mercoledì 30 dicembre 2009

Mio nonno e mio zio, nè corrotti nè tangentari, purtroppo

Gentile Presidente della Repubblica,

le scrivo da semplice cittadino che ha alle spalle un'infanzia segnata, come purtroppo tanti siciliani, dagli omicidi del nonno e dello zio, ammazzati l'uno dopo l'altro per mano mafiosa, per non aver ceduto la loro azienda alle richieste di cosa nostra, pur sapendo che questo sarebbe costato loro ciò che di più prezioso avevano: la vita. Senza timore essi decisero di barattarla con qualcosa che forse allora valeva di più, la dignità, la capacità di poter guardare negli occhi fino in fondo noi, piccoli nipoti che crescevamo in cattività, lontano dai mostri che attanagliavano la Sicilia. Decisero di morire ma di farlo liberi e portando con loro l'onore, la certezza di aver vissuto a testa alta, e di non averla abbassata mai, nemmeno di fronte alla grande e solenne cosa nostra, che all'epoca, come oggi, decideva su ogni cosa, dall'assegnazione dei lavori pubblici alle nomine ministeriali. Avevano 32 e 56 anni. Mio zio Paolo Borsellino, omonimo del giudice, aveva due figli, uno di 2 e l'altro di 5 anni. Fu ucciso il 21 aprile del 1992. Mio nonno, Giuseppe Borsellino, di anni ne aveva 52 e di voglia di vivere tanta. Dopo essere riusciti con sacrifici indicibili a mettere in piedi il loro impianto di calcestruzzo a Lucca Sicula (AG), e dopo aver suscitato gli appetiti delle cosche locali, che li minacciarono ripetutamente di morte, incendiando i loro mezzi e i loro frutteti, decisero di non mollare. Avrebbero potuto cedere, magari entrare nel giro, magari allearsi con il più forte. Avrebbero avuto in cambio denaro, magari potere, beni per loro e per la nostra famiglia. Magari oggi saremmo estremamente ricchi, magari sarebbero amministratori pubblici. Purtroppo o per fortuna andò diversamente, e oggi siamo una famiglia che ha raccolto dal sangue per due volte due nostri cari. Una famiglia che ha visto i fori che nel corpo lasciano i proiettili. Che ha visto come un caricatore intero di mitraglietta può ridurre un uomo in carne e ben messo. Tutto questo per essere stati corretti, leali e dignitosi. Per aver agito in virtù della legalità, rifuggendo da scorciatoie e compromessi. A loro nessuno ha dedicato una via, una piazza, un giardino. Anzi, nessuno c'ha mai pensato. Nessun sindaco, nessun presidente di provincia o di regione si è mai accorto di questi due morti di serie D. Ogni tanto, di notte, sogno di essere in una qualche città del mondo e di alzare gli occhi, e leggere su una targa “Giuseppe e Paolo Borsellino, padre e figlio, uccisi dalla mafia ma morti liberi e vincitori”. E mi è successo anche una di queste notti. Solo che all'indomani ho scoperto che quella targa magari ci sarà presto, in una qualche via di Milano, ma al posto del nome dei miei parenti ci sarà quello di Bettino Craxi. Bettino che la mafia non l'ha mai combattuta, ma in compenso ha fatto ciò che di peggio può fare un politico: si è venduto al miglior offerente, ha rubato denaro pubblico per i suoi piaceri e, in minima parte, per il suo partito. Mio nonno e mio zio non ebbero la fortuna di essere condannati a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese. Craxi si. Furono degli idioti? O suona meglio coglioni per dirla come la direbbe il premier? Di certo furono illusi. Mi fa un certo senso pensare che mentre loro fronteggiavano a viso aperto mafia e mafiosi, Craxi rubava e si arricchiva. Negli stessi esatti momenti. E questo ora gli frutterà una bella targa, una via, magari un giardino in cui i bambini cresceranno, chiedeno ai genitori chi sia stato Craxi, cosa abbia fatto di così grande di meritarsi un parco. Una via verrà dedicata a chi è morto fuori dall'Italia per non finire in galera. E a chi invece è morto proprio per rimanere nella sua terra, la Sicilia, a lottare da solo di fronte da un esercito? Oblio, maldicenze, infamia. Se questo è quello che siamo diventati, se una sollevazione pacifica e popolare non fermerà questo orrore, io benedirò quelle armi e quei killer che hanno devastato le nostre vite, perchè hanno fatto si che mio nonno e mio zio non assistano oggi ad un criminale che viene innalzato al rango di eroe, ricordato dal Presidente della Repubblica, e riverito dai compagni di Pio La Torre, che in quegli anni si pulivano la coscienza dopo averlo venduto alla mafia. Loro non possono vederlo, e questo è il mio unico sollievo.

Benny Calasanzio

martedì 22 dicembre 2009

La barzelletta delle "maggioranze silenziose"

Tempo fa ho ricevuto su Facebook un messaggio da un ragazzo che, credo, in buona fede, si dissociava dalle mie parole d'accusa contro quei palermitani che il 19 luglio 2009 anzichè andare a commemorare Paolo Borsellino in una Via D'Amelio libera e pulita dai politici-coccodrilli collusi, erano a casa o chissà dove, magari mal consigliati da qualche associazione. Mi soffermo in particolare su una tra le più grandi balle autoassolutive create da chi non si espone, da chi preferisce stare a casa: la maggioranza silenziosa. Scrive il ragazzo: io appartengo a quei ragazzi che non hanno partecipato alla commemorazione della strage di via d’Amelio e alla manifestazione romana delle agende rosse, rimanendo a casa ma lontano quello stato di superficialità ed “invidioso boicottaggio” che a senso suo dovrebbe appartenermi. [...] Faccio parte di quella maggioranza silenziosa che crede nei valori simboleggiati da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che non hanno un atteggiamento superficiale nei confronti dei problemi della nostra società, in primis verso quelli della criminalità organizzata e dei movimenti anti-mafia. Certo che assimilare Falcone e Borsellino ad una maggioranza silenziosa è arduo... visto che parliamo di due dei primi esempi, dopo Rocco Chinnici, di giudici che si sono esposti e sovraesposti sui media, nelle scuole, con centinaia di conferenze pubbliche, proprio per far passare il messaggio che per esserci è necessario esserci, e non pensare di esserci. Falcone, Borsellino, Chinnici ed altri non pensavano che la cosa migliore fosse la maggioranza silenziosa, ma speravano nella presa di coscienza che porta alle azioni reali. Avevano bisogno del sostegno dei siciliani, dell'affetto della gente. "Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, mi disse: la gente fa il tifo per noi" raccontava Paolo Borsellino. Questi sarebbero stati i silenziosi? La verità è che penso che la maggioranza silenziosa crede di essere quella che ha buoni propositi, e quello le basta. Passare all'azione? No, siamo silenziosi. Metterci la faccia? No, saremmo come gli altri. La maggioranza silenziosa non sopporta l'azione di altri perchè fa emergere il loro stallo, la loro immobilità. Quindi, anzichè essere invogliati, si sentono accusati dal moto degli altri. E attaccano. E' per questo che mi sento parte della minoranza dei (perdonate il tecnicismo) "rompicoglioni" che almeno provano a fare qualcosa.

lunedì 21 dicembre 2009

Il traforo delle Torricelle, un buco nell'acqua

Premessa: non mi sono mai piaciuti quelli del "no" ad ogni costo e ad ogni cosa. E in effetti per qualsiasi opera, anche per un attraversamento pedonale, in Italia ci sarà sempre un comitato del "no". Ma proprio per questo, grazie all'aiuto del Comitato contro il Traforo, ho approfondito il progetto per giungere alla conclusione che oltre allo scempio ambientale (a qualcuno potrebbe non interessare) e oltre a quello economico (pedaggio a carico dei cittadini), quest'opera non servirà veramente a nulla.

Cosa turba le notti del sindaco più amato d'Italia, al secolo l'imperatore di Verona Flavio Tosi I? Un buco, un grande “buso” come lo chiamano qui in terra scaligera. Il Traforo delle Torricelle, dal nome della zona collinare della città che verrà “bucata”, sarà un passante a nord di Verona, nato con l'obiettivo di decongestionare il traffico urbano che invade la zona di Veronetta e del Teatro Romano, fino alla Via Mameli, una delle arterie principali della città oltre le cui mura, secondo tale Shakespeare, nulla esisteva. Un progetto che prevede 11,6 km di strade di cui 2,6 in galleria artificiale, 2,2 in galleria naturale e il resto a cielo aperto, a soli due chilometri dall’Arena; quattro corsie di marcia, due di emergenza e cinque uscite che andranno a collegare i caselli autostradali di Verona Nord e Verona Est. Inoltre, nelle vicinanze di Parona verrà costruito un viadotto sull'Adige, un parco classificato tra i Siti di Interesse Comunitario. Il traforo verrà realizzato in project financing dall’azienda Technital, la potente s.p.a. che ha realizzato, tra le altre opere, l'autostrada Palermo Messina e gli interventi idrici nella laguna di Venezia. Il costo è la vera variabile impazzita dell'opera: i 330 milioni previsti e pattuiti, in base ad alcune dichiarazioni rilasciate dagli amministratori dovrebbero essere lievitati a 500. La Technital si è aggiudicata il progetto anche grazie alla valutazione positiva non vincolante di una commissione apposita che ha attribuito 79,69 punti al suo progetto, contro i 55,04 della seconda classificata, la Geodata, e i 23,80 punti dell'impresa Torno. La Geodata ha addirittura avuto la migliore valutazione rispetto all’impatto ambientale, ma in quanto a sicurezza ha totalizzato due 0 netti: strano per un impresa che realizza metropolitane in giro per il mondo. Quando gli assessori del Pdl hanno ventilato una riapertura dei bandi per cercare un progetto migliore, criticando soprattutto le compensazioni urbanistiche, che imponevano i permessi per la costruzione di alberghi e centri commerciali sul tracciato, una zona a traffico limitata troppo ampia e rigida e i pedaggi differenziati tra residenti e non, richiamando il progetto di Geodata (per altro completamente sotterraneo), il sindaco Tosi ha minacciato: o Technital o cade la giunta. Non che le due cose siano collegate, ma proprio Technital è la stessa azienda i cui proprietari, la famiglia Mazzi, aveva finanziato la campagna elettorale del sindaco con un contributo di 10 mila euro, una tra le donazioni più alte. Come se non bastassero i franchi tiratori, a turbare i sonni dell'imperatore ci si mette anche un comitato cittadino contro "l'autostrada in città", che contesta dalla A alla Z il progetto e la sua esecuzione, soprattutto la sua gestione oligarchica, poco trasparente e per nulla partecipata. Il “sedicente comitato”, come lo chiama in ogni occasione Flavio I, indice un referendum per consultare la città ma a causa di ostruzionismi dell'Amministrazione e del Collegio dei Garanti – tre avvocati espressione della maggioranzache si esprimono sui referendum, viene bocciato. Gli irriducibili del “no” intentano un ricorso alla magistratura e il Tribunale dà loro ragione, bacchettando Tosi & C.: “il ritardo nell'esercizio di attività amministrative necessarie per il compiuto e tempestivo esercizio di diritti politici costituisce, di per sé, un danno grave ed irreparabile, incidendo sulla sfera dei diritti fondamentali dell'individuo e della collettività”. Una serie di intoppi e colpi bassi che convince Flavio Tosi a tentare l'odiata via di Roma per uscire dall'empasse: attraverso l'approvazione del Cipe, organismo di cui ha “le chiavi” l'arrestato-libero sottosegretario Cosentino Nicola, una intesa tra Governo e Regione Veneto intende inserire il Traforo tra le infrastrutture strategiche sottoposte alla Legge Obiettivo. In questo modo l'opera sarebbe blindata e immune dai ricorsi dei Comuni e dei comitati e procederebbe spedita verso la realizzazione. Sarà quindi quello che i pentiti indicano come braccio politico dei casalesi a decidere sul destino del traforo. Oltre a non essere molto rassicurante, ciò pone degli interrogativi: anche un'opera dalle dichiarate finalità urbane che coinvolge una e una sola città può essere considerata di interesse strategico? Intanto il comitato, che recentemente ha comprato le pagine dei giornali locali al fine di porre 12 davanziane domande al sindaco, ha ottenuto in cambio solo querele: mai Tosi ha accettato di confrontarsi su questo tema. Opera a costo zero, continuano a ripetere i filogovernativi: il pedaggio però sarà a carico del cittadino, che per percorrere anche un solo metro della nuova strada dovrà sborsare la tariffa di 1,15 € a far data dal 2010 e da ritoccare in base all'inflazione reale. I camionisti invece pagheranno circa 46 centesimi a chilometro: per gli stessi chilometri sulla Verona Est- Verona Nord pagano ora 2,8 €, invece con il nuovo passante pagheranno circa 5,8 euro. Spiccioli che moltiplicati per i 4.400 veicoli/ora nelle ore di punta, per i 40/55.000 veicoli/giorno, per 22 milioni di veicoli/anno, fanno un bel pò di denari. Un investimento, quello della Techinital, a rischio zero: come si legge nella bozza di convenzione tra il Comune e l'azienda, i presupposti per l'equilibrio economico sono: assenza di problemi idrogeologici durante i lavori, assenza di ritrovamenti archeologici (che uno studio ha ritenuto probabili), emanazione di un provvedimento di istituzione di una zona a traffico limitato vastissima che taglia in due la città, così da “costringere” gli automobilisti ad usare la nuova strada, il mantenimento dei flussi di traffico previsti per i 45 anni del contratto e infine la costruzione e la gestione di strutture alberghiere, commerciali, servizi e parcheggi. Un investimento così sicuro da potersi chiamare comoda rendita. Quello che a Verona e nel mondo non si trova, però, è un urbanista indipendente che sia convinto dell'utilità dell'opera. Per tutto il resto invece c'è Flavio.

sabato 19 dicembre 2009

Il sindaco di Peschiera che mente sapendo di mentire

Ebbene si. Umberto Chincarini, valoroso sindaco di Peschiera del Garda, dopo aver trovato il coraggio di negare la presenza della camorra a Peschiera del Garda (e vi assicuro che ci vogliono due attributi così a negare cotanta evidenza), ora minaccia chi ne parla. Lo fa tramite lo spauracchio della querela contro chi ha avuto il coraggio di indicare il re nudo a fronte di tanti che si voltavano per non contraddire l'imperatore. Vincenzo Guidotto, anima del nostro movimento antimafia e già consulente della Commissione Antimafia, durante un incontro a Verona aveva accusato duramente le parole scellerate del primo cittadino lacustre che da questo blog avevano fatto il giro dell'Italia e avevano fatto fare una gran bella figura al "first citizen". Riprendendo proprio le accuse lanciate nel mio post, Guidotto aveva incalzato il sindaco, parlando genericamente della situazione preoccupante della zona in riva al lago. Anzichè contraddire fatti, indagini, verbali e ordinanze di custodia, "El Chinca" querela. Nell'articolo apparso su "L'Arena" del 17 dicembre, Chincarini ribadisce che la mafia non esiste: gli ricordo solo che nel 1997 lo Scico, il servizio centrale di investigazione della Finanza, nel rapporto annuale rivelava che la criminalità organizzata è sbarcata sul lago di Garda, investendo nell'edilizia, nel commercio e anche tentando la scalata in aziende in dissesto. O mente lo Scico della Guardia di Finanza o mente Chincarini. Per il resto rimando al mio pezzo di qualche tempo fa. Curioso poi che 29 novembre, "Verona Fedele", settimanale della diocesi veronese, pubblichi un articolo che dice le cose opposte, e rilancia l'allarme mafia. una mosca bianca Il distratto Chincarini però se l'era perso. E' proprio una soddisfazione poter dire, dati alla mano, che il sindaco sulla mafia mente, è un bugiardo, e ad essere querelato dovrebbe esseru lui, magari per mano dello Scico.

giovedì 17 dicembre 2009

Diciassette anni fa

Diciassette anni fa veniva ucciso a Lucca Sicula mio nonno, Giuseppe Borsellino, ammazzato dalla mafia per non aver ceduto ai ricatti e alle intimidazioni di cosa nostra e per essersi messo, a fianco dello Stato, alla ricerca degli assassini del figlio, Paolo Borsellino, ucciso il 21 aprile del 1992. Il tutto per aver difeso il proprio lavoro dalle richieste di gente senza coraggio e dignità, i cui amici e protettori oggi sono ai vertici dello Stato. Ecco un ricordo di quel giorno tratto da un mio articolo su Fuoririga: ...Ma il tempo era arrivato. Se la mafia può tollerare la ribellione di un padre, il dolore, la voglia naturale di giustizia, non può tollerare che questo cominci a fare nomi, a raccontare elementi così provati che rischiavano di provocare un terremoto politico-malavitoso. E allora quel capitolo andava chiuso per sempre. E lo chiusero non in campagna, dove avrebbero potuto colpirlo in qualsiasi momento, né di notte, nel silenzio della tenebre, ma in piena piazza, alle cinque del pomeriggio. Un esecuzione che doveva essere una educazione: cari lucchesi, così si finisce quando vi ribellate al padrone. Mio nonno, dopo aver comprato le sigarette ed essere risalito in macchina, venne affiancato da una motocicletta e massacrato con un caricatore intero di mitraglietta. Ma nessuno, in quella piazza, si accorse di nulla. Era morto Peppe Borsellino, che in fondo, se l’era cercata.

mercoledì 16 dicembre 2009

Riflessioni semiserie sull'aggressione a Berlusconi

Una delle migliori battute che circolano sul web è quella della suora che alza le mani al cielo e urla: "Miracolo, ho visto il Duomo andare incontro a Silvio Berlusconi" riferendosi al modellino del monumento che ha momentaneamente sfigurato la maschera di cera del premier. Bella, non c'è che dire. Ma questa, assieme a vignette, articoli e commenti, danno l'idea di come sia stata percepita dalla stragrande maggioranza del Paese un'aggressione obiettivamente grave, violenta e devastante negli effetti. Pensate per un momento se fosse accaduto a Fini, a Prodi, a Veltroni o a qualche altro personaggio politico italiano (escluso Capezzone naturalmente, per cui ci sarebbero state celebrazioni nazionali). Lo choc e la sorpresa avrebbero colpito il barista e il benzinaio, l'insegnante e lo spacciatore di eroina. E l'indignazione avrebbe travolto la vicenda: nemmeno per scherzo qualcuno avrebbe inneggiato all'aggressore, mai qualcuno avrebbe aperto fans club sul web, e mai nessuno avrebbe innalzato il Duomo ad eroe nazionale. Altro che ironia, altro che vignette. La candida verità è che era ampiamente prevedibile un gesto inconsulto ai danni di Berlusconi. E non perchè sia il premier e in quanto tale sovraesposto, ma perchè Berlusconi è un piazzista, un provocatore e uno che volontariamente cerca di portare l'Italia alla deriva autoritaria e violenta. E' impressionante come anche la gente comune metta i paletti: "condanniamo la violenza, certo, ma la solidarietà se la sogna". Se ci pensate è agghiacciante che si arrivi a negare la solidarietà umana verso la vittima di un'aggressione, di chiunque si tratti. Ma la ragione è semplice e presto spiegata: il pensiero comune è che Berlusconi chiami, inciti, aspiri alla violenza. Lasciate perdere il folle di turno, ma pensate allo stato d'animo dell'uno qualunque, di qualcuno, di destra, di centro, di sinistra o di tutti e tre gli schieramenti assieme, legato ai valori costituzionali, a quelli della Giustizia, della Repubblica. E ora pensate a questo buon Cristo che giorno dopo giorno, magari mentre torna dal lavoro o digerisce la cassa integrazione, sente per radio o vede all'inceneritore di neruroni, chiamato Tv, gli attacchi che l'attuale infermo ferito rivolge a tutto ciò che di democratico esiste in questa disgraziata nazione. L'uno qualunque non ha mezzi, non ha voce in capitolo: ha la rabbia, che monta, che monta, fino a quando ce ne sta. Poi, in qualche modo esplode. Parliamo sempre del barista, del benzinaio, dell'insegnante. Gente che di solito certi sentimenti violenti non li lascerebbe vivere più dell'attimo fuggente in cui nascono. E che in questo caso invece ride, si compiace, esulta non tanto per l'aggressione, ma per la reazione di un popolo senza armi che non tollera più il suo dittatore, anche se lo fa tramite un folle che si trovava lì per caso. Così è se vi pare.

Questa sera su Raiuno "La vita rubata"


Una scarcerazione con destinazione gli arresti domiciliari che ha stravolto pure il palinsesto di Raiuno. E infatti il direttore Mauro Mazza ha tagliato la fiction su San Francesco e Santa Chiara e ha inserito il bellissimo film sulla breve vita di Graziella Campagna, ammazzata a 17 anni per aver scoperto l'identità di un boss, Gerlando Alberti Junior, che latitava a Saponara (ME) coperto dalle forze dell'ordine e da magistrati collusi con la mafia. Boss condannato poi in tre gradi di giudizio e che ora, a causa pare di alcuni tumori in parte benigni, è stato spedito tra gli agi di casa sua, mentre Graziellina, dal posto in cui si trova, difficilmente potrà tornare per motivi di salute. Vi invito caldamente a vedere il film questa sera, interpretato magistralmente da Beppe Fiorello e dall'amico Alessio Vassallo.

martedì 15 dicembre 2009

Calasanzio aggredito dallo stipite della porta


E' successo tutto d'improvviso, senza che nessuno potesse prevedere o fermare quello che di lì a poco sarebbe accaduto. Stamane, al suono della sveglia, Benny Calasanzio si alza e senza alcun preavviso lo stipite della porta gli si scaglia contro, colpendono violentemente sul sopracciglio destro. Prima Calasanzio quasi si accascia, ma poi si rialza per mostrarsi ai presenti (l'armadio, la scarpiera, la tv, lo specchio e il letto che fino a poco prima lo accoglieva). L'immagine, veramente impressionante, ha subito fatto il giro del mondo. Lo stipite è stato subito fermato e sottratto al linciaggio dei presenti. Ora Calasanzio è ricoverato, è sofferente e fa fatica a nutrirsi. Fra i visitatori don Luigi Verzè, presidente del San Raffaele: «Ho trovato Calasanzio umiliato, non tanto dal fatto traumatico ma da quello che esso rappresenta: l'odio. Mi ha detto: io voglio bene a tutti, voglio il bene di tutti, non capisco perché mi odino a questo punto". "Non sarà necessario intervenire chirurgicamente", lo ha detto il primario e medico di fiducia di Benny, Alberto Zangrillo, dopo aver letto il bollettino medico. «L'intervento chirurgico è stato scongiurato». Parole dure anche dal ministro degli Interni: «Stamattina Benny Calasanzio ha rischiato di essere ferito gravemente, di essere ucciso» ha detto Roberto Maroni, al termine del vertice in prefettura a Verona. Dello stesso tenore le parole di Angelino Alfano, Ministro della Giustizia: "non è il gesto di un folle". Il ministro si dice «molto preoccupato» per quanto successo oggi a Verona al Calasanzio. «Il fatto non può essere derubricato al gesto di un folle - ha detto il ministro - è un questione più complessa».

mercoledì 9 dicembre 2009

Glaxo Verona, il vaccino suino e i 24 milioni di euro che non frenano i licenziamenti

Prima il maxi affare delle 440 milioni di confezioni del “cosiddetto” vaccino contro l'influenza suina, il Pandemrix, venduto a 22 nazioni con incassi per oltre 3,5 miliardi di dollari; poi i conti del terzo trimestre del 2009 in salita del 30% con un utile netto di 2,19 miliardi dollari. Nulla, davvero nulla potrebbe andar meglio, in questo momento, per la Glaxo Smith Kline, potentissima multinazionale farmaceutica benedetta anche dal (poco) funesto virus AH1N1. Ciò che invece è difficile, alla luce di questi risultati, è spiegare, ai quasi 10 mila dipendenti su un totale di 100 mila nel mondo, la ragione per cui perderanno il loro posto di lavoro a tempo indeterminato. A Verona, dal 1970, ha sede il Centro Ricerche, fiore all'occhiello di GSK e tra i siti di eccellenza internazionale per l’area delle Neuroscienze; qui dall'ottobre 2007 è in corso una mobilitazione-riorganizzazione che terminerà nel giugno 2010. Secondo i dati forniti dai sindacati, per esempio nell’area della Ricerca di base del Centro di Eccellenza di Drug Discovery la mobilità, divisa in due periodi, ha riguardato 40 ricercatori e 79 dipendenti nelle aree di Servizi e Produzione e pochi mesi dopo altri 97 ricercatori su 312, ovvero oltre il 30% dell’impegno di Ricerca nei settori coinvolti, per un totale di 216 unità. Nel solo settore della ricerca e sviluppo, di cui fa parte anche il “preclinico”, dai 100 esuberi previsti si è passati agli 84 attuali, senza contare naturalmente i numerosi contratti a termine. Il centro nel 1980 contava 200 ricercatori che nel 2000 erano 541 e che oggi hanno raggiunto le 711 unità. Nel 2001, con la fusione tra GlaxoWellcome e SmithKlineBeecham, nasce la multinazionale GlaxoSmithKline ed il Centro Ricerche di Verona viene scelto come sede di uno dei Centri di Eccellenza in Drug Discovery, con la responsabilità della ricerca di farmaci per la cura delle malattie psichiatriche. Una corsa, per il centro scaligero, che si è arrestata d'improvviso nel 2007. I lavoratori colpiti dal provvedimento “dietetico” dell'azienda avranno tempo per sciogliere il loro rapporto lavorativo fino al 30 giugno 2010; la firma volontaria entro settembre avrebbe fruttato ai dipendenti, tra i quali affermati ingegneri alla soglia dei 50 anni che ora dovranno cercarsi un nuovo lavoro, un pacchetto di bonus economici. Scaduta tale data, il bonus è stato scalato di 8 mensilità che attualmente dovrebbero essere circa 24, assieme ad una serie di corsi di formazione gratuiti, attivati, secondo alcuni dipendenti, solo grazie alle loro insistenze. Chi a giugno non avrà ancora firmato, si vedrà licenziato in tronco e senza alcun bonus o buona uscita. Ma poco o nulla distinguerebbe questa storia da quelle drammatiche di altre aziende italiane, piccole, medie e grandi, se non fosse che nell'ottobre 2008 l’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato alla GSK Verona un finanziamento destinato proprio alla ricerca preclinica per oltre 24 milioni di euro sui 100 stanziati complessivamente dalla legge finanziaria 2006. L'obiettivo, che fa amaramente sorridere, era proprio favorire sul territorio nazionale investimenti duraturi in ricerca e sviluppo. Una enorme boccata d'ossigeno che però non ha influito minimamente sui piani della multinazionale, che non ha ritoccato i progetti di mobilità confermando quanto deciso prima dell'iniezione milionaria. Sempre secondo la nota dei sindacati, “la “nuova” strategia adottata dalle grandi multinazionali della Farmaceutica sulla Ricerca e lo Sviluppo è quella di tagliare razionalizzare, dicono, i costi della ricerca per poter concentrare lo sforzo finanziario nelle fasi successive dei test clinici, utili alla verifica dell’efficacia di nuove molecole, acquistate già “confezionate” da altre aziende”. Una scelta, quella degli esuberi, che si unisce a quella di chiudere i comparti ad Alta Specializzazione, quali l’impianto chimico pilota, e di tagliare del 50% gli studi tossicologici, e soprattutto di trasferire in Inghilterra gli studi GLP, ossia quegli studi effettuati secondo gli standard richiesti per legge dal Ministero della Salute o da enti regolatori internazionali per lo sviluppo di nuovi farmaci; studi a valenza internazionale che lascerebbero a Verona solo studi di livello locale, riducendo così di fatto il prestigio e il valore scientifico del sito Veronese.

martedì 8 dicembre 2009

Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato

Da mercoledì 9 dicembre in tutte le librerie il libro verità su Gioacchino Genchi, scritto dal bravo Edoardo Montolli. E ora molti tremano... a breve su questo blog la recensione del volume.

martedì 1 dicembre 2009

L'antimafioso del Pdl, ora chiamatemi profeta

Se mi riferivo ad Aldo Pecora, capo di Ammazzatecitutti, nel post precedente, in cui vi raccontavo le mie visioni sui "poltronari" dell'antimafia? Non ha importanza, visto che qualcuno mi chiama già profeta. La prefettura mi ha assegnato una scorta perchè giungono notizie che masse di fedeli da Pietralcina abbiano deviato verso Verona, e abbiano intenzione di pregare sotto la mia finestra, in attesa di mie visioni anche su Win for Life e Superenalotto. Dopo un paio d'ore dalla pubblicazione della mia rivelazione, "Repubblica" pubblica in esclusiva un video in cui il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un fuorionda al celeberrimo e insanguinato Premio Paolo Borsellino, si lascia andare a gustose considerazioni su Berlusconi, Spatuzza, Mancino e sullo stesso Aldo Pecora (che alcuni di voi hanno erroneamente identificato nel mio identikit), di cui Fini sembra innamorato e attrato da irrefrenabili istinti carnali. Ha paura che qualche suo collega di partito, tipo quello che si perde nelle strade dei viados, glielo rubi. Vuole tenerselo stretto, e allora lo corteggia, e come tra amichette alla prima cotta ,chiede conferma al magistrato che gli siede accanto. Tra le frasi carpite, ecco quelle che riguardano il preludio all'amplesso: Fini (riferendosi ad Aldo Pecora): "Lui è un creativo nato, perché il movimento lo ha chiamato 'Ammazzateci tutti'... e sì... il talento è quello". Fini: "Per i ragazzi come questi (riferendosi a Pecora) .. è chiaro che una delusione a 23 anni, non alla nostra età, ti toglie qualunque possibilità di credere nella vita". Fini, rivolgendosi a Pecora: "Con la giacca e la cravatta sei ancora più bravo". Quello che c'è stato dopo non lo si può raccontare, ci sono anche minori che leggono questo blog pettegolo.

L’antimafia che andrà con Pdl

Lo confesso: possiedo dei superpoteri al curry che mi permettono di vedere il futuro. Li ho ricevuti da qualche anno. Ogni tanto evito qualche incidente, se la vittima mi sta simpatica, o informo Berlusconi degli avvisi di garanzia, cose così. Ma oggi voglio condividere con il mondo la mia ultima visione. Un’associazione antimafia presto convoglierà armi e bagagli nel Pdl, perchè tanto la sinistra non vincerà mai e loro hanno bisogno di governo, non di opposizione. Giuro. Area An. Ci sono da un pezzo corteggiamenti, abboccamenti, slinguazzate reciproche. Essi, i colonnelli antimafia, si sono chiusi le porte da soli, rimanendo soli e disperati, rompendo sia con il Pd che con l’Idv. Gli altri partiti della sinistra sono troppo poco influenti, e loro hanno bisogno d’altro. Così si sono rivolti a uomini di governo. Ora non si sa se il passo verrà fatto alle Regionali 2010, ma ormai i leader di quell’associazione hanno scelto: fanculo gli ideali, w i potenti e l'antimafia di facciata. Cosentino? Una vittima del sistema giudiziario, rovinato da Luigi De Magistris. E già, essere scaricati addirittura dal Pd, e poi dall’Idv, per oscene pretese elettorali, non è un buon biglietto da visita. Ma pare che a destra, dove pagherebbero per avere un’associazione antimafia di riferimento, siano disposti a buttar giù di tutto in cambio di qualche poltroncina: hanno aperto le porte, e in cambio, intanto, di qualche foto ricordo, l’affare si farà. Non fate domande. La mia visione era oscura e sfocata. Ma il mio consigliere visuale mi ha suggerito di dirlo all’universo, così da salvare tutti quei militanti che in buona fede credono ancora in un progetto morto, che si regge in piedi solo per essere trampolino di lancio per i suoi colonnelli.