lunedì 13 settembre 2010

Il vescovo di Verona: cromosomi mafia non appartengono alla veronesità

Gentile direttore de "L'Arena" di Verona,

rimango convinto che per coerenza e correttezza ogni persona dovrebbe occuparsi ed esprimere giudizi solo ed esclusivamente documentati e sui temi che le competono, senza sconfinare in campi inesplorati adducendo ovvietà e luoghi comuni.

Non le nascondo il mio stupore leggendo sul suo giornale le parole del Vescovo di Verona Mons. Giuseppe Zenti, che parlando del fenomeno mafioso ha dichiarato che “È il soggiorno obbligato che ha portato qui cromosomi che non appartengono alla veronesità”.

Io non so che studi abbia effettuato il monsignore, su quale documentazione si basi per fare dichiarazioni di questo tipo. E non so se è cosciente di riprendere una vecchia battaglia della Lega Nord contro i soggiorni obbligati dei mafiosi.

Quello di cui sono certo è che dimentica volontariamente una cosa molto, molto importante: se è vero che cosa nostra è arrivata nel nord Italia tramite lo scellerato provvedimento del soggiorno obbligato, è anche vero che i boss hanno trovato a Verona ed in provincia un tessuto sociale che non ha reagito ma ha assorbito quei capi mafia legittimando loro e le loro condotte criminali e in taluni casi unendosi ad essi in affari.

Bisogna ammettere che a Verona, come nel Veneto e come in Lombardia, la criminalità organizzata non ha trovato una ferma reazione da parte delle persone. Questo purtroppo è un dato storico. Per citare qualche caso emblematico, nell'ambito delle operazioni contro il clan Lo Piccolo a Chioggia, si, Chioggia in provincia di Venezia, è stato accertato che era un avvocato del veneziano, già indagato e poi condannato per una questione di tangenti a Portogruaro, l'incaricato dalla cosca di tenere i rapporti con i potenziali acquirenti di operazioni edilizie. Era veneto e non aveva avuto ovviamente alcun rapporto con i soggiornanti obbligati.

Dopo circa un anno da quelle operazioni, è emerso che a Vicenza un “insospettabile”, amministratore delegato della “Vicenza Calcio” ed esponente di livello nazionale dei supermercati SISA, era in possesso di quote sociali, sequestrate dalla Guardia di Finanza, ricevute dal patron dei supermercati SISA in Sicilia, prestanome dello stesso Lo Piccolo. Anche lui vicentino e dunque veneto.

Lo stesso Procuratore Mario Giulio Schinaia, su “L’Arena” del 29 novembre, a sottolineare che «a Verona c’è un sottobosco di operazioni criminali gestite ad alto livello da grandi professionisti». Non da soggiornanti obbligati o affini. Da professionisti, si suppone veronesi. Né marocchini, né albanesi né siciliani.

Nel libro “Mafia pulita” di Elio Veltri, ex componente della Commissione parlamentare antimafia, e Antonio Laudati, procuratore della Repubblica di Bari, già direttore generale dell’Ufficio Giustizia Penale al Ministero della Giustizia, e membro della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Napoli e sostituto presso la DNA (Direzione Nazionale Antimafia) si legge esattamente l'opposto di quanto dice il vescovo: «Quando nella guerra tra i clan scoppia una bomba nel cuore di Napoli, al quartiere Sanità, e viene accusato Pietro Licciardi, poi assolto, il clan sposta le produzioni a Castelnuovo del Garda e commercianti e imprenditori veneti legati ai clan favoriscono la latitanza di Pietro Licciardi e dei suoi uomini». Commercianti e imprenditori veneti, né marocchini, né albanesi né siciliani. Altro che cromosomi estranei alla veronesità.

Già nel 2004 uno tra i più esperti studiosi di 'ndrangheta al mondo, Antonio Nicaso, dichiarò a “L'Arena”: «Verona è una realtà economica troppo opulenta per non destare appetiti. Qui c’è gente che paga e non denuncia. Ci sono esercizi che versano il pizzo. La ’Ndrangheta ha un occhio di riguardo per Verona». E non denunciare è essere conniventi.

L'ex questore di Verona, Luigi Merolla, sempre nel 2004 dichiarava: «Organizzazioni mafiose e camorristiche acquistano "pezzi" di imprenditoria locale, offrono capitali a imprese che ne hanno bisogno, riciclano denaro sporco in attività ad alto reddito».

Scrivo questa breve riflessione perchè le parole del vescovo possono essere abilmente fatte proprie da politici che non vedono l'ora di terronizzare il fenomeno mafia, che ardono dal desiderio di imputare al sud la responsabilità dell'espansione della mafia al nord; la realtà è molto più triste e dura, ovvero che è stata l'Italia tutta a sbagliare e a far sì che oggi sul Garda, così come a Milano la mafia sia una solida realtà. E dire che è un fenomeno estraneo al dna veronese, in questo caso, è un grando regalo a quei nostri concittadini che invece con la mafia colludono.

Cordialmente

Benny Calasanzio

Presidente Associazione Antimafia

“Giuseppe e Paolo Borsellino”

2 commenti:

Valerio Costenaro ha detto...

Nessuna società è perfetta e la perfezione assoluta non appartiene al genere umano ma alle fantasie e deviazioni dei moralisti.

Stiamo ai fatti. Le Mafie (Mafia Siciliana, Camorra Napoletana e 'Ndrangheta Calabrese) sono nate nelle rispettive aree del Mezzogiorno d' Italia e pre-esistevano all' Italia Unita...

L' impianto e la propagazione al Nord è avvenuta in primis soprattutto tramite l' Istituto del Soggiorno Obbligato, votato dal Parlamento e dal Senato italiani ed applicato dalla Magistratura tutta (non sono a con oscenza di nessuna obiezione all' applicazione di questa famigerata legge da parte di nessun magistrato....).

Tutto quello che è seguito al Nord è una conseguenza, un effetto diretto del Soggiorno Obbligato.

Negare questo fatto storico non ha senso.

Qui non si imputano colpe né ai singoli e tanto meno ad aree...è solo una questione di riconoscere una realtà che può aiutarci tutti a trovare i correttivi.

Troppo orgoglio congiunto a un malinteso amore per la propria Terra non ci devono rendere ciechi di fronte alla realtà dei fatti

Benny Calasanzio ha detto...

Valerio, la sua analisi è molto simile al più superficiale leghismo. Il soggiorno obbligato ha toccato quasi ogni regione d'Italia. In alcuni luoghi la mafia non ha mai attecchito, in Veneto si, perché? O vogliamo parlare di una organizzazione criminale caratterizzata dal vincolo associativo come quella del Brenta? Il suo orgoglio regionalistico vizia la sua analisi, in sostanza vede in me ciò che in realtà sta facendo lei.