venerdì 25 settembre 2009

Dell'Utri annullato ad Isola della Scala, 1-0


Non so come scriverlo perché non sono abituato alle vittorie. Certo, mi sono sempre esposto, sempre messo in mezzo ai più grandi scandali locali e non, ma di bandiere bianche avversarie non ne avevo mai viste. La storia è nota, la fine inimmaginabile. Tutto comincia quando Marcello Dell’Utri viene invitato alla Fiera del Riso di Isola della Scala (VR) per presentare i suoi diari-bigiotteria di Benito Mussolini. Prima ancora che nascesse il polverone, avevo scritto una lettera al presidente della Provincia di Verona, Giovanni Miozzi, che è anche sindaco di Isola, e per conoscenza all’Ente Fiera, che ha come socio unico proprio il Comune. Tra le altre cose, avevo scritto: le chiedo, in virtù della mia buona fede, del mio disinteresse e della fiducia che ho in lei, di annullare l’evento con Marcello Dell’Utri e sostituirlo con la presentazione di un volume sull’antimafia, che i visitatori gradiranno senz’altro di più. Glielo chiedo nel nome di chi oggi non c’è più per aver combattuto quella mafia che Dell’Utri, stando alle sentenze, ha favorito. Da quel giorno altre persone hanno intasato la casella mail di Miozzi con una lettera standard e hanno creato un gruppo su Facebook che ha raggiunto più di 450 iscritti che promettevano manifestazioni di protesta e contestazioni che avrebbero turbato la tranquillissima fiera ormai evento importantissimo in provincia. Ebbene ieri l’Ente Fiera ha deciso di annullare l’evento a causa delle proteste per la presenza del condannato per concorso esterno. Una vittoria straordinaria che non so quanti precedenti abbia. Dell’Utri non ha potuto contaminare Isola della Scala perché la gente non ha voluto, nonostante dai cosiddetti partiti d’opposizione non sia levato nemmeno un accenno di protesta; non puoi, tu bue, dare del cornuto all’asino. Io non so che peso abbia avuto la mia lettera e le nostre lettere e non mi importa. Ma il risultato, ossia la sconfitta senza appello di Dell’Utri a causa di una insurrezione popolare, è un primo esaltante punto di partenza perché al nord si capisca che la gente non tollererà appuntamenti e incontri con persone colluse con la mafia. Scriverò una mail al senatore Dell’Utri, e nel testo ci sarà scritto soltanto: «1-0».

domenica 20 settembre 2009

La mia lettera al sindaco di Isola della Scala: "Cancelli l'evento con Dell'Utri"

Avevo deciso di tenere riservata questa lettera al sindaco di Isola della Scala, paese che ospiterà Dell'Utri, fino a quando il sindaco non mi avesse risposto. Ho spedito ai suoi indirizzi la missiva il 15 settembre. Ad oggi nessun cenno, e a questo punto credo che non ne riceverò.

Al Sindaco di Isola della Scala,

Geom. Giovanni Miozzi

e.p.c. all’Ente Fiera Isola della Scala

Oggetto: Marcello Dell’Utri ad Isola della Scala

Gentile Sindaco, da gennaio vivo a Verona e ciò vuol dire che oltre ad essere il primo cittadino della deliziosa cittadina del riso, lei è anche il mio presidente della Provincia. Vivo a Verona dopo aver vissuto tre anni a Padova per terminare i miei studi; lì ero arrivato dopo aver lasciato la Sicilia, pieno di rancore e di speranza che il puzzo del compromesso morale che ammorba l’aria della bellissima isola rimanesse lontano. Nel 1992 cosa nostra ammazzò prima mio zio Paolo Borsellino, omonimo del giudice, e poi mio nonno, Giuseppe Borsellino, colpevoli di non aver ceduto la loro azienda di calcestruzzi ai clan di Lucca Sicula, paesino sperduto nella provincia di Agrigento. Lentamente ho capito che era giusto condividere la mia esperienza e quella della mia famiglia con il resto dell’Italia, e da anni uso ormai tutti i giorni liberi dal mio lavoro di cronista per parlare alla gente, agli italiani, nel corso di conferenze ed incontri con associazioni e scuole: mettere a contatto una testimonianza diretta spiega cosa sia la mafia meglio di dieci fiction e di tanta filosofia retorica. Lei può bene immaginare quale sia il mio stato d’animo quando vedo nella politica, nelle istituzioni, uomini con le mani sporche del sangue della mia famiglia; chiunque, cosciente o no, si sia reso disponibile ad “abboccamenti” con cosa nostra, per me ha le stesse identiche colpe di chi nel 1992 ha premuto per due volte il grilletto mandando in frantumi la mia famiglia. Per colpa dei traditori dello Stato nel 1992 l’Italia intera ha perso anche due magistrati come Falcone e Borsellino. Amo Verona e amo Isola della Scala, e mentirei dicendo che durante la fiera del riso bado alla mia linea astenendomi dall’assaggiare tutti i tipi di risotti. E’ un evento che ormai ha risonanza nazionale, e questo è sicuramente merito degli amministratori che negli anni si sono succeduti. Quest’anno ho letto dalla stampa che tra i tanti eventi è in calendario, il 29 settembre alle 21 è prevista anche una conferenza con ospite Marcello Dell’Utri, senatore del Pdl, che presenterà i diari inediti di Benito Mussolini. Ho letto le reazioni del politici locali indignati per la presenza di quei documenti, che si chiedevano se fosse la fiera del riso o del fascio. Il problema non è quello. Il problema non sono i diari di Mussolini, che tra l’altro per lo storico del fascismo Emilio Gentile e per il presidente dei grafologi italiani, Roberto Travaglino, sono palesemente falsi, ma lo stesso Dell’Utri. Nessuno ha pronunciato la parola mafia, nessuno ha protestato per la presenza del senatore del Pdl che ha sul groppone oltre ai due anni e tre mesi di reclusione per false fatture e frode fiscale, oltre alla condanna a due anni per estorsione aggravata assieme al boss Vincenzo Virga poi annullata con rinvio, una pesantissima condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Scrivono i giudici che «La pluralità dell'attività posta in essere da Dell'Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra». C’è la luna e tutti indicano il dito, accecati dall’ideologia e dalla polemica politica. Per me, che so bene cosa sia la mafia e che effetti abbia sulla vita di una famiglia onesta, è un oltraggio che Marcello Dell’Utri venga ad inquinare un evento storico che attira centinaia di migliaia di visitatori. Le chiedo, pertanto, in virtù della mia buona fede, del mio disinteresse e della fiducia che ho in lei, di annullare l’evento con Marcello Dell’Utri e sostituirlo con la presentazione di un volume sull’antimafia, che i visitatori gradiranno senz’altro di più. Glielo chiedo nel nome di chi oggi non c’è più per aver combattuto quella mafia che Dell’Utri, stando alle sentenze, ha favorito.

Cordialmente e con fiducia

sabato 19 settembre 2009

Verona si mobilita contro Dell'Utri

Ricevo e pubblico da Lino Pironato, e aggiungo un grazie a questi ragazzi:

SEGNALO LE INIZIATIVE CHE STANNO EMERGENDO NEL TERRITORIO CONTRO L'INVITO DI DELL'UTRI:


1. SCRIVI UN'EMAIL, lettera o fax di protesta al Presidente della Provincia nonché Sindaco di Isola della Scala Giovanni Miozzi ( presidente@provincia.vr.it Fax: 045 9288731 Telefono: 045 9288610 ; sindaco@comune-isola.it tel: 045/6631927 ) e per conoscenza al quotidiano l'Arena ( redazioneweb@larena.it ) e alla redazione di VRonline.it ( lp@vronline.it ) per tenerne il conto.

2. ORGANIZZIAMO UN DEGNO COMITATO DI RICEVIMENTO per questa serata con cartelli oppure a sandwich con su scritte le condanne di tale personaggio! Per informazioni e per partecipare contatat Nadia tel. 3929431836 email nadia.depaoli@tiscali.it .



UN FAC SIMILE DELLA LETTERA DA INVIARE
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Alla cortese att.ne del
Presidente della Provincia di Verona e Sindaco di Isola della Scala GIOVANNI MIOZZI


Sono un cittadino veronese che stamattina ha appreso con rammarico e indignazione dell’invito del senatore Dell’Utri alla fiera del riso di Isola della Scala.

Ancor più rammarico mi hanno suscitato le parole da lei rilasciate al giornale “L’arena” cito testualmente: “la nostra intenzione è insieme alla valorizzazione del riso offrire anche quest’anno un occasione di intrattenimento e di dibattito a 360 gradi senza pregiudizi nè politici nè culturali”.

Mi chiedo se sia eticamente e politicamente corretto di fronte a noi tutti cittadini invitare un senatore condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa e interdizione dai pubblici uffici che, come espressamente scritto nella sentenza1), ha intrattenuto solidi rapporti con criminali del calibro di Bontate Stefano, Cinà Gaetano, Mangano Vittorio per citarne alcuni.

In tempi in cui tutti si ergono a paladini dell’antimafia un personaggio del calibro di Marcello Dell’Utri viene ufficialmente invitato a partecipare a una manifestazione che dovrebbe dare lustro alla nostra provincia e che verrà invece infangata da tale presenza.

Mi permetta di esprimere un ultimo ricordo a favore di Falcone e Borsellino e di tutti coloro che sono morti da eroi nell’indifferenza e nella complicità di personaggi come il bibliofilo Dell’Utri.

giovedì 17 settembre 2009

Dell'Utri e il risotto di Isola della Scala

Cosa hanno in comune il riso più buono d’Italia e un senatore della Repubblica che ha sul groppone oltre ai due anni e tre mesi di reclusione per false fatture e frode fiscale, oltre alla condanna a due anni per estorsione aggravata assieme al boss Vincenzo Virga poi annullata con rinvio, una pesantissima condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa? Se lo staranno chiedendo gli abitanti del comune di Isola della Scala, piccolo centro a sud di Verona, famoso ormai in tutta la penisola per la Fiera del Riso che ogni anno attira centinaia di migliaia di degustatori da ogni parte del Veneto. Quest’anno, nella scaletta dei convegni e delle conferenze organizzate dal 16 settembre all’11 ottobre, tra quello sulla certificazione e la rintracciabilità dei prodotti agricoli, quello sulle denominazioni, quello sull’alimentazione degli antichi romani e quello sulle problematiche della famiglia e dell’economia con il vescovo di Verona monsignor Zenti, spicca anche Dell’Utri Marcello, celebre senatore palermitano, il cui nome è più sulla bocca dei pentiti e dei boss intercettati che su quella della moglie. Il 29 settembre alle 21 infatti, l’amico degli amici presenterà al pubblico i diari inediti di Benito Mussolini. Tralasciando il fatto che quei diari sono una solenne «patacca» (per lo storico del fascismo Emilio Gentile, docente di Storia contemporanea all'Università La Sapienza di Roma e per il presidente dei grafologi italiani, Roberto Travaglino, sono palesemente falsi), la pietra dello scandalo è però un’altra. I veronesi sono eccitati più che dai diari da bigiotteria del duce, dal fatto che potranno vedere per la prima volta in carne ed ossa, dopo aver visto in tv "Il Capo dei Capi", un vero politico colluso con cosa nostra, per cui la magistratura ha avuto codeste dolci parole: «La pluralità dell'attività posta in essere da Dell'Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra». Sinistra e Libertà, con il suo consigliere provinciale Giuseppe Campagnari, si chiede scandalizzata se sia «la fiera del riso o del fascio». Nessuna obiezione invece sul «presentatore» Dell’Utri: il problema, in sostanza, pare essere l’oggetto, ossia i diari patacca del duce, e non il soggetto, un senatore che a giorni riceverà la sentenza di appello che, visti gli ultimi elementi emersi, si annuncia tutt’altro che favorevole al celebre bibliofilo passato alla storia per aver pronunciato la massima «Se esiste l’antimafia esisterà anche la mafia», citazione rubata a Luciano Liggio che la propose nel 1975 alla Commissione Antimafia. Affinità elettive che hanno reso Marcello un habituè delle aule giudiziare. Per completezza di informazione, ci permettiamo di suggerire, l’Ente Fiera potrebbe distribuire un depliant con tutte le indagini e le condanne giudiziarie di Dell’Utri, in modo tale che, chi abbia intenzione, dopo l’incontro, di gustare il buonissimo risotto al «tastasal» (una sorta di salsiccia speziata, la fine del mondo), si possa astenere dallo stringere la mano a quello che viene spacciato come fine bibliofilo, che di banchetti, per carità, ne ha pure fatti, ma con mafiosi del calibro di Antonino Calderone e Jimmi Fauci. La gente onesta a tavola non rende come loro.

martedì 15 settembre 2009

I falsi trenini de "Il Giornale", di Antonino Monteleone

Ma quale “povera Italia”.

Silvio Berlusconi attacca ingiustamente la (sua) stampa senza accorgersi che, invece, questa ha il merito di cercare le notizie, scavare (a fondo) e scovare lati oscuri e contraddizioni dei personaggi pubblici. Esiste un giornalismo d’assalto, in Italia, di cui nemmeno Berlusconi si era accorto.

Eppure ce l’ha a libro paga.

La notizia del giorno, che nessuno, forse per decenza, ha avuto la faccia di firmare, appare oggi sul sito del “Giornale” di Silvio Berlusconi (il Premier più volte ha dimostrato di esserne il vero dominus a dispetto della proprietà intestata alla Finanziaria del fratello Paolo) e diretto da Vittorio Feltri.

E’ ovvio che se qualcuno gli dovesse chiedere spiegazioni lui dirà di non sapere. nulla e, magari, di non sentire Feltri da mesi.

E cosa è successo di così “scottante” da dover essere raccontato?

Succede che un gruppo di ragazzi dei Meetup di Beppe Grillo, i “Grilli del Pigneto” abbia organizzato una festa, e non un festino, a Lido di Maccarese, vicino Roma, invitando l’uomo, Luigi de Magistris, e la donna,Sonia Alfano, più votati alle ultime elezioni al parlamento europeo.

Una tornata elettorale che ha visto due stimatissime persone raggiungere uno straordinario risultato grazie alla loro specchiata moralità e alle loro capacità oggi al servizio dei cittadini italiani ed europei. Un risultato raggiunto anche grazie al sostegno della rete. Dove l’informazione, non manipolata e non “inFeltrita”, circola liberamente e senza le incrostazioni del “sistema”.

Quegli splendidi ragazzi, per organizzare questa festa, si sono autotassati per coprire tutte le spese organizzative e tenevano molto alla presenza degli importanti ospiti che non si sono fatti pregare.

In trenta righe di falso scoop, però, Il Giornale racconta almeno 5 bugìe infarcendo l’articolo di allusioni e parallelismi quantomeno azzardati, per non dire tristemente comici.

Ma allora le feste non le fa solo il premier? – si domanda Il Giornale – No, anche l’opposizione balla e canta il karaoke, anche l’opposizione più feroce, quella dei Di Pietro boys and girls, alias grillini prestati al dipietrismo.

Lo scopo è difendere Berlusconi e le sue arcinote debolezze.

Nessuno potrebbe scandalizzarsi per una festa dove Berlusconi figurava tra gli invitati, a parte il compleanno di una diciottenne che lo “chiamava Papi” e sulla cui conoscenza il premier ha raccontato bugìe a raffica.

L’opinione pubblica è scossa per i “festini” di Silvio Berlusconi. Cosa ben diversa.

Sempre “Il Giornale”, che vanta tra le sue file ottimi “informatori”, racconta di un trenino a cui avrebbe preso parte, oltre a Sonia Alfano e Luigi de Magistris anche Gioacchino Genchi e Salvatore Borsellino.

Falso.

Salvatore Borsellino al “Paradise Villagenon c’è mai stato. E’ semplicemente intervenuto telefonicamente come Beppe Grillo per salutare i ragazzi e dare conforto del loro impegno in tante battaglie che ci li vedono quotidianamente protagonisti.

Quelle per la libera informazione, contro leggi anti-democratiche, a sostegno dei magistrati onesti che in questo paese sono tanti e circondati da ostacoli.

Sottolinea la presenza di “belle ragazze”, Il Giornale, domandandosi ancora una volta se “le feste e le danze non si fanno solo nella maggioranza” dimenticando di raccontare un particolare che non è sfuggito agli ospiti né al servizio di sicurezza.

Sul finire della serata e non alle 6 del mattino come scritto, scesa da un’automobile scura e con autista, compariva tra gli invitati una ragazza molto “allegra” che si è dilettata nel farsi scattare foto.

Una giovane e bella ragazza estremamente spigliata, che sfortunatamentenessuno conosceva e nessuno aveva invitato voleva a tutti i costi essere immortalata, in pose anche poco ortodosse, al fianco degli invitati più in vista.

Lei si è allontanata, forse delusa di non aver completato la missione che le era stata assegnata.

“Il Giornale” si accontenta con le solite, grottesche, mistificazioni.

A differenza delle feste di Noemi, l’unico “minorenne” in quella festa era il figlio tredicenne di Gioacchino Genchi, Walter.

Le due uniche verità del Giornale, a conti fatti, sono rappresentate dalla presenza, sì, di belle ragazze e che, come tutti, avevano pagato 15 euro per partecipare.

Altra cosa, rispetto alle ragazze pagate per partecipare alle feste ed i festini del premier.

Particolare da non sottovalutare, inoltre, a Lido di Maccarese non ci sono state eruzioni del finto vulcano, né finte erezioni.Mancava pure il lettone di Putin.

Il trenino è vero. E’ stato fatto in onore ad un giovane ragazzo costretto sulla sedia a rotelle.

Se solo gli spioni de “Il Giornale” avessero riportato l’intervento di Sonia per festeggiare il compleanno di Roberto Monaco ed il saluto ad un altro giovane disabile, forse ci sarebbe stata anche l’occasione per commuoversi.

Ma questa è solo la “verità” e come tale no può appartenere agli scoop de “Il Giornale”.

Questi sono i sentimenti della gioia, dell’amicizia e della solidarietà sincerca della gente per bene, che di certo non può capire ed apprezzare chi vive solo di mistificazioni, di falsità e di ipocrisia.

La festa organizzata dai “Grilli del Pigneto” era stata intitolata “Onorevoli on the beach”.

Qualcuno, rifacendosi a Villa Certosa o Palazzo Grazioli, ne aveva travisato il titolo. No. Non era “Onorevoli on the bitch”.

Meheret che ci sta sulle palle

Meheret è una ragazza egiziana che vive e lavora a Verona. Meheret non sa che sta sulle palle ad un sacco di gente, perché la sua faccia ha il colore del cioccolato al latte, anche se ormai il suo accento è comune a quelli che la odiano. E’ regolare, ha il permesso di soggiorno e lavora come segretaria in una grande realtà imprenditoriale veronese: lavora e produce, nonostante venga dalla terra dei faraoni. Deve rinnovarlo quel permesso, e quindi inizia daccapo tutta la trafila tra le Poste Italiane e la questura. Meheret ogni mese, quando prende il suo stipendio, ne manda una parte in Egitto. La straniera, l’extracomunitaria, la diversa caffelatte mantiene se stessa e la sua famiglia, a soli vent’anni, come il 99 % degli italici, o no? Anche a settembre si reca in un money transfer, come Western Union o Money Gram, per fare il versamento verso l’Egitto. Presenta il passaporto ma le chiedono il permesso di soggiorno. Meheret manda soldi da anni, e nessuno glielo ha mai chiesto. «E’ una nuova legge» le dice l’addetta dell’agenzia. «Sono in fase di rinnovo, le posso dare la ricevuta delle poste che accerta l’iter avviato» risponde Meheret, sorpresa da questa novità. «No, non può, e se iniziamo la procedura la dovrò segnalare come sospetta clandestina». Meheret non sa che Italia sta sulle palle ad un sacco di gente. Meheret non sa che il 7 settembre è entrata in vigore, assieme al pacchetto sicurezza e alle nuove disposizioni in materia di sicurezza pubblica pensate per quelli come lei, la legge n° 94 del 15 luglio, che all’articolo 1 comma 20 obbliga gli agenti in attività finanziaria, ossia proprio i money transfer, a segnalare alle autorità tutti gli extracomunitari che chiederanno di inviare o riceve denaro e saranno sprovvisti di permesso di soggiorno. La procedura però non fa alcuna differenza tra chi potrebbe essere realmente un clandestino e chi, invece, come Meheret, vive e lavora regolarmente a Verona e aspetta solo il rinnovo del permesso. Alla fine, pensa Meheret, saremo sempre tutti clandestini per qualcuno. Quando l’addetto al money transfer registra i dati del documento presentato da chi deve versare o ricevere denaro, lo step successivo lo obbliga a confermare se il cliente è munito o meno del permesso di soggiorno. Se la risposta è positiva, inserendo il numero del permesso la procedura va avanti senza intoppi; in caso contrario il terminale manda una segnalazione all’agenzia di riferimento che la gira in automatico alla questura di competenza, e Meheret diventerà oggetto di accertamenti da parte della polizia. Lei, Meheret, che in italiano vuol dire Maria. Inoltre, come spiega benissimo la legge che Meheret non conosce, «gli agenti in attività finanziaria che prestano servizi di pagamento nella forma dell'incasso e trasferimento di fondi, acquisiscono e conservano per dieci anni copia del titolo di soggiorno se il soggetto che ordina l'operazione è un cittadino extracomunitario». E nonostante le rassicurazioni sul fatto che «il documento è conservato con le modalità previste con decreto del Ministro dell'interno», la norma lascia perplessa Meheret, che dei suoi documenti ne fa uso geloso, che li protegge perché sono la sua identità, la prova che esiste; vorrebbe darli solo ai pubblici ufficiali e non ad un comune cittadino che può custodirli, si fa per dire, per un periodo così lungo. E se per caso la cassiera del money transfer volesse chiudere un occhio, dire a Meheret di andar via così non deve segnalarla, rischia conseguenze pesantissime: per gli agenti che omettano, entro 12 ore, l’apposita segnalazione all'autorità locale di pubblica sicurezza, trasmettendo i dati identificativi del «sospetto», «il mancato rispetto di tale disposizione è sanzionato con la cancellazione dall'elenco degli agenti in attività finanziaria». Una procedura che sta già creando dei mostri: la sola Western Union in Italia è affidata a 5 grandi aziende che ogni giorno gestiscono quasi 100 mila trasferimenti di cui la maggior parte riguarda proprio extracomunitari. Le questure ora dovranno far fronte all’ondata di segnalazioni indistinte e automatiche. Da lunedì sono pervenute infatti, presso la sola questura di Verona, circa 300 segnalazioni, che saranno girate all’ufficio immigrazione che le dovrà vagliare singolarmente, effettuare gli accertamenti e poi procedere qualora ci si trovi davanti ad un caso di clandestinità o cestinare tutto e buttare vie ore di lavoro se invece si tratta di un permesso in fase di rilascio o di rinnovo, come quello di Meheret. Meheret, alla fine, lunedì 7 i soldi non ha potuto spedirli. Meheret vuol dire Maria, ma in questa Italia sta sulle palle ad un sacco di gente, a chi quel nome egiziano non sa nemmeno pronunciarlo, a chi sa solo dire, ruttando e del cul facendo trombetta, «padroni a casa nostra».

venerdì 11 settembre 2009

Africa, come mi "autosviluppo"

Mio pezzo pubblicato su L'Arena il 9/9/09.

Metti un pezzo di terra ormai poco più che desertico. Mettici donne, vecchi e bambini lasciate dagli uomini emigrati prima nella vicina Dakar e poi alla volta del vecchio continente per sfuggire alla miseria. Mettici pure la fame, la sete e un futuro molto più nero del colore della pelle dei loro abitanti. Era questo Ndem e dintorni fino a 26 anni fa, quando Babacar M’Bow, senegalese, e sua moglie Aissa Cissè, parigina, decisero di tornare nel villaggio che era stato fondato decenni prima dal bisnonno di Babacar. Arrivarono in mezzo al nulla e decisero di puntare su quelle donne, creando un’associazione che oggi coinvolge circa 15 villaggi vicini per un totale di circa 4.800 persone, uniti dalla parola d’ordine «autosviluppo». E ieri il «serigne» Babacar, il capo spirituale di Ndem, e «soxna» Aissa, il riferimento femminile per le altre donne, hanno raccontato la loro esperienza a fortissima componente spirituale ad un pubblico di almeno duecento persone intervenute nella sala comunale di Sant’Eufemia nell’ambito del convegno organizzato dalla Società mutua per l’autogestione, la Mag, e dall’associazione culturale femminile «Ishtar». I due sposi, tradotti dal francese dall’attrice e regista teatrale Serena Sartori, che ha vissuto a Ndem, e da Luigina Longobardi, di «Ishtar», hanno risposto alle domande del giornalista de «L’Arena» Gabriele Colleoni, raccontando come l’amore tra loro due, il loro profondo rapporto spirituale sia stato contagioso per tutto il resto del villaggio e su cui ancora oggi si basa lo sviluppo di quel piccolo popolo. «Quando siamo arrivati abbiamo iniziato a raccogliere piccole quote per l’associazione, poi abbiamo iniziato a comprare farmaci, a costruire piccole scuole, panifici e pozzi. Poi è stata la volta del microcredito e da allora, lentamente, gli uomini che erano emigrati altrove hanno iniziato a tornare, perché a Ndem si poteva di nuovo vivere» ha raccontato Babacar, immerso nella tradizionale tunica con copricapo rigorosamente nera. Anima gestionale e pratica della comunità di villaggi di cui Ndem è «capitale», è la sposa del «serigne», Aissa, la matrona, la mamma del villaggio: «Non c’era niente nel villaggio. C’erano solo le donne, e da esse abbiamo costruito tutto. Il loro coraggio, la loro solidarietà hanno permesso che Ndem rinascesse. Credo che il fulcro dello sviluppo sia il ripensamento dei rapporti tra uomo e donna» ha detto Aissa. Oggi a Ndem c’è tutto quello che serve per vivere bene. C’è un grande atelier di moda africana, il marchio «Maam Samba», dal nome del bisnonno fondatore di Ndem, che esporta i suoi capi coloratissimi in tutto il mondo e che ha un catalogo accattivante con tanto di modelle e modellini locali; ci sono i campi da coltivare e l’acqua da bere senza la necessità di fare chilometri. C’è persino una piccola industria che produce addirittura un biocarburante utilizzando l’argilla e le bucce degli arachidi. Un’isola felice che però ha risentito duramente della crisi economico-finanziaria, che ha causato una contrazione del 20% delle esportazioni. Anche qui i due non hanno tempo per piangersi addosso, e subito hanno cercato una soluzione, come ha spiegato Aissa: ossia ribaltare i numeri della produzione, che per adesso dicono che il 70% dei prodotti di abbigliamento va all’estero, contro il restante 30% che viene commercializzato nei villaggi e a Dakar. Invertendo i numeri si riuscirebbe a dimezzare i costi dei capi, diffondendoli soprattutto nella capitale del Senegal, dove l’associazione ha una sede presso il centro culturale francese. I guadagni che verranno da questo rilancio saranno subito investiti in una mutua sanitaria che rilancerà la vita di un piccolo lembo di Africa che riesce a vivere con quello che da sola produce, che si autogestisce e si autosviluppa.

giovedì 10 settembre 2009

Silvio, Enzo, Mike e la balla postuma

Ormai Silvio Berlusconi a sciacallare i morti c'ha preso più gusto che a frequentare le diversamente maggiorenni. La necrofilia pare rendere di più: mentire su qualcuno che non c’è più è molto più sicuro di farlo su ragazzine che poi ti tengono in scacco. Dopo aver infamato Enzo Biagi nei giorni della sua morte, prima con il ridicolo «Non c'è mai stato un editto bulgaro né ho mai detto che questi signori non dovevano fare televisione» e poi addirittura con l'epitaffio beffa «Mi sono battuto perchè Enzo Biagi non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato» suscitando le reazioni indignate delle figlie del compianto giornalista. Allora Berlusconi cercò in tutti i modi di rovinare l'immagine postuma della sua prima vittima bulgara, per cancellare il rischio di una sua mitizzazione; ora, visto che funziona ai fini dell’immagine, ci riprova con Mike Bongiorno, uno tra quelli che ha contribuito a farlo diventare l'uomo più ricco d'Italia. Quando Mike era morto da poche ore a Montecarlo, Silvio, nel suo regno italico, si era già lanciato nella prima balla postuma, ormai inserita tra le specialità olimpioniche estivo/invernale: «Io personalmente non ho mai avuto problemi con lui, aveva però avuto dei misunderstanding con degli uomini Mediaset». Purtroppo per l’amico della guest star Giampaolo Tarantini, Mike, quando era stato ospite da Fabio Fazio a Che Tempo che fa, prossimo anche quello all'esilio in Bulgaria, aveva raccontato quel divorzio molto diversamente, chiamando in causa proprio il «cavaliere superdotato» (garantisce Ghedini che pare parli per cognizione di causa). «Come è avvenuta la cesura con Mediaset, te l'aspettavi, ci racconti cosa è successo?» chiede Fazio. «Beh, forse me lo sai spiegare tu. Io non ho ancora capito. Quando ho fondato con Silvio Berlusconi Mediaset mi aveva detto "Mike, staremo insieme tutta la vita". E poi prima di andare in politica mi disse: "Se vuoi ti faccio un contratto a vita". Io dissi ma no, basta la parola. A Natale però non è arrivato il rinnovo del contratto. Ho chiamato un funzionario che mi ha detto "ma come, ma non ti hanno detto niente? ". No, a me non hanno detto niente. "E' strano, però sai non abbiamo soldi quindi non rinnoviamo il contratto". Pensa te, parlare di soldi. Io ho tanto lavoro, non ho bisogno di quello. Sono rimasto così male che tu non hai idea, perchè pensa: non mi hanno preavvisato, non mi hanno chiamato, anche per dare un saluto,"grazie per questi 30 anni che hai fatto qui con noi, grazie lo ricorderemo sempre". Niente, sono spariti tutti, completamente. Ho sofferto molto, perchè non è possibile lavorare 30 con un gruppo e poi di colpo sei fuori e nessuno ti preavvisa o ti dice grazie. Ho chiamato il patron, Silvio Berlusconi; sai che da novembre sono passati più di cinque mesi e non mi ha mai chiamato, ho lasciato molti messaggi, non mi ha mai chiamato. Sono molto triste perchè dico, cosa ho fatto? Non è possibile che dopo 30-35 anni che uno lavora in un gruppo di colpo sei fuori e nessuno neanche ti saluta o ti stringe la mano! E quello con cui ho fondato questa cosa non mi richiama, non mi richiama! Sai che ho cercato di fargli gli auguri a Natale? La segretaria mi ha detto “sa, c'è una lunga lista in attesa, la chiameremo quando è il suo turno”. A me, la lunga lista d'attesa? Per fare gli auguri a Silvio che tutti gli anni ce li facciamo?». Se la parola di Mike vale ancora qualcosa, «Allegria!»

venerdì 4 settembre 2009

Agenda Rossa, il fratello di Borsellino scende in piazza

«Tremate tremate, le agende rosse sono tornate». Si alza forte il brusio del popolo del web, che pian piano risponde massicciamente all’appello «Resistenza». Dopo quella del 19 luglio in via D’Amelio, un’altra manifestazione con al centro l’agenda rossa «rubata» di Paolo Borsellino è già in cantiere. A darne notizia è Salvatore, fratello del giudice, che da anni si scaglia contro le istituzioni coinvolte nella trattativa stato-mafia che portò alla morte dell’unico ostacolo alla patto: quello stesso Paolo Borsellino che scrisse sulla sua seconda agenda, quella grigia, di aver incontrato Mancino il primo luglio del 1992, il giorno del suo insediamento come ministro dell’Interno e 18 giorni prima di morire. «Lì a mio fratello venne proposta la trattativa con i boss e lui l’avrà rifiutata in maniera schifata. Oltre a Mancino, che continua a negare dando implicitamente del bugiardo a mio fratello, c’era anche Bruno Contrada, che poco prima il pentito interrogato da Paolo, Gaspare Mutolo, aveva additato come colluso con cosa nostra» ha detto Salvatore Borsellino.

Già il 19 luglio scorso, nel budello d’asfalto in cui era stato ucciso nel 1992 il procuratore aggiunto di Palermo assieme agli agenti di scorta Loi, Catalano, Li Muli, Cosina e Traina, l’ingegnere che vive ad Arese ormai da 40 anni era riuscito tramite il web e i social network a richiamare centinaia di persone da tutta Italia per una tre giorni all’insegna non delle lacrime, bensì della «rabbia costruttiva».

Manifestazione, quella del 19 luglio, disertata quasi completamente dalla gente di Palermo, boicottata ormai ufficialmente dalle grandi associazioni antimafia e soprattutto dai media, se si esclude Enrica Maio del Gr Rai e Silvia Resta di La7. Ora Borsellino torna a suonare la carica: il 26 settembre sarà la volta della capitale. Alle 14 il corteo si riunirà in piazza della Repubblica (Esedra) e da lì il corteo concluderà il suo corso in piazza Barberini. La marcia sarebbe dovuta passare dapprima davanti la sede del Consiglio Superiore della Magistratura, per ossimoro ubicata in Piazza Indipendenza, e poi al Quirinale, la sede della presidenza della Repubblica; a causa del protocollo sulla sicurezza che vige sulle manifestazioni romane, al Quirinale si potrà recare solo una delegazione di una cinquantina di persone. «Questa manifestazione è la continuazione ideale di quella che abbiamo fatto il 20 luglio davanti al palazzo di Giustizia di Palermo in sostegno di quei magistrati che, a rischio della propria vita, stanno combattendo per arrivare alla Verità sulle stragi del 92 e del 93.

Non dobbiamo dare tregua agli assassini ed ai loro complici. Mobilitiamoci tutti, ognuno di noi si impegni a far venire quante altre persone può, in una catena che non deve avere fine. Adesso hanno paura e si stanno muovendo, cominciano a muovere le loro pedine, Rutelli, Violante, il Pg di Caltanissetta Barcellona; noi dobbiamo agire più rapidamente di loro, impedire che fermino Sergio Lari, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo.

Non lasciamoli soli, impediamo che chiudano la bocca a Massimo Ciancimino, che si muova il CSM, facciamogli capire che dovranno passare sui nostri corpi, che dopo 17 anni non ci lasceremo strappare ancora una volta la verità. Il 19 luglio in via d'Amelio abbiamo fatto scoccare la scintilla, ora è necessario l'incendio» ha spiegato il fratello del giudice che terrà aggiornati i partecipanti tramite il suo sito, www.19luglio1992.com.

mercoledì 2 settembre 2009

Il Fatto Quotidiano in progress...

E adesso Pigi, cosa farai?

Si è rovinato l’intera estate scrivendo ossessivamente nella sua rubrichetta-loculo «Piazza Grande», sul Corriere della Sera, il solito ritornello figlio del copia incolla e del succo biliare. «Marco Travaglio sarà costretto a dare del bugiardo a Luigi De Magistris perchè l’eurodeputato dell’Idv non si è ancora dimesso dalla magistratura» riferendosi all’intervista di Travaglio al Riformista che ricordava la promessa del magistrato campano. Lunghissimi giorni in un cui l’ultimo boxino veniva costantemente dedicato alla coppia De Magistris – Travaglio, ossia il bugiardo e colui che gli doveva obbligatoriamente dare del bugiardo. Da Torino, ahimè, nessuna risposta. Travaglio, sfoderando sadiche passioni, continuava a non rispondere e a rovinare l’agosto di Pigi, ormai preda di un forte disturbo ossessivo-compulsivo di cui quotidianamente facevano le spese i contribuenti del Corriere. A rispondere all’ormai tormentato ex vicedirettore del Corsera, ridotto all’ombra di se stesso, che ormai si era messo in testa di essere «scomodo» e «pungente» come il peperoncino di Calabria, è stato lo stesso Luigi De Magistris nel corso dell’incontro «Caffè delle Donne di Italia dei Valori Toscana» che si è tenuto a Carrara il 28 agosto 2009. Rispondendo alla domanda di una giornalista sulle polemiche suscitate dalla sua richiesta di aspettativa piuttosto che le annunciate dimissioni, l’ex pm silurato dalla politica ha placidamente risposto: «Non lascerò la magistratura con una letterina burocratica. Non ho mai detto quando lo farò, ciò non vuol dire che accadrà tra anni ed anni. Sto preparando una fortissima iniziativa pubblica, e molto a breve spiegherò al Paese le ragioni per cui io non ho potuto più fare il magistrato; dirò chi reputo principali responsabili politici e istituzionali, che con azioni o omissioni sono stati causa della più grande sconfitta istituzionale della storia della magistratura italiana». Troppo tardi. Ormai l’estate è finita, e Pigi avrà il sangue avvelenato per tutto l’anno. La conferma che De Magistris lascerà la magistratura e che non è un bugiardo arriva troppo tardi. Ormai non è più il tempo delle palette e dei secchielli, e nessuno ridarà a Pigi il tempo perduto, nessuno gli consentirà di finire i castelli di sabbia, ormai distrutti dal sadico e dal bugiardo. Ma l’interrogativo più inquietante che coglie impreparati i lettori del Corriere è: cosa scriverà ora Battista nell’ultimo boxino?