lunedì 2 agosto 2010

Pm Petroselli, riguardo l'omicidio di Attilio Manca...

Gentile dott. Renzo Petroselli,

io e lei, pur non essendoci mai visti, condividiamo una cosa: nessuno dei due ha mai conosciuto il dottor Attilio Manca. Di persona intendo. Io, a differenza sua, ho avuto la fortuna di conoscere la sua famiglia, tre persone esemplari nella vita e nel dolore. Anzichè fare domande, dal nostro primo incontro, ho imparato ad ascoltare quella storia che ormai conosco a memoria, dettaglio per dettaglio.

Per queste e per altre ovvie ragioni rimango senza parole di fronte alla terza, si noti bene, alla terza richiesta di archiviazione che lei ha avanzato al Gip della procura di Viterbo. Evidentemente è convinto oltre ogni ragionevole dubbio che Attilio Manca si sia ammazzato da solo. Con estrema arte e perizia, ma da solo. Si iniettò, due volte,sulle braccia, l’eroina e creò una miscela esplosiva con alcol e calmanti per farla finita. Nel polso sinistro e nell’avambraccio però. Lui che era mancino, in punto di morte, scoprì che era abile ad usare anche l'altra mano. Mentre entrava in circolo il mix, diede una testata su qualche muro deviandosi il setto nasale. Poi cominciò a sbattere in giro per la casa, a procurarsi ecchimosi ed ematomi su tutto il corpo. Cosparse la casa del suo sangue, sul letto, sotto il letto, mise il tappo alle due siringhe e ne mise una in bagno e una in cucina. Poi finalmente morì. Suicidio. Il miglior suicidio di sempre direi.

Quello che mi sorprende è che lei creda davvero a tutto ciò. La prego, tutto ciò sarebbe davvero insolente nei confronti della sua intelligenza. Lei invece ne è certo. Tanto da, praticamente, evitare di indagare, che sarebbe la sua prerogativa e il suo obbligo professionale e morale. Non a caso l’avvocato della famiglia Manca, Fabio Repici, uno notoriamente avaro di parole, l’ha acusata durante l’ultima udienza di “abnorme inerzia che ha contraddistinto il suo operato, svolgendo solo supplementi di indagini ordinati dal Gip”.

Alcune cose effettivamente mi lasciano basito. Mai un’analisi delle siringhe. Potrebbe escludere che su quelle siringhe siano completamente assenti le impronte di Attilio, e che dunque altri hanno “suicidato” Attilio? No, perchè non ha mai dato incarico di analizzarle. Ha mai creduto che sia umanamente possibile cadere su un materasso e procurarsi, nell’ordine, ecchimosi su tutto il corpo e la deviazione del setto nasale, con annesso lago di sangue? O il dott. Attilio Manca, ragazzo prodigio della chirurgia, amava dormire su un letto di cemento armato, o questa ricostruzione è una patacca, come tutto ciò che è stato ricostruito fino ad adesso.


Gentile pubblico ministero, non voglio certo tentare di influenzare la sua percezione dei fatti o tantomeno irritarla; le scrivo solo per debolezza personale. Non ho il coraggio, infatti, di continuare a guardare in faccia il papà, la mamma e il fratello di Attilio. Non ho il coraggio di sentirli ancora raccontare quei momenti, i ricordi dei momenti felici con Attilio, un ragazzo strappato alla vita nel momento più bello. E allora le chiedo se davvero se la sente di assumersi la responsabilità di mettere la parola fine ad una storia che fa acqua da tutte le parti. Una storia che pur di non citare la parola mafia ricorrerebbe anche ad ipotizzare un attacco alieno di cui Manca è rimasto vittima. Tutto pur di non dire che Manca altra colpa non ha avuto se non quella di visitare e forse operare un paziente sbagliato: Bernardo Provenzano. Tutti e due a Marsiglia nello stesso periodo, tutti e due con legami a Barcellona Pozzo di Gotto. Ed uno dipendente dall’altro, con una prostata da operare da mani abili.

Infine, le ricordo, che Attilio aveva addirittura in programma un periodo di volontariato in Bolivia con Medici senza Frontiere, e un training a Cleveland, Stati Uniti, presso un istituto altamente specializzato. Mai conosciuto tossicodipendenti con così tanta voglia di vivere. Mai conosciuto tossici così lucidi da organizzare una tale messinscena che sembra tutto tranne che un suicidio.

Le chiedo solo di lasciare, per un attimo, incartamenti e faldoni, che pure contengono questi interrogativi a cui lei non vuole dare risposta. E di convocare a Viterbo la famiglia Manca. E di rimanere ad ascoltare. Non lo faccia per me, nè per loro, ma lo faccia per sè, perchè vivere una vita e una professione con il peso di aver coperto la verità, naturalmente senza dolo, non le lascerà tregua.

Cordialmente,

Benny Calasanzio, familiare di due vittime di mafia che molti hanno cercato prima di dimenticare e poi di infangare.

1 commento:

maxhki ha detto...

i servizi segreti e la massoneria hanno protetto la latitanza di provenzano, dunque non sorprende che qualche giudice di Viterbo, città molto massonica, "abbocchi" alla tesi del suicidio di Attilio Manca