente, dato che è stato condannato a cinque anni per favoreggiamento ad un mafioso. Mi riferisco a Totò Cuffaro, ex Presidente della Regione Siciliana. Cuffaro non ebbe neanche il buonsenso di tacere davanti ad una persona che ha pagato in prima persona nella lotta alla mafia, cercò di attaccare Benny Calasanzio, dicendogli cose veramente drammatiche. Benny manifestò una forza incredibile proprio nel tenergli testa. In questa maniera ho conosciuto Benny e non ci siamo più lasciati, non ci siamo più discostati e abbiamo fatto tantissime iniziative insieme. Benny è come un fratello, a volte non c'è neanche bisogno che parliamo perché basta uno sguardo per capirci.

Quando io ero molto incerta se candidarmi oppure no alle elezioni europee, Benny fu uno di quelli come Salvatore Borsellino e tanti altri a dirmi “Sonia fallo, perché se non lo fai noi non ti salutiamo più”. Inoltre mi disse “io non ti posso aiutare in chissà quale maniera però io ci sono”.
Sono state delle parole che mi hanno riempito il cuore, mi hanno fatto capire quanto l'amicizia sia, non soltanto importante, ma quanto davanti a certe cose acquisti un valore ed uno spazio straordinariamente importante. Qualche mese fa io ho ribaltato questa situazione chiedendo a Benny di impegnarsi in prima persona, e candidarsi proprio alle elezioni regionali per la provincia di Verona. Lui pensava che io stessi scherzando, quando ha capito che non stavo scherzando per nulla è rimasto zitto qualche istante e mi ha detto “tu hai capito a chi lo stai chiedendo? Io non ho mai fatto politica, io non ho contatti, non ho voti” ed io risposi “Benny proprio per questo, perché tu sei una persona che si è sempre impegnata, una persona che sa cosa significa la sofferenza , l'arroganza di uno Stato che dovrebbe esserci ma che invece non c'è e ti nega quello che dovrebbe essere un diritto scontato. Soprattutto penso che tu abbia la capacità di parlare e di arrivare alla gente e di non fare promesse, perché non sei sicuro di mantenerle, solo perché devi raggranellare qualche voto”. Ho una grande fiducia in Benny perché è una persona che ha sempre anteposto i propri ideali, le proprie esigenze di democrazia e di vivibilità nel paese che purtroppo è moralmente, e non solo, in fase di degrado. Detto questo Benny ha accettato dicendomi “accetto da incosciente, perché forse non dovrei farlo”. Per me è stata una risposta straordinaria.

Chiedere a Benny un impegno così grosso credetemi, è stato pesante, perché sapevo che l'avrei buttato nella fossa dei leoni. Quello che ho sempre detto a Benny è “ti ricordi quando tu mi dicesti che mi avresti aiutato? Oggi lo dico io a te, fallo perché comunque io in questo momento ho bisogno di te, del tuo impegno. Abbiamo bisogno della tua storia e abbiamo bisogno soprattutto della tua tenacia e della tua determinazione".

Quindi mi sento responsabile in prima persona di questa esperienza che Benny sta cominciando a fare e so che come me si sentono responsabili Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi. Benny è legato a tutti noi perché abbiamo condiviso momenti belli e momenti brutti, momenti di lotta davanti ai quali non c'era il tempo di chiedersi se valeva la pena o meno; eppure l'abbiamo fatto, perché era giusto farlo.

In molti pensiamo che in questo paese non tutto è inutile e che forse vale la pena di impegnarsi. A volte può sembrare davvero troppo scontato o assillante ma in questo momento il nostro Paese ha bisogno di un totale impegno di difesa della democrazia e difesa della propria Carta Costituzionale. Davanti ad un impegno del genere Benny imparerà tutto quello che c'è da imparare, e a quelle persone che mi dicono che bisogna avere esperienza, io rispondo “se l'esperienza è quella che ha portato questo Paese al totale collasso allora è meglio che gli esperti si mettano da parte”. Soprattutto a quelle persone che oggi osano con grande sfacciataggine ricordare, a pochi giorni dal decennale della morte una persona morta da latitante, politico delinquente, come Bettino Craxi, e osano ricordarlo come statista io dico che se quello era uno statista, Benny sicuramente diventerà non un consigliere regionale, ma probabilmente diventerà uno dei più grandi e bravi consiglieri regionali che la storia della Repubblica Italiana abbia mai visto.

Benny un in bocca al lupo, saremo forse degli idealisti, forse saremo delle persone che ostinatamente si battono e vogliono credere che qualcosa in questo Paese possa cambiare e la tua candidatura ha già dato risposte a queste persone. Noi ci siamo, qui, presenti.

La gente aspetta risposte da parte tua.

Sonia Alfano

venerdì 15 gennaio 2010

Ansa del 14 gennaio

(ANSA) - VENEZIA, 14 GEN - L'Italia dei Valori candida nelle liste per le prossime regionali in Veneto l'indipendente Bernardo (Benny) Calasanzio. Calasanzio e' un componente dell'associazione nazionale dei Familiari delle Vittime ella mafia. L'eurodeputata Sonia Alfano ha ringraziato Calasanzio per aver accettato la candidatura in Veneto. 'Nell'attuale contesto politico - afferma -, l'impegno di Calasanzio da' un valore aggiunto al lavoro dell'IdV ed per noi un motivo di vanto se sempre più persone, impegnate nella lotta alla mafia, scelgono questo partito per ntrare nelle istituzioni e cercare di cambiare qualcosa nel Paese'.
(ANSA).

giovedì 14 gennaio 2010

Regionali 2010 in Veneto, accetto la sfida con l'Italia dei Valori


Ho deciso di accettare la richiesta di Sonia Alfano e Luigi de Magistris di correre come indipendente nelle liste dell'Italia dei Valori per le elezioni regionali 2010 in Veneto, più precisamente nella provincia di Verona. Una richiesta a cui non potevo rispondere "no" per la coerenza che ha sempre caratterizzato il mio lavoro e il mio impegno nella società civile. Non potevo rimanere sordo agli incoraggiamenti di Gioacchino Genchi e di Salvatore Borsellino, due membri della corazzata che in questi anni ha cercato di risvegliare un paese in profondo coma etico. Per questo voglio accettare questa sfida difficile e complessa ma estremamente stimolante. E' una tappa che si trova sul mio percorso tradizionale, su quello che percorro ogni giorno da tanti anni: una lotta quotidiana per la legalità, in nome dell'antimafia senza saldi e di quei morti che ancora urlano la loro voglia di Giustizia seppellita troppo in fretta da uno Stato frettoloso e compiacente. Una lotta che condivido con gli amici Serenetta Monti e Giulio Cavalli, che come me hanno deciso di mettersi in gioco come indipendenti nella Regione Lazio e nella Regione Lombardia avendo, come me, tutto da perdere e nulla da guadagnare. Per me è un passo naturale verso un impegno più concreto e maturo in una regione, il Veneto, che in questo momento è tra quelle che hanno i più gravi problemi di infiltrazioni mafiose mentre le istituzioni, come al solito, dormono. Io ho scelto di vivere a Verona e in Veneto e per questo voglio fare qualcosa per questa città e per questa regione. Voglio fare quello che non ho avuto il tempo e l'epoca di fare in Sicilia. Qui, come nella regione in cui sono nato, la mafia non esiste e gli arresti dei boss, i sequestri di beni , dei milioni di euro e gli omicidi sono problemi "familiari", come ha detto recentemente il sindaco di Peschiera del Garda, patria della famiglia camorrista dei Licciardi. No, non mi tiro indietro. Io non chiedo a Di Pietro di cambiare il suo partito e di cacciare gli impresentabili e poi, quando mi chiedono di agire, rimango a borbottare, a dire "si ma..." "si però..."; ho legittimamente criticato e ora voglio costruire e non posso che ringraziare l'Italia dei Valori per la fiducia e il briciolo di follia avuto nello scegliermi senza chiedermi tessere o promesse, aprendomi la sua liste e non facendomi mai mancare l'appoggio necessario. Il mio impegno continua, con un "fronte" aperto in più, e spero che questa di oggi sia una pessima notizia sia per i mafiosi che hanno intenzione di investire in Veneto che per quei politici che non hanno il coraggio di denunciare in virtù della Pax con le mafie. Ora ho voce in capitolo e la voglio usare tutta, senza badare alle corde vocali. Commissione antimafia regionale, controllo degli appalti per le grandi opere e stop immediato alle opere inutili che i veneti non vogliono e che invece i politici bramano in virtù di altri interessi, come il Traforo delle Torricelle, l'Autodromo del Veneto e la riattivazione dell'inceneritore-tumorificio Cà del Bue. Io sono qui, Per un Veneto libero dalle mafie.

P.s. A breve sarà on line il mio sito internet www.bennycalasanzio.net in cui troverete tutte le informazioni per sostenere questa campagna elettorale che spero possa segnare un punto importante in favore della nostra battaglia, mai viva come adesso.

mercoledì 13 gennaio 2010

"I figli mongoli"

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Introduzione. Ho deciso di dare alle “autonome” stampe questo volume, in cui raccolgo i migliori articoli del blog pubblicati durante tutto il 2009, per dare la possibilità, a chi magari non mi segue quotidianamente (vi giuro che esiste gente così stolta!), di non perdere quegli articoli che nel mio piccolo sono stati particolarmente importanti e significativi. Gestisco questo blog ormai dall'aprile del 2006, lo aggiorno con cadenza quasi quotidiana e da allora ha ricevuto oltre 240 mila visite e 320 mila pagine viste; da tutto il mondo gli internauti giungono sul blog e ormai bennycalasanzio.blogspot.com è uno tra i blog più affermati nel panorama nazionale per quanto riguarda l'informazione antimafia. Ogni anno pubblicherò un volume riassuntivo, quindi affrettatevi a finire questo, il prossimo è già in agguato. Tutto il ricavato andrà a finanziare i miei avvocati per i quali si preannuncia un anno di intenso lavoro.
BC

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di Benny Calasanzio
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venerdì 8 gennaio 2010

Salvatore Borsellino querelato per 250 mila euro. Il solito raccomandato

Di fronte alla richiesta del procuratore di Marsala, Alberto Di Pisa, che vuole un risarcimento danni di 250 mila euro al fratello del giudice Paolo Borsellino, Salvatore, mi chiedo perchè debbano esserci tali disparità. A quanto riporta Antimafiaduemila, "in un incontro pubblico a Marsala, Salvatore Borsellino avrebbe espresso giudizi critici nei confronti del procuratore Di Pisa ricordando che era stato accusato di essere il «corvo» di Palermo, ossia l'autore delle lettere anonime circolate nell'estate del 1988. Di Pisa fu poi assolto ma, secondo Salvatore Borsellino, le valutazioni da lui espresse nei confronti sia del fratello sia di Giovanni Falcone richiamavano alcuni passi degli anonimi. Per questo il magistrato non avrebbe le carte in regola per occupare, secondo Salvatore Borsellino, il posto che fu del fratello". Io sono profondamente indignato con il Procuratore Di Pisa, e chiedo a gran voce: perchè a Borsellino 250 mila euro e a me nemmeno uno? Perchè riconoscere questi meriti a Salvatore e non a me? Sappia, caro Procuratore, che il sig. Borsellino, nei confronti del quale nutro ora rancore e invidia, ha dichiarato molto meno di quello che io ho scritto su di lei, e per questo è stato premiato. Le ricordo che io, il 20 luglio 2008, scrivevo: Di Pisa era stato accusato alla fine degli anni Novanta di essere l'autore delle lettere denigratorie alla Procura di Palermo; era stato indicato come "il corvo" che firmava le missive volte a minare la credibilità di Falcone e farlo passare quasi come mandante dello sterminio dei corleonesi, grazie alle gestione dei pentiti. Per quelle lettere anonime, scritte con una macchina Triumph Adler su carta del Poligrafico in dotazione ad uffici di polizia, Di Pisa fu processato a Caltanissetta. Dopo una infuocata requisitoria del Pm Ottavio Sferlazza, fu condannato in primo grado a diciotto mesi per calunnia. Ma in appello arriva l'assoluzione. [...] Di Pisa era stato incastrato da un impronta digitale lasciata su una lettera "del corvo" inviata alla Procura, che in moltissimi punti corrispondeva con la sua. Fu assolto in appello solo e soltanto perchè l'impronta dell' indice sinistro, prelevata di nascosto dall’alto commissario Domenico Sica su una tazzina di caffè appena utilizzata da Di Pisa, fu giudicata in appello "inutilizzabile". L'impronta, riprodotta in laboratorio, però non lasciava dubbi. Ma era stata trattata con sostanze chimiche, ed era, decise l'allora sostituto procuratore generale Marianna Li Calzi, "deteriorata". E poi, dice la sentenza, "impronta era stata carpita in modo illecito". Ma era sua o no? I periti tedeschi dissero nella perizia, "si". Ma non servivano impronte, non serviva scomodare i chimici tedeschi. Bastava leggere le dichiarazioni di Di Pisa all'audizione del Csm il 21 settembre 1989: «Disapprovo la gestione dei pentiti e i metodi d’indagine inopinatamente adottati nell’ambiente giudiziario palermitano (…), una certa concezione di intendere il ruolo del giudice e lo stravolgimento dei ruoli e delle competenze istituzionali (…), l’interferenza del giudice con la funzione dell’organo di polizia giudiziaria (…). Falcone prese contatti e impegni con le autorità americane a titolo non si sa bene come, concernenti provvedimenti di competenza della corte d’appello (....) Il GI (Falcone) si trasforma anche in ministro di Grazia e giustizia (…). Emerge la figura del giudice “planetario” che si occupa di tutto e di tutti, invade le competenze, ascolta i pentiti e non trasmette gli atti alla Procura (…), indaga al di là di quello che è il processo (…). Una gestione dei pentiti familiare e gravemente scorretta, per non usare aggettivi più pesanti (…). Falcone portava i cannoli a Buscetta e Contorno (…), un rapporto confidenziale, una logica distorta tra inquirente e mafioso (…). Falcone fece pervenire tramite De Gennaro a Contorno e Buscetta i suoi complimenti per il modo sicuro in cui si erano comportati (al maxiprocesso, ndr). Voleva un ruolo passivo per il pm che assisteva agli interrogatori (…). La gestione dei pentiti e il contatto con gli stessi è stato sempre monopolio esclusivo del collega Falcone e di De Gennaro (…). Io avevo manifestato una differenziazione tra una posizione garantista e quella sostanzialista (di Falcone, ndr). Per carità, non voglio insinuare nulla, ma in tutti gli interrogatori dei pentiti, di Buscetta, di Contorno, di Calderone, non vi sono contestazioni: tutto un discorso che fila, mai un rilievo, mai una contraddizione fatta rivelare dall’imputato». E ancora: Di Pisa accusò Falcone di condotte «di inaudita gravità» e di «stravolgere le regole e le competenze istituzionali», nonché di «intrecci e alleanze con i giornalisti». Del Corvo c'è lo zampino, manca solo il becco. Di fronte a tutto questo le chiedo: era il caso di querelare solo Borsellino, che peraltro è evidente come abbia scopiazzato da me, o sarebbe il caso di premiare giovani come me che si applicano e studiano?

Caro zio Beppe Alfano e due...

Ripropongo oggi, nel giorno del 17° anniversario dell'omicidio di Beppe Alfano, il pezzo scritto lo scorso anno. Oggi, come allora, vicino a Sonia, Chicco e Fulvio, privati dalla mafia di un padre che non lavorò mai da giornalista ma lo visse tutta la vita.

Caro zio (acquisito) Beppe Alfano, t'hanno ammazzato barbaramente 16 anni fa, in una città che oggi è completamente in mano alla mafia, tale che ora anche politici e dubbi magistrati non possono negarlo. C'eri arrivato circa 20 anni prima di loro, ed eri un pazzo. Dicevi che vedevi Nitto Santapaola a Barcellona e ti dicevano che toccavi le ragazzine a scuola. Dicevi che quella cooperativa era un comitato d'affari con infiltrazioni pericolose e ti dicevano che avevi troppe amanti. "Un puttaniere" sei ancora oggi per i ragazzini. Poco male zio, poco male. E poi però t'hanno ammazzato. Se oggi la verità è quasi totalmente affiorata, è merito di tua figlia Sonia, che con una famiglia sulle spalle ha sempre trovato il tempo per te, per darti giustizia che quattro cani mafiosi e quattro colletti sporchi volevano negarti. Ti ha sempre messo davanti a tutto, al lavoro, alle ferie, ai debiti e alle privazioni affrontati pur di portare in giro la tua storia. Spero che tu non possa vedere quello che sta subendo Sonia per non avere mai avuto peli sulla lingua. Spero tu non possa vedere un troglodita pregiudicato scopiazzatore di saggi artistici che cerca quotidianamente di demolirla a colpi di insulti di fronte ai quali, anche l'uomo più corazzato avrebbe momenti di cedimento. Lei no. Ha le spalle larghe la tua Sonia.
"La mancanza di intelligenza, sostanziale e formale, di Sonia Alfano e delle presunte associazioni antimafia, dalle quali sono certo non si sentono rappresentati molti parenti delle vittime, arriva a colpire anche l'assessore Oliviero Toscani, il quale registrando il marchio M.a.f.i.a ha fatto una scelta antimafiosa, paradossale e provocatoria come è nel suo stile."Difficile immaginare che - aggiunge - capiscano lo stile persone che ne sono prive al punto da continuare a parlare in nome di morti che non possono rispondere. Respingo ogni polemica annunciando la commemorazione di Leonardo Sciascia nel ventennale della morte con un grande convegno sul tema "I professionisti dell'antimafia e i finanziamenti pubblici alle loro attività", già sotto inchiesta dopo la questione di don Bucaro del centro Borsellino".

Mentre Sonia stava organizzando il tuo giorno, la tua commemorazione, il tuo ricordo, come fa da anni in un clima intimidatorio e mafioseggiante (in cui i presidi che non lasciano partecipare alla manifestazione i ragazzi sono una perfetta sintesi) doveva anche difendersi da questo pregiudicato biondo che fa impazzire il mondo. Tanto non si vergognerà mai, non avrà mai rimorsi, e soprattutto non capirà mai il dolore della sottrazione violenta, della privazione improvvisa per mano umana dell'affetto più caro. E nonostante le sue becere parole Sonia, ancora, non glielo augura quel dolore. Noi siamo diversi Zio Beppe, non non siamo come lui.

martedì 5 gennaio 2010

"Gianni Letta. Biografia non autorizzata" di Arena e Barone

Se la chiamassi autopsia, giù con le polemiche. Ma questo lavoro dei giornalisti e amici di Anno Zero, Giusy Arena e Filippo Barone, è chirurgica, maniacale, attenta ai dettagli. Ambientazioni a volte degne del miglior Buzzati. Facciamo allora che la biografia non autorizzata di Gianni Letta è una risonanza magnetica con mezzo di contrasto. Episodi dimenticati, cancellati, qui vengono tirati fuori dall'olbio, spolverati e forniti ai lettori con un linguaggio per cui non si può non capire. E' un libro, questo, che difficilmente altri avrebbero scritto, per una semplice ragione: di Letta in Italia non si parla e non si deve parlare, nè in bene nè soprattutto in male. E' un pò come cosa nostra in Sicilia: tutti sanno che c'è e hanno idea del suo potere, ma lo sussurrano sottovoce, perchè magari qualcuno è in ascolto. Letta oggi è un tabù. Giusy Arena e Filippo Barone, che di spunti ne avrebbero per altri cento personaggi, decidono però di dedicarsi all'uomo ombra, e lo fanno partendo dall'Abruzzo, da Avezzano, dove il giovane Gianni da piccolo corrispondente di provincia del Tempo diviene prima sostituto in redazione e poi caposervizio 23 enne. Più che dotato superdotato. Quando poi di anni ne ha 37, del Tempo diviene amministratore e direttore. Più che superdotato direi Topolanek. Ma è con la sua prima bustarella che la strada di Letta incrocia quella del potere, della politica fatta come piace ai diversamente onesti: nel 1983 accetta una tangente in Cct da 1,5 miliardi di lire da Ettore Bernabei, dal 61 al 74 direttore Rai ma soprattutto direttore della società finanziaria a partecipazione statale Italstat. La giustificazione davanti ai magistrati è in puro stile "british": "tutto regolare". C'è chi regala un orologio, chi un miliardo e mezzo. Sono gli anni dei fondi neri dell'Iri e i miliardi passano da un borsellino all'altro come fossero monetine. Fondi neri che, come diceva l'allora radicale ex cuor di leone Francesco Rutelli, servivano per "addomesticare i media". Un regalo al direttore de Il Tempo da 1,5 miliardi, cosa c'è di male? Si chiamano "presenti", non mazzette. Ma Gianni non aveva bisogno di ordini di scuderia; ha sempre avuto una tendenza innata alla trattativa, più o meno lecita. La vita del San Paolo di Avezzano cambia con il fulmine sulla via di Arcore: nel 1987 incontra sulla sua strada colui che sarà suo datore di lavoro per il resto della vita: Silvio Berlusconi. E qui la domanda degli autori: dietro Letta c'è Berlusconi o dietro Berlusconi c'è Letta? L'una e l'altra, pare di capire. Silvio lo piazza subito come vicepresidente Fininvest, nel Cda di Mondandori/Repubblica e lo impone ai soci come capo del gruppo Standa, tra le ire e le proteste degli azionisti che si chiedevano cosa c'azzeccasse un giornalista a capo di un grande gruppo imprenditoriale? Cosa c'azzeccava? Nulla, quindi era perfetto. Il ruolo di mediatore e diplomatico alla matriciana Letta lo sfodera durante l'approvazione della legge Polaroid, detta anche Mammì, quando tra una pausa e l'altra si presta a fare da confessore agli amici socialisti, e ottiene risultati straordinari. Quando infatti la legge viene approvata, spianando la strada verso il monopolio all'amico di D'Alema, Silvio per ringraziarlo, gli mette nel taschino della giacca 3 miliardi di azioni: questa legge gliene frutterà mille volte tanto. Letta è lo stesso Letta che riesce a convincere Remo Toigo, titolare della Ftm, a pagare oltre 600 milioni di tangente per accaparrarsi l'appalto per stendere il piano frequenze, cucendolo poi addosso a Fininvest; lo fa con l'aiuto del compare bello, Adriano Galliani. Il 2 novembre 1993 Gianni mette il bacheca il primo dei suoi avvisi di garanzia: la procura di Roma, quando ancora faceva le indagini, lo accusa di corruzione e tangenti all'amministratore delle Poste per conto di Fininvest. I pm chiedono addirittura l'arresto per Gianni, che viene però rifiutato dal Gip, che era, non ve lo aspetterete, Renato Squillante. Poi arriva l'incarico di sottosegretario nel 1994 e le trame per la bicamerale, portate avanti dal prescritto D'Alema alla faccia degli elettori: maggioranza e opposizione non dialogano in Parlamento, ma a casa di Letta: la famosa Colazione da Lettany. Da lì in poi la carriera di Gianni non smetterà più di correre, fino a ricevere incarichi di consulenza dalla Goldman e Sachs, alla pari di Romano Prodi e Mario Draghi, che qualcosa di economia capivano, al contrario di Letta. Dal punto di vista trascendentale le cose non vanno peggio: Letta viene nominato anche Gentiluomo del Papa: può assistere ai momenti privati del Papa, può viaggiare con lui e può intercedere quando il suo datore di lavoro le combina grosse, tipo gestendo harem a Villa Certosa o facendo le maratone di sesso a Palazzo Grazioli. Tanti impegni, certo, ma parecchio remunerativi: nel 2002 Letta guadagnava 170 mila euro; nel 2007 il suo conto corrente parlava di 1,55 milioni di euro. Un Letta che ormai si può permettere di sponsorizzare la scalata bancaria a Rcs da parte dei burini del quartierino, e che colleziona avvisi di garanzia come fossero medaglie al valore: nemmeno una piega quando la Procura di Potenza, tra mille interferenze, gli comunica che è indagato per i servizi di ristorazione dei centri di permanenza temporanea: turbativa d'asta e corruzione. Del resto nemmeno i giornali si scompongono, e per 10 mesi la notizia non viene ritenuta di interesse nazionale. Questo e molto altro hanno ricostruito Arena e Barone, dando alle stampe un libro coraggioso e che merita di essere letto anche solo per un semplice motivo: Letta non sarebbe d'accordo. E allora vale la pena conoscere fino in fondo quello che rischia di diventare Presidente della Repubblica, visti gli apprezzamenti che gli arrivano dai colleghi del Pdl e dai compagni del Pd, sempre pronti a dialogare, anche con un tangentaro: chissenefrega.

Sul Fatto di oggi il falso allarme bomba a Venice

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