martedì 28 dicembre 2010

E ora non lasciamoli soli

Era da anni che all’interno di un partito non si vedeva un dibattito così democraticamente animato. Così trasparente e senza timori reverenziali. Certo, c'erano stati i rottamatori, ma purtroppo per il Pd non si trattava delle "colonne" del partito ma di "eterni giovani" promettenti. Qui invece si parla di facce di primo piano. Dopo il documento politico firmato da Luigi de Magistris, Sonia Alfano e Giulio Cavalli, non passa giorno che giornali e tv non riprendano il dibattito. Che finalmente non è su escort o sulle perversioni del premier ma è sull’idea della politica, sulla questione morale, sull’onestà intellettuale.

Quel documento sta provocando fibrillazione nell’Idv: alcuni “conservatori” vedono come fumo negli occhi le istanze dei “tre moschiettieri”, la base invece è letteralmente esplosa in un sospiro di sollievo: “aspettavamo queste parole, grazie di cuore” è il sunto dei messaggi e dei commenti che in questi giorni si susseguono sul web. Messaggi che difficilmente possono essere manovrati o orientati. Parole di apprezzamento che sono arrivate anche dai "duri" di "Italia dei Veri Valori" e dalle altre sigle formate dagli espulsi o dai delusi dell'Idv, segno che quel malessere non era per il partito in toto ma per singole situazioni: cade dunque l'accusa di populismo e qualunquismo che molti avevano loro sbrigativamente rivolto.

Ora che de Magistris, Alfano e Cavalli però hanno fatto un primo, importantissimo passo, a cui credo presto ne seguiranno altri, tocca a noi. E per “noi” non intendo solo i militanti o i simpatizzanti dell’Italia dei Valori, nè gli amici dei nostri "tre". Ma mi riferisco a tutta la società civile, alle associazioni e ai movimenti. Perchè questo dibattito non riguarda solamente l’Idv ma il concetto alto di politica e riguarda tutti coloro che si sentono opposizione a questo governo. Non lasciare soli gli unici che hanno avuto il coraggio di sollevare la questione morale credo sia un dovere di chi, della questione morale, ne è perdutamente innamorato. Penso a tutti quelli che in questi mesi hanno criticato l’Idv per le sue degenerazioni, a quelli che hanno criticato e attaccato Luigi, Sonia e Giulio perchè non alzavano abbastanza la voce: a tutti loro ora chiedo di essere coerenti e venire allo scoperto. E’ squallido chiamare alle armi, e poi, quando anche i generali scendono in trincea, abbandonare tutto e tornare dietro una tastiera, magari cambiando obiettivo di contestazione.

Per questo vedo con favore l’apertura di Micromega e di altri importanti “nomi” o giornali che dimostrano come, quando sono chiamati a proporre, propongono, e quando si trova l’intesa non si tirano indietro e danno il loro contributo. Questa per me questa è serietà politica e civile e la testimonianza che non tutti sono "contro tutto e tutti sempre e comunque".

Io che non sono iscritto ad alcun partito, io che amo la politica pulita, sento come mio preciso obbligo morale non far mancare il sostegno a chi si sta esponendo non per una poltrona ma per un'idea diversa della politica. Io che tanto ho invocato tutto ciò ora non posso tirarmi indietro e lasciarli soli contro grigi burocrati che mirano a trasformare l'unico partito d'opposizione in un ufficio amministrativo.

giovedì 9 dicembre 2010

Lettera aperta a Massimo Ciancimino

Caro Massimo,

ti scrivo una lettera aperta, senza telefonate anticipatorie e senza domande/risposte concordate. Ti scrivo e leggerai questa lettera assieme a tanti altri.Ho riflettuto molto se farlo o meno e se farlo in questo modo. Poi mi sono convinto che la trasparenza è sempre garanzia di correttezza, o almeno di buona volontà nel perseguirla.

Ho letto sui giornali che alcune settimane fa ti sei recato a Verona nell’ufficio di Girolamo Strangi, indagato per ‘ndrangheta dalla Direzione distrettuale antimafia. Per affari mi pare di capire, se puliti o sporchi ancora non so. Gli indizi e le tue parole certo gettano gravi ombre su quella trasferta. La tua voce è stata registrata dalle microspie piazzate dalla squadra mobile di Reggio Calabria mentre dicevi, tra le altre cose, "Quando mi senti in televisione, tu fottitene". Come dire: quel che dico in tv, l'antimafia, il mio impegno con le Procure è solo di facciata.

Tu dici che parlavate di denaro per alcuni investimenti, gli investigatori invece credono che si trattasse di un'operazione di riciclaggio. Tutto ciò lo appureranno le indagini.

Il fatto è un altro. E non è giudiziario. Come ben sai, sono stato uno dei primi a darti fiducia, il primo familiare di vittime di mafia che ti ha offerto il suo sostegno e il suo appoggio: ho dato la mia fiducia al figlio di un assessore-sindaco che è stato in mano all'organizzazione criminale che ha ucciso mio nonno e mio zio. Non so se hai mai pensato a quanto sia stato complesso e difficile per me accettare di credere e difendere, anche pubblicamente, il figlio di Vito Ciancimino. Il figlio di un nemico.

Mi sono esposto, ti ho addirittura intervistato pubblicamente proprio a Verona, di fronte a 400 persone, tutte venute ad ascoltare le tue verità e a sostenerti lungo il tuo percorso. Ti hanno, anche in quella sala, perdonato quella provenienza maledetta e in parte anche i tuoi reati, ti hanno chiesto di andare avanti e consentire ai magistrati di Palermo e Caltanissetta di accertare la verità sul buco nero degli anni 90, ovvero le stragi e la trattativa del nostro Stato con la mafia. Hai ricevuto inoltre, e lo ricordi bene, la solidarietà e la vicinanza di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, magistrato ucciso in tandem dagli amici di tuo padre e da parte di questo Stato. Mi hai raccontato quanto quel giorno sia stato importante per te. Quanto le parole di Salvatore ti abbiano responsabilizzato e rincuorato. Mi hai raccontato che hai fatto ascoltare quel messaggio in segreteria anche a tuo figlio Vito Andrea, dicendogli, testualmente: “Oggi per papà è un giorno importante”.

Poi ci siamo sentiti molte volte, ci siamo incontrati e abbiamo stabilito un rapporto di fiducia reciproca. Mi hai comunicato i tuoi momenti di sconforto e io ho cercato di darti coraggio. Ho sempre detto quanto mi sentissi a disagio ad affidare la mia sete di verità al figlio di un mafioso, quanto fosse difficile per me ringraziare il figlio di Don Vito per aver squarciato il velo di silenzio e di oblio sulla trattativa.

Dopo quanto accaduto a Verona, dopo alcune dichiarazioni “spot”, vedi quelle su De Gennaro, e dopo un'esposizione mediatica che ora sta diventando una “sovraesposizione”, ti chiedo di fermarti un momento.

Sono disposto ad ascoltarti, forse anche a crederti di nuovo, ma oggi è tuo dovere morale, nei miei confronti e in quelli di Salvatore Borsellino, ma soprattutto nei confronti degli italiani e dei magistrati che hanno messo la faccia sulle tue parole, che tu dia spiegazioni chiare e nette, e che tu metta un punto definitivo su queste vicende.

Non puoi seminare la scorta, non puoi incontrare personaggi in odor di mafia per affari molto poco chiari e non puoi “sparare” per bucare tv e giornali. Altrimenti a perdere sarai tu, saremo noi, sarà la verità.

Certo che comprenderai il mio dolore e la mia disillusione, ti chiedo chiarezza e franchezza, anche a beneficio di quel bambino che sta crescendo e che merita un futuro dai contorni definiti,

un caro saluto,
Benny

martedì 7 dicembre 2010

Disonorevoli nostrani: Francesco Scoma

Francesco Scoma, Pdl, eletto in Provincia di Palermo. E’ nato a Palermo il 25 agosto 1961. Dal 1980 fa il cameraman a Tele Radio del Mediterraneo, ma nel 1981 per magia viene assunto a tempo indeterminato al Banco di Sicilia. Avete indovinato. Il grande padre colpisce ancora. Anche Scoma entra, tra i primi posti, nella classifica “Figli dei padri 2008”. Ma non lo nasconde.

Nel suo curriculum dice: “Negli anni 90 un’altra passione, fino ad allora apparentemente sonnecchiante, mi porta ad intraprendere una nuova strada, tanto difficile quanto affascinante, che cambierà per sempre il mio percorso personale. E’ la passione per la politica, da sempre respirata in famiglia (mio padre Carmelo è stato sindaco di Palermo dal 1976 al 1978).

Francesco ha ragione. Il padre è stato sindaco di Palermo. Quello che non dice è che in quei due anni non ha fatto nulla per uscire dal solco tracciato da Vito Ciancimino, sindaco della mafia e degli affari, ma anzi, ha proseguito la strada del maestro e con esso ha condiviso anche una bella condanna penale a 3 anni e 2 mesi per peculato e interesse privato. Grazie a Ciancimino e poi Scoma senior, per quattordici anni, le imprese del gruppo Cassina, aziende infarcite di mafiosi, hanno vinto appalti dal Comune per la manutenzione delle strade e delle fogne per 500 miliardi affidati a trattativa privata. Secondo i periti in quegli anni il costo degli appalti era aumentato del 1.354 per cento. A dare il via a questa inchiesta era stato il dossier scritto dall’ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco. A causa di pressioni e intimidazioni, dopo pochi mesi dall’inizio della sua sindacatura era stato costretto a dimettersi. Riguardo a Scoma e Ciancimino, disse Insalaco agli inquirenti: «Mi facevano trovare ogni mattina i mandati di pagamento sulla scrivania, confusi insieme alla posta ordinaria. Speravano che non me ne accorgessi, che firmassi quelle delibere insieme alle ricevute. Ogni delibera valeva decine di miliardi».

Poco dopo aver collaborato con gli inquirenti e avere scritto su Scoma e Ciancimino, Insalaco viene ucciso a colpi di pistola. Per tornare al figlio del padre, il suo nome emerge in alcune intercettazioni nell' ambito dell' inchiesta "Grande mandamento". Emanuele Lentini, “postino” di Provenzano, Mariano Lanza, militante dell’Udc a Bagheria, fanno riferimento agli esordi in politica degli assessori regionali Scoma e Cascio. Da qualunque parte si giri, Scoma trova sempre guai.

Dopo il padre, anche la cognata, Deborah Civello, finisce sotto inchiesta riguardo ad un indagine sulle assunzioni fatte dall' Amia, azienda dei rifiuti palermitana. Secondo gli inquirenti quell’assunzione non sarebbe regolare e facilitata dal rapporto con il deputato. E per finire con la famiglia Scoma, che ormai sentiamo un po’ nostra, qualche parola su zio Giuseppe Scoma, fratello di Carmelo e ex assessore Dc alle Attivita' sociali del Comune di Palermo. Lo sbattono in galera per una storiaccia di mazzette e tangenti. Secondo l' accusa, Scoma avrebbe richiesto una tangente di 50 milioni per una convenzione con l'"Associazione siciliana cultura e sport" per l’apertura di un convitto per giovani indigenti. Per gli inquirenti Scoma ha intascato solo metà dei 50 milioni di lire pattuiti perché sfortunatamente, quando deve ricevere la seconda parte, si trovava già al fresco. E appurato questo, lo arrestano una seconda volta. Ormai era un abituee del carcere. Per tutte queste vicende di corruzione e concussione si becca cinque anni e mezzo. Ammazza che famigliola!

lunedì 6 dicembre 2010

Diritto di replica, la parola ad Alberto Campagna

Alla cortese att.ne di Benny Calasanzio Borsellino

Oggetto: replica on. Campagna su blog

Egr. Sig. Calasanzio, desidero innanzi tutto ribadire che, il diritto-dovere di cronaca, è un patrimonio di tutti da esercitare in un contesto di trasparenza dei fatti raccontati, senza mai ledere o privare il lettore del diritto all’informazione.

Quanto le sto manifestando non vuole essere, assolutamente, un atto censorio nei suoi confronti, ma tende soltanto ad affermare la verità dei fatti che nel suo blog è stata parziale, forse perché proveniente da informazioni de-relato o se non addirittura suggerite.

Ma andiamo per punti. Per ciò che riguarda il riferimento alla paventava assunzione di 110 autisti senza patente, presso l’azienda cittadina di trasporti, ho già provveduto a querelare il giornalista del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, in quanto aveva affermato una verità inesistente. Si è trattato soltanto di personale che era già nel bacino di stabilizzazione e non di nuovi assunti. Personale che avrebbe potuto soltanto svolgere la mansione di lsu e, successivamente, quella di autista, in seguito al superamento di un corso di addestramento ad hoc. Quindi tutto assolutamente falso. Nessun patto clientelare, ma un doveroso atto nei confronti di questi soggetti che dovevano essere posti fuori dal bacino del precariato. Vorrei capire perché nessuno parla o si scandalizza dei tantissimi precari creati, dall’amministrazione comunale guidata, ai tempi, dal Sindaco Leoluca Orlando !

Mi sembra, invece, veramente pretestuoso parlare dell’assunzione di mia moglie, presso una partecipata del Comune, quando non si dice la verità: quando ciò è avvenuto non era mia moglie. E questo dice tutto, senza aggiungere altro.

Infine, mi viene da sorridere quando si parla di intercettazioni tra boss che avrebbero detto di intrattenere con me rapporti o, addirittura di conoscermi e di farlo anche con altri esponenti del centrodestra. Tutto oltremodo falso per quanto mi riguarda. Io sono tranquillo perché se di intercettazioni si parla ed in queste si citerebbe il mio nome, lo si farebbe come quello di un politico che da anni fa politica a Palermo e quindi conosciuto come mi potrebbe conoscere il cittadino comune che mi vede in tv o che legge una mia intervista.

Cordialmente

on. Alberto Campagna

Palermo, 5 dicembre 2010

Gentile deputato Campagna, prendo atto della sua replica e ne pubblico tempestivamente e con eguale risalto, rispetto al mio articolo, il testo. A me risulta, e la prego di correggermi se sbaglio, che quando la signora Cinzia Ficarra, ora sua moglie, è stata assunta alla ex Municipalgas, era già sua compagna e la cosa era risaputa anche in ambienti politici. Rispetto alla scandalosa vicenda degli autisti senza patente, ribadisco i fatti: i 110 lsu sono stati assunti dall'Amat quando ancora non avevano la patente D. Infatti lei ha poi dichiarato: "Non possiamo fare nuove assunzioni, perché dobbiamo ancora stabilizzare gli lsu. Abbiamo fatto una promessa a questi lavoratori precari, e ora dobbiamo rispettare la parola data". E, ancora, a conferma di quello che ho scritto, così all'epoca dei fatti commentò l'Amministrazione Comunale: «Per chi è senza patente l’Amministrazione si fa carico di far seguire e pagare i corsi necessari perché venga conseguita ed è comunque chiaramente detto che le assunzioni avverranno solo dopo che gli interessati avranno la patente». Dunque, mi perdoni, ma non vedo una e una sola inesattezza. Una precisazione però la faccio io: promettere dei posti di lavoro e poi mantenere la promessa stabilizzando i precari, che dunque sostengono quel politico che dà la sua parola, per i miei canoni è clientelismo. Ma mi spieghi pure per lei cosa invece è.

martedì 30 novembre 2010

Resoconti del fare

Di lei non parlerò. Ogni parola sarebbe scambiata per piaggeria, o piangeria, come disse Saccà inginocchiato al telefono col il suo padrone. Lei sa cosa penso, e voi sapete cosa penso di lei e dell'amicizia che ci lega ormai da anni.

Voglio parlare invece dei progetti e del lavoro che facciamo per portare a casa i risultati veri. Della cosa straordinaria che accade qui: nessuno che chiama e cerca raccomandazioni e nessuno che chiama e le promette. Questi uffici sono al di fuori di ogni grazia politica. Mai visto in giro grossi nomi politici per summit segreti, facce sconosciute e molteplici invece si, in riunioni aperte a tutti in cui si parla senza filtri: una volta alcuni capoccia mandavano gli infiltrati ad ascoltare, quando hanno capito che quello che si dice qui equivale a ciò che si dice pubblicamente hanno desistito.

Qui si vede la gente della politica “stradale”, si, quella tanta. Persone che hanno bisogno di aiuto per le ingiustizie più o meno gravi che subiscono, anche di quelle qui ne arrivano tante. E per ognuno si attiva un percorso specifico. Aiutare il singolo vuol dire aiutare la Sicilia e in qualche caso l'Italia. E anche se non si può dire, aiutare un testimone di giustizia, un imprenditore che vuole denunciare equivale a metterlo in quel posto a cosa nostra. Questa spero me la passiate.

Lei che è sempre a Bruxelles e quando non è a Bruxelles è in giro per l'Italia, ad incontrare la gente, non è che la veda molto. Lei “ordina” solo una cosa: occuparsi di tutti e non lasciare mai indietro nessuno. A lei interessa parlare di mafia nell'Ue e portare a casa la relazione di cui è relatrice unica. Interessa che Cutrò e Grasso abbiano indietro la loro vita. E poi rigassificatori, vivisezione e via dicendo. Ma queste cose le sapete già, che ve le dico a fare?

Qui ho la sensazione di “fare” contro la mafia, che è più dell'antimafia. Sento nelle mie mani gli strumenti legislativi Ue e italiani grazie ai contatti nel Parlamento nostrano. So che quando dico che lei se ne occuperà, poi effettivamente se ne occupa. Come so che con la relazione sulla mafia nell'Ue ne vedremo delle belle. E faremo, faremo e faremo, che è il passo successivo del resistere, resistere, resistere.

Poi ci sono i sabati e le domeniche. A volte si, a volte no, ma non me ne accorgo. Quando concepisci quello che fai come un percorso di vita e non come un lavoro capita. Godere del proprio lavoro, se non fai il pornoattore non è perversione, è uno splendido antidoto alle abitudini. Ovvio, vivere a Palermo non è facile. Prima di andare in un centro ippico, in un concessionario e anche in un ristorante devi fare la chiamata esplorativa d'obbligo agli amici dell'Arma e della polizia. Perchè sei un familiare di vittime di mafia, perchè sei il suo collaboratore, perchè te la immagini una foto sul Giornale?

Questo per dirvi che sono felice. Sto bene e ora ho la certezza di non aver sbagliato tornando a casa e accettando questo incarico. Da tecnico, da non tecnico, ma chissenefrega. Non so quanto rimarrò, ma alla fine, comunque andrà, dovrò ringraziarla. Perchè “fare” contro le mafie è molto più difficile che “dire” contro le mafie. E io sto imparando. Anche ad avere pazienza. Anche a convincere che se un meteorite ha distrutto il fienile del signore al telefono, lei non c'entra nulla, e che se non possiamo aiutarlo non vuol dire essere collusi con la mafia che ha scagliato il meteorite.

giovedì 25 novembre 2010

Questa sera ad Anno Zero

Questa sera alle 21 su Rai Due sarò ospite ad Anno Zero, nello spazio giovani condotto da Giulia Innocenzi. Non perdetevelo!

martedì 23 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Alberto Campagna

Alberto Campagna, Pdl, eletto in Provincia di Palermo. Quando gli italiani qualche mese fa hanno letto l’articolo di Gian Antonio Stella dedicato interamente a Campagna, avranno pensato ad un esagerazione del giornalista vicentino. “Domandina facile facile: cosa deve avere un autista? La patente, direte voi. Esatto. Ma non a Palermo. Non sotto elezioni. L' assessore al personale ha fatto assumere infatti all' azienda dei trasporti 110 conducenti. Tutti e 110 ignari di come si debba guidare un autobus”. Purtroppo è tutto vero.

E dopo gli assunti per contare i tombini, e dopo gli assunti per controllare che i contatori di tombini lavorassero, Campagna l’ha fatta ampiamente fuori dal vaso. «Impareranno» diceva a chi si scandalizzava. «Questione di pochi mesi, prenderanno tutti la patente». Molti dei malpensanti hanno visto in queste assunzioni scellerate un bel patto clientelare in vista delle elezioni comunali. Ma lui nega indignato.

Lui e il clientelismo sono distanti 360°. Nel senso che prima o poi si incontrano. Infatti la moglie, Cinzia Ficarra, è stata assunta alla «Municipalgas», un’azienda municipalizzata ricca di parenti, amici e conoscenti di politici e notabili palermitani. “Abbiamo fatto una promessa a questi lavoratori precari: abbiamo assicurato loro che sarebbero stati assunti. Dobbiamo rispettare la parola data». E lo dice pure!

Durante alcune intercettazioni riguardanti il boss Francesco Bonura, mentre il boss si confida con Nino Rotolo rivela di avere rapporti proprio con Alberto Campagna oltre che con altri politici del centrodestra. Lui, incurante, continua ad assumere, anche senza titoli: prima o poi quelli arriveranno.

giovedì 18 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Alessandro Aricò

Alessandro Aricò, Pdl, eletto in Provincia di Palermo. Quest’uomo è il più amato dagli impotenti siciliani, da coloro che sono costretti agli “aiutino blu” per fare furore sotto le coperte passata la gioventù. Fu sua la proposta, quando era consigliere comunale, di finanziare degli sconti sul Viagra per gli anziani: “Qualità della vita significa anche una sana e soddisfacente attività sessuale, anche in età matura”.

Un uomo con un cuore d’oro, certo, ma anche lui figlio del padre. Anzi, molto di più. A furia però di parlare del ragazzo prodigio, del “più giovane a fare tutto”, si rischia di dimenticare da dove proviene Aricò e chi sia stato a lanciarlo nel mondo politico siciliano. Anche il suo sito internet incentra tutto sull’età, per la serie “giovane è bello”, a prescindere: nato a Palermo, 18/12/1975, laureato in Economia e commercio. Nel 1998 è stato eletto, ad appena 22 anni consigliere provinciale, diventando così il consigliere provinciale più giovane d’Italia, ricoprendo la carica di Vice Presidente della commissione Cultura Sport e Turismo, sino al giorno delle sue dimissioni dalla Provincia regionale di Palermo. Raggiunge Sala delle Lapidi al primo tentativo. Eletto con 1.662 voti all'età di 25 anni e ricopre dall'inizio della sua consiliatura la carica di capogruppo di A.N. e componente della commissione Bilancio, Patrimonio e Finanza. Tutta farina del suo piccolo e giovane sacco?

Diamo un occhiata al curriculum di papà Aricò. Si chiama Ninni, ed era stato segretario provincia del Partito Repubblicano, prima di diventare latitante. Ricevette tre avvisi di garanzia quando era consigliere per il Pri al Comune di Palermo. Nell’inchiesta era stato arrestato anche il vicepresidente dell' assemblea regionale Nicolò Nicolosi. La bufera giudiziaria abbattutasi su Aricò Senior riguardava alcuni appalti pubblici concessi dall'Ente acquedotti siciliani (Eas), di cui papà era stato presidente. Secondo gli inquirenti alcune imprese avrebbero ottenuto appalti con importi di gran lunga superiori rispetto al valore reale delle opere. Nei guai, per corruzione, era finita l’impresa milanese Gavazzi, la quale avrebbe ottenuto un appalto dall'Eas pagando una consistente e generosa tangente. Ninni Aricò tre giorni prima degli avvisi di garanzia si era dimesso da segretario provinciale del Pri "per motivi personali". Lungimirante.

La sua vicenda è legata a doppio filo con quella dell' ex ministro repubblicano Aristide Gunnella, indagato per associazione mafiosa e voto di scambio. Rendo (uno dei Cavalieri dell’Apocalisse denunciati da Pippo Fava) raccontò ai magistrati di aver versato una mazzetta di venticinque milioni nelle mani dell' ex esponente repubblicano per finanziare la sua campagna elettorale alle regionali del 1991. Il tramite sarebbe stato proprio papà Aricò, famoso negli ambienti giudiziari per aver distribuito appalti e miliardi per grandi opere pubbliche mai completate. Si era sempre fermato sul più bello, da qui il sospetto che l’iniziativa “Viagra per tutti” del figlio Alessandro fosse pensata per lui. L'incompiuta per eccellenza è una diga, l’Ancipa, scempio in cima ai Nebrodi mai finita, ma che ha bruciato oltre 500 miliardi. Quando gli notificano gli avvisi di garanzia, Ninni Aricò non si trova. La moglie ai carabinieri dice: “Mio marito e' fuori per lavoro”. Undici anni dopo gli imputati per quella vicenda furono tutti assolti. Niente corruzione per la costruzione della diga Ancia. Il tribunale di Caltanissetta in primo grado assolve tutti, ma in appello e in Cassazione arriva per papà Ninni una condanna a tre anni che precipita in prescrizione. I pm Terziariol e Tedesco avevano chiesto 6 anni e mezzo. Inoltre, sia il padre di Alessandro Aricò che l’ex ministro Gonnella, furono condannati a risarcire lo Stato delle spese per la realizzazione di questa «opera pubblica illegale
ormai destinata alla demolizione». Secondo quanto appurato dal Tribunale, grazie a Ninni Aricò le perizie sui lavori della Diga approvate nel 1991, arrivano addirittura dopo che le opere erano state realizzate in modo del tutto abusivo, in violazione del vincolo ambientale del Parco dei Nebrodi.

Ma non è un ingiustizia raccontare questi particolari in un sito ben fatto come quello del giovane prodigio Alessandro?

Foto di Paolo Ferrazzi

mercoledì 17 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Michele Cimino

Michele Cimino, Pdl, eletto in Provincia di Agrigento. Abbiamo rischiato di perderlo su un volo Palermo-Roma, assieme ad altri parlamentari regionali. Durante il volo l’aereo virò
improvvisamente provocando panico a bordo. “Ci siamo preoccupati - raccontò Michele Cimino-. Avevo un bicchiere di tè in mano che è finito dove non era previsto. In molti si sono spaventati parecchio, questo non si può negare, ma per fortuna siamo arrivati tutti sani e salvi”. Mentre cercate di immaginare in quale posto sia finito il the ciminiano, è bene ricordare anche qualche altra disavventura terrena, non aerea, vissuta dal giovane assessore agrigentino.

Nel 2001 la Direzione Distrettuale Antimafia avvia un’indagine su alcuni intrecci tra mafia e politica agrigentina. In sostanza, secondo l’ipotesi della Dda, alcuni boss di Agrigento avrebbero contribuito all' elezione di Michele Cimino all' Assemblea regionale siciliana in cambio di denaro. Nell’inchiesta, in cui sono state arrestate dieci persone. Alle regionali del 2001, il pacchetto di voti della mafia sarebbe stato messo a disposizione di Michele Cimino, che in effetti conseguì un risultato straordinario e fu il primo degli eletti. Cimino è stato solo colpito “di striscio” dall’indagine. Per lui ci sono solo le confidenze dei capimafia che intercettati, parlano di lui. Ma il procuratore di allora, Pietro Grasso, non fa giri di parole: “In questo caso cosa nostra ha appoggiato un esponente politico della Casa delle Libertà, ma non si è proceduto per mancanza di prove. Dalle intercettazioni non siamo riusciti a risalire alla dazione di denaro”. In pratica, per la Procura, era certo che l’indegno scambio fosse avvenuto.

E’ anche Calogero Lavignani, accusato di associazione mafiosa, coinvolto nell’inchiesta, che cita l' esempio di Michele Cimino: “Quando si è portato allora ci furono ordini di scuderia, gli è arrivato l' ordine dall' alto di votare per Michele Cimino, tutti per lui sono stati, qualche mille voti ha preso. Vedi che per le regionali tutti i voti che abbiamo comprato, a cinquecento voti siamo arrivati e se non c'ero io che ci facevo chiudere quell' accordo di là e tutte le persone che avvicinavo io, niente prendevano”. L’importo che Cimino avrebbe pagato a cosa nostra sarebbe sui 40 milioni di lire. Il tramite, sempre secondo le indagini, sarebbe stato Salvatore Lauricella, referente a Porto Empedocle di Cimino.

Per chiudere con Cimino vale la pena ricordare le parole del Pm Scarfò durante la requisitoria del processo Fortezza 2 “cosa nostra alle Regionali del 2001 ha appoggiato Forza Italia e in particolare l' attuale assessore regionale alla Presidenza Michele Cimino”. Il pubblico ministero ha dato per scontato che Giovanni Putrone, fratello del boss Luigi Putrone, avrebbe fatto campagna elettorale per l'attuale assessore regionale alla Presidenza Michele Cimino e dicendo che “in occasione delle regionali del 2001 l' incremento elettorale di Cimino si è elevato a Porto Empedocle grazie all' apporto di cosa nostra”. Non ricordo magistrati esprimersi in termini così netti nemmeno di fronte ad una flagranza di reato. Con questo non voglio mancare di rispetto ad un sopravvissuto ad un disastro aereo evitato all’ultimo minuto, che ha lasciato però evidenti segni sul corpo (non sappiamo dove) dell’assessore Cimino.

Dal settembre 2010 Cimino è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa dalla Dda palermitana. Per l'accusa Cimino avrebbe fatto favorito le cosche dell'agrigentino attraverso l´assegnazione di appalti pubblici a imprese in odore di mafia, ricevendo in cambio denaro. Così come indagato è il padre di Cimino, Gioacchino, per voto di scambio: sarebbe stato lui a versare soldi e abiti ai boss per far votare il figlioletto. Se uno più uno fa due... è una famiglia!

venerdì 12 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Lino Leanza

Nicola Lenza, Mpa, eletto in Provincia di Catania. Toccata e fuga. Non ha nemmeno avuto il tempo di assaporare il brivido del potere che ha dovuto lasciare la poltrona al capo assoluto Lombardo, non prima però di aver distribuito a destra e manca contributi, autorizzazioni e altre deliberazione che andranno ad aumentare il “buco” siciliano. Ma di che pasta fosse fatto Lino, lo si poteva capire da questo bel siparietto, molto umile e per la serie “noi siamo uomini comuni”: Palermo. Traffico bloccato contro lo smog. Leanza arriva con l’auto blu davanti allo sbarramento dei vigili urbani nei pressi di Palazzo dei Normanni. «Buon giorno, sono il vicepresidente della Regione. Gentilmente mi fate passare?». L' agente naturalmente gli ribadisce che non era possibile, e di proseguire a piedi come avevano fatto tutti gli altri deputati. «Io sono il vicepresidente della Regione siciliana, mi faccia andare» insiste l’umile contadino. Il vigile, per nulla intimorito continua: «Mi spiace, se non ha il permesso del sindaco lei di qua non passa». Purtroppo alla fine, grazie a qualche telefonata, Leanza riesce a passare. Per qualche attimo però, abbiamo creduto in un mondo diverso. Ma torniamo per terra.

Dopo le dimissioni del condannato Cuffaro è stato proprio Lenza a prendere il suo posto in qualità di vicepresidente. Dal 28 gennaio 2008 fino al 24 aprile è stato lui il Presidente della Regione, anche se non se n’è accorta nemmeno la moglie. Non certo per suoi demeriti: la legge dice che doveva occuparsi solo di ordinaria amministrazione. Bisogna capire cosa si intende per questo. Perché negli ultimi giorni da presidente ha retto sia la carica di governatore, quella di assessore alla Sanità, sia quella di assessore ai Beni Culturali. Mai visto niente di simile. Ma Nicola, Lino per gli amici, ci teneva a lasciare il segno. Ed è proprio lui che da il via libera ad un carrozzone ulteriore che va ad aggiungersi, non si capisce con quali funzioni, ai Cda delle aziende regionali pubbliche. I sei nuovi organismi, chiamati “comitati di sorveglianza”, vanno a sommarsi ai consigli d ́amministrazione già esistenti, trasformati in comitati di gestione. Si chiama "sistema duale", ma non è altro che un raggiro ai no di Bruxelles sulle eccessive consulenze e servizi appaltati esternamente. I comitati di gestione dovrebbero garantire quel «controllo strutturale che possa equiparare le società regionali a strutture interne dell ́amministrazione», come richiesto dalla magistratura contabile, in una delle deliberazioni con cui sono stati bocciati trasferimenti per 20 milioni alle spa. Alla fine i costi supplementari saranno di due milioni di euro l ́anno. Pazienza, per il raggiro questo ed altro.

Ma i colpi da manager della Sicilia di Lino non si fermano alle società pubbliche. Da suo cappello estrae anche norme che favoriscono l’accreditamento di strutture sanitarie private già escluse in passato. In pratica facendo rientrare dalla porta del retro quelle strutture sanitarie che non erano in possesso dei requisiti previsti al termine prefissato e quindi da escludere dalla convenzione con il sistema sanitario. Ben 175 laboratori d'analisi sono stati ripescati a causa, pare, di ritardi dell'Ausl di Agrigento e Messina, almeno questa è la motivazione sostenuta da Leanza. Avanti, qui c’è posto per tutti. Prima di cedere il posto di governatore ha avuto la meravigliosa idea di coltivare il campo, naturalmente senza alcuno scopo elettorale. Solo che quelli che ha elargito si chiamano proprio “aiuti pre-elettorali” per un milione e 600 mila euro alle parrocchie, per "solidarietà nazionale". E a giudicare dal risultato elettorale, qualcuno lassù ha gradito l’offerta. Per finire, ha dato il via libera agli aumenti di
stipendio e all’erogazione del salario accessorio per i 14 mila regionali, sbloccato i pagamenti per 7 mila dipendenti degli enti di formazione, dato il via all’inserimento nei ruoli della Regione per duecento dipendenti delle Terme di Sciacca e Acireale. Per fortuna che doveva dedicarsi solo all’ordinaria amministrazione. Che sbadato, è proprio questa l’ordinario modo di fare in Regione. Ci sono cose che non hanno prezzo, per tutto il resto c’è Lino Leanza.

venerdì 5 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Paolo Colianni

Colianni Paolo, Mpa, eletto in Provincia di Enna. Eravamo abituati ai figli di padri, fino ad adesso. Dimenticavamo che essere fratello può avere i suoi vantaggi. Ce lo ricordano Angelo Lombardo, fratello di Raffaele, prima eletto all’Ars e poi volato alla Camera. E che dire di Silvio Cuffaro, fratello portavoce di Totò che non si capisce per quali meriti sia stato eletto sindaco nella “rossissima” Raffadali.

E tra i Grandi Fratelli siciliani troviamo anche Paolo Colianni che ha raggiunto le pagine dei quotidiani nazionali non certo per le sue doti politiche, ma per quelle da “collocatore”. Guardiamo la faccenda dall’altro lato. Alfredo Colianni è un disoccupato come tanti, quarantacinquenne. Ma ha un fratello con una marcia in più. Appena Grande Fratello Paolo viene nominato a sorpresa assessore al governo Cuffaro come tecnico, il suo primo, cristianissimo pensiero è dare lavoro a chi non ce l’ha. Perché non partire dal fratello? E allora inserisce nel suo gabinetto Alfredino, che si aggiunge agli altri 600 privilegiati chiamati a far corte attorno ai 15 componenti del governo regionale, invidiati anche per quella indennità omnicomprensiva che va da 16 a 20 mila euro, aumentata del 30 per cento per premio produttività, come le mucche, che se fanno più latte si premiano con più fieno. Qui, purtroppo, non aumenta il latte e scarseggia il fieno.

Sistemato prima al Consiglio Comunale di Enna, poi al Gabinetto dell'Assessorato regionale alla Famiglia e infine come commissario all'Istituto di assistenza e beneficenza di Paternò, una delle 57 Ipab siciliane, istituzioni di pubblica assistenza e beneficenza che negli ultimi cinque anni hanno accumulato oltre venti milioni di debiti, forse a causa delle nomine e degli incarichi distribuiti in virtù di criteri clientelari e politici. Ma quando esplode la polemica sul Grande Fratello Nepotista, Colianni torna sui suoi passi:

«Al fine di evitare ulteriori inutili strumentalizzazioni di una vicenda assolutamente marginale e da qualcuno artatamente gonfiata, ho sollevato il dottor Alfredo Colianni dall' incarico temporaneo presso una Ipab di Paternò, a cui era stato chiamato in via temporanea per compiere una mera ricognizione ispettiva». A riprova che Paolo adesso è cambiato, per rendere più trasparente la sua azione di governo ha chiesto con un emendamento l’assegnazione al suo assessorato di 15 (quindici) giornalisti, pagati da voi che a cuor leggero leggete. Giorni prima della fine dell’ultima legislatura, quando le elezioni erano alle porte, ha posticipato la chiusura di un bando da 3 milioni di euro destinati alle parrocchie, e forse ai voti dei fedeli. Ma i fondi non sono stati “benedetti” dal coraggioso Monsignor Francesco Miccichè, che ha tuonato contro i contributi clientelari ed elettorali con una lettera piena di passione e di etica morale indirizzata ai due specialisti, Ruggirello e Colianni: “Il criterio di assegnazione dei contributi suscita in me indignazione e sconcerto per il modo con cui, purtroppo, vengono gestite le risorse pubbliche. Anche per quanto riguarda gli enti di culto interessati, che si sono adeguati senza forse rifletterci troppo a questo sistema, non posso non manifestare riprovazione con la segreta speranza che non cadano per il futuro in simili tranelli. A nessuno è lecito svendere in cambio di un piatto di lenticchie il bene più grande della libertà e della profezia. E per amore di verità, mi vergogno e faccio mea culpa anche per quanti si sono prestati a questo stupido gioco. Se fossi io a decidere, rimanderei tutto al mittente. Da responsabile della comunità ecclesiale trapanese non posso infatti accettare un modo di fare politica che, in coscienza, reputo di scarsa valenza morale; politica che crea dipendenza, servilismo, cultura sociale inquinata. La nostra Sicilia è condannata a essere terra
maledetta, di arretratezza culturale, di servilismo e di malcostume politico? Mi ribello con forza a questo stereotipo; sogno e mi sforzo, per quanto è nelle mie possibilità e coerentemente alla mia missione, di illuminare le coscienze perché si affermi la logica di una Sicilia libera da un pensare la politica in termini di clientela, governata con una gestione non rispettosa della cosa pubblica e con una progettualità che appare sganciata dal bene comune, da un sano sviluppo del territorio, dalla vocazione propria di questa terra”.

giovedì 4 novembre 2010

Disonorevoli nostrani: Antonino Beninati

Beninati Antonino Angelo, Pdl, eletto in provincia di Messina. Lo mettiamo, non lo mettiamo? Ma si, mettiamolo. Il suo nome viene coinvolto in un inchiesta con nove provvedimenti cautelari, sei in carcere e tre ai domiciliari eseguiti all’alba dell’8/05/2007. L’inchiesta riguarda il piano regolatore generale di Messina e l’intreccio d’interessi che vi ruota intorno attraverso le procedure amministrative di rilascio delle concessioni edilizie, dei piani-quadro e delle lottizzazioni. La chiamano «Oro grigio», e si riferiscono al cemento che invade incontrastato coste e colline con il benestare dei controllori.

Il 17 luglio viene data notizia dell'indagine a carico di Beninati. Alcune intercettazioni lo chiamavano in causa come ex assessore al territorio e ambiente, legato all’avvocato Pucci Fortino, il quale tirava le fila dell’operazione edilizia finita nel mirino della Procura. In una conversazione intercettata, Fortino diceva ai propri clienti che a livello regionale "se la sarebbe vista lui". L'ipotesi d'accusa avanzata nei confronti di Beninati dal Sostituto Procuratore della DDA Rosa Raffa, dai Sostituti della Procura ordinaria Angelo Cavallo e Giuseppe Farinella, è quella di falso.

Beninati all'epoca dei fatti era anche Presidente del CRU, Commissione Regionale Urbanistica, l'organo tecnico chiamato a valutare gli emendamenti e le osservazioni degli Uffici tecnici dei Comuni. L'organo, dunque, che, secondo l'accusa, avrebbe agevolato l'approvazione della richiesta di variante al Prg (falsamente attestata dai tre fuzionari regionali indagati) per autorizzare la costruzione del complesso abitativo «Green Park» sul torrente Trapani. Secondo l'accusa per fare ciò sarebbero state pagate tangenti.

Che Beninati sia uomo di cemento più che di verde lo si era capito già nel 2001, quando aveva firmato un provvedimento si sospensione delle demolizioni in corso per tutte le opere abusive che da Licata a Gela, da Agrigento a Trapani, devastavano le coste. Prima, per i promotori dell’abusivo, bisognava attendere il provvedimento sul cosiddetto «riordino» delle coste siciliane. In realtà era solo un colpo di mano per non toccare le opere abusive. Assieme a lui, a firmare questa bruttura erano stati Salvatore Zago dei Ds, Giusi Savarino, all’epoca Cdu, Giuseppe Infurna di An, Giovanni Manzullo della Margherita ed Eleonora Lo Curto di Nuova Sicilia.

Nel Marzo del 2009, la Procura di Messina ha chiesto la sua archiviazione per l’inchiesta “Oro grigio”. Grazie alla sua iniziativa fu proposto all’Ars un articolo che prevedeva «ai fini della realizzazione delle iniziative previste dal Patto territoriale delle Eolie, le opere finanziate dal Patto possono essere realizzate anche in deroga al piano paesistico e alle norme urbanistiche». In sostanza la norma consentiva ad otto nuovi alberghi di sorgere in zone vincolate che avrebbero rischiato di far sparire le isole Eolie dalla lista dei luoghi considerati patrimonio dell' umanità dall' Unesco. A spiegare il perché di tale impegno di Bennati per un tale scempio ambientale, fu il suo ex collega di coalizione, Fabio Granata: «Mi auguro che questa norma vergognosa venga impugnata dal commissario dello Stato perché rischia di cancellare le Eolie dalla lista dei luoghi patrimonio dell' umanità e questo per gli interessi di privati sostenuti dagli onorevoli Antonino Beninati di Forza Italia, Guido Virzì di An e Alberto Acierno del gruppo "Siciliani uniti"».

Prima di lasciare, momentaneamente, l’Ars per le nuove elezioni, Beninati firma un decreto che finanzia 70 progetti con 2,5 milioni, di cui ben 20 riguardano enti e società della provincia di Messina, il collegio elettorale dove Beninati è candidato e spera di essere rieletto. Ma tra scempi ambientali e scempi morali, Beninati non sembra fare una piega.

venerdì 29 ottobre 2010

Il boss e la moglie con mattarello

L'uomo è solo. Corre trafelato verso il vicino commissariato di polizia di Partinico (PA). Si guarda intorno, i suoi occhi sono l'affresco del terrore. Sa che il suo carnefice è sulle sue tracce, sente il suo odore che lentamente si avvicina. L'uomo spalanca la porta del posto di polizia e si precipita all'interno, verso l'uomo in divisa che quando lo vedere non può credere ai suoi occhi: “Dovete difendermi voi, dovete salvarmi”. “Chi le vuole fare del male?” avrà detto quell'agente sorpreso da quella visita. “Mia moglie e i miei figli, mi vogliono picchiare”.

Fino alla penultima frase questo poteva essere l'incipit di un buon noir, ma svelati i protagonisti la sacralità del momento va a farsi benedire: l'uomo in pericolo è nientemeno che un boss mafioso fresco di 14 anni di detenzione per associazione mafiosa, Michele Vitale, ultimo rampollo della famiglia mafiosa dei “Fardazza” di Partinico. E' braccato dalla moglie che ci piace immaginare con un mattarello da pasta all'uovo stretto in pugno, paonazza di rabbia.

Pare che la donna avesse preteso, per lei e per i suoi figli, che all'uscita del consorte dal carcere, Michele mettesse la testa a posto e che chiudesse ogni rapporto con cosa nostra. Invece sembra che Michele proprio non volesse rinunciare a quel sogno, ossia proseguire la carriera criminale dei fratelli Vito e Leonardo, e lavare definitivamente l'onta del pentimento della sorella, il primo boss donna, Giusy Vitale. Per qualche giorno pareva effettivamente aver abbandonato ogni aspirazione mafiosa. Evidentemente però la moglie e i figli hanno scoperto qualcosa che noi non sappiamo e volevano fargliela pagare, tanto da farlo scappare in commissariato, l'unico posto da lui ritenuto, ironia della sorte, “sicuro”. Quel posto in cui era sempre entrato con le manette e con ben altro animo.

L'uomo, dalla recente scarcerazione, è sottoposto a sorveglianza speciale, ma il suo domicilio non sarebbe più tra le mure domestiche: è stato letteralmente messo alla porta dalla moglie che ha anche chiesto ai poliziotti di non cercarlo più a casa sua perchè non voleva sapere più nulla del marito.

Come riporta TeleOccidente, qualche giorno fa ignoti avrebbero rubato a Michele Vitale “Fardazza” anche un furgoncino, ultimo affronto ad un boss che ormai non comanda più nemmeno a casa sua.

Il nipote acquisito del killer di mafia Messina su Facebook: “Sbirri di merda”

“Sono fiera, fiera, fiera di essere sua nipote. È una persona bellissima e lo amo più della mia vita. Siete qui a giudicare, ma perché non pensate agli affari vostri invece che a quelli degli altri? Prima di parlare informatevi. Io amo mio zio e lo difenderò contro tutto e contro tutti e contro i vigliacchi come voi”.

Così tuona su
Facebook la giovanissima J.D.S., figlia di Anna Messina, sorella di Gerlandino Messina, feroce e sanguinario killer della mafia con sigillo del 2004 della corte di Cassazione.
Nulla, però, in confronto alle parole del fidanzato della giovane, il 18enne Pasquale Burgio, che sulla sua bacheca di Facebook, almeno da agosto, quotidianamente attacca con violenza le forze dell’ordine, inneggiando a cosa nostra.

Film preferito del giovane, manco a dirlo, ovviamente è “
Il capo dei capi”. Ma andiamo con ordine. Tanti gli “status” con armi e citazioni minacciose, come “Tanti chiudono un occhio per perdonare, io per prendere la mira”, e poi l’immancabile immagine di Marlon Brando ne “Il Padrino” con la citazione “chi tradisce la mia fiducia non merita il perdono” e poi ancora “il rispetto va portato solo a chi lo merita”; parola di Don Vito Corleone. E non manca il sostegno a Fabrizio Corona, altro idolo per il giovane nipote acquisito del boss Messina.


La rabbia del giovane ha come obiettivo preferito l’
Arma dei Carabinieri, bersagliata da invettive costanti; ironia della sorte sono stati proprio loro, gli “sbirri”, a mettere le manette ai polsi dello zio della sua fidanzata. E, ma questo non fa sorridere, proprio Messina è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio del maresciallo Giuliano Guazzelli, esperto della mafia agrigentina e validissimo militare, assassinato il 4 aprile 1992 sulla strada Agrigento-Menfi. Assieme all’ “eroe” Messina sono condannati al carcere a vita Salvatore Fragapane, Joseph Focoso, Simone Capizzi, Salvatore Castronovo e Giuseppe Fanara. A loro, i carabinieri, ai colleghi di Guazzelli, ma anche del generale Dalla Chiesa e del colonnello Giuseppe Russo, è dedicata la foto di un lupo famelico e la scritta: “non piangere per quello che ti hanno fatto… Ridi per quello che gli farai!” con dedica speciale: “questooooo xvoiii sbirriiiiiiiiiiiiiii di merda”. Il 21 settembre alle ore 2.18, Pasquale Burgio scrive ancora: “sbirri del cazzo scoppiatee” e poi ancora “Ormai i sbirri su comu i cinisi .. Su Unni e Ghe … !! (ormai gli sbirri sono come i cinesi, sono ovunque)”.


Non mancano ovviamente i
must, ovvero le frasi celebri tratte dal film preferito, con tanto di foto di Claudio Gioè nei panni del boss: “Sorridi che la vita è bella”. Poi una foto in cui Riina è attorniato da carabinieri e la scritta: “pezzi mi merda”. Il museo degli orrori continua sempre con la frase di Luciano Liggio, tratta da “Il capo dei capi”: “non basta una pistola x diventare masculi… prima ci vonnu i cugghiuna”, frase, questa, che non necessita di traduzione. C’è chi cita Falcone e Borsellino e chi killer sanguinari come Liggio e Riina. E come Messina. Il nostro tour termina con la foto di due carabinieri accanto alla Gazzella e la scritta: “E Mille Altre Volte Te Lo Direi, Ke Non C’è’ Nient’Altro Al Mondo Ke Skifereii”.


Poco dopo l’arresto dello zio acquisito il giovane ma già determinato Burgio minaccia: “Le personeee parlano parlano parlano ma fateviiii i cazzi vostriii”. E lei, la nipote del boss gli risponde: “amò k parlino…le persone sanno solo fare questo…ma ricorda la ruota gira x tutti…oggi ridono loro domani lo farò io…a me sinceramente fanno solo pena…i loro commenti??? pff mi rendono ancora più forte e sempre più orgogliosa di mio zio…gente misera e senza cuore….dai amò nn diamo più retta a certi elementi…siamo superiori a loro…xk abbassarci così tanto…grazie amore ti amo…..”.


Piccola curiosità, l’amicizia virtuale del giovane con il giornale “Grandangolo”, pubblicazione sempre aggiornata sui fatti di mafia e lettura prediletta del boss latitante ed ex capo di Messina, Giuseppe Falsone, catturato il 25 giugno scorso a Marsiglia, in Francia; lo stesso periodico che per primo ha dato la notizia dell’arresto dello zio Gerlandino.
Ha collaborato Valeria Bonanno

giovedì 21 ottobre 2010

"L'Enigma di Attilio Manca" di Joan Queralt

"L'Enigma di Attilio Manca" (traduzione della versione spagnola, Terrelibere.org editore) non è un libro che cerca la verità ad ogni costo sull'omicidio dell'urologo di Barcellona Pozzo di Gotto. E' un libro incredibilmente asettico ed imparziale, a volte brutale nei confronti dei familiari di Attilio, non certo per deliberata malizia, ma proprio per la metodica serietà della ricerca di Queralt, che di lavoro non fa il trascrittore di verità acquisite ma lo scrittore. Ascolta, verifica e mette in dubbio. E poi scrive.

Prende i fatti, sterili ed incontestabili, li mette nell'esatta sequenza e li offre al lettore. Poi prende le parole di Angela, la mamma, del padre Gioacchino e di Gianluca, il fratello, e le analizza. Mette in rilievo i punti di forza delle loro argomentazioni, ma anche gli aspetti che secondo lui sono deboli con un lavoro di estrema terzietà, senza timori reverenziali.

Il punto di congiunzione, il verdetto letterario, però, alla fine non può che confermare un fatto, incontestabile: Attilio Manca è stato ucciso. Come, da chi e perchè sono interrogativi a cui ovviamente Queralt non può dare risposte. “Di sicuro c'è solo che è stato ucciso”, riadattando la frase di Tommaso Besozzi di fronte al corpo del bandito Giuliano.

Certo, c'è la versione ufficiale, il frutto delle indagini quantomeno “superficiali” condotte dal pm Renzo Petroselli e curate dalla Squadra mobile di Viterbo: Attilio si è suicidato con un mix di eroina, medicinali e alcool. Attilio era un eroinomane. Attilio forse spacciava o faceva il corriere della droga. Poi però c'è l'autoevidente, che non può essere scalfito da indagini scadenti e da volontà insabbiatrici: c'è che Attilio e il suicidio erano concetti distanti anni luce, c'è che oltre ai buchi delle punture delle iniezioni che lo uccideranno, l'urologo non avesse altri fori, il che è molto strano per un tossicodipendente. C'è che Attilio ha i buchi delle iniezioni sul braccio e sul polso sinistro, lui che era “estremamente” mancino, incapace di usare la destra per gesti di precisione. C'è che in casa non ci fossero gli strumenti del drogato, cucchiaini anneriti, carta stagnola e altri attrezzi per predisporre le dosi. C'è, infine, che non c'è nulla che torni.

Ad Angela non fanno vedere il corpo del figlio perchè - le dicono - è irriconoscibile: cadendo sul letto si è sfracellato sul telecomando; c'è che il telecomando era sotto al braccio e non accanto o sotto la faccia, e c'è che i telecomandi ad oggi non vengono costruiti in cemento armato. C'è un setto nasale palesemente deviato al solo vederlo in fotografia, ci sono ecchimosi per tutto il corpo. C'è che di un suicidio quella scena del crimine non ha nemmeno l'odore.

Poi, ma solo infine, c'è un piccolo dettaglio, ovvero che Attilio Manca era un luminare dell'urologia, uno dei pochissimi in Italia già nel 2001 ad operare la prostata per via laparoscopica. E che Provenzano aveva un tumore alla prostata. E che Attilio Manca nell’autunno del 2003 si recò nel nel sud della Francia, per assistere a un intervento chirurgico, come disse ai suoi genitori. In quello stesso periodo, come fu accertato, lì c'era anche Provenzano. Coincidenze, certo, come il fatto che storicamente cosa nostra, dopo aver “utilizzato” qualcuno, poi lo faccia sparire.

Queralt, con una scrittura che ricorda quella di Gabriel García Márquez in “Crónica de una muerte anunciada”, si sorprende dei fatti, del cugino Ugo Manca la cui impronta viene ritrovata a casa di Attilio e che si presenta nell'immediatezza nell'ufficio del pubblico ministero per chiedere, tanto insistentemente quanto irritualmente, il dissequestro della casa di Viterbo. Si sorprende di Barcellona Pozzo di Gotto, ne indaga il tessuto, studia quella mafia “babba” e micidiale, parla, inaspettatamente, del verminaio giudiziario che ha a capo della procura generale Franco Cassata, animatore del circolo “Corda fratres”, insieme a numerosi esponenti della massoneria barcellonese e ad alcuni personaggi in odor di mafia, come Rosario Cattafi e capimafia come Giuseppe Gullotti.

Alla fine, l'enigma iniziale non è risolto, ne tantomeno svelato; ma i fatti, quelli sterili ed incontestabili sono a disposizione di tutti, magari anche di un pm che per la prima volta potrebbe capire qualcosa di questo caso.

venerdì 15 ottobre 2010

"Sotto processo" nelle librerie la prossima settimana

Ignazio Cutrò e lo zio che non ho più

Ieri ho incontrato dopo molti mesi Ignazio Cutrò, imprenditore coraggio di Bivona grazie alle cui denunce si sta svolgendo uno dei più grossi processi alla mafia agrigentina, Face Off. L'ultima volta ci eravamo visti ad una conferenza a Sciacca. Era felice, con sua moglie e sua figlia; le cose andavano discretamente, stava ancora lavorando, gli avevano dato un'auto di scorta blindata con due uomini armati e avevano installato attorno alla sua abitazione un sistema di video sorveglianza. Come dicevo, l'ho rivisto ieri. Devastato. Sfiancato. A pezzi. L'unica cosa che gli rimaneva era il coraggio di ripetere che lui rimarrà per sempre con lo Stato, fino alla fine. Aveva gli occhi lucidi, gonfi.

Mentre mi raccontava le ultime incredibili vicende che gli sono precipitate addosso è accaduto qualcosa che non avevo mai vissuto prima: la sua immagine d'improvviso si è sovrapposta idealmente a quella di mio zio Paolo Borsellino, anch'egli imprenditore, ucciso da cosa nostra il 21 aprile del 1992. Io avevo solo 7 anni e mi rimane un ricordo molto sfocato; in quel momento mi è sembrato di rivivere momenti che in realtà non ho mai vissuto.

Ignazio mi dice che ormai circola la notizia che ha i giorni contati. Che la sua morte è stata decretata. Che è questione di tempo. Non se ne preoccupa. Mi parla solo della sua famiglia, di scene strazianti che voglio tenere per me. Da per scontato che lo uccideranno, ma non ci pensa nemmeno a fare un passo indietro.

Lo hanno lasciato tutti da solo: usato per i processi e poi gettato in pasto alla mafia. Un capitano dei carabinieri è addirittura indagato per un "pizzino" che ha dato ad Ignazio: "la parola migliore è quella che non si dice".

Era così mio zio? Era così mio nonno? Con quante persone hanno parlato prima di essere uccisi? Quanti oggi hanno il rimorso di non aver fatto abbastanza? Quanti hanno sentito le stesse parole di Ignazio pronunciate però da Paolo e Giuseppe Borsellino? C'è stato qualcuno che avrebbe voluto fare qualcosa ma l'ha rimandata, pensando che ci fosse tempo, che alla fine non li avrebbero uccisi?

Ieri sono stato molto male dopo il nostro incontro. Mi sono odiato perchè non posso fare niente per lui nell'immediato. Confindustria & C. lo ignorano, la prefettura non si muove, il lavoro non arriva e Ignazio sta svendendo tutti i mezzi di quell'impresa edile che ormai non esiste più. Ora le banche vogliono anche la sua casa. Oggi Ignazio non ha ufficialmente più nulla. Ma che razza di storia è questa? E' una storia che non si può nemmeno raccontare, una di quelle che nessuno vuole sentire.

Parlano di lotta alla mafia, parlano di ribellione, parlano di tutela a chi denuncia e condannano l'omertà di chi tace. E poi lasciano morire di fame chi ha il coraggio di denunciare. E lo ammazzano di controlli aziendali, gli negano i fidi e gli portano via tutto; come se non fosse in quelle condizioni per aver denunciato la mafia. E allora glielo dico a questi signori, allo Stato, agli imprenditori siciliani, agli antimafiosi del tempo libero: Ignazio sarà ucciso, giocatevelo alla Snai, qualche soldo lo farete.

lunedì 4 ottobre 2010

Ero Pino Arlacchi

Alla notizia che Pino Arlacchi aveva lasciato l'Idv ho scritto un sms ad Antonio Di Pietro: “L'addio di Arlacchi all'Idv è la migliore notizia dal giorno in cui hai fondato il partito”. Il Professorone, celebrato dagli italiani (vedremo perchè non dagli “stranieri”) per il suo “stile”, per lasciare il partito aspettava una scusa plausibile, che gli consentisse di smarcarsi e passare al Partito Democratico: manovra ampiamente programmata nei dettagli. La manna dal cielo si chiama Schifani: il 4 settembre il presidente del Senato, in passato socio in affari di alcuni mafiosi, si trova a Torino ospite d'onore della festa del Partito Demoratico. Un gruppo di Agende Rosse vicine a Salvatore Borsellino, unitamente agli amici di Beppe Grillo, lo contestano. Con fischi e senza alcuna violenza, ovviamente, e non perchè è brutto, o meglio, non solo per quello, ma per quei contatti pericolosi con la mafia. Il mondo politico unanime condanna i manifestanti, l'unico a difenderli è Di Pietro: “questi sono difensori della legalità, resistenti, altro che contestatori". Arlacchi non aspettava altro, è il giorno più bello della sua vita: lui, che si celebra come massimo esperto di lotta alla mafia e non sa nulla delle oscure vicende che hanno coinvolto Schifani, il 6 settembre dichiara: “Ho deciso di autosospendermi dal partito. Così non si può andare avanti. Il rischio è che diventi un cattivo maestro. I partiti hanno una responsabilità nell'educazione politica alla quale non ci si può sottrarre. Invece Di Pietro non lo riconosco più. Mani pulite è stato un altro grande esempio di democrazia che si è fatta sentire. Però i processi non si sono mai svolti su Facebook e sui giornali ma nei tribunali. Inseguire quelle posizioni estreme, gliel'ho detto più volte, non paga. E allontana il progetto di rendere l'Idv un grande partito di popolo capace di parlare a tutti. Si sta cacciando in un cul de sac. Per questo mi autosospendo. E finché non vedo un'inversione di rotta non torno indietro”. Ovviamente la contestazione non c’entra. Il motivo è donna e si chiama Sonia Alfano: Arlacchi non ha digerito che Di Pietro abbia affidato a lei e non al professorone la direzione del Dipartimento Antimafia del partito. Un colpo mortale all’ego e all’orgoglio di Mr. Pino: come spiegare ai suoi tifosi questo smacco?

Il 30 settembre, giusto il tempo per non far apparire la cosa programmata da tempo, Arlacchi annuncia di passare al Pd. Con un'imbarazzante lettera chiede umilmente a Bersani di “farmi tornare a casa, riaccogliendo me e ciò che rappresento (cosa?, nda) tra le fila di un partito che è l'unica forza in grado di costruire un'alternativa di governo capace di far riprendere all'Italia il cammino interrotto del processo dell'equità”. Ovviamente l'esperto di qui e l'esperto di là si guarda bene dal compiere un gesto eticamente obbligatorio: lasciare lo scranno al Parlamento Europeo raggiunto candidandosi con l'Italia dei Valori grazie al grande appoggio avuto in campagna elettorale da Di Pietro in persona. L'etica bla bla, la coerenza bla bla ma quando si tratta di essere lineare (sono stato eletto con Idv, su un programma votato dagli elettori Idv, se abbandono quel programma e quegli elettori devo per forza lasciare anche il seggio raggiunto grazie a loro) Arlacchi è distratto. Come concordato, Bersani gli fa trovare pronta una letterina di benvenuto, abbastanza fredda e retorica: “Caro Pino il tuo ''rientro a casa'' nel Partito Democratico, come tu stesso lo definisci, rappresenta per me un fatto positivo e incoraggiante”.

Poi si baciano e sul più bello pubblicità, arrivederci alla prossima puntata. Dal punto di vista umano e politico questa vicenda mette, spero, un punto alla carriera di questo signore, che troppo spesso recrimina amicizie illustri: proprio il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, si dissocia dalle parole di Arlacchi, che aveva pure definito l'agenda rossa del giudice come “un'agendina”, al pari di Filippo Facci che l'aveva definita una “cazzata”: “Dissento profondamente da quanto affermato da Pino Arlacchi in merito alla sacrosanta dimostrazione di Torino. Eviti soprattutto Arlacchi, per sostenere le sue tesi e denigrare i giovani delle Agende Rosse, di mostrarsi disinformato o sostenere falsità. L'Agenda Rossa di Paolo non era una "agendina" ma una agenda usata da Paolo anche durante le deposizioni di collaboratori di Giustizia del calibro di Gaspare Mutolo per appuntare anche quello che non poteva essere immediatamente verbalizzato. Ed è falso che Falcone non tenesse diari, lo dice lo stesso Paolo nel suo ultimo discorso pubblico nella sala della Biblioteca Comunale di Palermo”. La sconfessione del professorone arriva anni dopo la sonora balla pronunciata al vertice contro la criminalità di Palermo: «Ormai la mafia è vinta», seguita da un coro unanime di sdegno e proteste, culminate in una lettera delle sorelle di Giovanni Falcone ai quotidiani.

Ultimo punto, ma non meno importante e anzi il più gustoso, è il Pino Arlacchi internazionale; lui si celebra e viene celebrato come “sociologo esperto mondiale di mafia” giunto sino al vicesgretariato generale dell'Onu, dal 1998 al 2002: prima di lui c'era solo Kofi Annan. Troppo poco però si è parlato di come sia andata a finire quell'esperienza. Nel settembre del 1997 Arlacchi viene addirittura nominato direttore della Agenzia antidroga delle Nazioni Uniti (Undccp). E qui iniziano le vicende che lo porteranno a perdere la faccia e a dire, sei mesi prima della fine del mandato, di non essere disponibile ad una riconferma. Forse sapeva che nessuno gliel'avrebbe riproposta. Tutta la vicenda è stata seguita con rigore dai Radicali Italiani, in particolare da Maurizio Turco e Marco Cappato. Sul sito di Turco (www.maurizioturco.it) è reperibile l'intero dossier su Arlacchi. Una serie di documenti che lasciano senza parole. Il più importante è senza dubbio la lettera di Michael Von de Schulenburg, Direttore della divisione Operazioni ed Analisi dell'UNDCP. Il tutto comincia del 2000, quando Francisco Thoumi, responsabile del World Drug report 2000, si rifiuta di accettare le modiche inserite nel rapporto da Arlacchi: “mi disturba il fatto che così tardi Lei voglia cambiare lo schema di base di questo rapporto, eliminare alcuni capitoli e ridurne altri. Il Capito 3 sulle droghe sintetiche è molto importante. Come Lei ben sa, queste droghe costituiscono una fiorente industria illegale. Trovo difficile pensare a un World Drug Report senza un capitolo a loro dedicato. […] Nel caso specifico del World Drug Report Le devo dire che, senza volerlo, Lei è diventato un impedimento”.

Il 4 dicembre del 2000 arrivano le dimissioni dell'alto dirigente Michael Von de Schulenburg, che a quanto pare, così come Thoumi, non ha mai contestato Schifani e non è amico di Di Pietro. La lettera in realtà è una relazione dettagliata di tutto ciò che non ha funzionato nei due anni precedenti sotto la direzione Arlacchi. Suggerisco la lettura integrale del documento sul sito di Turco, e qui mi limiterò ad alcuni punti: “mi auguravo di trovare in Lei un direttore esecutivo non ortodosso ma determinato, una persona che racchiudesse in sé la visione e la forza di trasformare l’UNDCP in una organizzazione delle Nazioni Unite mirata, orientata al risultato, trasparente e rispettata a livello internazionale. Al momento attuale vedo un’organizzazione che ha accresciuto la sua visibilità internazionale, mentre, al tempo stesso, si sgretola sotto il peso di promesse che non è in grado di mantenere e di una linea di gestione che ha demoralizzato, intimidito e paralizzato il suo organico”.

Congressi, congressi, congressi: “Nonostante queste conferenze siano importanti nel campo della sensibilizzazione su questioni di interesse internazionale inerenti il crimine e la droga, la loro utilità in termini di concreti risultati è spesso discutibile. Molte conferenze hanno richiamato un livello di partecipanti sensibilmente più basso del previsto, alcune sono state addirittura cancellate all’ultimo momento per mancanza di adesioni da parte degli alti livelli”.

Libere spese in libero stato: “In particolare rimangono oscure le modalità secondo le quali attuiamo i programmi e i progetti. Il bilancio consuntivo, appena sottoposto all’attenzione della Commissione delle Nazioni Unite sulle Droghe Narcotiche (CND), notifica che l’esecuzione dei programmi da parte dell’UNDCP è stata incrementata di un ulteriore 16%. In tale modo l’esecuzione dell’UNDCP arriva quindi a circa il 40% del totale del bilancio per i programmi. Si tratta di una tendenza molto pericolosa e io L’ho personalmente messo in guardia più volte dall’intraprendere questa strada a meno di non sviluppare appropriati meccanismi di attuazione interna che assicurino una piena responsabilità”.

Io, io, io: “Lo stile di gestione che Lei ha portato all’UNDCP è caratterizzato da un estremo accentramento di tutto il controllo nelle mani di una sola persona, dall’inesistenza di decisioni collettive, dalla noncuranza nei confronti delle strutture organizzative, dalla mancanza di delega dell’autorità e dalla totale assenza di una qualsiasi politica trasparente a proposito delle risorse umane. Si ricorderà che, un anno fa, il 6 dicembre 1999, i rappresentanti del Consiglio del Personale delle Nazioni Unite, hanno preso l’insolita decisione di diramare una circolare indirizzata a tutto l’organico in modo da esprimere le crescenti preoccupazioni del personale in merito "alla mancanza di trasparenza nelle scelte decisionali, alle aree oscure nell’applicazione del regolamento del personale, e all’effetto intimidatorio che un apparente comportamento scorretto nei confronti di alcuni colleghi aveva sugli altri membri dell’organico".

Fuori sede: “Questo problema è aggravato dal fatto che Lei è raramente a Vienna e opera come una sorta di "dirigente assente". Quando è a Vienna si trasforma in un "dirigente nascosto" che rimane inavvicinabile per la grande maggioranza del suo personale. Lei non mantiene alcun contatto con il Suo organico, che non la vede praticamente mai. Molti dei Suoi dirigenti di alto livello non L’hanno mai incontrato. Pochissimi tra noi, neanche tra i Suoi alti dirigenti, sanno quando Lei è a Vienna o la destinazione dei Suoi viaggi.
A causa della paura di venire criticati per aver preso una qualsiasi decisione che non è stata sanzionata da Lei, il Suo personale tende a recarsi in "pellegrinaggio" presso il Suo segretariato in cerca di consigli”.

Bye bye Mr. Arlacchi: “Sette dirigenti di livello D-2 (Richard van der Graaf nel dicembre 1997, Bertrand de Fondaumiere nel gennaio 1999, Francesco Bastagli nel marzo 1999, Christian Komevall nel maggio 1999, Eduardo Vetere nel giugno 1999, Denis Beissel nel giugno 1999, Michael v.d. Schulenburg nel dicembre 2000) hanno lasciato il loro incarico da quando Lei è diventato direttore esecutivo dell’ODCCP/UNOV soltanto tre anni fa. Altri colleghi di alto livello stanno lasciando l’organizzazione, inclusi, in numero crescente, alcuni di quelli che Lei ha scelto personalmente per far parte della squadra. […] Nel corso degli ultimi venti mesi Lei ha cambiato il direttore del Suo segretariato e la maggior parte del suo staff quattro volte. Invece di stabilire chiari obbiettivi per i nostri responsabili di settore e delegare conseguentemente l’autorità, Lei esercita una "direzione per esclusione". Chiunque esca dalle Sue grazie viene semplicemente escluso dagli incontri, dalle informazioni e dalle decisioni”.


Risorse umane: “L’aspetto più sconvolgente della Sua linea di gestione consiste nella Sua indifferenza, se non addirittura disprezzo, nei confronti del personale. Sono sconvolto dall’insensibilità del Suo modo di agire nei confronti del personale, specialmente se si considera che Lei proviene da un partito politico che si vantava di mettere in cima alle sue priorità i diritti dei lavoratori. […] Circola la voce allarmante che qualsiasi cosa possa essere percepita come "sleale" potrebbe essere riferita e conseguentemente condurre alla propria rovina. Talvolta, in realtà, sono state attuate azioni che sanno più di vendetta personale piuttosto che di decisioni obbiettive e razionali, addirittura nei confronti di personale di livello più basso. Nominando la signora Valle, non soltanto Lei ha scelto una persona che non possiede praticamente alcuna conoscenza del sistema delle Nazioni Unite, ma anche qualcuno che gode di poco rispetto da parte dell’organizzazione. Ne risulta che il segretariato ha aumentato il Suo isolamento all’interno dell’organizzazione e i Suoi dirigenti di alto livello vengono consultati ancora meno che in passato”.


Cordiali saluti: “Lei è anche il peggior dirigente che io abbia mai incontrato. Si dice che le gare automobilistiche vengano vinte ai box. Questo principio credo che si possa applicare anche a noi”.


E ora la domanda da 100 milioni di pistacchi: è questa la “fama internazionale” di cui gode Arlacchi? Io ne farei a meno, fossi in lui e ribadisco: l’Idv senza Arlacchi ha una marcia in più.