giovedì 22 luglio 2010

Via D'Amelio/3: Quando Di Matteo mi chiede di Lucca Sicula

Il 19 luglio, poco dopo il minuto di silenzio delle 16.58, ero nelle ultime file ancora turbato ed emozionato dalla tensione morale che in quei minuti aleggiava in Via D'Amelio. Avevo assistito ad uno spettacolo emotivamente devastante in cui due donne, una moglie di un mafioso, l'altra di un uomo della scorta Borsellino, condividevano un dolore diversamente identico.

Dalla folla radunata ai piedi del piccolo palchetto esce Nino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo, titolare dei maggiori processi di mafia degli ultimi anni, tra cui quello a carico di Totò Cuffaro, di cui ha già portato a casa due condanne. C'eravamo conosciuti qualche mese fa ad un incontro organizzato dal gruppo Alde del Parlamento Europeo, ma io ovviamente lo seguivo già da anni. Seguito dalla scorta si allontana verso la fine di via Mariano D'Amelio, forse per prendersi un pò di quell'aria che veniva giù dal monte Pellegrino e di distendeva sulla via.

Vado verso lui per salutarlo, ma prima di farmi impallinare dagli uomini armati, chiedo il permesso di avvicinarlo. Ci salutiamo dandoci rigorosamente del "lei" e gli racconto che ho fondato l'associazione dedicata a mio nonno e mio zio e che ci terrei ad averlo ospite in una conferenza. "Mi dica lei quando vuole e non ci sono problemi, me lo faccia sapere, ci conti". E poi chiede "la facciamo a Lucca Sicula?".

Ora, per ogni altra persona questa domanda non vuol dire nulla. Anzi, è semplicemente un errore geografico. Infatti faccio finta di nulla e dico "no dottore, a Verona". Poi continuiamo a parlare di temi che preferisco custodire intimamente; dico solo che se la gente gli vuole bene è perchè ha percepito che oltre ad essere un grande magistrato è anche un grandissimo uomo, che non cerca la riconoscenza del popolo ma se la trova sotto casa ogni sera, ad aspettarlo assieme alla famiglia.

Lucca Sicula è il paese in cui hanno vissuto e sono stati uccisi mio nonno e mio zio, Giuseppe e Paolo Borsellino. E' un paese piccolo, pochi lo conoscono. Quella domanda ha un significato solo per noi: vuol dire che Nino Di Matteo ancora si ricorda di quella storia, che la tiene a mente, che mio nonno e mio zio per lui esistono e che ci metterebbe la sua faccia per ricordare le loro storie a Verona e in qualsiasi altra parte d'Italia. Non biasimo chi sta pensando che io sia un pò stupido ad essere così felice. Ma vi assicuro che quando siete abituati a raccontare questa storia a tutti coloro con cui vi relazionate per svariati motivi, non vi aspettate che chi pensate che abbia altre cose a cui pensare vi spiazzi in questo modo; beh, non sembrare stupidi sarebbe arduo.

"Dottore allora le scrivo, grazie di cuore". Gli stringo la mano per un tempo forse eccessivo guardandolo negli occhi, in quegli occhi che ormai la gente ha imparato a leggere, ad indagare, scoprendoli a volta velati di commozione, a volte nervati di tensione ma sempre estremamente sinceri e senza fronzoli.

Poi torno indietro: "Oh mamma, sai che Di Matteo si ricorda del nonno e dello zio".

2 commenti:

francesco.caroselli ha detto...

quel che ho appena letto è la cosa più intima e sincera che abbia mai letto su internet

Csilla ha detto...

Questo racconto è bellissimo sia sul livello emotivo privato sia nel descrivere la personalità del magistrato Di Matteo.Grande magistrato, grande uomo con quello sguardo sincero e 'parlante'.
Ho avuto la fortuna di incontrare Di Matteo e devo dire che il suo sguardo mi ha colpito cosi tanto di non poterlo mai dimenticare.
L'unico magistrato in cui sento una reale sincerità e una semplicità umana.