mercoledì 28 ottobre 2009

Le primarie del Pd e l'emorragia di cui nessuno parla

Complimenti Bersani! Oltre ad essere un noto cantautore ora sei anche segretario Partito Democratico per interposta persona. Scusa il ritardo, ma ho avuto un casino di cose da fare nei giorni successivi al 25 ottobre: ogni sera portare il cane a fare pipì, poi lo jogging, seguire Dottor House il giovedì e comprarmi delle scarpe nuove. Ora posso dedicarmi al Pd, mentre aspetto di fare qualcosa di meglio. Di cosa discutiamo? Della tragicomica corsa alle primarie si è già scritto. Voglio invece parlare di alcuni dati che sono sfuggiti ai più: in questo paese basta dice che una diarrea è un successo che essa tale diventa. I votanti delle ultime primarie, condonando i qudrupli voti e le schede prepagate per favorire l'uno o l'altro, sono stati, secondo fonte Pd, 2.926.971. Su questa cifra si sono basate le orgasmiche dichiarazioni dei tre candidati. "Siamo arrivati alla fine di una giornata fantastica. Una prova di partecipazione oltre tutte le migliori attese. Una prova di vitalità e di coinvolgimento dei nostri elettori" ha detto il trombato, ossia Dario Walter Franceschini. Così invece ha commentato Ignazio Marino: "Oggi è stato un bellissimo giorno con una partecipazione straordinaria di quasi 3 milioni di persone che dimostrano la grande vivacità del Pd". L'alter ego dello skipper nonchè neo segretaio fino al contrordine, Massimo Samuele Pigi Bersani, invece ha celebrato così il 25 ottobre: "Voglio cominciare con l'orgoglio per quanto successo oggi. Tre milioni di persone sono una grande prova di democrazia. Tre milioni di persone che hanno pagato due euro a testa per partecipare alle primarie sono un grande risultato". Ma tre milioni scarsi sono davvero un grande risultato? E' semplice: no! Il 16 ottobre del 2005, alle elezioni primarie per scegliere il leader de L'Unione, e quindi il futuro candidato alla Presidenza del Consiglio, vanno alle urne 4.311.149 elettori, ovvero 1.384.178 in più di quelli che hanno eletto Bersani. Alcuni diranno: ma che c'entra, allora c'erano gli altri partiti e i candidati degli altri partiti. Certo, ma il solo Prodi, eletto con 74,1% dei voti, ne totalizzò 3.182.686, ossia semprementequantunquemente 255.715 in più dei votanti totali del 25 ottobre. Ma entriamo invece nelle primarie ristrette al solo Pd. Il 14 ottobre del 2007 ad eleggere Walter Veltroni primo segretario del Partito Democratico furono 3.554.169 elettori, ovvero 627.198 in più di quelli che hanno incoronato domenica scorsa il capo semicalvo di Bersani. Una emorragia che dal 2005 non si è mai fermata, e che in soli due anni, da una primaria all'altra, ha perso per strada più di seicento mila elettori. Ma di questo i dirigenti non si preoccupano? Più che della fuoriuscita di Rutelli, Binetti e altri suppellettili, che al massimo faranno recuperare consensi al Pd come dice bene Travaglio, non si chiedono dove siano finiti i loro elettori? Eh no, questo è il Pd bellezza!

martedì 27 ottobre 2009

Sulla quarta di copertina di Fratelli di Sangue

Grazie alla segnalazione del carissimo amico Antonio Nicaso ho notato con piacere che uno stralcio della mia recensione di "Fratelli di Sangue", l'importante volume sulla 'ndrangheta che Antonio ha scritto con il magistrato Nicola Gratteri, è stato utilizzato sulla quarta di copertina dell'edizione spagnola, "Hermanos de sangre", edito da Random House - Mondadori. Per ingrandire basta cliccare sull'immagine.

martedì 20 ottobre 2009

Procuratore Grasso, mi spieghi un attimo un paio di cose

Dunque della trattativa sapevano cani e porci. Da «Ninu Ballerinu», il dio del pane con la milza a Palermo, al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Noi invece eravamo presi quotidianamente per il culo. Guardati con ironia dall'alto dei palazzi di Palermo e di Roma. Morto Falcone, l'ex comandante del Ros Mario Mori, l'allora capitano Giuseppe De Donno, Nicola Mancino e gli altri galantuomini che trattavano con la mafia, mentre la gente al funerale del loro giudice piangeva la morte del proprio futuro, loro ridevano sotto i baffi, loro mediavano, loro contattavano, loro corteggiavano. Loro trattavano e tramavano, e se la vita del rompipalle Paolo Borsellino valeva la trattativa, beh, qualche sacrificio bisognava farlo. Salvatore, il fratello, già da qualche anno e quando ancora non lo pensava nessuno, diceva che Paolo Borsellino era stato ucciso per essersi messo di traverso alla trattativa. La chiamava sporca ed indegna trattativa, cui il fratello si era sicuramente opposto con sdegno. Il dolore di un fratello pensavano molti. Gente a lui vicina e meno vicina, pare che avesse messo in giro addirittura la voce che fosse quasi pazzo, accecato dalla rabbia e dal dolore. Poi per fortuna arriva uno molto più credibile di lui, come il figlio di un mafioso. Ora per fortuna, messi in croce dal figlio mediocre di Vito Ciancimino, Massimo, i protagonisti, smascherati, provano farla passare come una trattativa dovuta, come un qualcosa di normale. Dopo 17 anni riacquistano la memoria Mario Mori, Giuseppe De Donno, Claudio Martelli, Liliana Ferraro, Luciano Violante. Mancino, messo ormai con le spalle al muro, pare che qualche barlume intraveda. E in ultimo arriva uno qualunque, un procuratore nazionale antimafia a caso, Pietro Grasso, che in tutta tranquillità, 17 anni dopo, spiega: «il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone: questi contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili. Il problema - continua - è di non riconoscere a Cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo Stato, ma non c'è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative che poi ha creato ulteriori conseguenze». Ma quindi lui sapeva prima, durante e dopo di questi abboccamenti, e gli stavano bene, o li ha saputi solo dopo e ha deciso di tenerli per sè? Ma non era lui che raccontava ai bambini di non essere omertosi? Mi pare che le sue parole, concettualmente, vogliano dire: un sacrificio bisognava pure farlo. Grasso, lei era in uno stato psicofisico alterato quando ha pronunciato queste parole, o le conferma? E perchè quando è venuto a conoscenza della trattativa non ha rovesciato il tavolo denunciando tutto e tutti quelli che stavano trattando con il corpo di Falcone sotto al tavolo e con quello di Borsellino sopra, pronto per essere spartito in virtù della pax? E' legittimo dire che la vita di Paolo Borsellino fu barattata per la pax mafiosa? E' legittimo dire che Paolo Borsellino fu merce di scambio? E se non ci fosse stato Massimo Ciancimino, ormai ribattezzato «fosforo», chi avrebbe potuto smuovere le memorie di voi smemorati? E poi, Grasso, mi tolga una grossa curiosità: perchè fatto fuori Giancarlo Caselli dalla carica di super procuratore nazionale antimafia, addirittura con una legge, la scelta è ricaduta su di lei? Era più bello, più simpatico o più moderato? Ma questo glielo chiedo così, per fare amicizia, per ridarle il benvenuto nel mondo di quelli con la memoria funzionante. Ah, prima che lo dimentichi. Voi tutti, si, insomma, voi smemorati, a parte dimettervi immediatamente da qualsiasi ruolo istituzionale, preparate una letterina alle famiglie dei giudici, a quelle delle scorte, scrivete solo «perdonateci» siamo stati deboli e senza le palle, ma fatelo con molta umiltà, e poi firmatela tutti. Tutti, compresi quelli che pensiamo siano cattivi, come Mori e De Donno, e quelli che invece crediamo siano dei nostri, anche quelli che andavano a parlare del collega Falcone nelle scuole, come Liliana Ferraro, senza mai pensare di dire altre cose in altre sedi.

venerdì 16 ottobre 2009

Dal carcere di Montorio, poesia di un detenuto

Tratto da una pubblicazione dell'associazione "La Fraternità"

L'amore mi manca. In qualsiasi cosa lo cerchi, lo trovi.
Ci sono musiche, sguardi, corpi seminudi in televisione,
ritmi che ricordano l'amore. Mi manca l'amore.
Fare l'amore e poi addormentarsi abbracciati.
Quanti ricordi. Da dieci anni non faccio l'amore.
Da qualche tempo ho studiato persino un marchingegno
per sentire il calore. Dormo vicino al termosifone.
La mattina, ancora pieno di sonno, metto la mano
in questo calorifero, la faccio riscaldare finchè posso e poi
me la porto al petto. Mi accuccio tutto, fino a provare
quella sensazione di essere abbracciato.
Quanto mi manca il corpo di Cinzia.

mercoledì 14 ottobre 2009

La camorra sul Garda per il sindaco di Peschiera è "un caso isolato"

Il 5 ottobre scorso il Gip di Verona, su richiesta del pubblico ministero Marco Zenatelli, emette tre ordinanze di custodia cautelare per usura ed estorsione sul lago di Garda, nell'ambito di indagini della Dia di Padova sugli affiliati al clan camorristico Licciardi, facente parte dell'alleanza di Secondigliano. Parliamo di mafia e camorra, non di diffamazione e reati di opinione. I tre, Ciro Cardo, Egidio Longo e Salvatore Longo, quest'ultimo latitante da un paio d'anni, per la Procura praticavano in riva al lago attività usurarie ed estorsive ai danni di commercianti del comprensorio del lago di Garda. Oltre agli arresti sono stati sequestrati già due anni fa patrimoni immobiliari per oltre tre milioni di euro. Le accuse ipotizzate dalla Procura sono di usura aggravata, estorsione, lesioni personali gravi, esercizio abusivo dell’attività finanziaria ed impiego di denaro di provenienza illecita. Reati che invocano a gran voce il 416 bis, ossia il reato di associazione mafiosa, che per ragione sconosciute non è stato contestato ai tre; potrebbero essere strategie della procura veronese per non dover rinunciare alle indagini a beneficio della Direzione Distrettuale Antimafia. Cardo, sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno, è il cognato del capoclan Pietro Licciardi, da anni detenuto in regime di 41 bis. A quanto risulta, nessuna autorità pubblica si è complimentata con gli inquirenti e con le forze dell'ordine che hanno effettuato i fermi. Anzi. L'11 ottobre, in un intervista al quotidiano L'Arena, Umberto Chincarini, il sindaco leghista di Peschiera, città di residenza di Cardo, parla di «caso isolato». «Amministro Peschiera da sedici anni e non ho alcuna sensazione che la situazione sia degradata al punto tale da giustificare titoli, come ho letto in questi giorni, come "Le mani sul Garda"». Poi il sindaco, in un misto tra terrore e garantismo, continua: «Sulla vicenda che riguarda un nostro concittadino, premesso che si parla di ipotesi di reato e che dunque siamo ancora lontani da un giudizio, penso che se qualcuno ha sbagliato pagherà. Ma mi sembrano cose che riguardano esclusivamente questo signore o la sua famiglia». Si parla di camorra e il sindaco li reputa fatti che «riguardano questo signore e la sua famiglia», come si si trattasse di violenza domestica o disturbo della quiete pubblica. Poi il pezzo continua: Anche l'ipotesi di riciclaggio di denaro di provenienza illecita attraverso l'edilizia trova il sindaco molto scettico. «Lo sviluppo urbanistico di questo Comune è sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi sedici anni non mi pare ci siano mai state ragioni per pensare a fenomeni criminali in questa attività: e mi sento abbastanza confortato, in questo pensiero», confida il primo cittadino, «dal numero di persone che in questo periodo si sono affiancate a me nella guida del paese. Se anche io mi fossi distratto, qualcun altro se ne sarebbe comunque accorto». Dimentica, perchè solo di dimenticanza si può trattare, del mega scandalo che ha coinvolto proprio il suo Comune, quando i giudici hanno sequestrato per lottizzazione abusiva un maxi villaggio in località San Benedetto: 375 appartamenti. «Il Comune aveva autorizzato una "residenza alberghiera", divisa sì in casette, ma da gestire come un hotel. Invece i presunti furbetti del Garda li hanno venduti come singole villette» racconta Paolo Biondani su L'Espresso. «Non mi risulta ci siano mai stati problemi di questo genere», gli fa eco Paolo Artelio, delegato di Confcommercio di Peschiera. Dove sta il problema? Che da dieci anni si parla di mafia sul Garda, di sequestri di immobili, di consorterie mafiose ormai radicate nell'appetitoso scenario del lago, e al sindaco tutto ciò non risulta. Come racconta il Corriere della Sera, nel 1997 lo Scico, il servizio centrale di investigazione della Finanza, nel rapporto annuale rivela che la criminalità organizzata è sbarcata sul lago di Garda, investendo nell'edilizia, nel commercio e anche tentando la scalata in aziende in dissesto. Criminalità non solo italiana ma anche balcanica e russa. Sul Garda si nascondono superlatitanti, avvengono incontri d'affari torbidi, si ordinano e si eseguono delitti, si investono miliardi sporchi. A garantire la copertura delle maglie della «finanza nera» c'è l'incessante flusso di turisti e capitali con società che nascono, si scompongono, muoiono e risorgono. Ma la mala sul Garda non si esprime solo con la finanza e il turismo: in zona ha trasferito anche le vecchie attività, sempre redditizie, come la droga. Una presenza certa e preoccupante tanto che non un comunista visionario, ma il senatore leghista Massimo Wilde, gardesano, chiede di «costituire un ufficio antimafia al Nord e aumentare l'organico delle forze dell'ordine. La riviera del Garda è costellata da oltre 1100 alberghi, centinaia di residence e villaggi turistici, nei quali si nascondono bande di slavi e albanesi e latitanti». Nel 2005 parte un indagine che si chiama, sicuramente per sbaglio degli inquirenti, «Mafia sul lago», che porta due anni dopo al sequestro di beni per oltre 30 milioni di euro che colpisce calabresi, siciliani e i campani del clan «I Pastori» di Afragola, tutti domiciliati nella zona del Lago di Garda. Il sindaco Chincarini dov'era? Era distratto? Tra i beni ci sono la discoteca Backstage, nata dalla ceneri del Biblò di Desenzano e il night club Lamù (ex Vanity) di Lonato. Poco dopo, Vittorio Messori, scrittore cattolico di fama mondiale, si permette di criticare e schierarsi contro la cementificazione selvaggia del lago di Garda che è anche, come dicevamo poco prima, al centro di una serie di sequestri e provvedimenti giudiziari riguardo ad una serie di abusi nella costruzione di hotel. Riceve minacce che per la Questura di Brescia sono «Intimidazioni di stampo mafioso». Il sindaco Chincarini dov'era? Era distratto? Il primo cittadino si limita, quando ancora le manette tintinnano, a «rassicurare», assieme al collega di Castelnuovo, Maurizio Bernardi, paese di cui parla Roberto Saviano in Gomorra («Il clan Licciardi ha dislocato la maggior parte delle proprie attività imprendi­toriali nel settore tessile e com­merciale a Castelnuovo del Garda). Mi ricordano i peggiori politici siciliani degli anni 80, che sostenevano, mentre il sangue scorreva e sporcava Palermo, che la mafia non c'era; il cardinal Ruffini si chiedeva addirittura se «mafia» non fosse la marca di un detersivo. I risultati oggi sono sotto gli occhi di tutto. Come allora, oggi nemmeno a Peschiera c'è traccia di mafia. «Non gli risulta», dice Chincarini. Ecco, questo è il primo e miglior passo per consegnare un intero territorio nelle mani della criminalità organizzata. Anziché schierarsi con le forze dell'ordine e assicurare attenzione e intransigenza, il sindaco dice che quella che hanno appena fermato non è mafia. La domanda è: di cosa si tratta? Saranno felici i suoi concittadini, e sapranno ringraziarlo quando le loro attività falliranno a causa dei soldi sporchi contro cui è impossibile competere. Intanto la mafia a Peschiera non esiste, prendetene nota: lo dice il sindaco.

martedì 13 ottobre 2009

Intervista a Radio Pace

Una mia intervista a Radio Pace, radio cattolica del veronese, al giornalista Lucio Fasoli. Il video è diviso in due parti.

Parte 1

Parte2

lunedì 12 ottobre 2009

Inchiesta su "Coopsette", l'azienda che costruirà l'autodromo del Veneto


Ormai è tutto pronto per la posa del primo mattone del «Motor City» veronese, l’enorme autodromo-centro commerciale- polo scientifico che dovrebbe ospitare anche gli eventi di Formula 1 e della MotoGp: ad alcuni sembra già di vedere nei ristoranti di Vigasio e di Trevenzuolo Valentino Rossi o Louis Hamilton alle prese con risotti al tastasal e salami immersi in calda polenta. Parliamo di una struttura che ha pari solo nella ricchissima terra di Dubai e che sorgerà nella modesta Bassa, con tanto di caselli autostradali dedicati e incremento dei turisti del «milione per cento». Esiste persino un comitato che si batte contro chi non vorrebbe l’autodromo o lo vorrebbe diverso; contro chi magari avrebbe preferito che rimanesse un autodromo e non che, di deroga in deroga, passasse da un opera di 2 milioni di metri quadri ad una che sarà grande più del doppio: 4 milioni e mezzo. Pochi si fanno domande invece su chi sia questa enorme azienda che investirà mille e cinquecento milioni di euro e «porterà turismo, lavoro e benessere» come dicono quelli del «si»; che in ogni caso intascherà 420 mila euro di fondi pubblici divisi tra Regione e comuni interessati. La Coopsette infatti è un colosso delle celebri cooperative «rosse» che ha sede a Castelnuovo di Sotto, in provincia di Reggio Emilia; un’azienda che nel 2007 ha avuto un giro d’affari di 435 milioni di euro e che soprattutto in Liguria ha fatto man bassa degli appalti pubblici. Al timone vi sono Fabrizio Davoli, presidente, Raimondo Montanari, direttore generale e Flavio Ferrari che riveste la carica di vicepresidente. Una impresa forse sconosciuta agli abitanti della Bassa che già sognano “schei” e merchandising ma notissima alle procure di mezza Italia che dagli anni Novanta si sono occupati sia della Coopsette che di alcuni suoi ex dirigenti, firmando per loro diversi ordini di custodia cautelare. Già dal 1993, in pieno periodo Mani Pulite, la Coopsette veniva citata nei rapporti dei collaboratori di giustizia e nelle aule giudiziarie: in quell’anno il pentito Giuseppe Inzaghi, ex consigliere d' amministrazione del Policlinico San Matteo di Pavia invischiato nell’indagine «Mani pulite», viene chiamato a rispondere delle tangenti pagate dalle aziende che sono impegnate nella ristrutturazione del policlinico di Pavia; tra queste c’è proprio l’impresa di Castelnuovo di Sotto. Il 27 maggio dello stesso anno invece a Genova Donato Fontanesi, allora presidente di Coopsette, viene iscritto nel registro degli indagati con il reato di corruzione: per l’accusa ha versato una tangente da 50 milioni di lire al leader del partito socialista ligure, Delio Meoli, che ha ammesso ai giudici di aver incassato la bustarella. Nella stessa inchiesta verrà sentito come persona informata anche Giovanni Panciroli, all’epoca direttore marketing dell’impresa che ritroveremo più avanti. Anno funesto quello di «Tangentopoli» per la Coopsette: a Roma, nell’inchiesta relativa alle tangenti per gli appalti delle Ferrovie dello Stato, vengono emessi ordini di custodia per Eros Musa e Dario Iori, facenti parte della cooperativa emiliana. Ma è proprio in Liguria che Coopsette ha fatto i suoi maggiori e migliori investimenti: nessuno può sapere se questa «affezione» alla Lanterna derivi dai rapporti tra la cooperativa e Claudio Burlando, oggi presidente della regione allora sindaco di Genova, testimoniata da un appunto scritto di suo pugno dal finanziere italo-svizzero Francesco Pacini Battaglia che nella sua agenda aveva collegato con una freccia il cognome del politico con quello della cooperativa Coopsette; una vicenda questa che portò nel 1996 ad un’inchiesta che coinvolse anche il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, poi assolto in pieno dalla accuse e che portò le forze di polizia a perquisire la sede della Coopsette in terra emiliana. Ma è l’anno prima, il 21 gennaio del 1995, che ai piani alti dell’azienda emiliana sentono per la prima volta il sinistro tintinnio delle manette: nell’inchiesta per le celebri tangenti «pentapartitiche» della metropolitana milanese, la Guardia di Finanza arresta Giovanni Panciroli, all’epoca vicedirettore generale e responsabile della divisione costruzioni di Coopsette. L’ipotesi è concorso in corruzione per aggiudicarsi assieme ad altre aziende i lavori da 128 miliardi di lire del metrò. In un blitz di poche settimane prima, sempre all’interno della stessa inchiesta, era finito in carcere un altro funzionario della cooperativa, Roberto Terenziani. In quegli anni sono in tanti a chiedersi come sia possibile che la cooperativa del piccolo centro emiliano riesca ad aggiudicarsi appalti pubblici con tale semplicità: a vincere tutte le gare. Tra questi c’è Michele Perini, imprenditore nel settore dei mobili, che all’epoca dichiarò ai giornali: «a Venezia facemmo un offerta inferiore del 30 per cento rispetto a quella della cooperativa, ma stranamente vinse Coopsette. Noi non eravamo riusciti a conoscere gli elementi che davano punteggio, evidentemente era un capitolato messa appunto per Coopsette. Stesso discorso a Roma: la cooperativa su una gara da 20 miliardi era diciassettisima come prezzo, noi settimi: vinse di nuovo lei». E di fortuna nelle gare d’appalto non è che ne serva poi molta. Sempre nel 1995, da un altro versante del paese giunge alla Coopsette un’altra denuncia per evasione fiscale per decine di miliardi relativi ala costruzione del centro commerciale «Gru» di Grugliasco, nel torinese. Questa volta ad essere colpita è la società Galileo, costituita al 50% da Coopsette e da un altro gruppo. Viene denunciato per falso in bilancio Enrico Banfi, all’epoca presidente della cooperativa. Veneziano è invece il pm Carlo Nordio, che nel 1996 si occupa delle indagini che coinvolgono anche Massimo D’Alema e Achille Occhetto: secondo l’accusa, all’epoca delle Colombiadi genovesi, delle celebrazioni in memoria del navigatore ligure, i due politici avevano segnalato al ministro per i lavori pubblici Giovanni Prandini alcune aziende, tra le quali Coopsette: a raccontarlo è lo stesso ministro. Le prime condanne ai danni dei dirigenti di Coopsette arrivano nel 1997: Giovanni Panciroli viene condannato ad un anno e sei mesi di reclusione per corruzione. «Disgrazie» che giungono fino al 2005, quando viene indagata come persona giuridica la «Milano Logistica Spa» la società partecipata dalla Coopsette. Il suo commercialista, Giuseppe Berghella, allora consulente della cooperativa, ha pagato una tangente da 50mila euro a tre alti dirigenti dell’Agenzia delle Entrate per conciliare con 494 mila euro un debito che andava oltre 3 milioni di euro. La consegna della busta con il denaro viene addirittura ripreso dalle telecamere della polizia. In una intercettazione gli investigatori ascoltano Panciroli che festeggia con il commercialista per l’esito dell’«accordo»: «I 4 e 94 stavamo nell' area del nostro budget...è la restante parte quella che non funziona». Ma il commercialista, ridendo, ribadisce di non avere altri margini di manovra con i funzionari: «Dottore, io non...io gliel' ho detto vis a vis quello che le dovevo dire...quindi non posso farle...non posso venirle incontro assolutamente da quel punto di vista». Berghella non poteva fare altro che ammettere le proprie colpe e patteggiare una pena di un anno e 6 mesi. Ma a finire sotto l’occhio del ciclone sono anche i rapporti con alcune aziende fornitrici della Coopsette in Liguria, tra le quali figurano quelle chiacchieratissime della famiglia Mamone, ritenuta dalla Dia legata alla cosca ‘ndranghetista Mamoliti di Oppido Mamertina. Gli stessi Mamone sono attualmente indagati dalla procura di Genova per appalti e corruzione e voto di scambio con le cosche della 'ndrangheta. Quando Roberto Galullo lo scrisse sul Sole24Ore il presidente di Coopsette, Fabrizio Davoli, non si preoccupò se i legami con la mafia fossero veri: si limitò a dire: «nello scegliere i propri fornitori l’azienda rispetta la legge».

giovedì 8 ottobre 2009

Bocciato il lodo, bocciato chi lo aveva firmato?

Rimanere composti di fronte alla bocciatura del Lodo Alfano è impresa difficile. Ho sentito gente esultare in tutte le lingue: i miei vicini cingalesi ordinavano al premier di farsi processare in puro dialetto veronese e il mio vicino veronese chiederglielo invece in uno dei dialetti cingalesi. In verità vi dico che temevo il peggio, e se il peggio fosse arrivato oggi saremmo tranquillamente qui, allo stesso posto, a commentare un'altra porcata, che sarebbe stata, appunto, soltanto "un'altra", l'ennesima. Io, appresa la notizia, a dir la verità mi sono limitato ad un bel "vaffanculo", ma generico e senza destinatari. Un vaffanculo pieno di gioia e tensione scaricata. Ho pensato all'arroganza di Ghedini, Pecorella e di tutti gli altri cortigiani, lasciati con un palmo di naso quando pensavano di aver risolto tutto con una vergognosa cena costituzionale, che rivista oggi dovrebbe essere dipinta da Leonardo, che non risulta essere parente dell'allenatore del Milan. Ho pensato a L'ui, certo, ho pensato alla bile che gli colorava i capelli e al fegato già pronto ai nuovi giudici di Milano, che ora lo attendono a braccia aperte per raccontargli di come i vecchi colleghi hanno condannato l'avvocato Mills. Ma un pensiero l'ho riservato all'altro grande bocciato di ieri, un bocciato anonimo, salvato dalle accuse di Berlusconi: Giorgio Lexotan Napolitano. La Corte Costituzionale che ha dichiarato illeggittimo il lodo ha anche sconfessato una legge che per lui era andata bene al primo colpo. Ad essere stracciato è stato un provvedimento che in calce aveva la sua firma convinta, decisa e orgogliosa. Per salvarlo, Berlusconi ha dovuto attaccarlo. Così tutti attorno a Napolitano, che in un settimana si è caricato sulla coscienza uno scudo fiscale che riporterà in Italia i soldi della mafia in vista di Expò e investimenti vari, e una bocciatura di un provvedimento che lui aveva evidentemente giudicato legittimo: da qualunque parte stia, certo non è la mia. Se fossi neli panni del premier, tra tracce biologiche e cerone, in questo momento, invece di pensare ai comunisti, ai "forza Berlusconi" e agli "andremo avanti", inizierei a pensare al futuro prossima, ossia al problema del sovraffollamento delle carceri...

mercoledì 7 ottobre 2009

Il Coisp reagisce ma non legge

A BENNY CALASANZIO
Responsabile del blog

Abbiamo avuto notizia di un suo articolo intitolato “Galan e le due conferenze antimafia da 20 mila euro”, pubblicato a sua firma in data 1 ottobre 2009 sul blog visibile all’indirizzo
http://bennycalasanzio.blogspot.com/. L’articolo pubblicato riporta il fatto che il Sindacato di Polizia COISP avrebbe ricevuto un finanziamento di 20.000 euro per l’organizzazione dei due convegni “Mafia: La legalità vince” svoltisi a Padova ed a Vicenza rispettivamente il 28 febbraio ed il 4 aprile 2009. Si accosta quindi il finanziamento di dette manifestazioni con la presenza di Marcello Dell’Utri al matrimonio del Governatore del Veneto Giancarlo Galan, eseguendo un azzardato ed improbabile sottinteso malevolo collegamento tra chi combatte e contrasta la mafia per scelta e per giuramento, i poliziotti del COISP e l’appartenenza politica del Governatore Galan, quasi facendo credere che i soldi li abbia spesi di tasca propria e non con atti deliberati, unitamente a tanti altri, da un legittimo organismo politico collegiale. Per dovere di cronaca, che dovrebbe essere il primo pensiero ed interesse di ogni giornalista, si specifica che gli incontri erano stati organizzati dalla Struttura Regionale del COISP del Veneto, la quale ha chiesto ed ottenuto i finanziamenti. Le affermazioni relative ai “buoni uffici" del Segretario Generale Franco Maccari sono false, non verificate e fuorvianti per il lettore, per cui devono essere provate o rettificate con analogo mezzo e pari risalto. Troviamo scandaloso e francamente segno di disinformazione preoccupante per un giornalista, l’aver dimenticato la posizione espressa, per primo dal COISP, contro l’attuale Governo con le pubbliche manifestazioni intitolate “Ci hanno pugnalato alle spalle” che sono state effettuate in tutta Italia sin dall’estate scorsa. Per quanto riguarda le spese per l’organizzazione di questi convegni, la invitiamo a cercare con maggiore attenzione e potrà trovare la congruità dei costi ben documentate. Se dovesse avere bisogno di ulteriori conferme la invitiamo a visitare il sito internet www.coisp.it alla sezione “Memory Day Per Ricordare” o direttamente il sito www.perricordare.org: potrebbe capire molte cose sull’impegno profuso da un Sindacato di Polizia di “ottomila iscritti” per diffondere la cultura della legalità, che prosegue ininterrottamente, in modi e forme diverse, dal 1993. Questo accade nella terra che ha visto un tale di nome Felice Maniero imperversare per decenni. Se dovesse ignorare l’esistenza di tale criminale, siamo certi che il suo referente Guidotto saprà illuminarla al riguardo, grazie alla sua carica di presidente, consulente ecc.. Appare evidente che l’intero articolo è condizionato da una visione politica che piega la realtà dei fatti, un’iniziativa volta a diffondere la cultura della legalità, ad una interpretazione capziosa, inutile e fuorviante. Denigrante del lavoro di decina di volontari appartenenti alla Polizia di Stato ed iscritti al Sindacato di Polizia COISP. La diffidiamo a proseguire in questo atteggiamento che, dati i modi ed i metodi, appare molto più vicino a quello che dice di voler combattere che rispettoso della memoria del cognome Borsellino che riporta nel sito internet del suo blog. Saluti.
La Segreteria Nazionale del Coisp
Da dove cominciare? Dal fatto che solo ed unicamente la Segreteria Nazionale del Coisp ha visto riferimenti tra il loro sindacato e Dell'Utri? "...esattamente due mesi e due giorni dopo la conferenza di Bassano, si sposa con Sandra: loro testimone, oltre a Silvio Berlusconi, è Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e in attesa della sentenza d’appello". Riferimenti al Coisp o a qualche loro parente? La frase era riferita a Galan, a meno che il rapporto non sia così fraterno da sentire proprie questi fatti. Sull'impegno antimafia del Coisp nessuno può e deve avere dubbi, come nemmeno io ne ho, ma sulla capacità di lettura e analisi dei testi, beh, qualche dubbio è lecito. Come quando si parla di Maniero, e mi si chiede se per caso io ne ignori l'esistenza: nel testo il mafioso era citato, e anche qui, bastava leggere. Sull'amicizia del segretario Maccari e gli esponenti di An, accetto la rettifica anche se un'amicizia non è certo reato, e sarebbe imbarazzante negarla qualora fosse vera, come le mie fonti mi dicono. Sulla mia faziosità politica, fate pure, certo non minaccerò diffide e querele; inquietante risulta invece che voi mi diffidiate non a fare una determinata cosa, ma semplicemente a proseguire su questa linea: ecco, sono io a diffidarvi dal parlare in questo modo con me, che suona più come minaccia che come consiglio. E sul mio impegno antimafia, beh su quello non aggiungo nemmeno una lettera. Cordialmente, Benny

martedì 6 ottobre 2009

Galan e le due conferenze antimafia da 20 mila euro

Se in Veneto c’è la mafia, certo non se la passa bene, a giudicare dagli sforzi economici sostenuti dalla Regione per promuovere iniziative contro la criminalità organizzata. Roba da veri pasdaran dell’antimafia in una regione amministrata dal fedelissimo di Silvio Berlusconi, Giancarlo Galan, che di azzurro ha pure il sangue. Nel Bollettino Ufficiale della Regione Veneto n. 21 del 10 marzo 2009 si può trovare infatti la deliberazione della Giunta regionale n. 360 del 17 febbraio del 2009 che «concede al Coisp, Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia, un contributo di 20 mila euro per far fronte alle spese connesse all’organizzazione di n. 2 Convegni dal titolo “Mafia: la legalità vince”, da realizzare entro la primavera del 2009 a Padova e a Vicenza». La delibera prevede una «liquidazione della somma in un’unica soluzione a saldo, a seguito di presentazione di idonea rendicontazione entro il 2009». Diecimila euro per ogni incontro sono una cifra difficile da spendere per l’organizzazione, se si pensa che le spese riguardano in linea di massima la promozione, i rimborsi spese per i relatori e l’affitto di luoghi e mezzi tecnici. I due incontri «dorati» poi effettivamente vengono realizzati, uno il 28 febbraio 2009 presso Auditorium dell’Istituto d’Arte Modigliani a Padova, presenti Giuseppe Caruso, questore di Roma, già di Palermo, Pina Maisano, vedova di Libero Grassi e Franco Maccari, segretario generale del Coisp e l’altro il 4 aprile del 2009 a Bassano del Grappa, Teatro Astra. Poco importa che proprio Giancarlo Galan, il presidente della Regione in piena lotta con la Lega per la ricandidatura e finanziatore tramite la Regione delle costosissime conferenze, il 6 giugno del 2009, esattamente due mesi e due giorni dopo la conferenza di Bassano, si sposa con Sandra: loro testimone, oltre a Silvio Berlusconi, è Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e in attesa della sentenza d’appello. Una faccenda da giani bifronte o da dissociazione psichica? Il problema rimane la cifra stanziata per le conferenze, molto probabilmente favorita dai buoni uffici del segretario generale Franco Maccari presso Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri e Filippo Ascierto, tutti colonnelli di An, partito cui il segretario è molto vicino. Un finanziamento obiettivamente congruo per un sindacato che raccoglie poco più di ottomila iscritti, rispetto al Siulp, per esempio, che ne conta quasi 32 mila. Una reazione indignata per la cifra «astronomica» deliberata per le due conferenze arriva da Vincenzo Guidotto, consulente della Commissione parlamentare Antimafia nelle due passate legislature, già membro del Tavolo Interdirezionale del Comitato Nazionale Scuola e Legalità del Ministero della Pubblica Istruzione e presidente dell’ Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso, che ci confida la sua sorpresa: «Ventimila euro? Ma di cosa si tratta? Di convegni internazionali? Circa vent’anni fa presentai al Presidente del Consiglio Regionale Veneto, Francesco Guidolin, la richiesta di patrocinio, ma senza chiedere soldi, per un convegno destinato a rappresentanze di studenti di tutte le province del Veneto. L’Ufficio di Presidenza, invece, secondo la prassi seguita, aggiunse al patrocinio un finanziamento: tre milioni di vecchie lire. Mi sembrò un importo esagerato per una sola manifestazione e rilanciai: con questa cifra ne organizzo tre. Altri tempi, altre concezioni di altri politici. La mia parsimonia, invece, non è cambiata. Sono tirchio per natura, figuriamoci con la gestione di soldi pubblici. Nel 2000 ottenni infatti dalla Prefettura di Venezia un contributo di 12 milioni di lire, soldi confiscati a Felice Maniero, per la stessa finalità: realizzai ben 15 conferenze tenute da magistrati, studiosi, parenti di vittime della mafia e un regista di fama mondiale».

domenica 4 ottobre 2009

Vi spiego perchè il Presidente della Repubblica è un vile


"Non firmare non significa niente". Così ha risposto ieri Giorgio Napolitano ad un cittadino che cortesemente e forse con eccessiva gentilezza lo supplicava di non firmare lo scudo mafioso. Non firmare in realtà vuol dire molto, vuol dire moltissimo, o meglio, avrebbe voluto dire moltissimo. Vuol dire che, per quanto in suo potere, il Presidente della Repubblica avrebbe fermato, almeno per il momento, una delle più grandi schifezze del Governo, ossia uno scudo fiscale che permetterà ai vari Iovine, Zagaria, Messina Denaro e agli altri capi mafia di far rientrare in Italia i soldi che avevano prudentemente spedito altrove, convinti che qualcuno avrebbe potuto perseguirli; nemmeno loro potevano pensare che in Italia si potesse arrivare a tanto. Napolitano avrebbe potuto dissociarsi, dire che questa legge è un favore alle mafie e alle criminalità e dire, ad alta voce "Io non ci sto". E invece ha voluto seguire il motto che lo ha sempre contraddistinto, ossia "chi striscia non inciampa", e ha firmato di sabato, in fretta e furia, una vergogna di cui deve rispondere anche lui adesso alla pari del Governo che l'ha proposta. La parte seconda della Costituzione, nell'ordinamento della Repubblica, all'articolo 74 spiega una cosa diversa dalla bugia raccontata al cittadino: Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge questa deve essere promulgata. Poteva dare uno schiaffo al Governo, poteva rimandare indietro una vergogna, un pizzo richiesto alle mafie per finanziare la manovra finanziaria. E invece non lo ha fatto, e questo è un fatto che può e deve essere criticato, anche aspramente. Poteva rimandarlo indietro e non lo ha fatto; e quando qualcuno pur non condividendo qualcosa la accetta e la legittima, quella si chiama viltà; proprio per questo, in termini, non sbaglia Di Pietro quando parla di
viltà e abdicazione. E a riprova che le parole di Di Pietro sono più che condivisibili, ecco le reazioni del Pd, che dopo le assenze/connivenze ha ancora il coraggio di fiatare: "L’atteggiamento del Quirinale è ineccepibile" ha detto Franceschini; "Di Pietro che fa della legalità la sua bandiera dovrebbe rispettare le istituzioni democratiche" ha sibilato Massimo D’Alema; "si tratta di un attacco inaccettabile" ha dichiarato Pierluigi Bersani dopo aver chiesto il permesso a D'Alema; "Mai più alleanze con l’Italia dei valori", Vannino Chi? ti, per terminare il nostro defilee dell'ipocrisia con il "si sta passando il segno nei toni delle parole e nel merito" della trasparente e fumante Anna Finocchiaro.

venerdì 2 ottobre 2009

Scudo fiscale, era meglio un prestito dalla mafia

Vignetta di Domenico Rotino

Adesso che lo scudo fiscale è stato approvato alla Camera con 270 sì, 250 no e 2 astenuti, possiamo fare una semplice riflessione tra amici; prima non era possibile perché il rischio che l'abaco umano Giulio Tremonti mi copiasse l’idea era forte e reale. Per la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate ci sarebbero all’estero circa 300 miliardi di euro; cifre tratte da una stima fatta dalla Associazione Italiana dei Private Bankers. Dei 300 miliardi di euro di tesori italiani oltre confine, 125 miliardi si troverebbero in Svizzera e 86 in Lussemburgo. Chiaramente nessuno sarà in grado di distinguere tra i miliardi che rientreranno accolti dal comitato di benvenuto, quelli frutto di "semplici" speculazioni e truffe e quelli invece sporchi di sangue e droga provenienti dalle mafie. Pagando un pizzo del 5% sul totale dei capitali esportati all'estero, il Governo ha escluso “la punibilità penale per dichiarazioni fraudolente mediante l'uso di fatture o di altri documenti, per omessa dichiarazione, occultamento o distruzione di documenti contabili, false comunicazioni sociali in danno delle società, dei soci e dei creditori, falsità in registri e notificazioni e falsità in scritture private". Traducendo per chi non ha dimestichezza con il linguaggio criminale: non mi interessa chi sei, come hai fatto soldi, se hai ammazzato o truffato; siccome non so come sostenere la manovra finanziaria, mi serve il tuo piccolo obolo. In cambio ti offro omertà, ricchezza e impunità; la presidenza del consiglio per adesso no. Di fronte a tutto questo, viene spontanea una domanda: non potevamo chiedere un prestito a cosa nostra, ‘ndragheta, camorra e sacra corona unita? Di quanto avevamo bisogno? Quattro miliardi? Solo quattro miliardi? Perfetto, un miliardo ad associazione mafiosa. Con un interesse amichevole del 5%, in virtù delle volte che lo Stato ha salvato i suoi boss, la mafia avrebbe “prestato” il denaro necessario alla manovra finanziaria. In questo modo si sarebbe evitato che i capitali accumulati illegalmente che rientreranno candidi e vergini arrivino ad inquinare il mercato italiano già in ginocchio, fornendo denaro liquido contro cui nessuno è in grado di concorrere. Cosa nostra non nega una mano a nessuno. Infatti, dagli ambienti economici delle mafie, una volta letta la mia proposta, si è registrata un'adesione compatta e convinta: “Tanto abbiamo altri capitoli aperti. Una mano non si nega a nessuno, soprattutto ai colleghi e ai vecchi amici del Governo”. Se avessi svelato prima il mio “scudo mafioso”, quel birbante di Tremonti avrebbe saccheggiato la mia creatività senza nemmeno citarmi tra i ringraziamenti. E pare, ma questo non ha conferme, che il Pd voglia usare la mia proposta come emendamento: nessuno ha ancora avuto il coraggio di dir loro che lo scudo è ormai legge e Napolitano non vede l'ora di firmarlo: pare lo stiano trattenendo con le catene e che abbia già da stamattina cinque penne in mano e una in bocca, per essere certo di non toppare.

Sottotitolo alla pagina 999 per i dirigenti del Pd: sto scherzando, non è vero, è una burla, è un gioco, non sono serio, non credetemi, si fa per divertirsi.