lunedì 31 agosto 2009

Il dilemma del militante e l'interposto candidato

Provate, solo per un attimo naturalmente, a mettervi nei panni di un militante del Partito Democratico. Lo so che è difficile, più o meno come essere interista fino a cinque anni fa. Immedesimatevi in uno qualunque, possibilmente incensurato e con il mito di Berlinguer ancora vivo e non cloroformizzato. L’estate è ormai archiviata, e lui sa che ad ottobre ci sarà «quella cosa». Dovrà scegliere, tramite le primarie, il nuovo segretario del Pd. Suda al solo pensiero, sa che qualunque cosa farà sarà una solenne cazzata. Ma non può rinunciare a far sentire la sua piccola unità di voce, anche solo in virtù dei 15 euro versati ogni anno. Può pensare: «voto Ignazio Marino», il meno peggio, sapendo però che difficilmente vincerà. Traduzione: «voto perso». Poi pensa: «farò di tutto, pur di non far vincere D’Alema». Ma D’Alema non è candidato. «Certo, e come chiamate quello pelato con le due due sgommate sulle tempie e con l’accento emiliano?». Bersani. «Beh, è uguale tanto. Il militante sa che dietro il cantante Bersani c’è l’eterno Massimo, e non vuole più nemmeno sentirne parlare del grande alleato di Berlusconi. Il militante sa che Maxim ne ha combinate di tutti i colori. Sa che nel 1985, quando era segretario del Pci in Puglia, intascò 20 milioni di lire dal re della sanità privata inguaiato con la Sacra Corona Unita, Francesco Cavallari. Tangente ammessa anche dallo skipper brizzolato. Per Cavallari però c’era altro: «Io consegnai personalmente a D'Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire». Un regalo che D’Alema ricambiò in brevissimo tempo: «Io – continua Cavallari in un intervista a Panorama del 14 agosto-, nel chiarire la mia posizione a Maritati (il pubblico ministero del processo, che quattro anni dopo viene eletto senatore alle suppletive del giugno del 99 e poi nominato sottosegretario all'Interno del primo governo D'Alema) spiegai che D'Alema mi era stato molto utile nei rapporti con la Cgil. Dal momento in cui sono iniziate le dazioni di danaro io non sono più stato attaccato violentemente dal sindacato, il rapporto è diventato più collaborativo e garbato». In Sicilia a questi lavori ci pensa cosa nostra. Il tutto si risolse in una pacifica prescrizione seppur con l’accertamento del reato. Nel pieno scandalo «Mani pulite», quando il pentapartito tremava di fronte agli affondi del pool di Milano, D'Alema definiva, con il solito tono altezzoso «iosonoioevoinonsieteuncazz», la Procura come «il soviet di Milano»: olfatto fine che annusava la tempesta? Forse, perché il suo turno arriva nel 1996, quando il pm di Venezia Carlo Nordio, indagando sulle Colombiadi genovesi, le celebrazioni in memoria del navigatore ligure, si imbatte nei nomi di Massimo D’Alema e Achille Occhetto: secondo l’accusa, all’epoca i due politici avevano segnalato al ministro per i lavori pubblici Giovanni Prandini alcune aziende, tra le quali l’emiliana rossa Coopsette: a raccontarlo è lo stesso ministro. Poi finisce tutto nel nulla. Dal punto di vista politico, l’analisi del militante, ormai con le ascelle pezzate, peggiora la situazione: dal conflitto d’interessi archiviato per far felice Berlusconi, alla scellerata Bicamerale che rilanciò Silvio verso il dominio assoluto. Fino a quando, nel 2007, il Gip di Milano Clementina Forleo, ipotizza un coinvolgimento di Maxim il marinaio nel concorso in aggiotaggio nell'ambito della scalata alla BNL dalla Unipol di Giovanni Consorte. Il giudice Forleo chiede al Parlamento la possibilità di utilizzare le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche che coinvolgevano D'Alema e Consorte ed altri parlamentari nel procedimento. Quella richiesta al Parlamento le costerà la carriera, le minacce di morte, la distruzione delle sue proprietà in Puglia tramite incendio doloso, e l’etichetta di «squilibrata», e poco conta che addirittura il tritatutto Csm il 27 giugno del 2008 fu costretto ad ammettere che la Forleo non commise alcun illecito quando si rivolse al Parlamento. Il militante si evirerebbe senza anestesia pur di non mandare alla guida del Pd il prestanome politico di Massimo D’Alema, «Tempie sgommate», detto anche Pierluigi Bersani. E allora, se Marino non vince, rimane Walter Weltroni, colui che estrasse Berlusconi dal sepolcro politico e lo portò a vincere le ultime Politiche quando nemmeno Casini e Fini lo credevano possibile. «Come non si candida?». Non ufficialmente. Manda Dario. Quello con la faccia standard, il suo assistente alla disfatta, che durante la reggenza ad interim della segreteria si è distinto per… per… per nulla. Pur avendo le mani libere e potendo recuperare simpatie e consensi, ad esempio inchiodando Berlusconi grazie ai tanti assist offerti dal premier, dai rapporti con cosa nostra (per la sinistra è un tabù) alla storiaccia del Grande Bordello, mai una parola, per non assomigliare troppo a Di Pietro che nel frattempo gli ruba una milionata di voti. Il militante, di fronte a questo scenario, con l’euro in mano pronto per pagare la tassa delle primarie, poco prima di raggiungere il banchetto democratico devia il percorso, entra in un bar, si fa largo e porge la moneta al barista: «Un caffè, bello forte».

sabato 29 agosto 2009

Guardia Costiera Futtitinne, risponde l'Area Marina Protetta

Gentile Sig. Calasanzio,

abbiamo ricevuto la sua lettera. Le rispondiamo spiegandole prima di tutto il nostro ruolo nel contesto territoriale. Le finalità istitutive del nostro Ente riguardano principalmente la conservazione e la tutela della fauna della flora e del paesaggio. Siamo consapevoli della realtà da lei descritta e, per questo motivo, molte delle nostre risorse umane ed economiche sono rivolte all’educazione ambientale, che facciamo sia nelle spiagge con i turisti, che nelle scuole di ogni ordine e grado durante i mesi invernali. Sappiamo che i nostri sforzi talvolta si perdono tra le migliaia di persone che ogni estate scelgono le nostre coste. Lei pensi che il comune di San Teodoro conta circa quattromila abitanti residenti durante l’inverno, contro le cento mila presenze che si raggiungono durante i mesi estivi. Pensi anche che con i nostri progetti di educazione ambientale raggiungiamo circa mille persone a stagione.

Fra le nostre attività esiste anche il supporto alla sorveglianza, che è invece riservata ai corpi competenti. Ogni giorno un nostro operatore controlla il territorio dell’Area Marina Protetta (15.000 mila ettari di mare e circa 40 km di coste) e se è testimone di un danno ambientale, l’unica cosa che può fare è esattamente quello che ha fatto lei: chiamare la Capitaneria di Porto o la Guardia Forestale. Il nostro operatore, non essendo un ufficiale giudiziario, può al massimo consegnare il volantino informativo al trasgressore ed invitarlo a non ripetere più l’infrazione commessa. Come vede noi, più di qualsiasi altra persona, possiamo capire il suo sconforto e il suo senso di impotenza di fronte a chi reca un danno all’ambiente. La invitiamo comunque a inoltrare anche a noi qualsiasi altra segnalazione di infrazione compiuta all’interno dell’Area Marina Protetta di Tavolara Punta Coda Cavallo, garantendole che noi non ci uniamo alla grigliata e continueremo a segnalare abusi e giuste lamentele ai corpi competenti.

Cordialmente

Consorzio di Gestione

Area Marina Protetta - Tavolara Punta Coda Cavallo

venerdì 28 agosto 2009

"Noi", cronaca del 30 novembre 2007

“Noi”. Si pensava a loro due, si insomma, a Loro. Un libro che finalmente raccontasse quel giorno, il 30 novembre del 2007. Il giorno del Loro incontro, quando Walter Weltroni tirò fuori dalla bara il cadavere politico di Silvio Berlusconi, lo spolverò, lo lavò con cura, lo rivestì e poi, dopo un bacino sulla fronte, lo mandò in missione: «Ecco, ora sei pronto, metti a letto Casini e Fini e torna a governare». Chi si è gustato per bene quei momenti, ricorderà con un sorriso lo scontro in atto proprio tra Casini e Fini per decidere chi sarebbe stato il prossimo candidato premier. Parlavano ormai di successione, di fine della stagione di Berlusconi, di nuovo corso. Il Papi di Noemi era ormai un ramingo vecchietto archiviato e impolverato. A testimonianza di quei giorni rimarrà celebre la diapositiva del Partito del Predellino, ossia la firma sulla sua fine, il triste sipario sul suo ventennio politico, l’auto certificazione della sepoltura, con allegata la tristissima maglia girocollo sotto la giacca per apparire un «giusto», «uno di Noi», un gggiovaneee della Mojito generation». Cercava le telecamere e implorava a Fini e Casini di entrare nel più grande partito italiano, quello del Predellino: e gli altri, per tutta risposta, di fronte a birra e patatine, in pantofoledavanti alla tv ad indicarlo con l'indice sganasciandosi dalle risate e pregustando già il futuro corso del centrodestra senza «il vecchio». Poi, in quei grigi giorni degli ultimi di novembre, quando le prime timide illuminazioni natalizie iniziavano ad annunciare dicembre, accadde il fattaccio. Come dicevamo è arrivato Lui, che si fece Noi. Da leader del Partito Democratico, comportandosi già da futuro candidato premier alla faccia di Romano Prodi che ancora cercava di rimettere in sesto la baracca del Governo, delegittimandolo ulteriormente, Weltroni si recò ad incontrare il «principale esponente della colazione avversaria»: «Salve, è un piacere incontrarla, futuro signor “principale esponente della colazione avversaria”. Posso chiamarla PrEDeColA, per far prima?». Un’ora e venti di faccia a faccia, e senza aiuti artificiali: nessuno avrebbe immaginato che sarebbero durati tanto. L’incontro del secolo, in cui ufficialmente i due dovevano «consultarsi» sulle riforme. Accanto ai due leader, agli angoli del soffice ring, da una parte c’era Gianni Letta, e dall’altra Lui, il vice Noi, Dario Franceschini: uno scambio di coppia. Quello che accadde dopo quell’incontro, la resurrezione di Silvio, la conversione di Fini, la delegittimazione di Prodi, e la corsa al trionfo delle Politiche, è ormai storia. Quello, purtroppo, ora siamo Noi.

giovedì 27 agosto 2009

Guardia Costiera Futtitinne

Dici San Teodoro, dici Sardegna. Pensi alle splendide calette immerse nella vegetazione, tra le piante di mirto e quelle di ginepro, senza Valeria Marini o Noemi Letizia che ti saltano addosso in favore di fotografo. Le scogliere di granito e i tramonti all’ombra di Tavolara e Molara, isolotti circondati dal blu, senza flotte di navi dei carabinieri che proteggono la privacy del premier, o meglio, tutelano le sue perversioni per le minorenni o per le docce saffiche. Una parte di Sardegna che resiste all’uomo e al suo cemento, a Cappellacci e alle sue licenze decennali ai gestori degli ombrelloni che privatizzano e invadono le spiagge. Un gioello che grazie all’istituzione dell’Area Marina Protetta, ha prima salvato, poi recuperato e oggi ripopolato gli splendidi fondali, in cui ormai barracuda, cernie e branchi di coloratissimi pesci sono all’ordine del giorno e attirano nell’isola migliaia di subacquei ogni anno. L’area, tutelata dal Ministero dell’Ambiente, è stata suddivisa in tre zone: rossa, riserva integrale, gialla, riserva generale, e azzurra, riserva parziale. All’ingresso di ogni accesso al mare, un grande cartello ti ricorda i divieti, e ti prega di preservare il paradiso naturale. Inoltre, la Capitaneria di Porto di Olbia, anche nelle zone B e C, ha vietato l’ancoraggio, salvo che sui fondali sabbiosi o ciottolosi nelle aree apposite e la pesca subacquea, le moto ad acqua e gli sport acquatici con l’uso di attrezzature a rimorchio. E l’omino con il fucile sbarrato, è sempre il primo dei divieti. La stessa Guardia Costiera che ogni anno invita, con tanto di spot televisivi, a denunciare eventuali abusi, a segnalare infrazioni che potrebbero arrecare danno al patrimonio sardo. In teoria, chi non lo fa, è omissivo. Quando vieni in Sardegna ogni anno, quando con la maschera e il boccaglio ti immergi nel mondo popolato da posidonie, occhiate, saraghi e murene, impari ad amarla e ad esserne geloso, come se stessi accanto alla donna più bella del mondo minacciata dagli sguardi dei maschioni isolani. Così quando mi è capitato di sorprendere i terroristi dei mari, ho sempre preso il telefono e chiamato la Capitaneria, rendendomi disponibile, qualora fossero intervenuti, a firmare una denuncia. Le infrazioni più comuni, alla faccia dell’Area protetta, sono l’uso del fucile subacqueo e l’asportazione di materiale protetto, come le rare stelle marine e l’ancoraggio ad un metro dalla battigia. Già lo scorso anno avevo segnalato il fatto che una squadraccia di toscani stesse setacciando il fondale a pochi metri dalla riva, facendo strage di polpi e slalom tra i bagnanti con i loro arpioni appuntiti. D’altronde è come sparare in un metro quadro popolato da mille conigli con proiettili a pallettoni. Fornisco le mie generalità, il mio recapito e vengo rassicurato sull’intervento di una squadra. Dopo qualche secondo suona il telefonino. «Si?». «No, è la Guardia Costiera, volevamo controllare se il recapito era suo» mi dicono con accento sardo-bolzanino. «Mandate qualcuno o no?». «Certo». Quella sera non arrivò nessuno, e io, il denunciante tradito, mesto tornai a casa. Ora torniamo all’anno del signore 2009. Due giorni fa, nella splendida micro spiaggia di Cala Ginepro, ecco una altro predone armato. Questa volta è sardo. Se non gliene frega nulla a lui della sua terra, figuriamoci agli altri. La venerea moglie allatta il figlioletto sotto l’ombrellone e lui si perde tra i flutti. Prendo il telefonino. Solita procedura: «le mandiamo subito qualcuno». «Grazie, tra l’altro è pieno di bambini qui». Grazie al dio dei mari, il sardo esce mesto e a mani vuote dall’acqua, dopo aver sparato un paio di colpi in aria per dare spettacolo. Pericoloso? Ma quando mai! Anche questa volta, naturalmente, nessuna candida divisa giunge a punire il pirata dei Caraibi. Ultima parte della vacanza divenuta un’inchiesta sui controlli costieri: ieri, un gruppo di decerebrati romani inizia dalle prime ore del pomeriggio a infrangere tutte le regole, una dietro l’altra. Prima raccolgono due stelle marine e le portano fuori dall’acqua, per le foto in posa e per vantarsi con le donzelle (dico io, prova a prendere una murena con mani, maledetto capitolino). Poi con il solito fucile sterminatore si lanciano all’attacco della fauna, portando a casa due-tre pesci abbastanza in carne. Il petto del pescatore oramai sfiora il cielo a fronte delle facce stupite delle donne. Solita mesta scena: chiamo, fornisco i miei dati, e dico che se questa volta non mandano nessuno li denuncio. «Guardi, le assicuro che pomeriggio le mando qualcuno». Già, l’uomo invisibile in effetti arriva, ma purtroppo lo perdo di vista. I romani, guidati dal gladiatore con panza e maglietta dell’Italia, pregustano già la grigliata. E io provo a sperare che o il mare o il meccanismo del fucile facciano qualcosa, tipo incepparsi e sparare all’indietro. Niente, la grigliata si farà. Un consiglio: se in Sardegna avvistate qualche reato, qualcuno che pesca con il fucile, non chiamate la Guardia Costiera, ma unitevi a lui, magari un’orata o una spigoletta ve la regala.

mercoledì 26 agosto 2009

Svastichella & Celtichella, di Antonino Monteleone

E’ certamente una buona notizia l’emanazione, da parte del Giudice per le Indagini Preliminari di Roma, Renato La Viola, di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per il quarantenne romano che la notte tra il 21 ed il 22 agosto scorso ha brutalmente aggredito una coppia di omosessuali appena usciti dal Gay Village in zona EUR.

Brevemente i fatti.

Due ragazzi, dopo una notte a divertirsi, si abbracciano. Parlano con altri amici. E si baciano. «Siamo persone libere in un paese libero», secondo una testimonianza, avrebbe detto uno dei due ragazzi ad un uomo, pregiudicato, che aveva urlato loro di smetterla.

Nella nuova Capitale,però, tutta divieti e intolleranza di marca leghista, l’uomo non comprende il diritto alla libertà sessuale di ciascuno e spacca una bottiglia in testa ad uno dei due ragazzi ed accoltella il secondo che finisce in ospedale rischiando la vita.

Comprensibile lo sdegno del mondo LGBT (lesbo-gay-bisex-trans). L’ex parlamentare Vladimir Luxuria ha parlato di «clima fatto di squadracce e spedizioni punitive». Secondo Aurelio Mancuso «episodi di grave violenza fisica, ma anche di molestie e insulti, si stanno moltiplicando in tutta Italia nei pressi di luoghi di divertimento e di aggregazione della comunità Lgbt».

A scatenare furiose polemiche, però, il mancato arresto del presunto aggressore dei due giovani.

Già perché Alessandro Sardelli, detto “Svastichella“, precedenti per spaccio e rapine, mancando la flagranza di reato sarà, in un primo momento, solamente denunciato, a piede libero, per tentato omicidio.

Apriti cielo.

Il primo ad intervenire vibratamente sarà il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno

«Un’intolleranza ed una violenza veramente ignobile e ingiustificabile» ha detto attaccando la magistratura capitolina per il mancato arresto dell’uomo: si è detto «indignato» del fatto che a causa di un «cavillo procedurale» l’aggressore fosse in circolazione ottenendo assicurazioni, dalla Squadra Mobile di Roma, che «il criminale in questione rimarrà sotto stretta osservazione per evitarne la fuga».

Lui, famoso per aver mostrato a Daria Bignardi in tv, con orgoglio, la sua croce celtica, noto simbolo di tolleranza ha tuonato chiedendo «con forza - alla faccia del garantismo! - che il magistrato inquirente adotti immediatamente il provvedimento di restrizione in carcere di questo delinquente».

E così Alemanno Celtichella” se la prende con “Svastichella che fino a sentenza definitiva è un presunto innocente.

Facendo così scoppiare la polemica con il Procuratore Capo di Roma, Giovanni Ferrara, che faceva notare al Sindaco Alemanno che il codice di procedura penale non poteva considerarsi un “cavillo”.

Non è la prima volta che il Sindaco di Roma “ordina” manette per questo o quello. Cosa accaduta, ad esempio, per lo stupro di capodanno o della Caffarella.

Ma non è questo che balza all’occhio del cronista che vive sospeso tra vecchie e nuove norme relative alla pubblicità degli atti. Con la speranza che non passi mai definitivamente la più liberticida leggi sulle intercettazioni e tutto il “pacchetto” di cerotti che sarebbero applicati sul muso dei giornalisti.

E’ gravissimo, infatti, il susseguirsi di notizie, relative ad atti di indagine in corso, che avrebbe fatto gridare allo scandalo “mediatico-giudiziario” se fosse accaduta in circostanze nelle quali, ad essere coinvolto, non fosse stato un balordo omofobico, ma un politico qualsiasi.

Le agenzie, infatti, ci hanno informato – oltre che dello “scontro” Piazzale Clodio-Campidoglio – anche di tutti i passi compiuti dalla Polizia e dalla Procura.

La Polizia depositerà, infatti, nella serata di domenica il proprio rapporto che sarà preso in carico il mattino seguente.

E l’opinione pubblica sarà informata della decisione, da parte della Procura, di non adottare un provvedimento di “fermo di indiziato di delittoai sensi dell’art. 384 del codice di procedura che consiste in un provvedimento, restrittivo della libertà, adottato senza bisogno di passare anticipatamente dal GIP per l’emanazione, ma solo convalidato o annullato successivamente.

Stamattina la notizia, anche questa circostanza grave dal punto di vista del tanto osannato “segreto istruttorio” che il sostituto Pietro Pollidori aveva inoltrato al GIP la richiesta di applicazione della custodia cautelare in carcere.

Sbalorditivo come l’ufficio GIP, notoriamente sovraccarico di lavoro da smaltire, in poche ore abbia avuto la piena cognizione di tutti i fatti adottando il provvedimento sollecitato dal PM.

Ancora più stupefacente che questo clamoroso “(in)Justice-Reality” sia stato considerato dal Procuratore Ferrara «coerente» atto di una procedura che si è mossa «secondo il codice e le garanzie dovute a tutti i cittadini»

Ma non si tratta di una violazione “a cielo aperto” degli articoli 114 e 329 del codice di procedura che disciplinano la pubblicità degli atti relativi alle indagini preliminari?

E’ un altro caso, dopo quello di Luigi Campise, di magistratura che “obbedisce” rectius che si “attiva” su impulso della politica? Forse sì, forse no.

Ma lamentarsi perché «senza certezza della pena e senza un’adeguata durezza di fronte ai reati di allarme sociale, qualsiasi politica di sicurezza e di lotta al crimine risulta profondamente delegittimata», così come ha fatto Alemanno, è curioso.

Intanto perché non essendoci condanna, il quarantenne non è ancora nemmeno stato interrogato, non può esserci pena per la quale tutti, comunque, si aspettano, solo allora, certezza.

E poi perché è lecito domandarsi di quale “trama giudiziaria” avrebbe parlato Alemanno se la notizia di un PM che deposita presso l’ufficio GIP una richiesta di arresto a carico di qualcuno, magari un politico dello stesso partito coinvolto in una storia di appalti e mazzette, fosse finita sui giornali.

E per questa ennesima, fuga di notizie, la Procura di Roma come si muoverà?

venerdì 21 agosto 2009

Incontri ravvicinati del terzo tipo in casa Masciari

Il 19 agosto il Corriere della Sera dedica un ampio servizio alla notizia che il bispregiudicato Vittorio Sgarbi beneficerà della tutela armata da parte del Ministero degli Interni per via di alcune intimidazioni e telefonate anonime ricevute in quest’ultimo periodo, istigate, niente di meno, che dal mandante Beppe Grillo. Altre fonti parlano di una scorta affibbiata al critico d’arte copiatore per evitare pericoli di suicidio, essendo molto probabilmente l’unico vero rischio corrente per il pregiudicato biondo che fa impazzire il mondo. Nessuno spazio invece, nemmeno una schizinosissima breve, per una notiziola che sta circolando clandestinamente se si eccettuano una paio di quotidiani e una decina di siti internet: nella notte in cui il Corsera dava alle stampe la terribile notizia del pericolo di morte imminente corso da Sgarbi, due sconosciuti si sono introdotti nell’abitazione del super testimone di giustizia Pino Masciari, che seppur uscito dal programma dopo indecenti peripezie, tra le quali la scorta al singhiozzo e lo sputtanamento dei suoi dati personali e dei dettagli riservati da parte del responsabile della sua sicurezza, il sottosegretario Alfredo Mantovano (celebre l’intervento sul Corsera in cui snocciolava i dettagli economici offerti a Masciari per abbandonare il servizio di protezione), ha ricevuto per iscritto garanzie di protezione fino alla cessazione totale dei rischi a suo carico. Parliamo non del piccolo commerciante che denuncia i suoi esattori, altra specie a rischio estinzione, ma dell’allora settimo imprenditore della Calabria che ha fatto saltare un sistema mafioso mandando alla sbarra il clan ‘ndranghetista degli Arena e facendo condannare pure un alto magistrato per corruzione. Come ci racconta la moglie di Pino, Marisa, «erano le tre della notte, e noi stavamo dormendo nella nostra camera, mentre i bambini nelle loro camerette che danno sul corridoio. Sono stata svegliata da dei passi tonfi, che venivano verso la camera da letto. Ho pensato fosse mio figlio, e allora ho sollevato la testa chiamandolo per nome». Marisa apre gli occhi e vede un’ombra imponente ai piedi del letto che, scoperto dalla donna, si lancia verso il balcone e si butta giù dal primo piano nel giardino dei Masciari. «Ho iniziato ad urlare e quando Pino è saltato in piedi ed è andato verso il giardino nell’ingenuo tentativo di inseguirli, di scoprire chi fossero, ha visto anche un altro uomo che probabilmente si era appena lanciato dall’altro balcone di casa e stava raggiungendo a piedi l’auto a fari spenti che li aspettava, una Opel Astra station wagon grigia, abbastanza nuova». Ora, tutto ciò traumatizzerebbe ognuno di noi, dal metalmeccanico di Buccinasco all’architetto di Platì, che nonostante alcuni «abitanti» comuni, sono due città diverse. Ma se sei un testimone di giustizia tra i più efficaci e se sai di essere in costante pericolo di vita, non credo debba fare un gran bell’effetto trovarsi un omone grande e grosso ai piedi del letto, nella camera più intima di un matrimonio, dove nessuno, a parte i figli insonni, dovrebbe avere accesso. Se siano stati dei balordi o uomini mandati come avvertimento, o peggio ancora killer interrotti a metà del lavoro, questo né Pino né Marisa lo sanno. Il dato certo è che due uomini, peggio ancora se semplici balordi, sono riusciti in tutta tranquillità ad introdursi nella casa di un testimone di giustizia ufficialmente protetto dallo Stato e a gironzolare, fino a quando la coppia non li ha messi in fuga. Farebbe piacere sentire il parere di Mantovano, e del Sistema centrale di protezione, chiedere se è questo che offrono agli imprenditori cui chiedono di denunciare. Ma purtroppo, anche dopo l’intervento della Polizia, chiamata dai Masciari, nessuno ha ritenuto di dover contattare la famiglia. «E’ facilmente immaginabile lo stato d’animo di mio marito. La notte ha definitivamente smesso di dormire e passa le ore da una finestra all’altra dell’appartamento a controllare, un po’ quello che dovrebbe fare il servizio di tutela. Se fossero stati dei killer avrebbero fatto una strage, ci avrebbero ammazzati nel sonno assieme ai bambini. Siamo arrivati davvero al limite». E nel caso non fossero stati uomini dei clan, beh, ora i galantuomini calabresi sanno che l’accesso alla dimora di uno dei più importanti testimoni di giustizia italiani, citato come esempio dalla penultima commissione Antimafia, è un porto di mare. Basta non fare rumore.

giovedì 20 agosto 2009

L'antimafioso no, quello no

Ci sta che dichiari di non aver mai avuto rapporti con le minorenni, ma solo con le diversamente maggiorenni. Ammettiamo pure che dica che nella sua villa non ci sono mai stati festini ma solo donne nude fotografate mentre si insaponavano innocentemente l'un l'altra. Ammettiamo pure che Patrizia D'Addario sia un agente della Ciakgbmossad con licenza di complottare. Ma trattare male gli amici no, quello non è ammesso dal codice d'onore. Sputare nel piatto in cui il tuo maggiore compare ha, ormai giudiziariamente, mangiato, quello no. Ma perchè mai dichiarare di voler sconfiggere la mafia? Poteva dire di voler combattere i coltivatori di crisantemi Ogm, di voler riempire le galere di parcheggiatori abusivi, categoria nella quale palermitani sono tra i 30 più pericolosi; ma attaccare la mafia, quello no. Silvio Berlusconi, mentre era in visita in Tunisia dal presidente Ben Alì, ha avuto la pessima idea di visitare il set in cui Giuseppe Tornatore ha girato il film "Bagheria". Di fronte alle bellezze siciliane riprodotte alla perfezione dagli scenografi, Silvio, rendendosi forse conto della zavorra che grava sulla testa dei siciliani e su quei posti incantevoli a causa della mafia, si è emozionato e si è lasciato andare: "Vorrei passare alla storia come il presidente del consiglio che ha sconfitto la mafia. Il mio governo ha dichiarato una lotta dura alla mafia ed ha conseguito risultati importanti visto che le carceri sono piene di mafiosi". Ora, sui fili, centinaia, che legano Berlusconi a cosa nostra, dall'indagine come mandante occulto delle stragi del 1992, dalla quale per il pm Tescaroli ne sarebbe scaturita un'archiviazione tutt'altro che assolutoria, al libro mastro sequestrato in una borgata di Palermo in cui tra i correntisti del pizzo c'era pure Mediaset, non basterebbe un trattato. Potremmo parlare dell'annientamento dei pentiti o delle leggi impossibili sulla confisca dei beni, ma forse la più gustosa e genuina testimonianza dei rapporti tra Silvio Berlusconi e la mafia la offre il pentito Francesco Di Carlo. La vincenda, ripresa nel libro “Fratelli d’Italia” di Ferruccio Pinotti, viene raccontata dal pentito come una sceneggiatura degna del David; chissà che proprio Tornatore non ne tragga spunto. Stando agli atti del processo Dell’Utri, nel 1974 Silvio Berlusconi ebbe contatti proprio con Stefano Bontate e con altri esponenti di Cosa Nostra: l’incontro sarebbe avvenuto a causa delle minacce di rapimento di cui Silvio Berlusconi e la sua famiglia erano oggetto. Scrivono i magistrati: “Di Carlo riferisce di aver partecipato personalmente ad un incontro a Milano, in Foro Bonaparte, sede della Edilnord di Berlusconi. Incontro cui parteciparono anche Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Marcello Dell’Utri e Gaetano Cinà. Di Carlo: Siamo entrati e a venirci incontro è stato proprio Marcello Dell’Utri, che io conoscevo. E’ una persona bassina. Ci ha salutati, una stretta di mano, con Tanino (Cinà, ex medico di Totò Riina, condannato a nove anni assieme a Dell’Utri per mafia) si è baciato, con gli altri si, con me no. Tra di loro si davano del tu. Siamo entrati in una grande stanza e c’era una scrivania. C’era qualche divano per sedersi, delle sedie. Ci siamo seduti là. Dopo un quarto d’ora è spuntato questo signore sui 30 anni, 30 e rotti anni, e ci hanno presentato il dottore Berlusconi…”. Pm: “Ricorda chi faceva le presentazioni?”. Di Carlo: “Dell’Utri, ma Berlusconi conosceva già Gaetano Cinà”. […] Dell’Utri era con un vestito blu, giacca e cravatta. Il dottore Berlusconi non era quello di adesso, senza capelli. Aveva i capelli, era un castano chiaro, aveva una camicia sotto e un maglioncino a girocollo e un jeans, un pantalone sportivo comunque. Abbiamo scherzato di questo con Bontate e Teresi dopo. Ovvero il fatto che abbiamo passato un'ora a prepararci, come le donne quando si truccano, e quello è venuto in jeans e maglioncino” . Dopo i convenevoli, si passa al tema dell’incontro. Racconta Di Carlo: “Sono andati nel discorso della garanzia perché Berlusconi era preoccupato. […] Stefano Bontate gli fece raccontare la situazione. Lui disse che aveva dei bambini, dei familiari, che non stava tranquillo, che avrebbe voluto una garanzia. Berlusconi disse: “Marcello mi ha detto che lei è una persona che può garantirmi questo ed altro”. Allora Stefano, modesto, rispose: “No, io sa… però lei può stare tranquillo, se lo dico io può stare tranquillo. Lei avrà persone molto vicine, che qualsiasi cosa chiede sarà fatta. Poi ha Marcello qua vicino e per qualsiasi cosa si rivolga a lui”. Disse che oltre a Marcello gli mandava qualcuno, una persona molto vicina a loro. Disse: “In ogni caso Marcello può garantire perché è una persona molto vicina a noialtri”. Pm: “Poi avete discusso della persona fidata da mandare a Berlusconi?”. Di Carlo “Non mi ricordo se già c’era andato Mangano. Quando ne parlammo Teresi disse: “Ma c’è già Vittorio, perché questo Vittorio è amico di Dell’Utri. Per quello che deve fare va bene Mangano, perché in Cosa Nostra non è la presenza che conta, c’è Cosa Nostra che protegge, basta che si sappia che uno è protetto da Cosa Nostra e può stare tranquillo”. Poi Bontate chiede a Berlusconi il motivo per il quale non venga ad investire in Sicilia, e il futuro premier risponde: “Ma come, con i meridionali e i siciliani (in quegli anni a Milano erano siciliani e calabresi protagonisti dei sequestri) ho problemi e debbo venire là?”. Di Carlo conclude: “Berlusconi alla fine ci ha detto che era pure a disposizione per qualsiasi cosa. E “a disposizione” non so se per i milanesi abbia un senso differente che per i siciliani – perché noialtri, quando ci dicono “a disposizione”, in Cosa Nostra, si deve essere disponibili a tutto”.

venerdì 14 agosto 2009

Il giullare sotto scorta

La mafia in Lombardia non c’è. Se lo dice il sindaco Letizia Moratti, dobbiamo fidarci. Chi non si fida di Letizia o è un ladro o è una spia. Vadano a quel paese Gianni Barbacetto, Roberto Galullo e quei pochi altri che ancora gridano «al lupo al lupo». Succede però che a Lodi, che pare far parte della Lombardia centro meridionale, questo è da verificare, c’è un attore di teatro sotto scorta per minacce mafiose: chiamasi Giulio Cavalli. Attenzione da parte dei clan guadagnata sul campo, con lo spettacolo «Do ut des», sui ridicoli riti dei mafiosi. L’attore, che è anche direttore artistico del teatro di Nebiolo di Tavazzano con Villavesco, nel suo spettacolo metteva alla berlina i boss e li sotterrava di irriverenti risate. Poco dopo, sempre nella terra lombarda vergine da penetrazioni mafiose, ha subito mezza dozzina di intimidazioni ufficiali ed altrettante ufficiose. Croci sulle porte, telefonate, mail e altri atti su cui per adesso vige il massimo riserbo. Pare che cosa nostra, ‘ndrangheta camorra e affini non abbiano gradito l’ironia. Pare che non l’abbiamo capita; strano. In una terra in cui la mafia non c’è, l’autore satirico, il giullare, il buffone di corte vive scortato da due uomini armati? Senza volere minimamente scomporre la permanente d’amianto del sindaco Moratti, qui c’è qualcosa che non va. In questo clima di «la mafia non c’è ma ne vedo gli effetti», in attesa che gli unici a guadagnare con l’Expo del 2015 siano i clan mafiosi, Giulio Cavalli, che in agosto non potendo uscire di casa con moglie e figlio senza l’ombra della scorta, si annoia. Anziché contare le pecore o le minacce ha preso carta e penna e ha buttato giù una serie di riflessioni. Prendetele con le pinze, mica sono serie; a scrivere è pur sempre un giullare, e pure visionario.

«A Milano che “la mafia non esiste” o perlomeno “non appartiene a questa città” la sindachessa Moratti ha provato a ripeterlo ovunque dai consigli comunali, alle televisioni in prima serata fino ad abusarne favoleggiandoselo (probabilmente) la sera per addormentarsi. Intanto tutti felici e contenti concordano nel ritenere i 6 caseggiati popolari di Viale Sarca e via Fulvio Testi in mano agli onomatopeici fratelli Porcino (bossetti di periferia legati alle cosche di Melito di Porto Salvo), i nomadi Hudorovich e i Braidic semplicemente un “neo”, una pozzanghera piccola piccola in quel placido, enorme e ligresteo tappeto di cemento che è il capoluogo lombardo spiato dall’alto.

A Lonate Pozzolo (come descrive puntualmente nel suo sito il bravo Roberto Galullo) il leghista Modesto Verderio, dopo aver denunciato gli interessi della famiglia Filipelli tutta in odore balsamico di ‘ndrangheta all’interno dell’areoporto di Malpensa finisce accantonato come si compete al visionario del rione. Intanto una statua di San Cataldo arriva da Cirò Marina a Lonate Pozzolo per scalzare Sant’Ambrogio nella festa del patrono santo con prepotenza laica.

A Buccinasco perde la pazienza addirittura la Lega che sul proprio giornale cittadino (”El giornalin de Bucinasc”) scrive contro il sindaco Loris Cereda: “Nonostante il sindaco Cereda continui a prodigarsi per dichiarare che a Buccinasco la mafia non è un problema e non riguarda le istituzioni i cittadini sono sempre più allarmati dalle notizie dei telegiornali che parlano di arresti e di commistioni fra politica e malavita organizzata. Noi siamo stanchi di sentire ripetere le solite litanie: la ‘ndrangheta è un’invenzione dei giornalisti, delle istituzioni, delle commissioni parlamentari, ecc”.

A Desio (fine 2008) Il Consiglio comunale ha respinto un ordine del giorno contro la mafia (’ndrangheta, camorra e quant’altro) in Brianza. Hanno votato contro tutte le forze di maggioranza. L’o.d.g. era stato presentato in seguito alla scoperta delle discariche abusive di rifiuti tossici a Desio e a Seregno.

A Corsico diventa quasi una vergogna una targa di marmo in onore di Silvia Ruotolo, donna, moglie e madre innocente, uccisa durante una sparatoria tra clan rivali della Camorra, a Napoli. Il Comune voleva affiggere la targa in ricordo di Silvia Ruotolo sotto i portici di via Malakoff, al civico 6: oggi sede di un’associazione che si occupa di disabili psichici, ieri supermarket gestito da un mafioso della famiglia siciliana Ciulla, confiscato dallo Stato e poi riassegnato a fini sociali, come prevede la legge 109. Durante l’ultima assemblea di condominio il permesso non è stato concesso. Il Comune ha deciso comunque di installare la targa.

Negli uffici della Direzione Nazionale Antimafia Enzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, parla da profeta inascoltato. “Che la ‘ndrangheta stesse colonizzando Milano lo dicevo negli anni 80. L’ ho confermato due anni fa e i fatti mi danno ragione. Ora c’è l’ Expo e non so più come dirlo».

Stupirebbe questo atteggiamento impermeabile in un paese normale, dove normalmente i politici dovrebbero essere eletti per prendere posizione, dare segnali forti e non solo per banalmente amministrare capitoli di spesa e distribuire (scaricandosene) ruoli e responsabilità. Qui non si tratta di disquisire i ruoli di governo e ordine pubblico come stabilito dalla legge; qui si rimane a supplicare un segnale, un lampo in cui ci si illuda che Marcello Paparo non possa sentirsi “libero” di collezionare bazooka come nei peggiori scenari di desolazione metropolitana post industriale, o Morabito non sfrecci impunito a parcheggiare il ferrarino in un posteggio dell’Ortomercato con l’arroganza di uno zorro a quattro ruote, o che Andrea Porcino (classe 1972, giusto per identificarlo meglio là fuori dal suo fortino dove gioca a seminare terrore) possa addirittura inventarsi intermediario con arie da tour operator mentre raccomanda ai secondini del carcere milanese di San Vittore dei buoni servigi e una residenza confortevole per i suoi amici Nino, Ettore e Massimo.

L’impunità dentro le teste (oltre alle tasche) dei capibastone ‘ndranghetisti o dei prestanome camorristi o dei ragionieri di Cosa Nostra in Lombardia è una responsabilità politica. Risolvibile semplicemente con la voglia e l’onestà di volere dare al di là di tutto un segnale. Per restituire dignità anche nella forma».

lunedì 10 agosto 2009

Pd siciliano, parla Silas

«Non mi aspettavo uno sgambetto dal mio partito e soprattutto da un collega numerario dell’Opus Dei. La segreteria del partito siciliano era stata promessa a me e ora vengo a scoprire che un fratello e coinquilino mi ha soffiato il posto». E’ furente il monaco Silas dopo l’annuncio di Dario Franceschini che ha scelto come suo candidato nell’isola Giuseppe Lupo, ex cislino anche lui membro dell’Opus Dei. «Franceschini, durante il nostro incontro nei sotterranei del Vaticano, mi aveva rassicurato sulla sua scelta, anche perché al buio se la faceva sotto». Silas, che fa parte della commissione «Laicità» del Pd, durante la conferenza stampa nella cripta di Santa Maria Maggiore, ha puntato il dito direttamente contro Lupo, reo, a suo dire, di aver tramato alle spalle grazie all’appoggio della parte conservatrice dell’organizzazione: «Ho pagato il mio riavvicinamento con Tom Hanks e il fallimento della missione affidatami dal vescovo Aringarosa. Pensavo di essere troppo ortodosso per il Pd, ma ora vedo che la scelta cade su uno che rispetto a me è un pasdaran». Il monaco albino recrimina anche per i risultati ottenuti, che secondo lui sarebbero stati ignorati dal partito e dalla Prelatura al momento della scelta, ricaduta su un membro che, a suo dire, «ha poca esperienza»: «Mi sono trovato da solo al centro della secolare lotta tra Chiesa e Priorato di Sion, ed ero l’unico, azzoppato dal cilicio e fiaccato dalla frusta, a cercare di ammazzare tutti. E alla fine mi hanno fatto un mazzo così. Avete idea di quanto stringa il cilicio? Lupo cosa può annoverare? Qualche penitenza e qualche indottrinamento? Sono io ad aver fatto la guerra». Un rammarico però Silas non lo nasconde: «L’omicidio del curatore del Louvre Jaques Sauniere? Avrei dovuto finirlo, quello spettacolo è stato imbarazzante». Se uscirà dal partito o meno non è dato saperlo, ma le sue parole sono sibilline: «Starò a guardare Giuseppe Lupo in campagna elettorale, e svelerò a Lumia ogni suo punto debole. D’altronde siamo confratelli, conosco bene i miei polli». In chiusura Silas ha rassicurato i giornalisti: «Ormai il passato è alla spalle. Sophie, l’ultima discendente di Cristo, è una mia cara amica. E’ carina, simpatica, mi ricorda Debora Serracchiani; solo che la friulana è impegnata con un altro uomo… pazienza, aspetterò, ormai ho chiuso con le armi. A parte con la frusta sabatina».

sabato 8 agosto 2009

Intervista a Simone Di Paola, al centro dello scontro politico in Sicilia

Sta facendo scalpore in Sicilia la nomina al Gabinetto dell'assessore regionale all'Industria del governo Lombardo, Marco Venturi, di Simone Di Paola, ex capogruppo alla Provincia di Agrigento per i Ds e attualmente consigliere comunale di Sciacca per il Pd. Circostanza che sta animando la campagna elettorale per la segreteria del Pd isolano. Di Paola ha scelto di parlarne con l'Antefatto, spiegando che d'ora in poi non tornerà più sulla vicenda.

Di Paola pensava di entrare al centro del dibattito politico nel pieno di una campagna elettorale?

Devo ammettere che quando ho deciso di accettare questo prestigioso incarico, che mi onora, avevo pensato solo a mettere tale ruolo a disposizione del mio territorio e della mia provincia, affamata di sviluppo e progresso nella piena legalità. Avevo un contratto di lavoro in corso per una società di consulenza aziendale che mi stava dando molte soddisfazioni, eppure ho deciso di licenziarmi per accettare tale incarico e l'ho fatto solo in ossequio alla grandissima stima e fiducia che nutro per il dottor Marco Venturi. Tutta questa "notorietà" non l'avevo messa in conto, e la considero solamente il frutto di una cattiveria proveniente da ambienti che non mi vogliono propriamente bene. C'è una cosa che mi offende: l'idea che io possa passare per uno alla continua ricerca di incarichi da elemosinare. E' una cosa che non appartiene al mio costume di vita: prova ne sia il fatto che sono uno dei pochissimi ex Sinistra Giovanile ed ex Democratici di Sinistra della mia generazione che in vita sua non ha mai avuto ne incarichi nè tantomeno è stato "impostato" dal partito. Quando sono uscito dal giro, un anno fa, dopo le elezioni regionali, non ho chiesto niente a nessuno e dignitosamente mi sono andato a cercare un lavoro come fanno tutti. Ripeto, mi è stato proposto questo incarico tecnico e l'ho accettato soltanto per la stima che nutro per Venturi.

Di Paola, Rudy Maira, tra le altre cose indagato e poi assolto per la strage di Capaci e per voto di scambio mafioso, l’ha scoperta: lei è la testimonianza dell’inciucio tra Lumia e i Lombardiani dell’Mpa.

Ma guardi che io mica mi sono nascosto. Non credo nemmeno che ci fosse nulla da nascondere ma anzi da esserne felici per aver ottenuto tanta fiducia. Ma c'è una cosa che mi stupisce alquanto: questo signor Maira, fra i numerosissimi collaboratori disseminati nei vari assessorati, colpisce proprio me, un dirigente locale, freschissimo di tessera, espressione di una città lontana anni luce dalla sua. Mi chiedo: forse la cosa era concordata "trasversalmente" per colpire Lumia o Venturi? E forse l'artefice non è politicamente poi tanto distante da me? Tutta questa cosa è studiata ad arte per tenere in piedi un teorema che non regge. Io con Lumia non ho mai parlato di questa cosa e non v'è ne era alcuna ragione, mi pare davvero troppo assurda come storia. Se nel governo Lombardo ci fossero stati ancora esponenti dell'Udc siciliano non avrei accettato di offrire la mia professionalità nemmeno per tutto l'oro del mondo. Non mi confondo con certa gente nè con certi modi di far politica, che ho sempre combattuto nella mia vita. Nè, infine, avrei mai accettato incarichi da assessori di appartenenza politica, tipo Pdl o Mpa.

A quando risale il suo rapporto con l’attuale assessore tecnico della giunta Lombardo, Marco Venturi, dal 2007 sotto scorta per le sue denunce contro il racket in Confindustria. Perché ha scelto proprio lei? Non è un modo per tutelarsi e dirigere gli attacchi di Lumia altrove?

Venturi l'ho conosciuto anni fa durante il mio lavoro di consulente e responsabile dell'ufficio commerciale di una società di consulenza aziendale con sede in Caltanissetta. Lui era presidente di Confindustria Caltanissetta e presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta, enti con i quali lavoravamo a strettissimo contatto per progetti di internazionalizzazione di imprese verso la Tunisia. Ci siamo conosciuti e lì è nato un rapporto di stima, spero reciproca; la scelta è ricaduta su di me, solo perchè cercavano personale che avesse competenza nel ramo della collaborazione parlamentare, e avendo io lavorato al Senato per molto tempo, immagino che la mia professionalità sia stata decisiva.

Lumia, candidato alla segreteria del Pd siciliano, dice che di questa storia non ne sa nulla. Non poteva avvertirlo? E soprattutto, è vero che lei è un “suo” uomo?

Ma scusi, perchè mai dovevo avvertirlo? Cosa c'entra il mio partito con il mio lavoro? Non ne vedo le ragioni. E poi, guardi, io non sono nè mai sarò uomo di nessuno. Al massimo sono l'uomo della mia fidanzata e basta. Lumia lo sostengo perchè voglio bene al mio partito, lo immagino radicalmente diverso da ciò che è attualmente e penso che lui sia la persona giusta per rivoltarlo come un calzino. Sa una cosa? Non credo nemmeno che lui sappia che io lo sostengo. Del resto, mica può conoscere tutti quelli che lo sosterranno e lo aiuteranno a diventare segretario regionale del Pd.

A poche ore dall’uscita di Rudy Maira, l’altro candidato alla segreteria del Pd siciliano, Bernardo Mattarella, ha preso la palla al balzo accusando Lumia di ambiguità e di “inciuci” con il presidente della Regione. Tempismo perfetto o cosa?

Credo di averle già risposto; non è un mistero che da molto tempo l'Udc ed una parte del Pd si corteggino a vicenda, sopratutto nazionalmente e magari questa corrispondenza di amorosi sensi ogni tanto produce scambi di utili informazioni per alimentare battaglie politiche contro avversari comuni, mica è una novità. Sono solo scelte politico strategiche ed in quanto tali vanno accettate; ma io sono fra quelli che, nel mio piccolo, ostacola ed ostacolerà sempre alleanze del mio partito con Cuffaro ed i suoi amici. Forse per questo sono sempre stato considerato scomodo. Pazienza, mi dovranno sopportare.

venerdì 7 agosto 2009

Un imprenditore piccolo piccolo

Ci sono storie che dalla Sicilia faticano ad uscire. Rimangono impigliate tra i rovi della incantevole macchia mediterranea, si lacerano e sanguinano fino a morire senza riuscire ad oltrepassare lo Stretto. Ignazio Cutrò, 41 anni, un’impresa edile, una moglie e due figli, per i pochi addetti ai lavori ormai è tristemente ripetitivo: quando vedi il suo nome apparire sul display del cellulare sai che ti sta comunicando un incendio, un danneggiamento, un bossolo sull’auto o l’acido nel motore dell’escavatore. Ben dodici attentati intimidatori da quando, nell’ottobre del 1999, ha denunciato le pressioni e le richieste di pizzo da parte della cosca del suo paese, Bivona, arroccato sui monti Sicani e rinomato per le pesche, meno per le cosche mafiose che in quella zona spadroneggiano. Più di una volta all’anno i mafiosi gli ricordano che loro ci sono, che non se ne vanno, che lo aspettano al varco. E lui, come sonore sberle, gli manda indietro gli avvisi, continuando a lavorare nella sua terra, prendendo appalti e cercando di portarli a compimento. Certo ai suoi mezzi serve «manutenzione straordinaria», ma per il resto Cutrò non molla. Ha fondato la prima associazione antiracket agrigentina, «Libere Terre», ed è entrato nel programma dei testimoni di giustizia con una vigilanza di 4° livello: una scorta minima che lo accompagna solo durante gli spostamenti. Quando raggiunge la sua casa, in aperta campagna e isolata del paese, in gergo tecnico si può dire che sono affaracci suoi. Agli uomini che lo accompagnano durante la tutela, mesi fa avevano assegnato un’auto blindata; poi c’hanno ripensato e l’hanno voluta indietro, avendone bisogno, probabilmente, per qualche politico agrigentino ad alto rischio di suicidio. Il 5 agosto scorso, all’una di notte, sconosciuti hanno disegnato con dei lumini funebri una croce a cento metri da casa sua, di fronte al cancello da cui si accede alla sua proprietà. Hanno avuto il tempo di completare il disegno, curare la grafica e la composizione in stile Barocco, e alla fine di accenderli. Tutto questo a cento metri dall'abitazione di un imprenditore che per lo Stato è ad elevato rischio di vita. Lo hanno svegliato i carabinieri chiedendogli se fosse stato Cutrò stesso, magari per ricordare qualche caro defunto. Purtroppo quei lumini erano per lui, da parte di amici che vorrebbero fargliene dono in un cimitero. Raggiunto al telefono per l’Antefatto, Cutrò è apparso turbato ma ancora più motivato nella sua lotta: «Stanno alzando il tiro, tastano il terreno per farmi capire che si possono avvicinare, che nessuno controlla la mia casa. Negli ultimi periodi ho sentito che qui intorno, di notte, ci sono strani movimenti, e i miei cani più di una volta hanno fatto scappare qualcuno che si era avvicinato troppo. Ho paura perché non vivo da solo, e se dovessero far del male alla mia famiglia non me lo perdonerei». Dopo quest’ennesimo avvertimento, l’idea di lasciare la Sicilia lo attanaglia, e per la prima volta la prende seriamente in considerazione: «Così certo non si può andare avanti. Io ormai non dormo più, rimango sempre sveglio, all’erta. Se nessuno potrà darmi tranquillità, allora me ne andrò, ma a perdere sarà l’Italia, non certo io».

martedì 4 agosto 2009

Rita Borsellino e il Lupus Dei

Se lo chiedono tutti in Sicilia, ma anche fuori. «Perché Rita Borsellino non ha appoggiato la candidatura di Beppe Lumia come segretario siciliano del Partito Democratico?». Di risposte ufficiali non ne esistono; in archivio rimane solo l’investitura del più o meno giovane Giuseppe Lupo, candidato «ordinato» telefonicamente dal segretario Franceschini: «E’ giusto fare delle scelte responsabili in un momento politico così delicato. Appoggerò Giuseppe Lupo perchè ha saputo meglio interpretare il progetto politico mio e di “Un’altra storia”, ossia quello della partecipazione dal basso. Si tratta di una mia posizione personale, che potrà essere condivisa o meno dal movimento» ha detto la sorella del magistrato ucciso da cosa nostra, la stessa organizzazione criminale che aveva già sul taccuino il nome di Lumia, e che poi lo stralciò all’ultimo minuto e lo rinviò a data da destinarsi. Lumia non commenta ed evita ogni riferimento alla scelta dell’eurodeputata, che per i più è stata «costretta» ad appoggiare Lupo come contropartita alla candidatura offertale da Franceschini per le elezioni Europee. Certo la scelta ha destato parecchie perplessità soprattutto tra la base dei sostenitori della Borsellino, che avrebbe visto in Lumia la scelta naturale da compiere in virtù delle comuni e condivise battaglie antimafia fianco a fianco e che pare non obbediranno ad eventuali ordini di scuderia. Quello che manca sul curriculum del quarantatreenne ex segretario della Cisl palermitana che ha soffiato l’endorsement della Borsellino a Lumia, è l’appartenenza come numerario all’Opus Dei. Lupo vive infatti abitualmente nel centro palermitano della Prelatura cattolica, seguendo tutte le direttive dell’organizzazione, compresa la cessione degli introiti personali e il testamento in cui i numerari si impegnano a lasciare ogni avere alla comunità. La domanda, politica e non certo personale, è: come può decidere autonomamente un segretario di partito quando la vita di un numerario e le sue scelte si svolgono sotto stretta sorveglianza e consiglio della Prelatura, stando a tutta la bibliografia sull’argomento, ultima l’inchiesta di Ferruccio Pinotti, «Opus Dei Segreta»? Tralasciando l’immagine dell’aspirante segretario con il cilicio alla coscia per due ore al giorno e la «disciplina», la frusta utilizzata per punirsi e mortificare il corpo ogni sabato, quello che inquieta di più la base del Pd siciliano è la vocazione alle larghe intese di Lupo: il non più giovane Peppino infatti è uomo di Sergio D’Antoni e come il padre padrone è possibilista sull’alleanza con l’Udc di Cuffaro al fine di arginare il Pdl e l’Mpa di Lombardo, con cui non mancano comunque le prove generali di inciucio, come la commissione Sanità assegnata al piddino Laccoto. Durante il suo discorso di presentazione, infatti, l’ex cislino Lupo ha attaccato duramente Lombardo, ma non ha pronunciato verbo né sull’ex governatore colluso con singoli mafiosi né sull’Udc. Curiosa in questo senso anche l’uscita del senatore Cuffaro che ha accusato Lumia di essere «il candidato di Dell’Utri e Lombardo»: se Lumia diventasse segretario del Partito Democratico siciliano, a Totò mancherebbero appoggi e sponde importanti, come quella con l’attuale segretario Francantonio Genovese, quella con Angelo Capodicasa e con Antonello Cracolici. Alla fine della nostra storia sarebbe grottesco e paradossale se Rita Borsellino, in una eventuale grande alleanza, dovesse trovarsi gomito a gomito con Cuffaro, con cui ha battagliato aspramente ai tempi dell’Ars. Se Lumia potrà o no diventare il segretario del Pd lo deciderà il congresso che manderà alle primarie le prime tre mozioni più votate dagli iscritti. Poi ci sarà la vera sfida, con la minaccia connessa degli infiltrati desiderosi di salvaguardare il tacito patto di non belligeranza messo in crisi dalla candidatura del senatore venuto da Termini Imerese che giorno dopo giorno accumula sempre più consensi, sia tra i big ma soprattutto tra gli iscritti.

lunedì 3 agosto 2009

News in esclusiva sul libro di Gioacchino Genchi

Prima ha incassato in silenzio, con stile, rispondendo a mezze parole, lasciando intendere di sapere ma di non poter dire, per professionalità, per correttezza verso le istituzioni che rappresenta. Poi ha trovato sulla sua strada uno che di casi complicati ne mangia a colazione e a volte pure a mezzogiorno. Dall’incontro tra Gioacchino Genchi ed Edoardo Montolli è nato un libro che, a quanto pare, è appena stato completato ed è già stato avviato alla revisione e alla lettura da parte dei legali e dell’editore. Il consulente dell’autorità giudiziaria, infatti, ha scritto sul suo «status» di Facebook: «Ieri, con l'autore, abbiamo ultimato la stesura del libro. Adesso andremo a “sciacquare i panni in Arno”. Dopo la lettura da parte degli avvocati e dell'editore, il libro andrà in stampa. Intanto è "top secret" il titolo. Troverete molte risposte alle vostre domande». Stop. Tirargli fuori altre notizie è impresa fallimentare: Genchi ha affidato alle pagine del volume anni di intuizioni, di deduzioni investigative e tecniche che avrebbero potuto fare luce su molti punti oscuri della Repubblica, primo tra tutti, naturalmente, la strage di Via D’Amelio e l’assassinio di Paolo Borsellino. Rispetto al contenuto, quindi, si sa è solo che il volume, parecchio corposo, percorrerà in lungo ed in largo le vicende che hanno segnato la carriera e la vita di Genchi, dal 1989 fino ai giorni nostri, con dovizia di particolari materiale che sicuramente darà fastidio a molti: quando si tratta di Genchi la cosa appare ormai scontata, pensando alla mole di processi cui ha dato contributo e ai dati analizzati e non accumulati, in vent’anni di servizio. La prefazione invece sarà affidata al «nostro» Marco Travaglio. Il libro, (del titolo, come dice lo stesso Genchi, manco a parlarne), farà parte della collana Yahoopolis di Aliberti, diretta dallo stesso autore Montolli, che dopo aver scritto su gran parte della stampa italiana come giornalista ed essersi ormai saldamente accreditato come scrittore thriller/noir, si imbarca su un battello che sicuramente non gli procurerà nuovi amici. Letto di recente in «Il Grande abbaglio», controinchiesta sulla strage di Erba, Montolli non vuole anticipare nulla sul libro che potrebbe uscire dopo la metà di settembre: «Ho impiegato sei mesi per studiare i documenti e scrivere questo libro. Per farlo ho abbandonato progetti in cantiere e pure alcuni in corso». Stop. Non rimane che aspettare e gustarsi l’aperitivo di reazioni che solo la notizia del libro susciterà in chi ha il carbone completamente fradicio, chi in questi anni ha messo i bastoni tra le ruote del consulente più temuto d’Italia: parliamo di politici, magistrati e pure giornalisti. Non il libro dell’anno, dunque, ma quello del ventennio.

Intervento in Via D'Amelio il 19 luglio

19 luglio 2009 - Intervento in via d'amelio di Benny Calasanzio from ciacciogiorgio on Vimeo.

sabato 1 agosto 2009

Luciano Violante, colui che sa ma non racconta

Quando il generale Mario Mori gli chiede, non una ma per ben tre volte e sempre con maggiore insistenza, di incontrare colui che i magistrati definirono «la più esplicita infiltrazione della mafia nell'amministrazione pubblica», ossia Don Vito Ciancimino, uomo all'Avana dei corleonesi già arrestato nel 1984, lui, Luciano Violante, non sente il bisogno di dirlo a nessuno, nè ai magistrati nè alla Commissione Antimafia che presiede dall'anno prima. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani erano già saltati in aria a Capaci, e, a quanto dice lui, anche Borsellino e la sua scorta erano stati già ammazzati in Via D'Amelio. Questo solo a quanto dice Violante, confermando la teoria, già sconfessata dal figlio di Ciancimino, secondo cui la trattativa sarebbe iniziata dopo le due stragi e non in mezzo. Il docente di Diritto Pubblico, tra i padri della nascente associazione antimafia Libera, ritenne corretto fare solo una piccola domanda a colui che gli chiedeva di incontrare l'anello tra mafia e politica: "L'autorità giudiziaria è stata informata di questa disponibilità del Ciancimino a parlare?", chiese l'etereo Violante."Si tratta di una cosa politica... di una questione politica", gli risponde Mori. Poi, quando l'oscuro generale gli spiega che Ciancimino vorrebbe incontrarlo privatamente, dettaglio ancora più inquietante, Violante ritenne ancora una volta di tenerlo per sè e di liquidare Mori con un "non faccio colloqui privati". Non pensò decoroso correre dai suoi ex colleghi che indagavano sulla strage di Capaci ed eventualmente su quella di Via D'Amelio, e non lo raccontò mai fino a quando Massimo Ciancimino lo chiama in causa direttamente nel corso di un interrogatorio ad Ingroia e Di Matteo nei giorni scorsi: Ciancimino Jr ha raccontato come suo padre volesse solo ed esclusivamente Violante come interlocutore garante. Proprio lo stesso incontrollabile legalitario che nel 2003, alla Camera, protestò per il comportamento irriconoscente di Berlusconi (già indagato come mandante occulto di quelle stragi), cui, parole sue, il centrosinistra aveva dato nel 1994 garanzia a Berlusconi e a Letta che le "televisioni non sarebbero state toccate" qualora la sinistra avesse vinto le elezioni, recriminando come "loro" non avessero mai fatto nulla riguardo al conflitto di interesse e avessero dichiarato eleggibile Berlusconi la legge sui concessionari dello Stato. Grazie a loro, proseguì Big Luciano, Mediaset aveva potuto aumentare di 25 volte il fatturato. Antimafioso peculiare il nostro Violante: la mafia lo chiama in causa per un equo scambio e lui non informa i magistrati, nè subito nè dopo 17 anni. La domanda inquietante che ci si pone è: esiste altro? Violante è contenitore di altri fattacci mai raccontati in sede giudiziaria? Si rese in seguito disponibile a quella trattativa? Non lo sapremo mai. Dovremo aspettare che qualcuno lo chiami di nuovo in causa. Nel frattempo lui continuerà a fare l'antimafioso, a presentare libri e a tenere per sè piccolissimi ed insignificanti dettagli che potrebbero fare luce su quel fondamentale passaggio che riguarda la trattativa Stato-mafia. Noi continueremo a rimanere orfani di Falcone, di Borsellino e della verità sul 1992. Un piccolo grazie va anche a te, Big Luciano.