giovedì 15 luglio 2010

In memoria di Simonetta Lamberti, vittima innocente di camorra

Simonetta Lamberti non sapeva nulla di magistratura, di camorra, di collusioni e abboccamenti. Simonetta a 10 anni sapeva solo sognare i cavalli bianchi alati che raccontava nei suoi temi con innata abilità di scrittura. E sapeva che il papà era un giudice che arrestava i cattivi.

Sapeva quello che allora si sapeva, che era un magistrato stimato e impegnato in indagini contro la criminalità organizzata.
Che era amico dei camorristi non lo sapeva, perchè se lo avesse saputo forse su quella macchina non ci sarebbe salita il 29 maggio del 1982 e non sarebbe tornata con lui a Cava dè Tirreni. Non sarebbe salita, perchè Simonetta, che non sapeva nulla di magistratura e di camorra, era intelligentissima, la bambina più brillante della scuola, come ricorda il preside.

E allora mi piace pensare che su quella macchina non sarebbe salita. Sarebbe rimasta a casa a leggere un libro sulle fate e sui principi azzurri, con la mamma e con la sorellina. E invece purtroppo non lo sapeva che il papà era il magistrato della camorra; “organico alla camorra” come scrisse la Dia anni dopo. Il papà di Simonetta, Alfonso, aggiustava sentenze, riduceva cauzioni ai camorristi, forniva pareri positivi in cambio di soldi. Non era un eroe il suo papà. Era un abitante di Gomorra, non dei boschi fatati.

Dieci anni dopo quella mite serata di primavera insanguinata dalla mano della camorra, a Cava dè Tirreni, lo indagano per corruzione e associazione camorristica. Secondo gli inquirenti, Lamberti avrebbe
"in più circostanze, come presidente della sezione Misure di sorveglianza della Corte d' appello di Napoli, annullato scientemente misure di prevenzione personale e patrimoniale" a vantaggio di boss come Alfieri, Galasso o affiliati ai clan Norcaro e Moccia. Il papà di Simonetta avrebbe ricevuto in cambio appartamenti, gioielli e un sacco di soldi; a servizio della mafia, ha dissequestrato i beni del clan Galasso, che grazie al papà di Simona riuscì ad evitare una cauzione di cento milioni per ogni componente della famiglia; prima di pagare, infatti, il boss di Poggiomarino si incontrò con Lamberti e il 15 giugno 1989 la sezione presieduta da Lamberti confermò la restituzione delle imprese Galasso e ridusse la cauzione da 500 a 25 milioni.

“Ma tutto questo, Simonetta non lo sa”, avrebbe musicato De Gregori. Non poteva saperlo; avrebbe avuto bisogno di più tempo, ma la camorra non sa aspettare.
Per questo quando i killer vanno in missione per ammazzare il padre e sull’auto trovano anche Simonetta, non esitano a sparare e ad ammazzarla. Pensare al corpo di una bambina bucato dai proiettili è difficile. I bambini sono fatti per vivere, non per morire nel sangue. Invece Simonetta muore. Suo padre, invece, si salva, viene indagato e nel 1993 finisce in galera. In mezzo, in questi dieci anni, la disperazione per aver visto morire la piccola Simona, l’infamia, e la follia che lo porta a progettare un attentato contro la moglie, colpevole a suo dire di numerosi tradimenti. Tutto questo, per fortuna Simonetta non lo saprà mai.

Ricordarla non è un favore al padre colluso con la camorra. Ricordarla è uno schiaffo a lui e alla camorra, che non esitato ad uccidere una bambina che ancora credeva di poter cavalcare un cavallo alato. Gli uomini d'onore, vigliacchi impasticcati e senza onore; ieri Galasso, oggi Iovine e Zagaria.

Simonetta è una vittima innocente della vergogna camorrista, dell’ignobile commistione tra magistratura e malavita e dell’oblio che nel dubbio cancella. Da un suo tema:
Oh mamma, ho fatto un sogno, un sogno che non finiva più, ma così bello. Fine”.

1 commento:

ellemmeci ha detto...

Grazie, Benny. Conoscevo la vicenda, ma tu le hai dato un nuovo colore, una più attenta e dolorosa inquadratura. Per non dimenticare, ti abbiamo "copiato" su un link di fb dedicato ai morti di mafia.