domenica 29 novembre 2009

Pillole del Lodo 2012

Buio in sala. E' il “2012” e come previsto dai Maya, a causa dell'allineamento dei pianeti, il mondo è giunto alla fine. Catastrofi naturali, tzunami e terremoti in pochi giorni inghiottono la terra. I potenti del mondo trovano riparo su delle “arche”, colossali navi che li porteranno in salvo. C'è un summit e lo scienziato annuncia ai capi di Stato la fine imminente. “Quanto tempo abbiamo” chiede l'alter ego bello di Angela Merkel. “Se siamo fortunati due-tre giorni”. Ma dallo schermo centrale, il premier italiano, vagamente simile a Mister B ma molto meno plastificato, irrompe: “Come può parlare di fortuna in questa situazione?”. E indignato il sensibile Mister B. “Sembra che tutti i capi di stato siano in volo, ad eccezione del Primo Ministro italiano, che ha deciso di rimanere in Patria e affidarsi alla preghiera” spiega il responsabile degli Usa. In sala la risatina contagiosa indispettisce gli elettori del Pdl, che spiegano di essere la maggioranza del paese. Il premier quindi rinuncia al “lodo 2012” e sceglie di farsi processare da D, giudice milanese. Piazza San Pietro è stracolma, e Mister B è li, con un cero in mano assieme ad una delle sue dodici famiglie. La basilica crolla e si abbatte sulla piazza, schiacciando tutti. A questo punto la platea scoppia in una risata profana e incontenibile. Va bene che si tratta di fantascienza, ma tra i 201 Stati indipendenti non c'era niente di meno antropologicamente impossibile?

venerdì 27 novembre 2009

Forgione e l'antimafia da 102 mila euro all'anno

di Benny Calasanzio e Christian Abbondanza

Opera sull'antimafia tipicamente italiana, in tre atti, con quattro protagonisti ed una clonazione.

I protagonisti:

- la Commissione Parlamentare Antimafia, quella della scorsa legislatura che a seguito delle audizioni di magistrati, esperti, reparti investigativi, funzionari e testimoni ha redatto e votato ad unanimità una Relazione conclusiva sulla 'Ndrangheta. Un atto pubblico, accessibile in rete e gratuito. Una Commissione che quando è stata costituita ha aperto le sue porte a condannati per corruzione ma anche ad indagati dai giudici dell'Antimafia. Oltre alla Relazione sulla 'ndrangheta ha anche approvato, sempre ad unanimità, una Relazione sui testimoni di giustizia per chiedere di modificare norme e prassi per garantire effettivamente quella sicurezza e dignità ai cittadini che denunciano le mafie.

- la Casa della Legalità, un Onlus nata formalmente nel 2006 a Genova e che è divenuta in pochi anni una realtà nazionale con sezioni in Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia. Vive solo grazie alle donazioni volontarie ed ha un bilancio annuale che non supera i 12mila euro. Oltre a promuovere incontri per fare informazione ed un sito internet promuove inchieste e raccogli segnalazioni, collaborando con reparti investigativi dello Stato e contribuendo efficacemente al contrasto di mafie, corruzione e reati ambientali e contro la pubblica amministrazione.

- la Regione Lazio, presieduta dall’ “ei fu” Piero Marrazzo, detto Natalì. Ha fatto della “legalità” una bandiera, lavorando fianco a fianco con Libera di don Luigi Ciotti e Nando Dalla Chiesa e la Fondazione – collegata – di Libera Informazione. Non si è accorta di quanto accadeva a Fondi (ed altrove) nonostante cotanta sensibilità, sino a quando il Prefetto di Latina non si è impuntato ed è salito alla ribalta per aver provato con una Commissione di Accesso l'infiltrazione mafiosa nel Comune laziale.

- l'on. Francesco Forgione. L’Italia intera lo aveva scoperto pavido e senza timore quando, da deputato regionale di Rifondazione Comunista, lesse, appassionato e solenne, la mozione di sfiducia al Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, dopo l’avviso di garanzia per indagini di mafia che aveva colpito l’attuale senatore Udc. Dall’aula di Palazzo dei Normanni Francesco “Ciccio” Forgione fu poi spedito in Parlamento, alla Camera, dove gli fu assegnato il prestigioso ruolo di presidente della Commissione Antimafia. Appena eletto, gli appiopparono in commissione Paolo Cirino Pomicino ed Elio Vito, dalle carriere giudiziarie imbarazzanti. Anzichè essere il primo a protestare, prima votò contro la proposta di Angela Napoli (An) e Orazio Licandro (Pdci) che avevano proposto di escludere imputati e condannati dall’Antimafia e dopo dichiarò: «Dopo che un candidato è stato eletto al Parlamento, non si possono mettere confini alla sua attività. Gli unici sono quelli posti dalla Costituzione». Parliamo dello stesso uomo che aveva messo alle corde Totò Cuffaro, che allora era solo indagato, e non condannato come i due cavalieri della passata “antimafia”.

I° atto – La relazione di tutti, il libro di uno solo
La Relazione sulla 'Ndrangheta della Commissione Antimafia – cioè pagata dallo Stato – anche se è un atto pubblico, gratuito, disponibile a chiunque ne faccia richiesta al Parlamento ed accessibile su molteplici siti internet. Presidente della Commissione che approvò questo importante documento è l'on. Francesco Forgione, preferito dal centro-sinistra (e dal centro-destra) al Sen. Beppe Lumia. Forgione lo ritroviamo poi con la pubblicazione, a suo nome, in qualità di autore, di un libro “'Ndrangheta - Boss, luoghi e affari della mafia più potente al mondo”. Ma il libro “scritto” da Forgione non è altro che la Relazione della Commissione Antimafia da lui presieduta. La relazione non è più un atto pubblico gratuito, bensì costa 17,50 euro (ora anche con un po' di sconto scende a 14). Reca anche il bollino Siae e quindi non è più fotocopiabile nonostante sia un Atto del Parlamento. Alle obiezioni il Forgione risponde stizzito: “I proventi di questo libro verranno devoluto a Libera” dice lui (e ci mancherebbe che se li mettesse in tasca grazie ad un pubblico documento per cui è stato già pagato, ma poi perché Libera e non altre associazioni antimafia? o ad un fondo per i familiari delle vittime della mafia? e come mai non si è pubblicata anche la Relazione sui testimoni di giustizia che sono abbandonati dallo Stato? quello meno si legge meglio è, vero?)

II° atto – La “clonazione”
La Regione Lazio guidata da Marrazzo che della bandiera della “legalità” ha fatto una bandiera decide di costituire presso il Segretariato Generale della Regione una struttura ad hoc che si occupi della “sensibilizzazione”. Quindi con atti ufficiali e senza tentennamenti clona una struttura esistente ed operante da anni, la “Casa della Legalità”. Senza contattare i responsabili nazionali o locali dell'onlus nata a Genova. Eppure questa è una struttura ben conosciuta nel settore, rintracciabilissima attraverso il proprio sito internet - www.casadellalegalita.org –. Ma mentre soggetti legati alle mafie o ad ampi affari di corruzione la riescono a rintracciare benissimo per promuovere le proprie intimidazioni, alla Regione Lazio nessuno la trova. Quindi che fanno? Ne fondano una tutta loro con lo stesso nome. Nasce quindi la “Casa della Legalità” quale “Coordinamento dell’Attività” del “Segretariato Generale” con risorse umane e risorse pubbliche. Inoltre la “clonazione” del nome ma non nei fatti diviene ancora più evidente sulle attività: quella nata e con sede centrale a Genova fa impegno civile e inchieste, raccoglie segnalazioni e collabora con i reparti investigativi dello Stato, mentre quella della Regione Lazio fa un po' di convegni, qualche parata e testimonianza.

III° atto – Da “disoccupato eccellente” a 102.572,78 annui di stipendio (pubblico)
La “clonazione” è davvero riuscita male e quando un esperimento finisce male i costi aumentano. Qui la “Casa della Legalità della Regione Lazio” ha bisogno di un coordinamento affidato ad un professionista e mette sul piatto 102.572,78 euro annui. Con questa delibera la Regione Lazio, presieduta da Piero Marrazzo, “conferiva dell’incarico di Responsabile della Struttura “Coordinamento dell’Attività di Attuazione della Casa della Legalità” al al Prof. Francesco FORGIONE, soggetto esterno alla Pubblica Amministrazione [...]. Il soggetto cui conferire l’incarico di che trattasi in quanto dotato di comprovata esperienza professionale desunta dal curriculum vitae, allegato alla nota suddetta”. “RITENUTO, pertanto, di corrispondere al prof. Francesco FORGIONE il trattamento economico annuo onnicomprensivo complessivamente determinato in Euro 102.572,78, oltre gli oneri riflessi a carico Ente; La retribuzione onnicomprensiva annua lorda, fissata complessivamente, in Euro 102.572,78, oltre gli oneri riflessi a carico Ente è corrisposta in tredici mensilità. Il trattamento economico così determinato remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti”.

Conclusione - A voi.

mercoledì 25 novembre 2009

Salvatore Cascio (AG), onorevole con i voti della mafia?


"Quanto alle elezioni posso solo dire che in occasione delle ultime elezioni regionali, Imbornone Salvatore mi disse di votare per Cascio". Chi parla è il neo pentito di cosa nostra agrigentina, Calogero Rizzuto, ex reggente della cosca mafiosa di Sambuca di Sicilia, in un verbale pubblicato in esclusiva dal periodico Grandangolo. A quale politico si riferisce il mafioso quando parla di Cascio? Salvatore Totò Cascio è uomo di ferro di un altro Totò, Cuffaro, di cui è appena stato chiesto il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli amici non si scelgono mai a caso. L'ex presidente della Regione durante le ultime elezioni regionali si era speso in prima persona per sostenerlo. Può l'appoggio di Cuffaro aver portato Cascio, nel collegio di Agrigento, ad ottenere 10.463 voti di preferenza su 37.354 di lista, ossia il 28,01%? A far luce sull'exploit arriva ora il collaboratore di giustizia, che, secondo accuse ancora tutte da verificare, dice che quelli sono voti di cosa nostra. Accade che qualche giorno fa Cascio si trova a Sciacca, sua città natale, e viene raggiunto da un giovane cronista dell'emittente televisiva Rmk, da sempre impegnata sui temi di mafia tanto da didicare all'informazione anti-cosa nostra un'intera puntata condotta da Massimo D'Antoni. Il giornalista, Calogero Parlapiano, si avvicina al presunto disonorevole e gli chiede notizie sulle parole del boss che lo indicano come uomo politico della mafia. Prima Cascio non risponde, poi guarda il cronista e lo minaccia: “non ti permettere più a farmi domande del genere”. L'emittente e l'Assostampa di Agrigento, capitanata dall'agguerrito Nino Randisi, hanno espresso solidarietà al cronista e attaccato duramente il politico, che chiaramente non ha arretrato né chiesto scusa, diffidando anzi l'emittente a mandare in onda la sua ripugnante risposta. Intimidazione fallita. Il 12 dicembre sarò ad una conferenza a Sciacca, assieme a Pino Maniaci e Ignazio Cutrò, organizzata dall'associazione L'Altra Sciacca. Sappia l'onorevole Cascio che leggerò pubblicamente il verbale dell'interrogatorio del pentito che lo accusa. Lo farò più volte durante la serata. E gli chiedo di presentare le sue scuse al cronista, che in maniera educata e rispettosa gli ha solamente posto una domanda. Se lui non ha la risposta o non può negare le accuse, certo non è colpa di Parlapiano. A presto onorevole, ci vediamo a Sciacca.

giovedì 19 novembre 2009

Linate secondo Giulio Cavalli

Pubblico qui un pezzo scritto per L'Arena e poi, penso per ragioni di spazio, non pubblicato.

Giulio Cavalli è un attore teatrale che si districa in modo eccellente tra i temi della mafia, che lo ha condannato a morte costringendolo a vivere sotto scorta dopo lo spettacolo «Do ut des» in cui ridicolizzava cosa nostra e i suoi riti, e il grande teatro civile impegnato nella ricerca della verità di cui il nostro Paese molte volte rimane orfano. L'altra sera al teatro Camploy è stata la volta del disastro di Linate, raccontato dall'attore nello spettacolo «Linate. 8 ottobre 2001: la strage», scritto a quattro mani con Fabrizio Tummolillo e arrangiato dalle musiche di Davide Savarè. Uno spettacolo nato grazie alla collaborazione di oltre 20 comuni, tra i quali Verona, che cerca di far luce sull'abnorme tragedia che è costata la vita a 114 passeggeri, tra i quali anche un veronese, e a quattro addetti allo smistamento bagagli al lavoro nel deposito centrato in pieno dal boeing. Una narrazione divisa in due tronconi paralleli: da una parte la fiaba raccontata da nonno Cleto, dell'avioporto di Bengodi, un paese di fantasia che celebrava il suo nuovo porto aereo fatto in fretta e furia da abitanti quali «Lustramarmitte» e «Culodigomma», all'insegna dell'approssimazione e delle leggerezze burocratiche. Dall'altra metà del palco invece l'incubo reale, la tragedia vissuta nei suoi momenti immediatamente precedenti. Cavalli da giullare si fa ora pilota, ora controllore del traffico aereo, ora pompiere in quella mattina in cui la nebbia non consentiva di vedere oltre 100 metri e in cui l'unico mezzo per vedere dall'alto, il radar di terra che in tutti gli aeroporti del mondo segue gli spostamenti degli aereomobili sulla pista, era un ammasso di ferraglia tenuto assieme da semplice spago. E allora eccolo seguire il piccolo Cessna che per errore si immette nella corsia di rullaggio sbagliata, tradito dalla segnaletica insufficiente e che allo stesso momento dava lo stop e il via libera. Poi, con un balzo attraverso le cuffie, lo troviamo sull'altro aereo, quello maestoso, il boeing della Scandinavian Airline diretto a Copenaghen, che mentre sta per prendere il volo verso il cielo plumbeo si trova il piccolo velivolo fermo sulla pista, in perfetta rotta di collisione. Poi l'urto, l'incendio e lo schianto fatale contro il toboga; uno scenario di cui i controllori si accorgono solo dopo mezz'ora l'impatto, in virtù della più totale confusione ed imbarazzante impreparazione. Negli stessi momenti a Bengodi nonno Cleto e «Maria faccia da stria» brindavano all'inaugurazione dell'avioporto, ma i professori che avevano dato il via libera, per sicurezza tornano indietro in treno. E dopo una breve, ultima immersione tra gli atti processuali, l'attore che da circa sei anni deve guardarsi le spalle dai mafiosi offre al pubblico, tra cui sedeva anche il presidente del Comitato 8 Ottobre, Paolo Pettinaroli, la triste verità: a pagare per quelle negligenze e assurde superficialità sono stati solo quei 118 corpi straziati. Per il resto, dopo otto anni, ancora e solo nebbia.

lunedì 16 novembre 2009

Arrivo del boss Raccuglia alla Squadra Mobile

Nelle riprese degli amici di Fascio e Martello, Carmelo e Francesca, l'esultanza dei ragazzi di Addio Pizzo all'arrivo del perdente Raccuglia alla Squadra Mobile.

martedì 10 novembre 2009

Premio Borsellino, terza e ultima (si spera) analisi

Ora che si è concluso il cosiddetto Premio Nazionale Paolo Borsellino, si possono fare due-tre pensieri in libertà circa l'evento di quest'anno e quelli degli anni passati. Molto si è detto e molto si è scritto, e nonostante il pericoloso tentativo di far passare come mafiosi o comunisti quelli che lo criticavano, siamo riusciti a far circolare informazioni, a riflettere e a mettere alla berlina quei personaggi che mai avrebbero pensato essere messi in discussione in virtù dell'antimafially correct. Noi, gente comune e semplice, non abbiamo dogmi nè entità inviolabili, e ciò che ci distingue dagli altri è proprio il dire sempre quello che si pensa, che si tratti del presidente della Repubblica o che si tratti dell'organizzatore di un premio. Si parla, di discute. Mai ci siamo menati, mai abbiamo minacciato qualcuno. Peraltro, viste le nostre facce, nessuno avrebbe paura. Per dare una opinione sul Premio Borsellino serve informarsi, andare indietro negli anni, vedere gli orientamenti e i mutamenti sviluppati nel corso degli anni. L'impressione di un evento pensato e realizzato solo ed unicamente per accreditarsi ora verso quello ora verso quell'altro personaggio o associazione, è forte. Con la lista degli invitati di quest'anno, gli organizzatori sono riusciti a far indignare i familiari, badate, non il familiare, del magistrato cui il premio è dedicato, che pare serbino grosse perplessità sulla possibilità di continuare a realizzare l'evento nel nome del loro congiunto. Loro, gli organizzatori, hanno lasciato dire la peggiore blasfemia al più grande fallimento della logopedia internazionale, Maurizio Gasparri, senza che nessuno lo cacciasse e gli facesse rimangiare quella parole indecenti. Nessuno degli organizzatori ha espresso la propria solidarietà a Salvatore Borsellino, l'unico vero ferito di questa kermesse. E pensate che in un colpo solo, nel premio del 1996, "Lo Stato contro la Mafia", gli organizzatori sono riusciti a premiare Nicola Mancino, allora Presidente del Senato, e Luciano Violante, Presidente della Camera; proprio i due protagonisti smemorati dei contatti e degli abboccamenti relativi alla trattativa con cosa nostra. A loro si aggiunge naturalmente il premiato 2005, Pietro Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia per il quale la trattativa salvò la vita di molti ministri. Questo si che è fiuto investigativo e sesto senso da parte degli organizzatori. Sul leit motiv dell'aggressione al coordinatore, Leo Nodari, ancora nessuna novità. Certo chi ama la legalità e la trasparenza, per fugare ogni dubbio avrebbe fornito un identikit dell'aggressore e avrebbe chiesto che subito si accertasse la matrice del fattaccio. Molti denunciano alcune inquietanti incongruenze, quali le presupposte ferite che insanguinano il fazzoletto portato alla testa, che poi magicamente spariscono o si rimarginano. Questo non ho potuto verificarlo di persona e lo lascio ai referti che sicuramente saranno resi pubblici. Altri fanno notare come in occasione di un'altra manifestazione, in cui oltre a Sonia Alfano e Luigi De Magistris partecipava anche Leo Nodari, è apparsa una scritta di minacce di morte indirizzata anche a Nodari. Eventi o aggressioni pensati quasi per attirare l'attenzione, accendere riflettori. Anche qui, qualunque idea sarebbe priva di fondamento pratico. Ciò che è incontestabile è il deprecabile livello raggiunto dalla manifestazione che porta il nome di un magistrato che mai avrebbe avuto a che fare con alcuni degli illustri invitati. L'interrogativo che ci si pone ora è: che sia l'ultimo anno nel nome di Borsellino, per i mal di pancia dei parenti del giudice, e che quella del prossimo anno sia dedicata, magari, proprio a Nodari o a Gasparri?

venerdì 6 novembre 2009

Io (intanto) do fiducia a Massimo Ciancimino

Che quello che dice Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, debba essere verificato non una ma cento volte, questo è dovere e lavoro dei magistrati con cui sta collaborando. Che la prudenza debba accompagnare ogni sua dichiarazione, è un imperativo. Ieri, il figlio del braccio politico corleonese, ha confermato che a tradire Salvatore Riina fu Bernardo Provenzano per prendere il controllo di cosa nostra e per trattare l'inabissamento della mafia con lo Stato. Secondo Ciancimino, il capitano dei Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo con la speranza che don Vito fornisse elementi per catturare Riina. Pare che poi Ciancimino senior tramite il figlio la fece avere a Provenzano, che la restituì con alcuni punti segnati e uno di questi era proprio Villa Bernini. Una verità, sospettata da molti e da anni, che dimostrerebbe come l'arresto del capo dei capi in realtà sia stata poco più di una messa in scena dei Ros poi spacciata come brillante cattura. Per fortuna oggi, più che l'arresto, è passata alla storia la seguente e sconvolgente mancata perquisizione del covo del boss, del tutto idonea all'idea di do ut des: noi vi diamo Riina, voi mollate la presa. Leggere però oggi le dichiarazioni del colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio, mi lascia abbastanza perplesso e mi fa sorridere: "Ciancimino è uno dei tanti servi di Riina. Infatti è chiaramente falso che Riina sia stato arrestato in seguito alle dichiarazioni di Bernardo Provenzano. Ma la cosa più grave è che ci sia qualcuno all'interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina. Questo significa evidentemente che i servi di Riina sono anche all'interno delle Istituzioni e certamente non sono il generale Mori e il capitano De Donno: forse sono gli stessi che hanno isolato e delegittimato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino". Specifico subito, onde evitare confusione, che se proprio vogliamo dirlo, ad essere indagato per favoreggiamento alla mafia non fu Massimo Ciancimino, ma lo stesso Capitano Ultimo, seppur poi assolto non perchè innocente ma perchè perché "il fatto non costituisce reato". E dico pure che parlare di "servo" potrebbe essere controproducente. Non è stato Massimo Ciancimino ad obbedire e a condividere un ordine scellerato e senza senso per qualunque investigatore, ossia non perquisire la residenza di chi hai appena arrestato: se ti fermano con qualche grammo di droga, prima che tu possa respirare le forze dell'ordine stanno già prequisendo casa tua. Nel caso dell'arresto del capo assoluto di cosa nostra questo non valse. E allora addio documenti, impronte ed elementi fondamentali per le indagini. Se un servo c'è stato, io guarderei altrove. Basterebbe o sarebbe bastato che De Caprio si fosse ricordato del grande carabiniere che fu e che probabilmente è, del cacciatore di mafiosi che tutti riconoscono come uno dei migliori; sarebbe bastato dire semplicemente di aver eseguito degli ordini incomprensibili e osceni. Non farne virtù, non cercare di convincere l'Italia che così doveva essere. Una dichiarazione, quella di oggi, che gli ha fruttato una querela sporta in giornata dal figlio di Ciancimino, affinchè non passi la logica che siccome lui è figlio di un mafioso, ognuno può dire quello che vuole. Grazie a lui oggi molte cose sono più chiare e molte altre lo saranno a breve, e le mie mani si stanno sfregando da tempo. Sempre con il beneficio del dubbio, sia chiaro. In ultimo mi chiedo se i "servi all'interno delle istituzioni che ascoltano Ciancimino", di cui parla De Caprio, siano proprio Di Matteo e Ingroia. E' a loro che Ultimo si riferisce quando dice che avrebbero delegittimato ed isolato Falcone e Borsellino? Se è così saremmo curiosi di conoscenre nomi e cognomi: un uomo dell'Arma non dovrebbe parlare con mezze parole, non dovrebbe fare il corvo, ma essere coerente e affermare fino in fondo quel che pensa o quel che sa. Sennò rischia che le parole rivolte a Ciancimino gli si spalmino addosso.

mercoledì 4 novembre 2009

Premio Borsellino, analisi n.2: Gasparri si becca la querela

Quello raffigurato accanto è Maurizio Gasparri, presidente al Senato del gruppo Pdl. No, non è Neri Marcorè e la foto non è stata ritoccata. E' proprio così, anzi, pare che sia venuto abbastanza bene. Quest'uomo, o quello che ne resta, ha avuto l'ardire, lo scorso 2 novembre di affermare, con l'educazione che contraddistingue galantuomini come lui, ad una ragazza, Lea Del Greco, che gentilmente gli chiedeva di accettare le dieci domande che gli poneva il Popolo delle Agende Rosse, quanto segue: "Salvatore Borsellino era disistimato dal fratello, lei non lo sa perchè è giovane". Un attimo prima, la sua guardia del corpo, dipendente del sottoscritto e di voi altri che leggete, aveva democraticamente accartocciato il volantino. Una dichiarazione vergognosa e infamante, che solo da bocche di rosa quali quella di Gasparri poteva uscire. Salvatore Borsellino, con tranquillità e forza d'animo invidiabile, ha raccolto articoli e video e ha dato mandato al suo legale, Fabio Repici, di sporgere una querela nei confronti di Marcorè, o di Gasparri, si insomma, contro quello vero. Il fratello di Borsellino, che a quanto dicono i parenti aveva con Paolo un rapporto di stima e di affetto straordinario, si è augurato che Gasparri non si avvalga della immunità parlamentare e risponda in aula della blasfemia detta in nome di chi oggi non c'è più e non può mandarlo a zappare i fertili terreni abruzzesi. Non mi risulta che gli organizzatori del Premio Borsellino, travolti emotivamente dall'aggressione a Nodari (che ha dichiarato "l'educazione consiste anche nel capire da che parte si sta quando una persona viene ferita in nome di Paolo Borsellino e quando invece una persona cerca di ricordare l'immagine, le idee e soprattutto il sacrificio di Paolo Borsellino". Ma non avevano urlato "servo dei fascisti"? Che c'entra Borsellino?), abbiano preso le distanze da quanto detto dal diversamente bello senatore Pdl ed espresso solidarietà a Salvatore. Chi invece ha reagito subito è stata Libera Pescara, che ha chiesto che venga rimosso ogni riferimento e ogni logo dell'associazione dall'ambito del premio: "prendiamo le distanze dall’atteggiamento di chi continua a considerare la lotta alle mafie un pretesto per dare vita a passerelle di personaggi la cui storia personale ed istituzionale non presenta nessun elemento di sostegno alla lotta per la legalità e la trasparenza". E, in ultimo, la clamorosa rinuncia di Gioacchino Genchi a presenziare ad un incontro nell'ambito del premio: "La mia coerenza di uomo e di servitore dello Stato, il rigore che ho sempre imposto a tutte le mie scelte di vita e professionali, oltre alla determinazione con cui ho sempre rifiutato compromessi con chi fa dileggio della Verità, mi impongono di non partecipare ad un evento al quale ha preso parte uno come Gasparri ed a cui avrebbe dovuto presenziare – come ho pure appreso solo ieri – finanche Clemente Mastella". Non c'è che dire: bilancio di tutto rispetto per il premio di quest'anno.

AGGIORNAMENTO DELLE 13: Anche Leoluca Orlando, dopo aver letto la missiva di Gioacchino Genchi, ha deciso di annullare l'incontro a cui doveva partecipare nell'ambito del premio

martedì 3 novembre 2009

Premio Borsellino, analisi n.1: non toccate le Agende Rosse

Questa è la prima delle analisi che farò sul cosiddetto Premio Borsellino e sugli avvenimento che hanno contraddistinto l'edizione del 2009. Voglio partire dalla presunta aggressione subita da Leo Nodari, animatore della kermesse, che sarebbe stato colpito al volto nel parcheggio della Provincia. Se così fosse, la solidarietà sarebbe scontata e doverosa. E infatti leggo la vicinanza espressa da "Ammazzateci Tutti" allo stesso Nodari: "Purtroppo da qualche tempo, anche all'interno di movimenti che dicono di richiamarsi ad ideali e valori di legalita'e giustizia, il clima si e' pesantito e l'animosita' spesso si sta traducendo in aggressivita'ed anarchia. Auspico vivamente - conclude il leader di 'Ammazzateci Tutti' - che questo forme di odio cessino al piu' presto di essere alimentate e che quei soggetti singoli o plurali che non riescono o non vogliono far valere le proprie ragioni secondo le regole della civile contrapposizione sociale e politica possano trovarsi sempre piu' ai margini della societa'". Fermiamoci un attimo. Ma come fa il portavoce dell'associazione ad affermare che gli autori sono interni ai movimenti antimafia? Sa qualcosa che noi non sappiamo o sta attribuendo la responsabilità al Popolo delle Agende Rosse, visto che in quel frangente era l'unico movimento antimafia presente? Io, che molto modestamente di questo mondo qualcosa so, non sono a conoscenza di un clima pesante e animoso che si traduce addirittura in aggressività ed anarchia all'interno delle associazioni antimafia. Altra frase deprecabile, poi, dicono di richiamarsi ai valori della legalità e giustizia. Esiste una patente o solo perchè non si appartiene ad Ammazzateci Tutti vuol dire che non si può richiamarsi alla legalità, amarla, desiderarla e farla propria? Questo è un tema inquietante che sicuramente avrò male interpretato. Conosco uno per uno i ragazzi e le ragazze del Popolo delle Agende Rosse, uno per uno, conosco le loro facce, i loro nomi e i loro cognomi. Li ho visti marciare e urlare e anche sudare sotto il sole cocente, mentre altri erano a casa in un atteggiamento di superficiale ed invidioso boicottaggio. Loro sono il mio Popolo e io ne faccio parte, e, questa volta si, dico a prescindere che non è gente che va in giro a picchiare chi sbaglia a fare gli inviti a manifestazioni nel nome di patrimoni dell'intera umanità, quale Borsellino era ed è, che oggi non possono discostarsene sdegnati. Chi ha aggredito Nodari, qualora le indagini lo accertassero, è semplicemente un imbecille che nulla ha a che fare con chi la mafia la combatte giorno dopo giorno, con inchieste, manifestazioni e forti prese di posizione. Non vorrei che codesta "animosità e pesantezza del clima" provenisse proprio dalla parte di chi l'avverte, secondo l'antico motto di quella gallina che per prima cantò avendo fatto l'uovo. Le aggressioni fanno male, ma le parole a volte distruggono molto di più; suggerirei a tutti di pesare e centellinare virgole e punti, onde evitare errori madornali e figuracce nei contronti delle migliaia di giovani che con le agende in mano stanno cambiando la storia d'Italia, senza divismi e manie di protagonismo.