"Un familiare di vittime di mafia passa metà della sua vita a difendere la vittima e l'altra metà a difendere se stesso"
domenica 29 novembre 2009
Pillole del Lodo 2012
venerdì 27 novembre 2009
Forgione e l'antimafia da 102 mila euro all'anno
di Benny Calasanzio e Christian AbbondanzaOpera sull'antimafia tipicamente italiana, in tre atti, con quattro protagonisti ed una clonazione.
I protagonisti:
- la Commissione Parlamentare Antimafia, quella della scorsa legislatura che a seguito delle audizioni di magistrati, esperti, reparti investigativi, funzionari e testimoni ha redatto e votato ad unanimità una Relazione conclusiva sulla 'Ndrangheta. Un atto pubblico, accessibile in rete e gratuito. Una Commissione che quando è stata costituita ha aperto le sue porte a condannati per corruzione ma anche ad indagati dai giudici dell'Antimafia. Oltre alla Relazione sulla 'ndrangheta ha anche approvato, sempre ad unanimità, una Relazione sui testimoni di giustizia per chiedere di modificare norme e prassi per garantire effettivamente quella sicurezza e dignità ai cittadini che denunciano le mafie.
- la Casa della Legalità, un Onlus nata formalmente nel 2006 a Genova e che è divenuta in pochi anni una realtà nazionale con sezioni in Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia. Vive solo grazie alle donazioni volontarie ed ha un bilancio annuale che non supera i 12mila euro. Oltre a promuovere incontri per fare informazione ed un sito internet promuove inchieste e raccogli segnalazioni, collaborando con reparti investigativi dello Stato e contribuendo efficacemente al contrasto di mafie, corruzione e reati ambientali e contro la pubblica amministrazione.
- la Regione Lazio, presieduta dall’ “ei fu” Piero Marrazzo, detto Natalì. Ha fatto della “legalità” una bandiera, lavorando fianco a fianco con Libera di don Luigi Ciotti e Nando Dalla Chiesa e la Fondazione – collegata – di Libera Informazione. Non si è accorta di quanto accadeva a Fondi (ed altrove) nonostante cotanta sensibilità, sino a quando il Prefetto di Latina non si è impuntato ed è salito alla ribalta per aver provato con una Commissione di Accesso l'infiltrazione mafiosa nel Comune laziale.
- l'on. Francesco Forgione. L’Italia intera lo aveva scoperto pavido e senza timore quando, da deputato regionale di Rifondazione Comunista, lesse, appassionato e solenne, la mozione di sfiducia al Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, dopo l’avviso di garanzia per indagini di mafia che aveva colpito l’attuale senatore Udc. Dall’aula di Palazzo dei Normanni Francesco “Ciccio” Forgione fu poi spedito in Parlamento, alla Camera, dove gli fu assegnato il prestigioso ruolo di presidente della Commissione Antimafia. Appena eletto, gli appiopparono in commissione Paolo Cirino Pomicino ed Elio Vito, dalle carriere giudiziarie imbarazzanti. Anzichè essere il primo a protestare, prima votò contro la proposta di Angela Napoli (An) e Orazio Licandro (Pdci) che avevano proposto di escludere imputati e condannati dall’Antimafia e dopo dichiarò: «Dopo che un candidato è stato eletto al Parlamento, non si possono mettere confini alla sua attività. Gli unici sono quelli posti dalla Costituzione». Parliamo dello stesso uomo che aveva messo alle corde Totò Cuffaro, che allora era solo indagato, e non condannato come i due cavalieri della passata “antimafia”.
I° atto – La relazione di tutti, il libro di uno solo
La Relazione sulla 'Ndrangheta della Commissione Antimafia – cioè pagata dallo Stato – anche se è un atto pubblico, gratuito, disponibile a chiunque ne faccia richiesta al Parlamento ed accessibile su molteplici siti internet. Presidente della Commissione che approvò questo importante documento è l'on. Francesco Forgione, preferito dal centro-sinistra (e dal centro-destra) al Sen. Beppe Lumia. Forgione lo ritroviamo poi con la pubblicazione, a suo nome, in qualità di autore, di un libro “'Ndrangheta - Boss, luoghi e affari della mafia più potente al mondo”. Ma il libro “scritto” da Forgione non è altro che la Relazione della Commissione Antimafia da lui presieduta. La relazione non è più un atto pubblico gratuito, bensì costa 17,50 euro (ora anche con un po' di sconto scende a 14). Reca anche il bollino Siae e quindi non è più fotocopiabile nonostante sia un Atto del Parlamento. Alle obiezioni il Forgione risponde stizzito: “I proventi di questo libro verranno devoluto a Libera” dice lui (e ci mancherebbe che se li mettesse in tasca grazie ad un pubblico documento per cui è stato già pagato, ma poi perché Libera e non altre associazioni antimafia? o ad un fondo per i familiari delle vittime della mafia? e come mai non si è pubblicata anche la Relazione sui testimoni di giustizia che sono abbandonati dallo Stato? quello meno si legge meglio è, vero?)
II° atto – La “clonazione”
La Regione Lazio guidata da Marrazzo che della bandiera della “legalità” ha fatto una bandiera decide di costituire presso il Segretariato Generale della Regione una struttura ad hoc che si occupi della “sensibilizzazione”. Quindi con atti ufficiali e senza tentennamenti clona una struttura esistente ed operante da anni, la “Casa della Legalità”. Senza contattare i responsabili nazionali o locali dell'onlus nata a Genova. Eppure questa è una struttura ben conosciuta nel settore, rintracciabilissima attraverso il proprio sito internet - www.casadellalegalita.org –. Ma mentre soggetti legati alle mafie o ad ampi affari di corruzione la riescono a rintracciare benissimo per promuovere le proprie intimidazioni, alla Regione Lazio nessuno la trova. Quindi che fanno? Ne fondano una tutta loro con lo stesso nome. Nasce quindi la “Casa della Legalità” quale “Coordinamento dell’Attività” del “Segretariato Generale” con risorse umane e risorse pubbliche. Inoltre la “clonazione” del nome ma non nei fatti diviene ancora più evidente sulle attività: quella nata e con sede centrale a Genova fa impegno civile e inchieste, raccoglie segnalazioni e collabora con i reparti investigativi dello Stato, mentre quella della Regione Lazio fa un po' di convegni, qualche parata e testimonianza.
III° atto – Da “disoccupato eccellente” a 102.572,78 annui di stipendio (pubblico)
La “clonazione” è davvero riuscita male e quando un esperimento finisce male i costi aumentano. Qui la “Casa della Legalità della Regione Lazio” ha bisogno di un coordinamento affidato ad un professionista e mette sul piatto 102.572,78 euro annui. Con questa delibera la Regione Lazio, presieduta da Piero Marrazzo, “conferiva dell’incarico di Responsabile della Struttura “Coordinamento dell’Attività di Attuazione della Casa della Legalità” al al Prof. Francesco FORGIONE, soggetto esterno alla Pubblica Amministrazione [...]. Il soggetto cui conferire l’incarico di che trattasi in quanto dotato di comprovata esperienza professionale desunta dal curriculum vitae, allegato alla nota suddetta”. “RITENUTO, pertanto, di corrispondere al prof. Francesco FORGIONE il trattamento economico annuo onnicomprensivo complessivamente determinato in Euro 102.572,78, oltre gli oneri riflessi a carico Ente; La retribuzione onnicomprensiva annua lorda, fissata complessivamente, in Euro 102.572,78, oltre gli oneri riflessi a carico Ente è corrisposta in tredici mensilità. Il trattamento economico così determinato remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti”.
Conclusione - A voi.
mercoledì 25 novembre 2009
Salvatore Cascio (AG), onorevole con i voti della mafia?
"Quanto alle elezioni posso solo dire che in occasione delle ultime elezioni regionali, Imbornone Salvatore mi disse di votare per Cascio". Chi parla è il neo pentito di cosa nostra agrigentina, Calogero Rizzuto, ex reggente della cosca mafiosa di Sambuca di Sicilia, in un verbale pubblicato in esclusiva dal periodico Grandangolo. A quale politico si riferisce il mafioso quando parla di Cascio? Salvatore Totò Cascio è uomo di ferro di un altro Totò, Cuffaro, di cui è appena stato chiesto il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli amici non si scelgono mai a caso. L'ex presidente della Regione durante le ultime elezioni regionali si era speso in prima persona per sostenerlo. Può l'appoggio di Cuffaro aver portato Cascio, nel collegio di Agrigento, ad ottenere 10.463 voti di preferenza su 37.354 di lista, ossia il 28,01%? A far luce sull'exploit arriva ora il collaboratore di giustizia, che, secondo accuse ancora tutte da verificare, dice che quelli sono voti di cosa nostra. Accade che qualche giorno fa Cascio si trova a Sciacca, sua città natale, e viene raggiunto da un giovane cronista dell'emittente televisiva Rmk, da sempre impegnata sui temi di mafia tanto da didicare all'informazione anti-cosa nostra un'intera puntata condotta da Massimo D'Antoni. Il giornalista, Calogero Parlapiano, si avvicina al presunto disonorevole e gli chiede notizie sulle parole del boss che lo indicano come uomo politico della mafia. Prima Cascio non risponde, poi guarda il cronista e lo minaccia: “non ti permettere più a farmi domande del genere”. L'emittente e l'Assostampa di Agrigento, capitanata dall'agguerrito Nino Randisi, hanno espresso solidarietà al cronista e attaccato duramente il politico, che chiaramente non ha arretrato né chiesto scusa, diffidando anzi l'emittente a mandare in onda la sua ripugnante risposta. Intimidazione fallita. Il 12 dicembre sarò ad una conferenza a Sciacca, assieme a Pino Maniaci e Ignazio Cutrò, organizzata dall'associazione L'Altra Sciacca. Sappia l'onorevole Cascio che leggerò pubblicamente il verbale dell'interrogatorio del pentito che lo accusa. Lo farò più volte durante la serata. E gli chiedo di presentare le sue scuse al cronista, che in maniera educata e rispettosa gli ha solamente posto una domanda. Se lui non ha la risposta o non può negare le accuse, certo non è colpa di Parlapiano. A presto onorevole, ci vediamo a Sciacca.
giovedì 19 novembre 2009
Linate secondo Giulio Cavalli
lunedì 16 novembre 2009
Arrivo del boss Raccuglia alla Squadra Mobile
Nelle riprese degli amici di Fascio e Martello, Carmelo e Francesca, l'esultanza dei ragazzi di Addio Pizzo all'arrivo del perdente Raccuglia alla Squadra Mobile.
sabato 14 novembre 2009
martedì 10 novembre 2009
Premio Borsellino, terza e ultima (si spera) analisi
Ora che si è concluso il cosiddetto Premio Nazionale Paolo Borsellino, si possono fare due-tre pensieri in libertà circa l'evento di quest'anno e quelli degli anni passati. Molto si è detto e molto si è scritto, e nonostante il pericoloso tentativo di far passare come mafiosi o comunisti quelli che lo criticavano, siamo riusciti a far circolare informazioni, a riflettere e a mettere alla berlina quei personaggi che mai avrebbero pensato essere messi in discussione in virtù dell'antimafially correct. Noi, gente comune e semplice, non abbiamo dogmi nè entità inviolabili, e ciò che ci distingue dagli altri è proprio il dire sempre quello che si pensa, che si tratti del presidente della Repubblica o che si tratti dell'organizzatore di un premio. Si parla, di discute. Mai ci siamo menati, mai abbiamo minacciato qualcuno. Peraltro, viste le nostre facce, nessuno avrebbe paura. Per dare una opinione sul Premio Borsellino serve informarsi, andare indietro negli anni, vedere gli orientamenti e i mutamenti sviluppati nel corso degli anni. L'impressione di un evento pensato e realizzato solo ed unicamente per accreditarsi ora verso quello ora verso quell'altro personaggio o associazione, è forte. Con la lista degli invitati di quest'anno, gli organizzatori sono riusciti a far indignare i familiari, badate, non il familiare, del magistrato cui il premio è dedicato, che pare serbino grosse perplessità sulla possibilità di continuare a realizzare l'evento nel nome del loro congiunto. Loro, gli organizzatori, hanno lasciato dire la peggiore blasfemia al più grande fallimento della logopedia internazionale, Maurizio Gasparri, senza che nessuno lo cacciasse e gli facesse rimangiare quella parole indecenti. Nessuno degli organizzatori ha espresso la propria solidarietà a Salvatore Borsellino, l'unico vero ferito di questa kermesse. E pensate che in un colpo solo, nel premio del 1996, "Lo Stato contro la Mafia", gli organizzatori sono riusciti a premiare Nicola Mancino, allora Presidente del Senato, e Luciano Violante, Presidente della Camera; proprio i due protagonisti smemorati dei contatti e degli abboccamenti relativi alla trattativa con cosa nostra. A loro si aggiunge naturalmente il premiato 2005, Pietro Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia per il quale la trattativa salvò la vita di molti ministri. Questo si che è fiuto investigativo e sesto senso da parte degli organizzatori. Sul leit motiv dell'aggressione al coordinatore, Leo Nodari, ancora nessuna novità. Certo chi ama la legalità e la trasparenza, per fugare ogni dubbio avrebbe fornito un identikit dell'aggressore e avrebbe chiesto che subito si accertasse la matrice del fattaccio. Molti denunciano alcune inquietanti incongruenze, quali le presupposte ferite che insanguinano il fazzoletto portato alla testa, che poi magicamente spariscono o si rimarginano. Questo non ho potuto verificarlo di persona e lo lascio ai referti che sicuramente saranno resi pubblici. Altri fanno notare come in occasione di un'altra manifestazione, in cui oltre a Sonia Alfano e Luigi De Magistris partecipava anche Leo Nodari, è apparsa una scritta di minacce di morte indirizzata anche a Nodari. Eventi o aggressioni pensati quasi per attirare l'attenzione, accendere riflettori. Anche qui, qualunque idea sarebbe priva di fondamento pratico. Ciò che è incontestabile è il deprecabile livello raggiunto dalla manifestazione che porta il nome di un magistrato che mai avrebbe avuto a che fare con alcuni degli illustri invitati. L'interrogativo che ci si pone ora è: che sia l'ultimo anno nel nome di Borsellino, per i mal di pancia dei parenti del giudice, e che quella del prossimo anno sia dedicata, magari, proprio a Nodari o a Gasparri?venerdì 6 novembre 2009
Io (intanto) do fiducia a Massimo Ciancimino
Che quello che dice Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, debba essere verificato non una ma cento volte, questo è dovere e lavoro dei magistrati con cui sta collaborando. Che la prudenza debba accompagnare ogni sua dichiarazione, è un imperativo. Ieri, il figlio del braccio politico corleonese, ha confermato che a tradire Salvatore Riina fu Bernardo Provenzano per prendere il controllo di cosa nostra e per trattare l'inabissamento della mafia con lo Stato. Secondo Ciancimino, il capitano dei Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo con la speranza che don Vito fornisse elementi per catturare Riina. Pare che poi Ciancimino senior tramite il figlio la fece avere a Provenzano, che la restituì con alcuni punti segnati e uno di questi era proprio Villa Bernini. Una verità, sospettata da molti e da anni, che dimostrerebbe come l'arresto del capo dei capi in realtà sia stata poco più di una messa in scena dei Ros poi spacciata come brillante cattura. Per fortuna oggi, più che l'arresto, è passata alla storia la seguente e sconvolgente mancata perquisizione del covo del boss, del tutto idonea all'idea di do ut des: noi vi diamo Riina, voi mollate la presa. Leggere però oggi le dichiarazioni del colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio, mi lascia abbastanza perplesso e mi fa sorridere: "Ciancimino è uno dei tanti servi di Riina. Infatti è chiaramente falso che Riina sia stato arrestato in seguito alle dichiarazioni di Bernardo Provenzano. Ma la cosa più grave è che ci sia qualcuno all'interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina. Questo significa evidentemente che i servi di Riina sono anche all'interno delle Istituzioni e certamente non sono il generale Mori e il capitano De Donno: forse sono gli stessi che hanno isolato e delegittimato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino". Specifico subito, onde evitare confusione, che se proprio vogliamo dirlo, ad essere indagato per favoreggiamento alla mafia non fu Massimo Ciancimino, ma lo stesso Capitano Ultimo, seppur poi assolto non perchè innocente ma perchè perché "il fatto non costituisce reato". E dico pure che parlare di "servo" potrebbe essere controproducente. Non è stato Massimo Ciancimino ad obbedire e a condividere un ordine scellerato e senza senso per qualunque investigatore, ossia non perquisire la residenza di chi hai appena arrestato: se ti fermano con qualche grammo di droga, prima che tu possa respirare le forze dell'ordine stanno già prequisendo casa tua. Nel caso dell'arresto del capo assoluto di cosa nostra questo non valse. E allora addio documenti, impronte ed elementi fondamentali per le indagini. Se un servo c'è stato, io guarderei altrove. Basterebbe o sarebbe bastato che De Caprio si fosse ricordato del grande carabiniere che fu e che probabilmente è, del cacciatore di mafiosi che tutti riconoscono come uno dei migliori; sarebbe bastato dire semplicemente di aver eseguito degli ordini incomprensibili e osceni. Non farne virtù, non cercare di convincere l'Italia che così doveva essere. Una dichiarazione, quella di oggi, che gli ha fruttato una querela sporta in giornata dal figlio di Ciancimino, affinchè non passi la logica che siccome lui è figlio di un mafioso, ognuno può dire quello che vuole. Grazie a lui oggi molte cose sono più chiare e molte altre lo saranno a breve, e le mie mani si stanno sfregando da tempo. Sempre con il beneficio del dubbio, sia chiaro. In ultimo mi chiedo se i "servi all'interno delle istituzioni che ascoltano Ciancimino", di cui parla De Caprio, siano proprio Di Matteo e Ingroia. E' a loro che Ultimo si riferisce quando dice che avrebbero delegittimato ed isolato Falcone e Borsellino? Se è così saremmo curiosi di conoscenre nomi e cognomi: un uomo dell'Arma non dovrebbe parlare con mezze parole, non dovrebbe fare il corvo, ma essere coerente e affermare fino in fondo quel che pensa o quel che sa. Sennò rischia che le parole rivolte a Ciancimino gli si spalmino addosso.giovedì 5 novembre 2009
mercoledì 4 novembre 2009
Premio Borsellino, analisi n.2: Gasparri si becca la querela
Quello raffigurato accanto è Maurizio Gasparri, presidente al Senato del gruppo Pdl. No, non è Neri Marcorè e la foto non è stata ritoccata. E' proprio così, anzi, pare che sia venuto abbastanza bene. Quest'uomo, o quello che ne resta, ha avuto l'ardire, lo scorso 2 novembre di affermare, con l'educazione che contraddistingue galantuomini come lui, ad una ragazza, Lea Del Greco, che gentilmente gli chiedeva di accettare le dieci domande che gli poneva il Popolo delle Agende Rosse, quanto segue: "Salvatore Borsellino era disistimato dal fratello, lei non lo sa perchè è giovane". Un attimo prima, la sua guardia del corpo, dipendente del sottoscritto e di voi altri che leggete, aveva democraticamente accartocciato il volantino. Una dichiarazione vergognosa e infamante, che solo da bocche di rosa quali quella di Gasparri poteva uscire. Salvatore Borsellino, con tranquillità e forza d'animo invidiabile, ha raccolto articoli e video e ha dato mandato al suo legale, Fabio Repici, di sporgere una querela nei confronti di Marcorè, o di Gasparri, si insomma, contro quello vero. Il fratello di Borsellino, che a quanto dicono i parenti aveva con Paolo un rapporto di stima e di affetto straordinario, si è augurato che Gasparri non si avvalga della immunità parlamentare e risponda in aula della blasfemia detta in nome di chi oggi non c'è più e non può mandarlo a zappare i fertili terreni abruzzesi. Non mi risulta che gli organizzatori del Premio Borsellino, travolti emotivamente dall'aggressione a Nodari (che ha dichiarato "l'educazione consiste anche nel capire da che parte si sta quando una persona viene ferita in nome di Paolo Borsellino e quando invece una persona cerca di ricordare l'immagine, le idee e soprattutto il sacrificio di Paolo Borsellino". Ma non avevano urlato "servo dei fascisti"? Che c'entra Borsellino?), abbiano preso le distanze da quanto detto dal diversamente bello senatore Pdl ed espresso solidarietà a Salvatore. Chi invece ha reagito subito è stata Libera Pescara, che ha chiesto che venga rimosso ogni riferimento e ogni logo dell'associazione dall'ambito del premio: "prendiamo le distanze dall’atteggiamento di chi continua a considerare la lotta alle mafie un pretesto per dare vita a passerelle di personaggi la cui storia personale ed istituzionale non presenta nessun elemento di sostegno alla lotta per la legalità e la trasparenza". E, in ultimo, la clamorosa rinuncia di Gioacchino Genchi a presenziare ad un incontro nell'ambito del premio: "La mia coerenza di uomo e di servitore dello Stato, il rigore che ho sempre imposto a tutte le mie scelte di vita e professionali, oltre alla determinazione con cui ho sempre rifiutato compromessi con chi fa dileggio della Verità, mi impongono di non partecipare ad un evento al quale ha preso parte uno come Gasparri ed a cui avrebbe dovuto presenziare – come ho pure appreso solo ieri – finanche Clemente Mastella". Non c'è che dire: bilancio di tutto rispetto per il premio di quest'anno.

